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Full text of "La donna fiorentina del buon tempo antico"

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Ulrich  Middeldorf 


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in  2014 


https://archive.org/details/ladonnafiorentinOOdell 


la  Donna  ftoren 


lina  del  buon  tempo 

antiCO  *T  affiorata  da 

Isidoro  Del  £nngo 


Nei  primi  secoli  del  Comune  p  Da  Dante  al  Boccaccio 
°  Beatrice  o  La  donna  ispiratrice  o  Nel  Rinascimento 
e  negli  ultimi  anni  della  libertà  o  Una  madrefamiglia 
del  Cinquecento  o  Un'altra  lettera  dell'Alessandra 
Macinghi  Strozzi. 


R.    BEMPORAD    &    FIGLIO  -  Editori 

Firenze  1906.       filiali:  Milano,  roma. 


/ 


LA  DONNA  FIORENTINA 

DEL  BUON  TEMPO  ANTICO 


La  donna  fiorentina  m 


ù&  ù&  ù%  del  buon  tempo  antico 

affiorata  da  ISIDORO  DEL  LUNGO  ^ 


Nei  primi  secoli  del  Comune  —  Da  Dante  al  Boccaccio  — 
Beatrice  —  La  donna  ispiratrice  —  Nel  Rinascimento  e  ne- 
gli ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ  —  UNA  MADREFAMIGLIA  DEL 
CINQUECENTO  —  Un'ALTRA  LETTERA  DELL'ALESSANDRA  MACINGHI 

Strozzi. 


R.  Bemporad  &  Figlio  -  editori  ^* 

FIRENZE  1906  3$  Filiali:  MILANO,  ROMA. 
TORINO:  S.  Lattes  e  C°.  —  NAPOLI:  Società 
Commerciale  Libraria. 


PROPRIETÀ  LETTERARIA 
DEGLI  EDITORI  R.  BEMPORAD  E  FIGLIO 


1905  —  Firenze,  Tipografìa  della  Biblioteca  di  cultura  liberale. 

TOE  GETTY  CF.NH6 


A.LLA    MIA  EDUVIGE,  E  ALLE   TRE  NOSTRE  BATTEZZATE  IN 

San  Giovanni  CAROLINA,  ROMILDA,  ALBERTINA 

Palazzina,  il  ottobre  1905. 


MI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


Bel  Lungo 


t 


A-,Ì,lla^0f  ^  PZ  i?tru*ime  della  «  Roma  il  13  marzo,  e  al 

Circolo  Filologico  dx  Firenze  il  25  aprile,  del  1887 

Conservo  a  questo  e  ad  altri  degli  scritti  che"  compongono  il  pre- 
sente volume  la  forma  con  la  quale  mi  nacquero,  di  pubblica  lettura. 
BenS1  la  materia,  che  qui  si  distende  quant'occorreva  alla  tratta- 
zione dell'argomento,  fu  in  quelle  letture  contenuta  entro  limiti 
di  tempo  e  di  discrezione. 


Signore  e  Signori, 


Più  volte  mi  è  occorso  pensare,  che  si  potrebbe  ri- 
trarre, cosi  in  punta  di  penna,  la  vita  antica  fiorentina, 
delineandola  per  figure  femminili:  dalle  donne  casalinghe 
de' tempi  di  Cacciaguida  alle  madrifamiglia  dei  primi 
tempi  medicei  ;  poi  da  queste  alle  popolane  e  gentildonne 
animose  e  gagliarde  degli  ultimi  anni  repubblicani.  Io  mi 
son  provato  ad  abbozzare  il  ritratto  della  donna  nel  primo 
di  que'  due  periodi,  cioè  dai  principi  del  Comune  sino  ai 
tempi  dell'oligarchia  prevalente  nella  seconda  metà  del 
secolo  XIV.  La  donna  fiorentina  di  questo  periodo  può 
considerarsi  nella  realtà  storica,  nelle  leggende,  nella 
idealità  poetica.  Mi  fermo  ai  due  primi  capi;  realtà  sto- 
rica, leggende  ;  e  sotto  di  essi  raccolgo  (nè  altro  prometto 
al  mio  cortese  uditorio)  alcune  imagini  e  figure  dal  vero. 

Ma  una  cosa,  innanzi  di  procedere,  giova  che  sia  av- 
vertita. Alla  libertà  fiorentina,  da' primordi  del  Comune 
sino  alla  distruzione  degli  ordini  repubblicani  nel  1530, 
la  donna  non  recò  il  tributo  di  atti  virili  ed  eroici,  come 
fu  in  altre  città  d' Italia.  Non  ha  Firenze,  nè  dalla  storia 
nè  dalla  leggenda,  la  Cinzica  de'Sismondi,  che  salva  Pisa 
dalla  notturna  aggressione  dei  Saraceni;  non  ha  Sta- 
mura,  che  col  ferro  e  col  fuoco  affronta  impavida  l'eser- 
cito imperiale  assediante  la  sua  Ancona;  nè  Caterina 


4 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


Segurana,  a  cui  Nizza  pose  una  statua  sulla  porta  Peiro- 
liera  da  lei  difesa  contro  Turchi  e  Francesi  ;  nè  madonna 
Cia  degli  Ubaldini,  la  forte  donna  romagnola,  «  guidatore 
della  guerra  e  capitana  de'soldati  »,  i  (*)  che  sostiene  Ce- 
sena contro  le  masnade  sanguinarie  del  cardinale  d'Albor- 
noz,  resistendo  con  pari  fermezza  e  alle  armi  nemiche 
e  ai  consigli  di  resa  che  le  vengono  da  valorosi  uomini 
di  guerra;  nè,  se  vogliamo  aggiungerla,  Caterina  Sforza 
Riario,  che,  nella  ròcca  di  Forlì,  calpesta  la  fede  data  e 
la  vita  stessa  de' figliuoli,  per  assicurare  la  vendetta  del- 
l'ucciso marito  ;  madre  poi,  e  non  fa  maraviglia,  di  Gio- 
vanni delle  Bande  Nere.  Nè  sono  fiorentine,  ma  della 
terra  e  del  tempo  dei  Vespri,  le  donne  che  aiutavano  la 
difesa  della  patria  contro  l'angioino  oppressore  ;  e  il  po- 
polo ne  faceva  la  canzonetta,  che  Giovanni  Villani  2 
avrebbe  dovuto  conservarci  intera  : 

Deli  com'  egli  è  gran  piotate 
delle  donne  di  Messina, 
veggendole  scapigliate 
portare  pietre  e  calcina  ! 

Eroismo  rinnovato,  bensì  con  tutta  la  pompa  del  sec.  XVI, 
dalle  gentildonne  e  popolane  senesi,  che  distribuite  in 
squadre  con  divise  a  tre  colori,  violetto  rosa  e  bianco, 
lavorarono  alle  fortificazioni  di  quell'ultimo  baluardo  della 
democrazia  toscana;  e  meritarono  che  un  gentiluomo 
francese,  il  Montluc,  3  rendesse  loro  l'omaggio  dei  prodi. 
Non  ebbe  eroine  Firenze,  o  le  ha  dimenticate.  Ma  che 
perciò  ?  La  donna  non  ismentisce  nella  storia  la  propria 
natura  e  l'ufficio  commessole  dalla  Provvidenza:  la  istoria 
sua  è  (salvo  eccezioni,  cosi  nell'ordine  de'  fatti  come  del 
pensiero)  storia  senza  nomi,  ma  di  tutti  i  giorni  e  di  tutte 


(*)  Vedi  le  note  a  pag.  55. 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


5 


le  ore,  perchè  nessun  giorno  e  nessuna  ora  passano  senza 
lacrime  umane,  ed  è  lei  che  le  raccoglie  o  le  dona;  nè 
senza  bisogno  di  conforti  alle  battaglie  della  vita,  e  dal 
sorriso  di  lei  ci  vengono  i  più  efficaci.  Rintracciare  tale 
storia  è  invero  malagevole  ;  ma  non  più  di  altre  ricerche 
morali  e  psicologiche  intorno  alle  umane  vicende.  E  se 
non  le  mancano  pagine  nel  mondo  antico,  dove  V  indi- 
viduo era  sì  gagliardamente  assorbito  nella  pubblica  cosa  ; 
se  in  ciò  che  di  benefico  ebbe,  contro  quella  tirannide 
dello  Stato,  la  violenza  barbarica,  uno  dei  simboli  della 
individuale  libertà  e  della  umana  coscienza  rivendicata 
è  appunto  la  donna  ;  sarebbe  illogico,  che  la  storia  di 
lei,  nel  senso  e  contenuto  suoi  veri,  scarseggiasse  in  se- 
coli di  civiltà  e  libertà  cristiane,  e  a  noi  tanto  più  vicini 
e  di  tanto  più  agevole  investigamento  ;  per  modo  che  do- 
vessimo limitarla  alla  genealogia  delle  case  feudali  o 
principesche  o  magnatizie,  che  sarebbe  quasi  un  abolirla 
del  tutto  dai  gloriosi  annali  delle  nostre  repubbliche.  Ben 
altramente  hanno  pensato  della  storia  femminile  menti 
elette  o  sovrane.  Il  Tommaseo  4  scrisse,  che  «  se  pren- 
«  dessimo  a  considerare  la  donna  quale  ce  la  dipingono 
«  via  via  tutti  i  poeti  gli  storici  i  moralisti,  de'  varii  luoghi 
«  e  de'  tempi,  troveremmo  in  lei  quasi  l' ideale  del  se- 
«  colo  »  :  nè  egli  era  facile  adulatore  di  nessuna  potenza. 
Il  Guasti,5  raccogliendo  le  lettere  d'una  madre  fiorentina 
del  Quattrocento,  spera  aver  provato  con  quelle,  che 
«  nelle  lettere  delle  donne  sia  riposta  la  storia  più  intima 
«  di  un  popolo  ».  E  il  più  grande  Poeta  dell'evo  moderno 
questa  idealità  della  donna,  immanente  nella  storia,  rac- 
colse in  una  vigorosa  astrazione  chiamandola  «  l'eterno 
Femmineo  »  ;  i  cui  splendori  un  Poeta  nostro  6  ha  salutati 
sopr'una  fronte  regale,  che  ha  corona  invidiabile  nel- 
l'amore unanime  del  popolo  suo. 


6 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


L 

Della  donna  fiorentina  ne'  secoli  XI  e  XII,  sul  comin- 
ciar del  Comune  italico,  non  potremmo  desiderare  più 
autentica  imagine  nè  più  efficace.  Nella  mirabile  rappre- 
sentazione che,  tra  i  fulgori  del  cielo  di  Marte,  Dante  fa 
del  vecchio  Comune  fiorentino,  ponendone  sè  ascoltatore 
devoto  e  commosso  dalla  bocca  di  Cacciaguida  degli  Elisei, 
cavaliere  e  crociato  ;  alle  memorie  cittadine,  ai  titoli  gen- 
tilizi, ai  desideri  ai  rimpianti  della  vita  civile,  antece- 
dono le  ricordanze  casalinghe,  gli  affetti  soavi  della  fa- 
miglia, le  santità  della  culla  e  della  tomba  :  e  su  tutte 
queste  figurazioni,  che  fanno  di  quel  canto  del  Paradiso  7 
un  vero  idillio  domestico,  diffonde  la  sua  luce,  mite  e  mo- 
desta regina,  la  donna.  E  non  la  donna  idealizzata  dal- 
l'amore e  dall'ingegno:  Beatrice  in  quell'episodio  si  sta 
in  disparte,  e  solo  accompagna  con  benigno  sorriso  il 
colloquio  fra  l'Alighieri  e  il  trisavolo  ;  8  ma  la  donna  del 
focolare,  la  compagna  della  vita,  quella  che  con  l'uomo, 
suo  amore  ed  orgoglio,  partecipa  le  gioie  e  i  dolori,  che 
gli  guarda  l'avere,  gli  educa  i  figliuoli,  lo  conforta  al  bene 
e  ne  lo  fa  degno,  lo  affida  nelle  avversità  e  nei  pericoli, 
soccombente  lo  incora,  nelle  vittorie  lo  affrena,  gli  fa 
quieta  e  riposata  la  casa  perchè  la  patria  lo  abbia  cit- 
tadino operoso.  Alla  custodia  di  lei  sono  commesse  le  due 
virtù  che  il  Poeta  pone  come  principali  del  viver  sociale, 
parsimonia  e  pudore  : 

Fiorenza,  dentro  dalla  cerchia  antica,  .... 
si  stava  in  pace  sobria  e  pudica. 

Non  cerca  sfoggio  d'ornamenti, 

che  fosse  a  veder  più  che  la  persona,  9 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


7 


È  allegrezza  e  consolazione  della  casa  dov'  ella  è  nata,  e 
che  non  muterà  con  quella  dello  sposo,  se  non  a  tempo 
debito,  e  contentandosi,  essa  e  l'uomo  che  riamato  ama 
lei,  di  dote  ragionevole  ;  cosicché  «  nè  il  tempo  nè  la  dote 
faranno  al  padre  paura».  L'austerità  del  costume  le  ri- 
sparmia le  frivole  cure  e  gli  artifizi  procacciativi  di  bu- 
giarda bellezza  :  ella  «  vien  dallo  specchio  senza  il  viso 
dipinto  »  ;  e  «  contenta  al  fuso  e  al  pennecchio  »,  prepara 
di  propria  mano  le  semplici  vestimenta  al  marito.  Un 
solo  amore  comprende  nell'anima  sua  la  convivenza  non 
interrotta  con  esso,  e  il  luogo  del  comune  estremo  riposo 
nella  dolce  terra  nativa:  sentimento  che  il  Poeta  chiama 
«  la  certezza  della  sepoltura  »,  e  «  Oh  fortunate  !  »  esclama 
con  una  di  quelle  note  che  insegna  V  esilio.  La  giovine 
sposa  «  veglia  a  studio  della  culla  »,  e  acqueta  e  sollazza 
la  sua  creatura;  mentre  la  nonna,  filando,  racconta  ai 
grandicelli  le  luminose  leggende  delle  origini  italiche  e 
della  potenza  latina, 

favoleggiando  con  la  sua  famiglia, 
de'  Troiani,  di  Fiesole  e  di  Roma  : 

però  che  essa,  la  donna  del  Comune  italiano,  indovina  e 
sente  che  questo  è  V  erede  e  il  rinnovatore  legittimo  di 
quel  glorioso  passato  ;  e  nel  nome  augusto  di  Roma,  che 
i  fanciulli  imparano  dalle  labbra  materne  a  chiamar  ma- 
dre della  loro  città,  sublima  il  concetto  della  patria  in 
quelle  tenere  menti,  e  ve  lo  impronta  non  cancellabile. 

Dico,  la  donna  del  Comune  italiano  :  e  quel  che  dalla 
storia  di  Firenze  verrò,  di  figure  femminili,  delineando  e 
colorendo,  s' intenda  che  sia  in  gran  parte  com'  un  ri- 
tratto della  donna  italiana  nella  vita  de' nostri  liberi  Co- 
muni, io  Però  che  anche  rispetto  a  questa  gentile  imagine 
del  nostro  passato,  le  diversità  e  le  contingenze  regionali 


8 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


sottostanno  alle  ragioni  di  somiglianza,  anzi  alla  identità 
di  certe  generali  condizioni  storiche,  entro  le  quali  si 
rimase  involuto  fino  ai  giorni  presenti  il  benaugurato 
germe  della  unità  nazionale.  Se  non  che  la  storia  di  Fi- 
renze è  forse  la  più  ricca  di  qualsiasi  altra  delle  città 
nostre,  rispetto  a  notizie  e  documenti  di  carattere  parti- 
colare e  domestico  ;  è  altresì  quella,  dove,  per  le  ragioni 
della  lingua,  anche  tale  ordine  di  fatti  e  di  cose  sia  stato 
rappresentato  con  maggior  larghezza,  e  sia  più  univer- 
salmente noto,  per  opera  di  storici,  di  novellatori,  di  trat- 
tatisti, di  poeti,  di  comici,  che  la  città  non  tanto  ha  avuti 
quanto  dati  alla  nazione. 

II. 

Quella  donna  fiorentina  de'  secoli  XI  e  XII,  nella  cu; 
soave  ricordanza  Cacciaguida  si  esalta,  e  le  congiunge 
la  memoria  della  madre  sua  «  eh'  è  or  santa  »,  e  i  tra- 
vagli di  lei  partoriente  con  la  invocazione  di  Maria;  non 
ha  un  nome,  perchè  essa  era  nella  mente  di  Dante  un 
universale,  comprensivo  e  cumulativo  delle  figure  indi- 
vidue concorse  a  formarlo.  Quella  gentile,  non  d' altri 
splendori  luminosa  che  della  fioca  e  carezzevole  luce  delle 
pareti  domestiche,  invecchiò  presto  :  poiché  poco  più  d'un 
secolo  separa  la  realtà  storica  di  lei  dal  rimpianto  che 
ne  suona,  come  di  cosa  ormai  remota,  nei  versi  del  fio- 
rentino proscritto.  Ma  già  eli'  era  vecchia,  e  di  secoli 
pur  quando  generava 

a  cosi  riposato,  a  cosi  bello, 
viver  di  cittadini,  a  così  fida 
cittadinanza,  a  cosi  dolce  ostello  ; 

perchè  in  lei,  quale  questa  divina  poesia 11  l'ha  scolpita, 
ritroviamo,  immutata  lungo  il  corso  delle  età  procelloso, 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


0 


l'antica  madre  fami  gli  a,  sulla  cui  tomba  il  massimo  della 
lode  è  che  fu  da  casa  e  filò  la  lana  (domum  servavit,  la- 
nam  fecit).  Questa  parte  delle  tradizioni  latine  era  affi- 
data a  lei,  che  la  mantenesse,  incontaminata  dalle  orgie 
e  dalle  ebbrezze  imperiali,  poi  fra  le  vendette  sanguinose 
della  barbarie,  nella  silenziosa  desolazione  successa  al- 
l' immensa  caduta,  infine  nei  mescolamenti  delle  razze 
sopravvenute  addosso  al  volgo  innominato  e  disperso,  ma 
conservatore  tenace,  finché  gli  rimane  una  famiglia,  e  della 
famiglia,  vigile  e  sospettosa  e,  occorrendo,  fiera  custodi- 
trice  la  donna.  La  donna  del  secolo  XII,  adunque,  piut- 
tosto che  da  quello  al  successivo  invecchiata,  può  dirsi 
aver  finito  la  parte  sua,  e  andar  cedendo  alle  condizioni, 
che  intorno  a  lei  si  atteggiano  così  diversamente,  di  vita 
politica,  di  costumanze,  di  pensieri  e  propositi.  Nella  ci- 
viltà nuova  —  della  quale  è  resultato  e  compendio,  istitu- 
zione lentamente  elaborata,  il  Comune  —  troppi  elementi, 
fin  allora  latenti  più  o  meno  e  costretti,  si  svolgono  alle 
aure  di  libertà,  cosicché  anche  la  vita  domestica,  e  le  re- 
lazioni eli  questa  con  la  civile,  possano  sfuggire  ad  una 
mutazione.  Nè  fa  maraviglia  che  tale  mutazione  non  piac- 
cia a  Cacciaguida.  Egli  si  ricorda  de'  bei  tempi,  quando, 
lui  giovinetto,  vivevano  ancora  i  cittadini  della  «  picciola 
«  Firenze  divisa  per  quartieri,  cioè  per  quattro  porte  », 
delle  quali  Porta  del  Duomo  era  stato,  dice  la  cronica, 
«  il  primo  ovile  e  stazzo  della  rifatta  Firenze  »  (rifatta, 
nessun  Fiorentino  ne  dubitava,  da  Carlo  Magno  impera- 
tore e  dai  Romani),  «  e  dove  tutti  i  nobili  cittadini  di  Fi- 
«  renze  la  domenica  facieno  riparo  e  usanza  di  cittadi- 
«  nanza  intorno  al  duomo  »,  cioè  al  San  Giovanni,  «  e  ivi 
«  si  faceano  tutti  i  matrimoni  e  paci,  e  ogni  grandezza 
«  e  solennità  di  Comune  ». 12  Cacciaguida  ha  vissuto  di 
questo  Comune  V  età,  com'  a  dire,  inconscia  e  imperfetta, 


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NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


senza  ne  la  potenza  nè  le  burrasche  che  poi  sopravven- 
nero :  la  pacifica  età  consolare,  durante  la  quale  la  cit- 
tadinanza si  è  venuta  ordinando  quasi  estranea  ai  con- 
trasti fra  Chiesa  ed  Impero,  che  ha  lasciati  combattere 
ai  Marchesi  di  Toscana,  alle  contesse  Beatrice  e  Matilde, 
la  cui  nominale  supremazia  non  pesò  mai  di  fatto,  nean- 
che della  grande  e  popolare  Contessa,  sulla  indipendente 
città.  Scarse  relazioni  esterne,  sia  di  commercio  sia  di 
politica;  qualche  passata  imperiale,  fatta  quasi  sempre 
innocua  dallo  spontaneo  omaggio  e  dall'  essere  la  Toscana 
tenuta  abitualmente  fuori  dell'  itinerario  strategico  di 
cotesti  Cesari  e  di  ciò  che  si  moveva  con  loro  ;  qualche 
soggiorno  di  papa  profugo  ;  qualche  guer*ricciuola  di  con- 
tado :  ecco  gli  episodi  di  quella  vita  tranquilla,  che  me- 
navano gli  uomini  de'  quali  Cacciaguida  ricorda  la  par- 
simonia e  la  modestia.  Cavalieri  con  semplici  cintole  di 
cuoio  e  fibbie  d'osso,  non  d'argento  e  perle  :  cittadini  con 
rozze  sopravvesti  di  pelle  di  camoscio,  non  co'  mantelli 
e  le  guarnaccie  di  scarlatto  foderate  di  vaio  ;  case  stret- 
tamente misurate  agli  abitatori;  nessun  lusso,  nessuna  deli- 
catezza, nessuna  corruzione.  La  sacra  maestà  dell'  Impera- 
tore era  ospitata  e  festeggiata  come  in  famiglia  ;  da  Cor- 
rado il  Salico,  «  che  si  dilettò  assai  della  città  di  Firenze, 
«  e  molto  Y  avanzò,  e  più  cittadini  di  Firenze  si  feciono 
«  cavalieri  di  sua  mano,  e  furono  al  suo  servigio  ve- 
nendo, per  lo  spazio  di  quei  due  secoli,  a  Ottone  IV,  del 
quale  sentiamo  pure  ciò  che  racconta,  molto  a  proposito 
nostro,  la  cronica. 14  «  Quando  lo  'mperadore  Otto  quarto 
«  venne  in  Firenze,  e  veggendo  le  belle  donne  della  città  che 
«  in  Santa  Reparata  per  lui  erano  raunate,  questa  pulcella  » 
(Gualdrada  di  messere  Bellincion  Berti  de'Ravignani)  «  più 
«  piacque  allo  'mperadore.  E  '1  padre  di  lei  dicendo  allo 
«  'mperadore  eh'  egli  avea  podere  di  fargliela  basciare,  la 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


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«  donzella  rispose  che  già  uomo  vivente  non  la  basce- 
«  rebbe  se  non  fosse  suo  marito.  Per  la  quale  parola  lo 
«  'mperadore  molto  la  commendò  :  e  '1  conte  Guido,  preso 
«  d'amore  di  lei  per  la  sua  avverientezza,  e  per  consiglio 
«  del  detto  Otto  'mperadore,  la  si  fece  a  moglie,  non  guar- 
«  dando  perch'  ella  fosse  di  più  basso  lignaggio  di  lui,  nè 
«  guardando  a  dote.  Onde  tutti  i  conti  Guidi  sono  nati  del 
«  detto  conte  e  della  detta  donna  ».  Costei  Dante  chiama, 
in  altro  luogo  del  Poema,  «  la  buona  Gualdrada  »,  e  quel 
«  buona  »  valeva  quanto  «  saggia  e  valente  »;  e  per  bocca 
di  Cacciaguida  lodando  nel  padre  di  lei  la  semplicità  del 
costume,  ce  lo  conferma  tale  uomo  quale  nella  ingenua 
narrazione  del  Villani  apprendiamo  a  conoscerlo.  In  sif- 
fatta cittadinanza,  piccola  di  numero  e  della  purezza  del 
suo  sangue  gelosa,  è  vissuto  Cacciaguida  ;  e  da  tale  co- 
munanza ben  si  usciva  degni  di  cingere,  come  egli  avea 
fatto,  la  spada  per  Cristo,  e  armato  cavaliere  dalle  mani 
imperiali  morire  da  valoroso  in  Terrasanta.  Ahimè  quanto 
diversa  da  quella,  di  mezzo  alle  cui  miserie  il  Poeta  era 
asceso  allo  spiritale  viaggio,  nella  sede  dei  beati,  solle- 
vandosi 

all'eterno  dal  tempo  

e  di  Fiorenza  in  popol  giusto  e  sano  !  18 

E  un  dramma  femminile  è  designato  pur  da  Caccia- 
guida  come  punto  di  separazione  fra  le  due  età.  Buon- 
delmonte  che,  per  aver  ceduto  slealmente  alle  istigazioni 
d'una  Donati  e  alla  bellezza  d'una  figliuola  di  questa,  paga 
col  sangue  lo  spergiuro  alla  fidanzata  Amidei,  è  la  vittima 
che  dee  segnare  in  Firenze  gli  estremi  anni  di  pace  : 

vittima  nella  sua  pace  postrema.  10 

Storico  certamente  nella  sostanza,  e  sia  pur  leggendario 
nei  particolari,  quel  dramma  ritrae  mirabilmente  la  vita 


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NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


fiorentina  sul  cominciare  del  secolo  XIII.  La  comunanza 
delP  «ovile  di  San  Giovanni  »  17  è  turbata:  si  è  cominciata 
battaglia  tra  gli  Uberti,  sangue  germanico  (o,  com'  altri 
vogliono,  da  Catilina),  e  la  signoria,  latina,  de'  Consoli. 
Gli  umori  imperiali  e  chiesastici  son  già  penetrati  fra  i 
cittadini,  vi  serpeggiano  insidiosamente,  hanno  ormai  di- 
sposti gli  animi  alla  divisione:  la  consumeranno  la  bel- 
lezza d'una  fanciulla,  l'interessato  zelo  materno,  la  leg- 
gerezza e  slealtà  d' un  giovine.  Nessuna  di  siffatte  cause 
avrebbe  saputo  così  sinistramente  operare  nella  sobria  e 
pudica  Firenze  del  buon  tempo  antico,  a  cui  terza  e  nona, 
che  le  batteva  la  campana  della  vecchia  Badia  del  mar- 
chese Ugo, 18  segnavano  giorni  di  pace  virtuosa  fra  cit- 
tadini Tuno  all'altro  affezionati  e  ossequenti.  «  E  di  ciò 
«  fu  cagione  in  Firenze,  che  uno  nobile  giovane  citta- 
«  dino,  chiamato  Buondalmonte  de'  Buondalmonti,  avea 
«  promesso  tórre  per  sua  donna  una  figliuola  di  messer 
«  Oderigo  Giantruffetti  »  (degli  Amidei).  «  Passando  dipoi 
«  un  giorno  da  casa  i  Donati,  una  gentile  donna  chiamata 
«  madonna  Aldruda,  donna  di  messer  Forteguerra  Donati, 
«  che  avea  due  figliuole  molto  belle,  stando  a'  balconi  del 
«  suo  palagio,  lo  vide  passare,  e  chiamollo,  e  mostrògli 
«  una  delle  dette  figliuole,  e  disseli:  —  Chi  ài  tu  tolta  per 
«  moglie  ?  io  ti  serbavo  questa.  —  La  quale  guardando 
«  molto  li  piacque,  e  rispose  :  —  Non  posso  altro  oramai. 
«  —  A  cui  madonna  Aldruda  disse  :  —  Sì,  puoi,  chè  la 
«  pena  pagherò  io  per  te.  —  A  cui  Buondalmonte  rispose  : 
«  —  E  io  la  voglio.  —  E  tolsela  per  moglie,  lasciando 
«  quella  avea  tolta  e  giurata  ». 19  II  padre  della*tradita  se 
ne  duole  eoi  consorti  ;  deliberano  di  vendicarsi  :  ferirlo  ? 
ucciderlo?  Il  Mosca  de' Lamberti  pronuncia  la  mala  pa- 
rola: «  Cosa  fatta  capo  ha  ».  Buondelmonte,  la  mattina 
di  Pasqua  del  1215,  mentre  si  reca  a  impalmare  la  Do- 


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nati,  è  ucciso  sul  Ponte  Vecchio,  a  piè  della  statua  di 
Marte;  di  dentro  al  cui  idolo  i  vecchi  e  savi  fiorentini 
riconoscono  operarsi  dal  diavolo,  per  vendetta,  la  distru- 
zione della  cristiana  città, 

che  nel  Batista 
mutò  il  primo  padrone  ;  ond'  ei  per  questo 
sempre  con  l'arte  sua  la  farà  trista.  20 

Un'  antica  cronichetta 21  rappresenta,  come  in  funebre 
fantasmagoria,  il  corpo  sanguinoso  esser  portato  per  la 
città  fra  i  pianti  e  le  grida,  e  nella  stessa  bara,  col  capo  in 
grembo,  starsi  tutta  in  lacrime  la  seduttrice  fatale,  o  forse 
vittima  innocente  ella  stessa  delle  suggestioni  domesti- 
che. Certo  è  che  cotesta  figura  di  donna,  sott'  ogni  ri- 
spetto sciagurata,  ritrae  dal  vero  e  in  sè  bene  raccoglie 
i  tanti  e  vari  e  ignorati  patimenti  che,  per  tanti  anni  ap- 
presso di  cittadine  battaglie,  si  accumularono  sulla  donna 
fiorentina  : 

....  infelici  .... 

che  il  duol  consunse  ;  orbate 

spose  dal  brando  ;  vergini 

indarno  fidanzate  ; 

madri  che  i  nati  videro 

trafìtti  impallidir. 22 

Quel  «  nobilissimo  e  feroce  leone  »  del  quale  racconta 
la  cronica  che  si  teneva  pel  Comune  nella  piazza  di  San 
Giovanni,  —  e  uscito  della  sua  stia,  correndo  verso  Or  San 
Michele,  afferra  un  fanciullo,  e  «  tenealo  traile  branche  »; 
e  la  madre,  «  che  non  ne  avea  più  />  se  non  questo  che  «  le 
«  rimase  in  ventre  »  quando  le  fu  ucciso  il  marito,  «  come 
«  disperata,  con  grande  pianto,  scapigliata,  corse  contro 
«  il  leone,  e  trassegli  il  fanciullo  delle  branche,  e  il  leone 
«  nullo  male  fece  al  fanciullo  nè  alla  donna,  se  non  ch'egli 
«  guatò  e  ristettesi  »  ;  23  —  e'  rendeva,  il  leone,  i  figliuoli 
alle  madri  :  ma  il  Comune,  del  quale  egli  era  superbo 


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simbolo,  li  divorava  senza  pietà.  Altre  madri  sulle  vie  di 
Firenze  imitarono  quella  d'Orlanduccio  del  Leone;  ma  esse 
chiedevano  pietà  agli  uomini,  e  agli  uomini  di  parte  ! 
«  Deh  quanto  fu  la  dolorosa  madre  de'  due  figliuoli  ingan- 
«  nata  !  »  (una  madre  di  Guelfi  Bianchi  de'  tempi  di  Dante) 
«  che  con  abbondanza  di  lagrime,  scapigliata,  in  mezzo 
«  della  via,  ginocchione  si  gittò  in  terra  innanzi  a  messer 
«  Andrea  da  Cerreto  giudice,  pregandolo,  con  le  braccia  in 
«  croce,  per  Dio  s'aoperasse  nello  scampo  de'  suoi  figliuoli. 
«  11  quale  rispose,  che  però  andava  a  palazzo  :  e  di  ciò 
«  fu  mentitore,  perchè  andò  per  farli  morire  ». 21  Oh  se 
nell'attraversare  oggi  quel  tetro  maestoso  cortile,  nel  sa- 
lire le  lunghe  erte  scale  di  quel  Palazzo  del  Podestà,  stu- 
diosi e  commossi  visitatori  delle  reliquie  del  nostro  pas- 
sato, pensassimo  di  quanto  sangue  furono  bagnate  quelle 
pietre  più  che  sei  volte  secolari,  dovremmo  dire  che  a 
cancellarne  la  traccia,  non  ci  voleva  meno  delle  lacrime 
tante  che  quel  sangue  è  costato  ! 

III. 

Tutta  ravvolta  in  questi  foschi  vapori  di  scellerato  odio 
fraterno,  attraversa  la  donna  fiorentina  il  secolo  XIII, 
compagna  de'  forti  mercatanti  ed  artefici  che  lavorando 
e  combattendosi,  non  meno  alacremente  l'una  cosa  che 
l'altra;  e  senza  tuttavia  rimanere  insufficienti  ad  altre 
faccende,  soggiogare  i  magnati,  osteggiare  i  Comuni 
vicini,  resistere  all'  Impero,  tenere  in  rispetto  la  Curia  Ro- 
mana ;  —  fondano  la  guelfa  democrazia.  Arti  e  mestieri, 
nonostante  la  intestina  guerra,  fioriscono;  e  con  essi,  i 
commerci  e  le  industrie  :  la  ricchezza  muta  i  sentimenti 
e  i  costumi  ;  l'arte  del  bello,  figurato  e  scritto,  comincia 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


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ad  ingentilirli.  Bensì  lentamente.  Siamo  al  primo  di  que- 
gli ordinamenti  popolari,  a  quello  che  fu  chiamato  «  il 
primo  popolo  »  o  «  popolo  vecchio  »,  del  1250  ;  e  la  cro- 
nica25 nota  «  che  al  tempo  del  detto  popolo,  e  in  prima 
«  e  poi  a  grande  tempo,  i  cittadini  di  Fiorenza  viveano 
«  sobrii  e  di  grosse  vivande,  e  con  piccole  spese,  e  di  molti 
«  costumi  e  leggiadrie  grossi  e  ruddi;  e  di  grossi  drappi  ve- 
«  stieno  loro  e  le  loro  donne,  e  molti  portavano  le  pelli  sco- 
«  perte  senza  panno,  e  colle  berrette  in  capo,  e  tutti  con  gli 
«  usatti  in  piede,  e  le  donne  fiorentine  co'  calzari  senza  or- 
«  namento;  e  passavansi,  le  maggiori,  d'una  gonnella  assai 
«  stretta  di  grosso  scarlatto  d' Ipro  o  di  Camo,  cinta  ivi 
«  su  d'uno  scaggiale  all'antica,  e  uno  mantello  foderato 
«  di  vaio  col  tassello  sopra,  e  portavanlo  in  capo  ;  e  le 
«  comuni  donne  vestite  d'uno  grosso  verde  di  Cambragio 
«  per  lo  simile  modo.  E  lire  cento  era  comune  dota  di 
«  moglie,  e  lire  dugento  o  trecento  era  a  quegli  tempi  te- 
«  nuta  isfolgorata  ;  e  le  più  delle  pulcelle  aveano  venti  e 
«  più  anni  anzi  ch'andassono  a  marito  ».  26  Ma  soggiun- 
gendosi poi  che  «  di  sì  fatto  abito  e  di  grossi  costumi  erano 
«  allora  i  Fiorentini,  ma  erano  di  buona  fe'  e  leali  tra  loro 
«  e  al  loro  Comune  »,  —  il  che  quanto  a  «  lealtà  tra  loro  » 
cioè  concordia  cittadina,  non  poteva  dopo  il  1215  dirsi 
più,  —  mostra  che  molto  della  descrizione  appartiene  di 
più  stretto  diritto  ai  tempi  anteriori,  dai  quali  il  cronista 
stesso  ha  dichiarato  di  muoverla.  È  insomma  la  descri- 
zione d'una  età  di  passaggio,  dove,  da  un  canto,  le  «  pelli 
scoperte  »  e  gli  usatti  ci  ricordano  i  contemporanei  di 
Cacciaguida 

andar  contenti  alla  pelle  scoperta  ; 

mentre  i  nomi  di  que'  panni  francesi  e  inghilesi  delle 
gonnelle  fiorentine,  lo  scarlatto  d'Ypres  o  di  Cam,  il  panno 


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NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


di  Cambrai,  ci  fanno  avvertiti  esser  passati  i  tempi  nei 
quali 

ancor  nessuna 
era  per  Francia  nel  letto  deserta.  27 

E  passati,  altresì,  quelli  ne'  quali  i  matrimoni  a  matura 
età  conciliava  non  isforzato  l'amore,  che  durante  il  de- 
cimoterzo secolo  addivennero  anch'  essi  arme  e  instru- 
mento, manco  male  che  di  difesa,  alle  animosità  civili. 
Tarda  età  da  marito  diventarono  i  venti  anni  od  anche 
i  diciotto  ;  «  grande  etade  e  fiorita  »  i  quindici  ;  quando 
si  affrettava  la  collocazione  delle  figliuole  nelle  case,  o 
de'  consorti  per  raffermare  i  vincoli  di  parte,  o  degli  av- 
versari per  suggello  di  pace  :  e  talvolta  anche  il  Comune 
stesso  vi  cooperava. 28  Si  faceva  il  parentado,  essendo  tut- 
tora fanciulli  gli  sposi;  e  bastava  l'età  di  dodici  o  tredici 
anni,  perchè  la  fidanzata  fosse  poi  condotta  all'altare  e 
divenisse  moglie.  Uno  degli  antichi  commentatori  di  Dante 
dice  :  «  le  maritavano  nella  culla  ». 29  Guido  Cavalcanti, 
il  gentilissimo  de'  nostri  antichi  rimatori,  fu  ammogliato 
così;  datagli  dal  padre  a  otto  o  nove  anni,  e  datagli  perchè 
Guelfi,  la  Bice  degli  Uberti  figliuola  del  magnanimo  Fari- 
nata, piccola  ghibellina  di  forse  cinqu'anni  o  sei,  che  so- 
pravvisse poi  lungamente  co'  figliuoli  al  marito,  morto 
giovine  nel  1300. 30  Forse  così  anche  fu  conciliato  il  ma- 
trimonio di  Beatrice  Portinari,  giovanissima,  con  messer 
Simone  de'  Bardi.  31  Matrimoni  che  avevano,  nè  poteva 
essere  diversamente,  i  loro  drammi.  Ma  la  elegia  di  co- 
teste  giovinezze  tiranneggiate  è  notabile  che  ci  rimanga 
appunto  nell'unico  saggio  di  poesia  femminile,  offertoci, 
di  molto  probabile  autenticità,  dal  secolo  XIII,  e  poesia 
fiorentina,  nei  tre  sonetti  d'una  donzella  che  nasconde  il 
suo  nome  (la  Compiuta  Donzella  di  Firenze,  la  chiama 
l'antico  Codice  Vaticano  che  ce  li  ha  conservati), 32  la 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


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quale,  dopo  aver  salutato  col  frasario  provenzale  de'  ri- 
matori dugentisti  la  primavera, 

la  stagion  che  '1  mondo  foglia  e  fiora, 

soggiunge  : 

ed  ogni  damigella  in  gioì'  dimora, 

e  a  me  n'  abbondan  smarrimenti  e  pianti  : 
cliè  lo  mio  padre  m'  à  messa  in  errore, 

e  tenemi  sovente  in  forte  doglia  ; 

donar  mi  vuole,  a  mia  forza,  signore. 
Ed  io  di  ciò  non  ò  disio  nè  voglia, 

e  'n  gran  tormento  vivo  a  tutte  l'ore: 

però  non  mi  rallegra  fior  nè  foglia. 

Ed  ecco  poi,  nella  triste  sua  realtà,  il  dramma.  Una  Buon- 
delmonti,  di  famiglia  guelfa,  «  molto  valente  e  savia  e 
bella  »,  va  il  1239  sposa  negli  Liberti  a  un  fratello  di 
Farinata:  che  è  quanto  dire,  parentado  fra  le  due  fa- 
miglie, capo  ciascuna  di  parte.  Alcuni  anni  dipoi,  in 
un  agguato,  alcuni  degli  Uberti  sono  trucidati  dai  Buon- 
delmonti  :  la  città  è  tutta  in  armi  e  sossopra.  Messer 
Neri  degli  Uberti  rimanda  la  donna  alla  casa  paterna, 
dicendo  :  «  Io  non  voglio  generare  figliuoli  di  genti  tra- 
ditore. »  La  poveretta,  che  lo  ama,  obbedisce  e  lo  lascia. 
Il  matrimonio  è  annullato  :  peggio  ancora  ;  è  dissimu- 
lato dal  padre  di  lei,  in  un  altro  trattato  di  nozze  che 
egli  conchiude  con  un  conte  della  maremma  senese.  Il 
sacrificio  è  compiuto  :  ma  la  vittima,  rimasta  sola  col 
nuovo  marito,  gli  dice  :  «  Gentile  uomo,  io  ti  priego  per 
«  cortesia,  che  tu  non  mi  debbia  appressare  nè  fare  villa- 
«  nia,  sappiendo  che  tu  se'  ingannato,  eh'  io  non  sono  nè 
«  posso  essere  tua  moglie,  anzi  sono  moglie  del  più  savio 
«  e  migliore  cavaliere  della  provincia  d'Italia,  cioè  messer 
«  Neri  delli  Uberti  di  Firenze  ».  Il  conte,  gentiluomo  dav- 
vero, la  rispetta,  la  conforta,  la  restituisce  padrona  di 
sè:  e  quella  nobile  creatura  ritorna  alla  sua  Firenze,  ma 


Del  Lungo 


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NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


per  vestirsi  monaca  in  Monticelli,  e  quivi  sparire  dal  mon- 
do, che  oggi  ignora  perfino  il  suo  nome.  33 

Il  monastero  riparò  molte  di  queste  infelicissime;  il 
monastero,  del  quale  la  Compiuta  Donzella  cantava  : 

Lasciar  vorria  lo  mondo,  e  Dio  servire, 

e  dipartirmi  d'ogni  vani  tate: 

 marito  non  vorria  nè  sire, 

nè  star  al  mondo  per  mia  volontate. 
Membrandomi  eh'  ogni  uom  di  mal  s'adorna, 

di  ciaschedun  son  forte  disdegnosa, 

e  verso  Dio  la  mia  persona  torna. 
Lo  padre  mio  mi  fa  stare  pensosa, 

chè  di  servire  a  Cristo  mi  distorna, 

nè  saccio  a  cui  mi  vuol  dar  per  isposa. 

Ma  neanco  il  monastero  fu  talvolta  asilo  sicuro  alla  loro 
innocenza,  alle  loro  sventure,  alla  libertà  dell'anima  loro. 
Dio  solo,  ha  detto  Dante,  conobbe  que'  misteriosi  dolori  : 

e  Dio  si  sa  qual  poi  mia  vita  fusi. 31 

Poiché  a  chi  di  voi  non  precorre  qui  alla  mente  la  cele- 
stiale figura  di  Piccarda,  che  rimpiange  la  dolce  chiostra 
dove  giovinetta  era  fuggita  dal  mondo,  e  l'ombra  delle 
sacre  bende  che  ella  ed  altre  indarno  sperarono  conser- 
vare sul  capo  canuto,  e  si  compiace  che 

non  fur  dal  vel  del  cuor  giammai  di  sciolte? 

Gli  antichi  commentatori  raccontano  che  ella  «  fue  bellis- 
«  sima  donna,  sorella  di  messer  Corso  Donati:  stata  questa 
«  donna  nel  monistero,  occorse  a  messer  Corso  di  fare 
«  un  parentado  in  Fiorenza  :  non  avea  nè  chi  dare  nè  chi 
«  tórre  :  sì  che  fue  consigliato  di  trarre  la  Piccarda  del 
«  monistero,  e  fare  tal  parentado....  Sforzatamente  la  trasse 
«  del  monistero,  e  maritolla  ».  35  Con  siffatti  auspici  entrò 
Piccarda  nei  Della  Tosa:  ai  quali,  sebbene  famiglia  guelfa 
e  legatissima  con  la  Chiesa  e  con  l'episcopato  fiorentino, 
sembra  fossero  familiari,  forse  perchè  più  facilmente 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


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impunite,  siffatte  violenze  contro  i  monasteri;  poiché 
nel  1304,  quando  i  Guelfi  Bianchi  fuorusciti  tentarono  ar- 
mata mano  il  ritorno,  uno  dei  Tosinghi  si  gettò,  narrano  i 
contemporanei,36  nel  monistero  di  San  Domenico,  alla 
preda  di  due  sue  ricche  nipoti.  Le  quali  cose  ricordando 
di  cotesta  possente  famiglia  magnatizia,  che  l'Alighieri 
pone  fra  le  ingrassate  a  spese  della  Chiesa  fiorentina,87 
occorre  altresì  alla  mente  un'  oscura  pagina,  o  piuttosto 
un  curioso  enigma,  di  storia,  che  risguarda  e  loro  e  la 
donna  fiorentina  del  secolo  XIII  :  dico  una  cena  che  il  reve- 
rendo capitolo  della  Basilica  di  San  Lorenzo  dava  il  giorno 
di  calen  di  maggio,  ossia  il  di  delle  feste  primaverili,  non 
si  sa  a  quali  convitati,  ma  con  abbondante  imbandigione, 
e  che  si  chiamava  «  la  cena  delle  maladette  donne  de' To- 
singhi ».  38  Resta,  ripeto,  a  sapersi  il  perchè  di  questa 
maledizione,  e  dell'esservi  mescolate  le  donne  di  auella 
casa,  e  dello  intitolarsi  da  una  maledizione  di  donne  una 
cena  imbandita  per  cura  e  a  spese  d'un  capitolo  di  cano- 
nici. Forse  Dante  potrebbe  dircene  qualche  cosa  per  bocca 
d'una  delle  donne  del  suo  Poema,  monna  Cianghella  della 
Tosa;  il  cui  nome  egli  lancia,  con  quella  potenza  di  vi- 
tupero ch'ei  sa,  come  un  ideale  femminile  di  tutto  quel 

che  non  era  Cornelia  romana  : 

Saria  tenuta  allor  tal  maraviglia 

una  Cianghella  

qual  or  saria  Corniglia. 39 

Ma  che  sulla  donna  pesasse  duramente  la  maledizione 
di  quelle  discordie,  è  certo  pur  troppo.  Era  già  dura  ser- 
vitù la  inferiorità  civile  nella  quale  era  tenuta  dalle  leggi, 
con  subordinazione  non  pure  della  sua  personalità  giu- 
ridica ma  sottomissione  della  sua  volontà  al  mundualdo  o 
procuratore  che  quelle  le  assegnavano,  e  senza  la  «parola» 
del  quale  ella  non  poteva  nè  obbligarsi  nò  sciogliersi,  in- 


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NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


somma  non  fare  un  passo.  Ponete  caso;  anzi  sentitene  uno 
da  autentico  documento  per  man  di  notaro  : 40  due  donne 
si  accapigliano  l'una  con  l'altra,  monna  Fiore  e  monna 
Puccia  ;  si  battono  di  santa  ragione  ;  poi  fanno  la  pace  : 
ma  per  fare  la  pace,  e  perchè  monna  Fiore,  la  più  ga- 
gliarda, sia  liberata  dalla  condanna  di  lire  275  di  piccioli 
inflittale  dal  Potestà,  occorre  prima,  che  un  notaio  dia 
loro  il  mundualdo,  il  quale  poi  dinanzi  a  un  altro  notaio 
autorizza  e  fa  valida  la  loro  pacificazione.  Tale  la  con- 
dizion  giuridica  :  le  civili  discordie  poi,  con  gli  esili,  con 
le  violenze,  con  gli  odi  mortali  col  vincolare  gli  affetti, 
col  calcolare  a  stregua  di  parte  i  parentadi,  distruggevano 
alla  donna  ciò  che  per  essa  è  tutto,  la  vita  domestica.  Si 
pensa  mai,  quando  si  legge  di  quelle  vendette  premedi- 
tate per  dieci,  venti,  trent'anni,  trasmesse  in  sanguinoso 
legato  da  padre  a  figlio,  le  quali  si  sapeva,  dall'una  parte 
e  dall'altra,  pesar  com'  un  debito  che  era  forza  non  meno 
agli  uni  esigere  che  agli  altri  pagare,  si  pensa  quante 
trepidazioni  materne  e  coniugali,  di  figliuole,  di  sorelle, 
di  fidanzate,  quante  lacrime  di  tenere  creature  impotenti 
a  rompere  que'  giuramenti  di  sangue,  quanti  sentimenti 
repressi,  quante  vite  spezzate,  coteste  atroci  storie  si  tras- 
sero seco?  Alcune  anime  sensitive  e  ferventi,  gittate  in 
età  ancor  quasi  di  bambine  in  quel  vortice,  ne  contrae- 
vano lo  spavento  d'ogni  cosa  del  mondo,  cominciando, 
triste  a  dirsi  1,  dalla  famiglia.  La  Chiesa,  consacrando  con 
la  canonizzazione  il  distacco  di  tali  donne  dalla  vita  este- 
riore, quali  una  Cerchi,  una  Falconieri  (anche  Piccarda 
nel  Calendario  fiorentino,  come  nel  Paradiso  dantesco, 
è,  ma  col  nome  di  suor  Costanza,  tra  i  Beati),  41  può 
dirsi  abbia  non  solamente  coronate  virtù  miti  in  età 
feroce, 42  ma  retribuito  dolori  ineffabili.  Umiliana  de'Cer- 
chi,  sposa  e  madre  a  sedici  anni,  vedova  d'un  bruta! 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


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marito  a  venti,  sfiduciata  dell'avvenire  de' suoi  figliuoli 
in  quella  società  di  crudeli,  torna  alla  casa  paterna,  e 
conforta  la  precoce  vedovanza  con  la  carità  verso  i  po- 
veri e  i  reietti  :  aborrente  da  nuove  nozze  che  le  si  mi- 
nacciano, spogliata  con  inganno  della  sua  dote,  le  esce 
di  bocca  questo  pietoso  lamento  : 43  «  Com'  io  veggio, 
«  non  è  fede  in  terra,  perocché  il  padre  inganna  e  toglie 
«  alla  figliuola.  Abbiami  dunque  il  mio  padre  quinci  in- 
«  nanzi  me  non  per  figliuola,  ma  per  fante  e  serva.  »  E 
si  rinchiude  più  in  sè,  facendo  della  casa  sua  monastero  ; 
si  ritira  nella  torre  del  palagio,  la  quale  è  a  lei  oratorio, 
dice  la  leggenda,  anzi  quasi  una  carcere.  L'umano,  anche 
nelle  sue  più  care  e  sacre  attinenze,  le  si  allontana  vie- 
più sempre  :  «  Al  tempo  dell'orazione,  i  vostri  figliuoli  vi 
«  sieno  lupi,  e  la  camera  l'alpe  di  Montalpruno  »,  dice  ella 
a  delle  buone  madri  che  si  accusano  di  essere  distratte 
dal  pregare  «  per  la  occupazione  della  masserizia  e  de'  fi- 
«  gliuoli  »;  ma  essa  medesima  poi  con  lacrime  chiede  a 
Maria  la  vita  della  piccola  Regale,  sua  figlia,  un  giorno 
che  la  poverina,  dinanzi  alle  asprezze  di  quella  penitenza, 
le  cade  a'  piedi  come  morta  :  «  Abbi  misericordia  di  me, 
«  e  rendimi  questa  mia  figliuola  ».  Presto  la  sua  vita  si 
va  consumando.  Sul  capo  suo,  dalla  torre  del  padre,  im- 
perversa la  guerra  civile  ;  i  mangani  e  i  trabocchi  gran- 
dinano pietre  ;  si  appicca  il  fuoco  alle  case  :  per  Umiliana 
tutto  questo  non  è  che  il  trionfo  del  diavolo,  il  quale  viene 
a  lei  dicendo  :  «  Leva  su,  figliuola,  e  vedi  la  città  che  tutta 
«  si  consuma  ed  arde  ».  A  ventisett'anni,  nel  1246,  ella 
muore.  Doveva  passare  ancor  più  d'un  secolo,  perchè  Fi- 
renze e  V Italia  ammirassero  in  una  vergine  senese  gli 
affetti  umani  non  spenti  ma  santificati  dal  fervor  reli- 
gioso ;  carità  di  prossimo,  di  famiglia,  di  patria,  di  Chiesa, 
avvivarsi  come  fiaccola  alle  procelle  del  mondo  ;  l'amore 


22 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


allearsi  allo  sdegno  in  ardimenti  virili  con  femminile  mo- 
destia; e  Caterina  rimanere  nella  memoria  degli  uomini, 
ha  scritto  un  suo  devoto  che  propugnò  con  Daniele  Manin 
la  libertà  di  Venezia,  rimanere  «  donna  di  consolazione  e 
«  di  lagrime,  fanciulla  ed  eroe,  Clorinda  ed  Erminia  del- 
«  l'eterno  poema  d' Italia  ». 41 

IV. 

Se  non  che  agli  uomini  del  secolo  XIV  erano  ormai 
antiche,  e  eia  non  poter  più  rinnovarsi,  quelle  atroci  bat- 
taglie che  desolavano,  da  un  momento  all'altro,  V  intera 
città;  quelle  proscrizioni  che  schiantavano  dalla  cittadi- 
nanza la  metà  dei  cittadini  ;  que'  ritorni  di  sbanditi,  che 
alle  porte  della  patria  esiliatrice  si  presentavano  col  ferro 
in  mano  e  col  fuoco.  A  esiliare  pur  troppo  si  seguitò;  la 
condanna  del  padre  colpì  i  figliuoli  anche  nelle  culle  : 
ma  la  donna  fu  rispettata  ;  potè  la  donna  rimanere  nelle 
case  vedovate,  e  serbarle  ai  ritorni  con  dolorosa  pre- 
ghiera, nelle  chiese  della  patria,  dinanzi  alle  madonne 
di  Giotto,  invocati.  Diamo  invece  un  ultimo  sguardo  al 
secolo  XIII,  a  questa  forte  età  che  nel  grembo  travaglioso 
conteneva  pure  i  germi  della  civiltà  moderna.  Ripensiamo 
la  prima  cacciata  di  Guelfi  nel  1249,  che  per  estremo  atto 
nella  patria,  celebrano,  tutti  armati,  le  esequie  del  loro 
portansegna  messer  Rustico  Marignolli,  lo  depongono  in 
San  Lorenzo,  poi  essi  e  le  famiglie  si  partono  e  si  disper- 
dono pel  Valdarno  :  i  Ghibellini  distruggono  le  case  de- 
serte («  maledizione  del  disfare  »  che  cominciò  allora,  dice 
la  cronica),  45  e  d'  una  torre,  che  dal  vecchio  cimitero 
intorno  a  San  Giovanni  prendeva  nome  di  Guardamorto, 
vogliono  «  con  maggiore  empiezza  »,  parole  sempre  della 
cronica,  vogliono  far  rovina  addosso  alla  chiesa  e  batti- 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


23 


stero,  come  guelfa  anche  lei,  perchè  ritrovo  ab  antico,  e 
fonte  di  vita  e  riposo  in  morte,  di  Guelfi.  E  nella  seconda 
cacciata,  dopo  Montaperti,  «  arriva  in  Fiorenza  »,  lasciamo 
ancora  parlare  la  cronica,  46  «  la  novella  della  dolorosa 
«  isconfltta;  e  tornando  i  miseri  fuggitivi,  si  leva  il  pianto 
«  d'uomini  e  di  femmine  sì  grande,  che  va  sino  al  cielo;  im- 
«  perciocché  non  avea  casa  mima  in  Fiorenza,  ne  piccola 
«  n£»  grande,  che  non  vi  rimanesse  uomo  morto  o  preso.... 
«  I  Guelfi,  sanza  altro  comiato,  colle  loro  famiglie,  pia- 
«  gnendo,  uscirono  di  Fiorenza  e  andaronsene  a  Lucca....  »: 
fu  una  città  che  si  riversava  in  un'altra.  I  vincitori,  con 
le  masnade  tedesche,  rientrano  in  patria,  e  dentro  e  fuori 
delle  mura  la  demoliscono  mezza.  Strappano  perfino  rab- 
biosamente dalle  chiese  le  arche  sepolcrali  e  le  ossa  dei 
Guelfi  :  e  se  oggi  un  Aldobrandino  Ottobuoni,  cittadino 
integerrimo  che  ai  nostri  vecchi  parve  l' imagine  del 
«  buono  romano  Fabrizio  »,  non  ha  più  la  sua  tomba  in 
quella  che  allora  era  Santa  Reparata,  si  deve  a  quei  sa- 
crilegi ; 47  a  omissione,  non  a  reverenza,  si  deve,  che  del 
portansegna  Marignolli  sia  rimasta  in  San  Lorenzo  con  le 
ceneri  la  pietra  del  sepolcro  domestico.  Se  Fiorenza 
non  fu  «  tolta  via  »  tuttaquanta,  49  ognun  sa  che  fu 
virtù  e  gloria  di  un  uomo.  Ma  a  quei  rifugiati  in  Lucca, 
che  strazio  l'udire,  impotenti  a  ripararvi,  la  rovina  delle 
loro  case,  delle  loro  memorie,  dell'avvenire  de'  loro 
figliuoli  !  che  furore  negli  uomini  !  che  lacrime  cocenti 
si  saranno  serrate  nel  cuore  quelle  misere  donne  ! 50 
Poi,  rivolta  fortuna,  successero  le  vendette  guelfe,  meno 
atroci  ma  più  lente,  più  intime,  più  continuate,  poiché 
durarono  quanto  durò  la  repubblica,  dove  il  nome  ghi- 
bellino rimase  all'odio  comune  anche  quando  più  non  sus- 
sisteva la  cosa.  Confiscati,  distribuiti,  dispersi  gii  averi, 
i  possessi  delle  famiglie  ghibelline,  come  si  distrugge  il 


24 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


nido  d'una  bestia  feroce  ;  gli  Uberti,  votati  a  esilio  per- 
petuo, e  nelle  orazioni  de'Guelfi  supplicato  Dio  che  si  de- 
gni di  sradicarli  ;  51  i  Santi  stessi,  se  del  loro  sangue,  ri- 
mossi dall'  altare  ;  5-  vietato  di  contrar  matrimonio  coi 
conti  Guidi  e  altrettali  signori  di  contado,  e  i  figliuoli 
di  siffatte  unioni  sentenziati  bastardi  :  53  insomma,  una 
scomunica  dalla  convivenza  sociale,  che  accompagna 
Pan  atema  con  che  la  Chiesa  li  separa  dal  suo  grembo. 
Sotto  questa  bufera  di  persecuzione,  i  più  de'  Ghibellini 
cedevano,  e,  per  ritornare  o  rimaner  cittadini,  si  face- 
vano Guelfi.  Quasi  soli  i  discendenti  di  Farinata  rima- 
sero fedeli  alla  parte  degli  avi  loro  :  54  portarono  super- 
bamente per  le  terre  d' Italia  la  propria  condanna  e  la 
propria  fermezza;  pagarono  intrepidi,  sotto  la  mannaia 
guelfa,  il  debito,  com'essi  stessi  lo  chiamarono,  lasciato 
loro  da'  padri  ;  «  non  mutarono  aspetto,  non  mosser  collo, 
non  piegarono  costa  »,  quale  Dante,  fra  le  tombe  di  Dite, 
avea  veduto  giganteggiare  il  loro  avo  magnanimo,  co'  suoi 
eretici  ghibellini,  col  suo  imperator  Federigo. 

Ma  come  in  quel  canto  sublime,  allato  a  cotesta  figura 
di  bronzo,  vediamo  «  in  ginocchion  levata  »  l'ombra  af- 
fettuosa e  piangente  d'un  padre  che  cerca  il  figliuolo  ; 
così  alle  persone  di  quei  profughi,  che  pure  erano  figliuoli 
e  padri  e  sposi  e  fratelli,  noi  congiungiamo  l' imagine 
delle  povere,  deboli  creature,  che  dietro  a  loro  trascina- 
vano il  tormentoso  desiderio  della  patria  e  della  casa 
perdute.  E  quando  leggiamo  55  che  in  una  di  quelle  illu- 
sorie pacificazioni,  tornati  per  pochi  giorni  in  Firenze 
anche  gli  Uberti,  fra  la  gente  che  venne  loro  incontro,  fu- 
rono viste  donne,  i  cui  vecchi  erano  stati  ghibellini,  baciar 
l'arme  degli  Uberti  sui  palvesi  di  quei  proscritti  ;  noi  sen- 
tiamo, a  disianza  di  secoli,  quel  memore  bacio,  e  1'  alito 
che  ne  spira  di  affetti  consacrati  dal  pianto  e  dal  sangue. 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


25 


Appartengono  a  quelli  anni  elei  trionfo  e  della  concor- 
dia dei  Guelfi,  le  feste  del  Calendimaggio  che  i  cronisti 
e  il  Boccaccio  56  descrivono  ;  le  corti  bandite,  con  appa- 
rati allegorici  d'  amore  ;  57  la  poesia  toscana  che,  rotto 
il  circolo  siculo  provenzalesco,  prende  nome  dal  «  dolce 
stil  novo  », 58  della  quale  può  esser  gentile  imagine  quel 
vascelletto  incantato,  nel  quale  l'uno  cle'due  maggiori  ri- 
matori di  cotesta  scuola,  Dante,  affigura  sè  e  Guido  Ca- 
valcanti e  Lapo  Gianni,  insieme  con  le  loro  donne,  mol- 
lemente cullati  dall'onde  del  mare  tranquillo.  59 

Ma  presto  si  scatenò  la  bufera.  Siccome  il  flagello  di 
quelle  discordie  si  rivolgeva  contro  coloro  stessi  che  lo 
impugnavano,  i  vincitori  Guelfi,  presto  gli  uni  con  gli 
altri  guerreggianti,  fecero  della  città  conquistatasi  e  delle 
case  loro  lo  scellerato  teatro  di  altri  disordini.  Si  comin- 
ciò col  non  credere  più  oltre  sicuro  il  trionfo  del  popolo 
guelfo  artigiano,  senza  la  oppressione,  anzi  P  annienta- 
mento dei  Grandi  :  e  i  terribili  Ordinamenti  della  Giu- 
stizia rinnovarono,  per  le  vie  eli  Firenze  guelfa,  il  triste 
spettacolo  dei  disfacimenti  ghibellini.  Or  pensate  voi  che 
possa  essere  stata  disfatta  pur  una  di  quelle  case,  senza 
che  le  donne  di  essa  sentissero  a  uno  a  uno  nel  cuore  i 
colpi  di  quelle  demolizioni  ?  Pochi  anni  dipoi,  Guelfi  Bian- 
chi e  Guelfi  Neri,  papa  Bonifazio  Vili  e  Carlo  di  Valois, 
si  aggruppano  personaggi  sinistri  d'una  tragedia  mossa 
dalle  Erinni  familiari,  la  quale  ebbe  fin  d'allora  storico 
e  poeta  degni  in  Dino  e  in  Dante.  Raccogliamo  breve- 
mente, al  proposito  nostro,  da  quelle  linee  sparse,  la  ima- 
gine della  città  caduta  nel  novembre  del  1301  in  mano  del 
paciaro  francese,  che  al  disprezzo  dell'Alighieri  non  parve 
meritare  nemmeno  il  rinfaccio  d'aver  lacerato  con  la  spada 
il  seno  di  Firenze  ;  egli,  disse  il  Poeta,  «  le  aveva,  pon- 
tando  la  lancia  di  Giuda,  fatto  scoppiare  la  pancia  ». 60 


20 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


Furono  sei  giorni  di  saccheggio  e  di  desolazione  :  #  ogni 
uomo  fece  male  a  chi  volle,  a  amico  e  a  nemico  :  da 
tutte  le  parti  era  un  nascondersi,  un  trafugar  roba,  un  fug- 
gire: qua  e  colà,  ogni  tanto,  un  palagio  che  bruciava  :  ru- 
berie di  botteghe  e  di  case,  uomini  posti  alla  corda,  feri- 
menti, omicidi  :  in  contado  andar  le  gualdane,  rubando, 
ardendo,  ammazzando.  Non  rispettato  l'onor  delle  donne  :  i 
meno  tristi  imporre  ad  esse  e  alle  famiglie  forzati  matri- 
moni; fuggiti  gli  uomini,  rimanere  donne  e  fanciulli  alla  di- 
screzione de'nemici  ;  sentite  cojne  !  e  cuori  di  donna  misu- 
rino il  dolore  di  quelle  poverette,  a  vedere  cosi  iniquamente 
violato  il  santuario  domestico  :  «  Vennero  in  casa  nostra  in 
«  Mercato  Vecchio,  di  notte  ;  rubaron  quello  che  vi  trova- 
ti; rono  :  ben  l'avevamo  la  sera  passata  sgomberata  delle  più 
«  care  cose.  Noi  uomini  non  v'eravamo,  ch'eravamo  cessati 
«  la  sera  dinanzi.  In  quella  medesima  notte,  ci  venne  in 
«  casa  un'altra  masnada,  e  rubarono  di  quello  che  v'  era 
«  rimaso.  E  dopo  rubalo,  i  ,Tosinghi  e  i  Medici  si  man- 
«  davano  profferendo  alle  nostre  donne.  E  non  voglio  che 
«  rimanga  nella  penna,  che  quella  notte  furono  lasciati 
«  ignudi  i  fanciulli,  maschi  e  femmine,  in  sul  saccone,  e 
«  portaron  via  la  roba  e'  panni  loro;  che  non  fu  fatto  in 
«  Acri  per  li  Saracini  cosi  fatte  opere  e  pessime  ». 62 

Del  resto,  in  quella  divisione  di  parte  Guelfa  tra  Bianchi 
e  Neri,  anche  le  donne  si  erano  più  forse  che  in  alcun 
altra  simile  occasione,  mescolate.  Nò  è  da  maravigliarne  : 
perocché  questa  volta  la  discordia  si  cacciava  tra  fami- 
glie congiuntissime  per  vincoli  di  parte,  di  consorteria, 
di  vicinanza;  e  perciò  turbava  relazioni  anche  più  in- 
time, che  non  da  Guelfi  a  Ghibellini  :  ne  a  tale  turba- 
mento poteva  rimanere  estranea  la  donna.  Dice  un  cro- 
nista, 63  con  parole  nella  loro  semplicità  pittoresche  :  «  Si 
«  divise  la  città  di  Firenze,  e  fecero  di  loro  due  parti  per 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


27 


«  modo,  che  non  fa  ne  maschio  ne  femmina,  ne  grande  ne 
<v  piccolo,  »  (intendasi  di  condizione)  «  nò  frale  nò  prete, 
«  che  diviso  non  fosse  ».  E  un  novelliere, 61  toccando  spe- 
cialmente di  questo  parteggiar  delle  donne,  e  lodando  a 
paragone  la  bontà  di  altri  tempi  :  «  Ora  che  diremo  dello 
«  ingegno  della  malizia  femminina?  Più  acuto  hanno  Y  in- 
«  telletto  e  più  subito;  e  a  fare  e  a  dire  il  male  assai  più 
«  che  gli  uomini,  sono  fatte  parziali  :  che  a  buon  tempo 
«  elle  averebbono  ripresi  i  mariti  loro,  oggi  li  confortano 
«  a  combattere  per  parte.  E  per  questo  da  loro  è  disceso 
«  assai  male  nel  mondo....  ». 

Noi  possiamo  assistere  a  qualche  singolare  episodio  di 
cosiffatte  guerricciuole  a  porte  chiuse.  Siamo  in  casa  (l'ho 
raccontato  altra  volta)65  di  messer  Vieri  de' Cerchi  la 
mattina  de'  23  aprile  elei  1300,  pochi  giorni  avanti  che  la 
discordia  guelfa  prorompa  in  sanguinose  violenze.  È  im- 
bandita la  mensa  per  un  suntuoso  convito  :  e  madonna 
Caterina,  una  Bardi  moglie  di  messer  Vieri,  dispone  a'  lor 
posti  i  convitati.  Una  Donati  è  da  lei  messa  accanto  a 
una  gentildonna  pistoiese  de'  Cancellieri  ;  e  il  marito,  con 
poco  prudente  zelo,  l'ammonisce  :  «  Non  far  cosi,  che  non 
«  sono  d'uno  animo  :  tramezza  chi  che  sia  ».  «  Messere,  » 
gli  dice  la-  Donati,  che  ha  sentito,  «  voi  fate  una  gran 
«  villania,  a  far  me  e  i  miei  di  parte  o  ni  mici  di  persona  : 
«  ed  ho  voglia  andarne  di  fuori  ».  La  Cerchi  irritata  ri- 
sponde lei:  «E  tu  te  ne  va'  ».  Il  marito,  dolente  dello 
scandalo,  fa  le  sue  scuse  e  trattiene  la  gentildonna  con 
garbata  violenza;  ma  il  rimedio  è  peggior  del  male,  ch'ella 
lo  rimprovera,  come  di  scortesia,  di  questo  porle  addosso 
le  mani.  Allora  egli  impazientito,  «  contuttoché  fosse  savio 
«  cavaliere  »,  esclama  (chiedo  scusa  per  messer  Vieri  al 
mio  gentile  uditorio)  :  «  Bene  sono  il  diavolo  le  femmine  !  » 
E  lascia,  non  si  sa  se  andare  o  stare,  la  furiosa  Donati  : 


•28 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


ma  il  diverbio  seguitò  fra  gli  uomini  ;  e  poche  ore  dopo 
co'  ferri  alle  mani  :  «  perocché  erano  sì  vicini,  che  l'uno 
«  sempre  era  a  casa  l'altro  ». 

Varchiamo  soglie  più  segrete  e  gelose,  quelle  di  San 
Pier  Maggiore  :  chiesa  di  monache  benedettine  antichis- 
sima, andata  miseramente  in  isfacelo  un  cento  anni  fa. 
La  quale  non  può  qui  nominarsi,  senza  ricordare  che  in 
essa  i  Vescovi  fiorentini,  quando  facevano  il  loro  solenne 
ingresso,  si  recavano  prima  che  altrove,  e  con  cerimonie, 
di  cui  ci  rimangono  minutissime  descrizioni,  inanellavano, 
fra  riti  e  pompe  nuziali,  la  reverenda  madre  abbadessa, 
che  in  persona  della  Chiesa  fiorentina  convitava  e  ospi- 
tava per  ventiquattr'  ore  il  novello  sposo.  E  ciò,  dicono 
gì'  instrumenti,  «  per  antica  e  ferma  consuetudine  da  tanto 
«  tempo  quanto  è  di  là  da  memoria  d'uomini  ». 66  Al  mo- 
nastero pertanto  di  San  Pier  Maggiore,  un  giorno  di  gen- 
naio del  1299,  si  presenta  Lisa  di  ser  Guidolino  da  Cale- 
stano,  venturiero  lombardo  che  fu  poi  cagnotto  attivissimo 
dei  Guelfi  Neri,  67  e  chiede  di  esser  ricevuta  monaca.  La 
badessa,  suor  Margherita,  risponde  che  il  numero  è  com- 
pleto, e  ch'ella  non  può  senza  offesa  delle  costituzioni 
ricevere  la  Lisa.  Allora  questa  esibisce  lettere  del  San- 
tissimo Padre  papa  Bonifazio  Vili,  che  ingiungono  sen- 
z'altro alla  madre  abbadessa  l'accettazione  della  nuova 
religiosa.  Ma  la  badessa  prorompe:  «Che  di' tu  Papa? 
«che  santissimo  Padre?  Bonifazio  non  è  papa  altrimenti, 
«  sibbene  il  diavolo  in  terra  tribolator  de'  Cristiani  ;  ma 
«  il  Signore  Iddio  darà  tanto  potere  ai  Colonnesi  di  Roma, 
«  eh'  e'  faranno  di  lui  e  de'  parenti  suoi  quel  che  egli  fece 
«  di  loro  contro  diritto  e  giustizia  ».  E  le  porte  del  mo- 
nastero si  chiudono  strepitosamente  dietro  l' iraconda  e, 
diciam  pure,  dantesca  badessa;  alla  quale,  del  resto,  non 
sembra  che  mancasse  nè  la  parola  tagliente  nò  il  dono 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


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della  profezia  :  perchè  la  trista  violenza  de'  Colonna  sul 
pontefice  in  Anagni  la  predisse  anche  Dante, 68  ma  a  cose 
fatte  ;  la  badessa,  quattro  anni  prima  che  avvenisse.  Que- 
sta volta  però  la  qualificazione  di  «  diavolo  »  investiva  ben 
altro  che  femmine,  e  non  per  bocca  d'un  cavaliere  :  una 
sentenza  della  Curia  vescovile  a  cui  la  Lisa,  impenitente 
nella  sua  vocazione,  immediatamente  ricorse,  imponeva 
«  perpetuum  silentium  »  a  lei  e  al  suo  procuratore  ;  con 
grande  consolazione,  non  solamente  delle  pinzochere  fio- 
rentine, che  appunto  di  que'  giorni  mandavano  a  loro  spese 
fantaccini  a  crociarsi  nella  guerra  papale  contro  «  i  per- 
fidi Colonnesi  », 69  ma  altresì  del  Comune,  pel  quale  un 
processo  addosso  a  quel  Monastero  di  San  Pier  Maggiore 
non  sarebbe  stato,  com'  oggi  parrebbe,  una  cosa  da  poco, 
anzi  una  gravissima  briga  da  non  aggiungersi  volentieri 
alle  molte,  che  in  quelli  anni  funesti  travagliavano  V  u- 
moroso  e  mal  disposto  corpo  della  cittadinanza.  Suor  Mar- 
gherita (aggiungo  in  parentesi)  si  trova,  a  piccola  distanza 
di  tempo,  aver  ceduto  ad  un'  altra  il  seggio  abbaziale,  che 
teneva  fin  dal  93  ;  poiché  nelle  nozze  episcopali,  eh'  eb- 
bero a  rinnovarsi  nel  maggio  del  1301,  ella  è  bensì  fra 
le  assistenti  al  rito,  ma  non  essa  la  sposa.  Aggiungo  an- 
cora che  quand'  ella  fu  eletta,  due  delle  monache  elet- 
trici, agli  scrutatori  curiali  che  raccoglievano  i  voti,  ave- 
vano risposto  che  per  consentire  nel  nome  di  qualsiasi 
delle  suore  volevano  innanzi  consigliarsene  col  padre  e 
con  gli  altri  della  casa:  eccezione  dagli  scrutatori  re- 
spinta come  disonesta  e  contro  diritto,  e  a  noi  evidente 
esser  suggerita  da  rispetti  e  legami  di  parte,  i  quali  av- 
vincevano dunque  anche  le  donne,  e  quelle  stesse  che  ogni 
vincolo  mondano  avevano  professato  d' infrangere.  70 

Alle  donne  fiorentine  di  cotesti  anni,  mordendone  con 
parole  acerbissime  i  disordinati  costumi,  minaccia  Dante,71 


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NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


per  bocca  dello  spirito  d'uno  dei  Donati,  che  i  peccati  di 
Firenze  attireranno  anche  su  di  esse  la  meritata  punizione 
del  cielo  :  avanti  che  siano  adulti  i  pargoletti  i  quali  ora 
fanno  la  nanna  sulle  loro  ginocchia,  Dio  le  farà  triste,  e 
avranno  a  «  urlare  »  sui  mali  delle  loro  famiglie  e  della 
loro  città.  Allusione  indubitabile,  ragguagliando  le  date, 

—  o  alla  rotta  dei  Guelfi  sotto  Montecatini,  nel  1315,  della 
quale  un  rimatore  contemporaneo  72  cantava  : 

Non  vi  ricorda  di  Montecatini, 
come  le  mogli  e  le  madri  dolenti 
fan  vedovaggio  per  li  Ghibellini, 
e'  babbi  e'  fratri  e'  figliuoli  e'  parenti  ? 

—  o  piuttosto  alle  vendette  imperiali  che  nel  1312  Dante  con 
gli  altri  Bianchi  sperò  e  invocò  da  Arrigo  VII  sui  Guelfi 
Neri. 73  È,  a  ogni  modo,  notevole  in  relazione  col  nostro 
tema,  che  anche  per  Dani  e,  come  per  gli  altri  grandi  in- 
terpetri  dell'ideale  umano,  un  disastro  di  guerra,  un  civile 
rovescio,  si  concretino,  nella  loro  più  dolorosa  forma,  in 
lutto  e  pianto  di  donne.  Così  presso  Omero,  le  matrone  tro- 
iane guidate  da  Ecuba  veneranda  sollevano  con  alti  pianti 
le  mani  a  Minerva;  e  nella  morte  di  Ettore,  ai  lamenti 
della  moglie  e  della  madre  e  di  Elena  fatale,  rispondono 
i  gemiti  di  tutto  il  popolo  ;  e  nella  caduta  della  città, 
sente,  fra  il  crosciar  delle  armi  e  degF  incendi,  il  dispe- 
rato gridar  delle  donne  la  pietosa  anima  di  Virgilio; 74  a 
tenore  delle  cui  imagini,  nelP  assalto  di  Rodomonte  a 
Parigi,  75 

sonar  per  gli  alti  e  spaziosi  tetti 

s'odono  gridi  e  feminil  lamenti  : 

le  afflitte  donne,  percotendo  i  petti, 

corron  per  casa  pallide  e  dolenti, 

e  abbraccian  gli  usci  e  i  geniali  letti 

che  tosto  hanno  a  lasciare  a  estranie  genti  .... 

Nell'Omero  fiorentino  del  medio  evo  la  figurazione  è  meno 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


31 


plastica,  ma  forse  più  potente  ;  e  la  satira  mesce  nell'e- 
pica intonazione  la  sua  stridula  nota  : 

Ma  se  le  svergognate  fosser  certe 

di  quel  che  il  ciel  veloce  loro  ammanna, 
già  per  urlare  avrian  le  bocche  aperte  ; 
r      chè,  se  l'antiveder  qui  non  m'inganna. 

prima  fian  triste,  che  le  guance  impeli 
colui  che  mo'  si  consola  con  nanna. 7(5 

Se  non  che  gli  spiriti,  al  cui  vaticinio  confidava  Dante 
i  rammarichi  e  le  ire  dell'  ingiusto  esilio,  non  antividero 
che  quella  esaltazione  di  guelfìsmo,  nella  quale  i  Neri 
avevano  trascinato  il  Comune,  e  da  cui  i  più  onesti  e  tem- 
perati fra  i  Guelfi,  come  esso  l'Alighieri,  avevano  rifug- 
gito, anche  a  costo  di  perder  la  patria;  doveva  ormar 
quella  esaltazione  guelfa,  rimanere  durevol  forma  del  con- 
cetto politico  a  cui  avrebbe  seguitato  a  ispirarsi,  pe'  suoi 
settant'  anni  di  secolo  XIV,  il  Comune  democratico,  e  in 
quella  la  perpetua  «  inferma  »  dell'Alighieri  «  trovar  posa 
«  in  sulle  piume  »  del  letto  suo  doloroso.  77  Cosi  fu  ;  nè  qui 
accade  discorrerne  le  varie  e  molteplici  cagioni  :  fatto 
sta,  che  la  storia  fiorentina  del  Trecento,  nel  cui  ultimo 
scorcio  l'oligarchia  prevalse,  non  offrì  quelle  fortunose 
vicende  di  reggimenti  e  di  fazioni,  di  disfatte  e  di  esili, 
di  vincitori  e  di  vinti,  per  le  quali  la  continua  muta- 
bilità dello  stato  rese  alla  donna  così  procelloso  e  mal- 
fido il  porto  della  famiglia  durante  il  secolo  XIII  :  da- 
gli esodi  alternati  di  Ghibellini  e  Guelfi  fra  il  48  e  il  67, 
all'  ostracismo  di  Giano  della  Bella  nel  95  sbandeggiato 
co'  suoi  compresavi  la  figliuola  Caterina  ; 78  dai  disfa- 
cimenti vandalici  di  mezza  la  città  sotto  il  piccone 
de'  Ghibellini,  79  alle  sillane  proscrizioni  bandite  dai 
Guelfi  Neri  contro  i  loro  stessi  compagni  di  Parte  con- 
dannati a  divenire  «  ghibellini  per  forza  ». 80  Gli  uomini 
del  Trecento  raccolsero  da  que'  feroci  contrasti  la  tradi- 


32 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


zione  democratica  artigiana,  che  atteggiò  la  vita  interna 
del  Comune  a  una  progressiva  espansione  verso  la  plebe  ; 
espansione  inefficacemente  combattuta  dalle  Arti  mag- 
giori, e  che  fece  capo  al  governo  de'  Ciompi  :  —  ne  raccol- 
sero la  tradizione  guelfa  francese,  che  in  quello  stesso 
secolo  finì  con  l'attirare  sulla  libera  città  l'abietta  e  scon- 
cia tirannide  del  Duca  d'Atene,  e  dispose  incorreggibil- 
mente la  Repubblica  a  una  parzialità  lusinghevole  e  pe- 
ricolosa, i  cui  estremi  danni  senti  Firenze  nel  1530,  quando 
a  ripararli  non  si  era  più  a  tempo  :  —  ne  raccolsero  infine 
la  sola  forma  di  magistrato  fiorentino  che  abbia  avuta 
durata  ferma,  i  Priori  e  il  Gonfalonier  di  Giustizia,  la  cui 
insegna  popolare  piantata  da  Giano  della  Bella,  trasmessa 
dall'una  all'altra  di  quelle  mani  gagliarde,  fu,  dopo  quasi 
due  secoli  e  mezzo,  il  véssillo  della  patria  nelle  ultime 
battaglie  della  libertà. 

V. 

Il  Trecento,  adunque,  è  nella  storia  di  Firenze,  com- 
parativamente all'età  che  lo  precede,  secolo  di  confer- 
mamento  e  di  stabilità.  «  Nuovo  popolo  »,  come  dicevano, 
non  si  fa  più.  Non  mancano  le  grandi  commozioni,  i 
grandi  pericoli,  i  grandi  rovesci  eziandio  :  la  città  è  as- 
sediata da  Arrigo  VII  ;  minacciata  da  Uguccione,  e  più 
gravemente  da  Castruccio  ;  stremata  del  suo  miglior  san- 
gue nelle  battaglie  di  Montecatini  e  delPAltopascio  ;  le 
calate  imperiali  del  Bavaro,  di  Carlo  IV,  mettono  alla 
prova  il  senno  e  la  borsa  de'  suoi  mercatanti  ;  questa  è 
munta  gagliardamente  dai  sovrani  quasi  di  tutta  Europa  ; 
i  reali  di  Francia  e  di  Napoli  vengono  a  spadroneggiarci 
in  casa;  un  loro  venturiero  crede  di  essercisi  insediato 
signore  e  duca;  la  travagliano,  con  le  armi  e  con  le 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


cupidigie,  Scaligeri  e  Visconti,  i  Papi  Avignonesi  e  le  Com- 
pagnie di  ventura;  le  epidemie,  ed  una  sopra  tutte  spa- 
ventevole, la  disertano  ;  la  tirannide  guelfa  turba  l'equi- 
librio delle  Arti,  e  provoca  gli  eccessi  della  demagogia  : 
ma  lo  Stato  rimane  pur  sempre  saldo  a  tutti  questi  urti, 
fra  tutte  queste  burrasche  ;  saldo  tanto,  che  il  rivolgi- 
mento verso  Poligarchia  si  compie  senza  mutazióni,  nè 
di  forma  nei  magistrati,  nè  di  sostanza  nella  politica  del 
Comune.  E  così  può  Firenze,  durante  questa  età  gloriosa, 
svolgere  nelle  forme  più  ampie  e  sino  a'  più  alti  gradi 
la  civiltà  sviluppatasi  faticosamente  dalle  tenebre  dei 
bassi  tempi  ;  d' industrie  e  commerci  alimentarla,  affor- 
zarla, propagarla  nel  mondo  ;  farle  ministre  le  arti  del 
bello  figurato,  che  Arnolfo,  Giotto  e  1*  Orcagna,  maestri 
e  operai  del  Comune,  improntano  di  quella  gentil  com- 
postezza che  d'  ora  innanzi  si  chiamerà  toscana  ;  ai  di- 
spersi elementi  dell'  eloquio  latino,  che  di  regione  in 
regione  italica  vennero  atteggiandosi  a  lingua  di  po- 
polo, dare  Firenze  la  forma,  farne  il  verbo  della  nazione, 
anzi  già  il  valido  istrumento  d'una  letteratura,  che,  in- 
torno a  un  altro  grande  triumvirato  fiorentino,  si  afferma 
italiana. 

Di  questa  vita,  tanto  più  spirituale  e  civile  quanto  meno 
agitata  e  procellosa,  la  donna,  resa  quasi  ad  aere  più  spi- 
rabile, partecipa,  com'  è  naturale,  e  ne  gode  largamente. 
Nella  istoria  di  lei,  il  dramma  fa  luogo  alle  contingenze, 
or  liete  or  tristi,  del  familiare  e  cittadino  consorzio  ;  è 
finalmente  ai  tesori  della  bellezza  e  della  tenerezza  sua, 

m 

ispiratrici,  ricomposto  il  nido  domestico,  com'  era  a  tempo 
delle  avole  buone,  ma  ora  la  ricchezza  e  l'arte  gareggiano 
in  adornarlo  :  e  i  mercatanti  di  Calimala  e  di  Por  Santa 
Maria,  quasi  a  consolarla  de'  lunghi  abbandoni,  serbano 
a  lei  le  primizie  de'  panni  che  recarono  d'oltremonte,  e 


Del  Lungo 


3 


34 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


clic  trasformati  e  triplicati  di  pregio  rivarcheranno  lo  alpi 
ed  il  mare. 

Ed  ella  non  sarebbe  donna,  se  di  quella  ricchezza,  di 
quelle  appariscenze,  che  son  poi  infine  lieto  testimonio 
della  forzà  e  della  prosperità  del  Comune,  la  non  si  com- 
piacesse, e  non  se  ne  circondasse  volenterosa.  Ed  hanno 
un  bel  gridare  i  religiosi  dal  pergamo  ;  e  Dante  anche 
questa  voce  del  tempo  suo  (e  quale  gliene  sfugge  V)  ha 
raccolta;  hanno  un  belPammonire  e  minacciare  e  inter- 
dire, e  aggiungere  le  «  spiritali  »  alle  altre  «  discipline  »,81 
che  correggono  e  frenano  i  mondani  splendori  e  il  tra- 
scorrere nelle  pompe  e  nel  lusso....  Ma  sono  così  belli,  sotto 
il  raggio  meridiano  del  sole  di  primavera  o  ne' rosei  tra- 
monti autunnali,  quelli  svariati  colori,  quegli  arienti,  quel- 
l'oro, su  quelle  teste  bionde,  intorno  a  que1  candidi  colli, 
a  prova  con  lo  scintillare  di  que'  neri  occhi  pensosi  ! 
paion  fatti  apposta  que'  fini  broccati  per  disegnare  le  vite 
snelle  e  flessuose  che  aspettano  di  essere  abbracciate  pel 
ballo  !  quelle  perle  e  pietre  preziose,  e  i  segni  e  lettere 
nella  cui  forma  sono  disposte,  che  significato  e  qual  va- 
lore avrebbero,  se  fossero  risparmiate  a  que'  petti  esube- 
ranti di  giovinezza  e  d'amore? 

Ed  ecco  che  il  Comune,  rigido  ed  inflessibile  mante- 
nitore  de'  propri  diritti,  arma  1'  Esecutor  della  legge,  di 
capitoli  e  statuti  suntuari  82  severissimi  «  contra  i  disor- 
dinati ornamenti  delle  donne  di  Firenze  »  ;  le  quali  pie- 
gano crucciose  il  capo,  e  di  mala  voglia  obbediscono  : 
siamo  nel  1324.  Ma  son  passati  appena  due  anni  ;  e  tolta 
occasione  dalla  venuta  del  duca  di  Calabria,  chiamato  al 
solito  esercizio  di  signoria  angioina  sulla  guelfa  repub- 
blica, le  donne  si  fanno  attorno  alla  duchessa  sua  mo- 
glie, che  è  una  francese,  Maria  di  Valois  ;  e  ottengono 
sia  loro  reso  «  uno  loro  spiacevole  e  disonesto  ornamento  » 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


35 


(è  la  borghesia  che  brontola  per  bocca  di  Giovanni  Vil- 
lani)83 «di  trecce  grosse  di  seta  gialla  e  bianca,  le  quali 
«  portavano  in  luogo  di  trecce  <li  capelli  dinanzi  al  viso...., 
«ornamento  disonesto  e  trasnaturato....:  e  così  il  disqr- 
«  dinato  appetito  delle  donne  vince  la  ragione  e  il  senno 
«degli  uomini».  Una  corte  «lucale, 84  quel  codazzo  cor- 
tigiano e  francese,  operano,  ne'  pochi  anni  che  Firenze 
se  li  gode,  il  proprio  effetto:  e  i  Fiorentini,  per  calen 
d'aprile  del  1330,  «  tolgono  tutti  gli  ornamenti  alle  loro 
donne  »,  e,  si  può  ben  dire  con  una  parola  di  stampo 
adatto  al  caso,  le  disabbigliano  da  capo  a  piò.  Sentite!85 
«  Essendo  le  donne  di  Firenze  molto  trascorse  in  soperchi 
«  ornamenti  di  corone  e  ghirlande  d'oro  e  d'argento,  e  di 
«  perle  e  pietre  preziose,  e  reti  e  intrecciatoi  di  perle,  e 
«  altri  divisati  ornamenti  di  testa  di  grande  costo  ;  e  si- 
«  mile,  di  vestiti  intagliati  di  diversi  panni  e  di  drappi 
«  rilevati  di  seta,  e  di  più  maniere,  con  fregi  e  di  perle 
«  e  di  bottoni  d'ariento  dorato  ispessi,  a  quattro  e  sei  fila, 
«  accoppiati  insieme  ;  e  Abbiati  di  perle  e  di  pietre  pre- 
«  ziose  al  petto,  con  diversi  segni  e  lettere  ;  e  per  simile 
«  modo  facendosi  conviti  disordinati  per  le  nozze  delle 
«  spose,  ed  altri,  con  più  soperchio  e  disordinate  vivande  ;  — 
«  sopra  ciò  si  provvede  e  si  fanno  ordini,  che  niuna  donna 
«  non  possa  portare  nulla  corona  nè  ghirlanda,  nè  d'oro 
«  nò  d'ariento  nè  di  perle  nè  di  pietre  nè  di  seta,  nè  niuna 
«  similitudine  di  corona  nè  di  ghirlande,  eziandio  di  carta 
«  dipinta;  nè  rete  nè  trecciere  di  nulla  spezie,  se  non 
«  semplici  ;  nè  nullo  vestimento  intagliato  nè  dipinto  con 
«niuna  figura,  se  non  fosse  tessuto;  nè  nullo  addogato 
«  nè  traverso,  se  non  semplice  partita  di  due  colori  ;  nè 
«  nnlla  fregiatura,  nè  d'oro  nè  d'ariento  nè  di  seta,  nè 
«  niuna  pietra  preziosa,  nè  eziandio  ismalto  nè  vetro  ;  nè 
«  potere  portare  più  di  due  anella  in  dito,  nè  nullo  seheg- 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


«  giale  nè  cintura  di  più  di  dodici  spranghe  d'argento; 
«  e  che  d'ora  innanzi  nulla  si  possa  vestire  di  sciamito, 
«  e  quelle  che  V  abbiano  il  debbano  marcare,  acciò  che 
«  V  altra  noi  possa  fare  ;  e  tutti  i  vestiri  di  drappi  di  seta 
«  rilevati  sian  tolti  e  difesi  ;  e  che  nulla  donna  possa  por- 
«  tare  panni  lunghi  dietro  più  di  due  braccia,  nè  iscollato 
«  di  più  di  braccia  uno  e  quarto  il  capezzale  ;  e  per  simile 
«  modo  siano  difese  le  gonnelle  e  robe  divisate  a'  fanciulli 
«  e  fanciulle,  e  tutti  i  fregi,  ed  eziandio  ermellini,  se  non 
«  a'  cavalieri  e  a  loro  donne  ;  e  agli  uomini  tolto  ogni 
«  ornamento  e  cintura  d'argento,  e'  giubbetti  di  zendado 
«  o  di  drappo  o  di  ciambellotto.  E  nullo  convito  si  possa 
«  fare  di  più  di  tre  vivande,  nè  a  nozze  avere  più  di  venti 
«  taglieri,  »  (che  vai  quanto  non  più  d'una  quarantina  di 
convitati)  «  e  la  sposa  menare  sei  donne  seco  e  non  più  ; 
«  nè  a'  corredi  di  cavalieri  novelli  più  di  cento  taglieri 
«  di  tre  vivande  ;  e  a  corte  de'  cavalieri  novelli  non  si 
«  possano  vestire  per  donare  robe  a'  buffoni  ».  Sopra  i  detti 
capitoli,  continua  la  cronica,  feciono  uficiale  forestiere  a 
cercare  e  uomini  e  donne  e  fanciulli  delle  dette  cose  di- 
viete con  grandi  pene.  E  impongono  norme  e  tariffe  alle 
arti  e  allo  spaccio  delle  derrate  :  e  curano  insomma  l' in- 
teresse e  la  masserizia  delle  famiglie,  senza  darsi  pen- 
siero del  danno  che  ne  sentono  specialmente  «  i  setaiuoli 
«  e  orafi  »,  costituenti  una  medesima  Arte,  «  che  per  loro 
«  profitto  ogni  dì  trovavano  ornamenti  nuovi  e  diversi  ». 
Conchiude  la  cronica  : 86  «  1  quali  divieti  fatti,  furono 
«  molto  commendati  e  lodati  da  tutti  gli  Italiani;  e  se  le 
«  donne  usavano  soperchi  ornamenti,  furono  recate  al 
«  convenevole  :  onde  forte  si  dolsono  tutte,  ma  per  gli 
«  forti  ordini  tutte  si  rimasono  degli  oltraggi  »  (cioè  da 
quelli  eccessi);  «  e  per  non  potere  avere  panni  inta- 
«  gliati,  vollono  panni  divisati  e  istrangi  i  più  eh'  elle 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


:*7 


«  poteano  avere,  mandandogli  a  fare  infìno  in  Fiandra  e 
«  in  Brabante,  non  guardando  a  costo.  Ma  però  molto  fu 
«  grande  vantaggio  a  tutti  i  cittadini  in  non  fare  le  di- 
«  sordinate  spese  nelle  loro  donne  e  conviti  e  nozze,  come 
«  prima  faceano  ;  e  molto  furono  commendati  i  detti  or- 
«  dini,  perocché  furono  utili  e  onesti  ;  e  quasi  tutte  le 
«  città  di  Toscana,  e  molte  d' Italia,  mandarono  a  Firenze 
«  per  esempio  de'  detti  ordini,  e  confermargli  nelle  loro 
«  città  ». 

Ma  chi  dovette  trovarsi  a  disagio,  proseguiremo  noi, 
furono  quelli  «  ufficiali  forestieri  »,  deputati  dal  Comune 
all'applicazione  della  legge,  ossia  a  combattere  per  essa 
contro  il  malumore  e  l'astuzia  delle  donne  fiorentine,  con- 
giurate per  la  difesa  del  loro  abbigliamento.  Delle  tante 
grottesche  figure,  in  cui  la  gaia  novella  borghese  ha  at- 
teggiato quei  poveri  potestà  e  capitani,  cavalieri  e  giu- 
dici, notai  e  famigli,  che  le  città  guelfe  di  Lombardia  e 
delle  Marche  mandavano  per  rettori  a  Firenze  ;  e  sui  quali 
si  motteggiava  proverbialmente  :  «  Se  tu  hai  niuno  a  chi 
«  tu  vogli  male,  Mandalo  a  Firenze  per  ufficiale  »; 8?  non  ve 
n'è  forse  nessuna  così  argutamente  comica,  come  quella 
disegnata  da  Franco  Sacchetti  88  d'uno  «  iudice  di  ragione  » 
(de' suoi  tempi  die' egli,  ma  al  dabben  giudice  non  man- 
carono di  certo  predecessori  anche  in  questa  tribolazione, 
e  Statuti  suntuari  fiorentini  ne  possediamo  fin  del  1306, 
e  testimonianza  dì  essi  fin  dal  1290), 89  il  quale  messosi 
di  buona  lena,  egli  ed  un  suo  notaio,  ad  eseguire  certi 
nuovi  ordini,  al  solito,  «  sopra  gli  ornamenti  delle  donne  », 
l'effetto  n'è,  e  i  cittadini  ne  fanno  le  giuste  meraviglie 
presso  i  Signori,  che  «  Potici  ale  nuovo  fa  sì  bene  il  suo 
«  oficio,  che  le  donne  non  trascorsono  mai  nelle  porta- 
«  ture,  come  al  presente  fanno.  »  Or  ecco  la  risposta  di 
messer  Amerigo  al  rimprovero  de'  signori  Priori  :  «  Si- 


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NEI  PRIMI   SECOLI  DEL  COMUNE 


«  gnori  miei,  io  ho  tutto  il  tempo  della  vita  mia  studiato 
«  per  apparar  ragione  ;  e  ora,  quando  io  credea  sapere 
«  qualche  cosa,  io  trovo  che  io  so  nulla  :  perocché  cer- 
«  cando  degli  ornamenti  divietati  alle  vostre  donne  per 
«  gli  ordini  che  m'  avete  dati,  sì  fatti  argomenti  non  tro- 
«  vai  mai  in  alcuna  legge,  come  sono  quelli  ch'elle  fanno  ; 
«  e  fra  gli  altri  ve  ne  voglio  nominare  alcuni.  E'  si  truova 
«  una  donna  col  becchetto  frastagliato  avvolto  sopra  il 
«  cappuccio.  Il  notaio  mio  dice  :  Ditemi  il  nome  vostro, 
«  perocché  avete  il  becchetto  intagliato.  La  buona  donna 
«  piglia  questo  becchetto,  che  é  appiccato  al  cappuccio 
«  con  uno  spillo,  e  recaselo  in  mano,  e  dice  eh'  egli  è  una 
«  ghirlanda,  Or  va'  più  oltre,  truovo  molti  bottoni  portare 
«  dinanzi.  Dicesi  a  quella  che  è  trovata  :  Questi  bottoni 
«  voi  non  potete  portare.  E  quella  risponde  :  Messer  sì, 
«  posso,  che  questi  non  sono  bottoni,  ma  sono  coppelle  : 
«  e  se  non  mi  credete,  guardate,  e'  non  hanno  picciuolo  ; 
«  e  ancora,  non  c'  è  ni  uno  occhiello.  Va  il  notaio  all'altra 
«  che  porta  gli  ermellini,  e  dice  :  Che  potrà  apporre  co- 
«  stei  ?  Voi  portate  gli  ermellini.  E  la  vuole  scrivere.  La 
«  donna  dice  :  Non  iscrivete,  no  ;  che  questi  non  sono  er- 
«  melimi,  anzi  sono  1  attizzi.  Dice  il  notaio  :  Che  cosa  è 
«questo  lattizzo?  E  la  donna  risponde:  È  una  bestia,  » 
I  magnifici  signori  Priori,  che  conoscevano  le  loro  donne 
meglio  di  messer  Amerigo  da  Pesaro,  dicono  l'uno  con 
l'altro  :  «  Noi  abbiamo  tolto  a  contender  col  muro.  Me'  fa- 
«  remo  attendere  a'  fatti  che  portano  più.  Chi  vuole  il  ma- 
«  lamio  se  rabbia.  »  E  infine  esclama  uno,  dicerto  il  più 
dotto  della  orrevol  brigata  :  «  Io  vo'  che  voi  sappiate, 
«  eh'  e'  Romani  non  poterò  contro  le  loro  donne  :  che  vin- 
«  sono  tutto  il  mondo  ;  ed  elle,  per  levar  gli  ordini  sopra 
«  gli  ornamenti  loro,  corsono  al  Campidoglio,  e  vinsono  i 
«  Romani,  avendo  quello  che  voleano  ».  E  cita  Tito  Livio, 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


e  vi  dissertano  sopra.  E  a  messer  Amerigo  dicono,  faccia 
quello  Ch' e' 'può,  e  tiri  via,  e  lasci  correre  le  ghirlande  e 
le  coppelle  e  i  lattizzi  ;  e  così,  d'allora  in  poi,  narra  il  no- 
velliere essere  stato  fatto,  conchiudendo  che  l'uomo  pro- 
pone e  la  donna  dispone,  proverbio  (come  sentite)  assai 
antico,  e  che  le  donne  fiorentine,  senza  studiare  giurispru- 
denza, hanno  saputo  portare  le  loro  fogge  a  dispetto  delle 
leggi  e  de'  dottori  di  queste. 

Del  resto,  quelle  severità  suntuarie  di  cui  possediamo 
documenti  bellissimi  per  la  storia  sì  del  costume  e  sì  della 
lingua  ;  90  le  quali  limitavano  la  misura  de' corredi  nu- 
ziali, o  come  dicevano  delle  «  donora  »,  che  la  sposa  por- 
tava al  marito  ;  e  proporzionavano  alla  dote  il  longobar- 
dico morgincap,  o  dono  del  mattino,  che  questi  faceva  a 
lei  la  mattina  dopo  il  matrimonio  ;  e  frenavano,  com'ab- 
biam  sentito,  il  lusso  e  l'abbondanza  delle  feste  e  dei 
conviti  ;  sarebbero  oggi  per  noi  violazioni  di  libertà  in- 
dividuale e  quasi  di  domicilio.  Eppure  un  alto  concetto 
democratico  animava  anche  coteste  disposizioni,  in  quanto 
si  voleva  per  esse,  che  il  festeggiare  de'  cittadini  fosse 
il  più  possibilmente  pubblico  anziché  privato.  «  Un  sentir 
«  comune  voleva  comuni  piaceri  :  le  spese  del  ricco  do- 
«  vevano  sempre  avere  qualche  cosa  di  popolare  ;  fatte  a 
«  pubblico  benefizio  e  spettacolo,  dovevano  essere  un  go- 
«  dimento  per  tutti.  Nei  palazzi,  ciò  che  poi  furono  i  salotti, 
«  allora  era,  aperta  alla  vista  di  tutti,  la  loggia.  Per  tal 
«  modo  un  paio  di  nozze  rallegravano  l' intera  città  :  il 
«  ricco  pagava  le  feste  al  povero  per  goderle  insieme  con 
«  lui  :  i  giovani  armeggiavano,  le  donne  ballavano,  sulle 
«piazze,  all'aria  aperta,  non  al  fumo  di  candele,  nell'ug- 
«  già  de'  salotti  ».  Queste  cose,  di  quella  età  democratica 
del  Comune  fiorentino,  scriveva  nel  183G  un  giovine  pa- 
trizio; il  (piale  doveva  poi  da  vecchio,  a  tutta  Italia  anzi 


10 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


alla  civile  Europa  venerando,  essere  il  degno  storico  della 
nostra  Repubblica  :  il  marchese  Gino  Capponi.  91 

Altra  materia,  che  di  siffatte  osservazioni  morali,  non  è 
da  aspettarsi  ci  offra,  intorno  alla  donna,  come  già  dissi, 
la  storia  fiorentina  di  quel  secolo  :  non  la  storia  de'  fatti 
politici,  per  le  ragioni  che  vedemmo  ;  non  la  storia  della 
cultura,  in  tempi  ne'  quali  i  limiti  di  questa  erano  trac- 
ciati cosi  rigidamente,  che  la  denominazione  di  uom  colto 
era  «  cherico  »,  e  gran  mercè  se  alla  donna  rimaneva  po- 
sto fra  il  laicato.  La  Compiuta  Donzella,  se  è,  come  pare, 
«  non  ombra,  ma  donna  certa  »,  rimane  un'eccezione,  come 
tutte  le  regole  hanno  la  sua  :  nè  della  cultura  della  donna 
in  Firenze  dal  Due  al  Trecento  altre  testimonianze  sa- 
premmo indicare,  all'  infuori  di  qualche  volgarizzamento 
dal  latino  che  vedesi  fatto  a  loro  istanza,  come  quello  delle 
Eroidi  d'Ovidio  (che  chiamavano  «  Libro  delle  donne  »), 
a  istanza  di  madonna  Lisa  Peruzzi  condotto  da  ser  Filippo 
Ceffi  notaio  ; 92  o,  più  spesso,  i  volgarizzamenti  che  reli- 
giosi o  altre^persone  spirituali,  pure  ad  istanza  di  donne, 
facevano  di  testi  sacri  od  ascetici.  93  E  dovremmo  poi  dire 
che  il  precettar  cortigiano  che  la  donna  fiorentina  di  quella 
età  ebbe  in  Francesco  da  Barberino,  mostra  evidente  che 
di  qualunque  virtù  più  che  di  cultura  preme  a  lui  che  la 
sua  donna  ideale  si  addobbi  ;  fino  a  porre  in  dubbio  (tutto 
ben  considerato,  anche  i  pericoli)  se  sia  bene  o  male 
eh'  ella  sappia  «  lo  leggere  e  lo  scrivere  »,  ancoraché  sia 
di  grande  condizione;  e  sole  eccettuando,  manco  male, 
le  destinate  a  monacarsi. 91  Ma  oltre  la  storia  politica 
e  la  storia  della  cultura,  noi  possiam  pure  interrogare 
una  storia,  le  cui  pagine,  scritte  senza  intenzione  d'arte 
anzi  non  per  un  pubblico  qualsiasi,  a  nulPaltro  quasi  hanno 
servito  sin  oggi  che  a  documento  di  lingua,  e  sono  le  Cro- 
niche o  Ricordanze  domestiche  :  ed  una  di  queste, ^  che 


NE[  PRIIVlf  SECOLI  DEL  COMUNE 


*1 


proprio  comprende  nel  suo  bel  mezzo  il  Trecento,  offre  al 
nostro  studio,  non  geste  e  imprese  di  certo,  bensì  più  d'una 
fisionomia  femminile. 

Le  parole  di  messer  Donato  Velluti,  che  io  riferirò  te- 
stuali e  dal  manoscritto  suo  autografo,  vi  faranno  qui  rivi- 
vere coteste  donne,  quali  egli,  nella  casa  propria  o  de*  con- 
sorti, le  vide  :  «  care  e  buone  »  le  più  ;  testimonianza  affet- 
tuosa, e  troppo  in  quelle  schiette  sue  pagine  frequente,96 
cosicché  io  non  debba  ripeterla,  anche  a  compenso  di  giu- 
dizi sulla  donna,  e  del  Trecento  e  dell'Ottocento,  non 
sempre  benigni.  Sceglierò  tipi  diversi.  E  prima,  poiché 
abbiamo  avuto  testé  a  parlare  di  fogge  e  mode,  sia  d'una 
alla  quale  l'avere  il  capo  ben  assettato  giovò  a  qualche 
cosa.  «  Monna  Diana  fu  una  bonissima  donna,  e  molto 
«  amore  mi  portava....,  e  assai  mi  teneva  a  Bogoli  quando 
«  era  fanciullo.  Portava  molto  in  capo  :  intanto  che  es- 
«  sendo  una  volta  al  palagio  vecchio  de'  Rossi,  dirimpetto 
«  a  Santa  Fi  licita,  ove  oggi  è  l'albergo,  e  cadendo  d' in 
«  sul  palagio  una  grande  pietra,  e  cadendole  in  capo,  non 
«  la  sentì,  se  non  come  fosse  stata  polvere  venuta  giù  per 
«  razolire  di  polli  :  onde  ella,  sentendosi,  disse  :  —  Chisci, 
«  chisci  ;  —  e  altro  male  non  le  fece,  per  cagione  de'molti 
«  panni  eh'  avea  in  capo  ».  Resistente,  del  resto,  e  ga- 
gliarda, era  soprattutto  la  fibra,  non  meno  eli  quelle  donne, 
che  degli  uomini  loro  ;  e  sentite  come  guardavano  in  fac- 
cia la  morte  :  «  Sopravvenne  la  mortalità  del  1348  :  ed 
«  essendo  già  morti  il  detto  Gherarduccio  e  sua  figliola  e 
«  le  serocchie,  et  essendo  il  detto  Cino  »,  l'ultimo  rimasto  di 
tre  fratelli,  «  e  sua  donna  in  contado  al  detto  podere  dal 
«  Poggio,  infermarono  ;  et  essendo  infermi,  deliberarono 
«  di  venire  »,  cioè  alla  città.  «  Ed  essendo  presso  i  fratelli 
«  della  moglie,  gli  feciono  fare  testamento....  E  poi  si  par- 
«  tirono  :  e  la  donna  ne  fu  recata  in  istanghe,  e  giunta 


42 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


«l'andai  a  visitare;  e  egli  ne  venia  a  cavallo  in  sella,  e 
«  uno  gli  era  in  groppa.  Di  che  dopo  la  detta  visitazione, 
«  essendo  io  ito  in  Borgo  San  Iacopo  a  la  sepultura  di  Ber- 
«  nardo  Marsili,  il  quale  era  morto  essendo  de'Priori,  »  (e 
lo  stesso,  di  morire  essendo  de'  Priori,  in  Palagio,  toccò 
allo  scrittore  ventidue  anni  appresso)  «  e  tornando,  essendo 
«  in  capo  del  chiasso,  vennono  due  a  una  ora,  e  l'uno  disse: 
«  —  Monna  Lisa  è  morta  ;  —  e  l'altro  disse  :  —  Cino  è  morto 
«  a  l'Olmo  da  San  Gaggio,  a  cavallo,  venendo  di  villa.  — 
«  Fecili  sotterrare....  ».  Ritratto  di  due  buone  ragazze,  in- 
vecchiate in  casa  co'  fratelli  :  «  Le  dette  Cilia  e  Gherardina 
«  non  si  maritarono  :  stettono  un  grande  tempo  pulcelloni, 
«  con  speranza  di  marito  ;  poi  fuggita  la  speranza  per  non 
«  potere,  si  feciono  pinzochere  di  San  Spirito.  Guadagna- 
«  vano  bene,  e  francavano  la  loro  vita,  e  più,  dipanado 
«  lana  ;  sanza  che,  non  fece  mai  bisogno  a'  detti  fratelli 
«  tenere  fante.  Erano  amorevoli  molto,  e  grandi  favella- 
«  trici.  Morirono  per  la  detta  mortalità  del  1348,  essendo 
«  ciascuna  d'età  di  quaranta  anni  e  più  ».  Ma  ben  altra 
donna  una  madonna  Gilia,  che  in  casa  dei  fratelli  ritorna 
da  vedova,  e  piena  d'affari  e  di  briglie,  e  «  consumò  molto 
«  in  piatire,  nel  quale  molto  si  dilettava,  però  che  era  et 
«  è  molto  astuta  e  rea  ;  e  tanto  vi  consumò,  che  non  vo- 
«  gliendo  vendere  delle  possessioni,  vilmente  vivea  e  ve- 

«  stiva,  tutto  dì  cercando  Firenze  ,  e  oggi  vive  in  mendi- 

«  cume  ».  Ma  ecco  qua  due  figure  simpatiche  :  di  una 
donnina  da  casa,  «  monna  Lisetta,  piccola  della  persona, 
«  ma  savia  e  buona  donna  »,  che  dopo  la  morte  del  marito 
«  rimane  in  casa  co'figliuoli,  onestamente  vivendo,  e  go- 
«  vernando  i  detti  suoi  figliuoli  »,  che  le  muoion  giovanis- 
simi, ed  ella  pure  nella  mortalità  del  1363  ;  —  e  di  una  bella 
sposa,  di  quelle  che,  guardate  negli  affreschi  o  nelle  ta- 
vole de'  nostri  maestri,  ci  fanno  non  solamente  ammirare 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


43 


ma  pensare,  «  monna  Ginevra  Covoni,  più  bella  e  mag- 
«  giore  di  ninna  sua  scrocchia,  e  sanza  vergogna  delle 
«  altre,  fu  delle  vertudiose  savie  e  facenti  donne  che  io 
«  vedessi  mai,  e  quella  che  per  l'amorevolezza  sua  e  pia- 
«  cevolezza  e  bontà  si  facea  volere  bene  a  ogni  persona  ». 
Finalmente  la  madre  del  cronista  e  la  moglie  :  «  Monna 
«  Giovanna,  mia  madre,  fu  savia  e  bella  donna,  molto  fre- 
esca  e  vermiglia  nel  viso,  e  assai  grande  della  persona 
«  onesta  e  con  molta  virtù.  E  molta  fatica  e  sollecitudine 
«  durò  in  allevare  me  e1  miei  fratelli  ;  considerato,  che  si 
«  può  dire  non  avessimo  altro  gastigamento,  e  spezial- 
«  mente  di  padre,  però  che  quasi  del  continuo  nostro  pa- 
«  dre  stette  difuori  :  per  la  qual  cosa  ella  fu  molto  da 
«  lodare,  e  lodata  fu,  di  sua  onestà  e  vita,  essendo  bella, 
«  e  stando  il  marito  tanto  di  fuori.  Di  carnagione  e  fre- 
«  schezza  fui  molto  somigliato  a  lei.  Fu  grande  massaia; 
«  e  bisogno  ebbe  di  ciò  fare,  avendo  nostro  padre  poco 
«  come  avea,  poi  si  divise  da'  fratelli,  e  avendo  grande 
«  famiglia....  E  la  cagione  della  morte  sua  fu,  che  essendo 
«  nostro  padre  in  Tunisi,  avendo  noi  ricevuto  in  paga- 
«  mento....  uno  podere....,  e  essendovi  ella  andata  a  stare 
«  là  di  state,  tornando  poi  qua,  e  essendo  salita  a  cavallo..., 
«  si  mosse  il  cavallo,  e  corse  un  pezzo,  e  gittolla  in  terra; 
«  di  che  si  sconciò  la  gamba.  Soprastette  alcuno  dì  là  su, 
«  e  non  si  fece  trarre  sangue  ;  e  poi  essendo  recata  in  Fi- 
«  renze  in  stanghe,  si  rincannò  la  gamba  :  e  stando  così 
«  uno  dì  di  San  Martino  nel  letto,  ed  essendo  con  lei  molte 
«  donne,  e  favellando  e  cianciando,  subitamente  dicendo 
«  O  me!,  passò  di  questa  vita.  Iddio  abbia  la  sua  anima; 
«  che  così  dovè  essere,  essendo  buona  e  cara  donna,  e  es- 
«  sendosi  confessata  il  dì  dinanzi....  ».  E  la  moglie,  monna 
Bice  Covoni  :  «  La  quale  fu  piccola  e  non  bella  ;  ma  sa- 
«  via,  Jbuona,  piacevole,  amorevole,  costumata,  e  d'ogni 


44 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


«  vertù  piena  e  perfetta,  e  la  quale  si  facea  amare  e  vo- 
«  lere  bene  a  ogni  persona  :  e  io  molto  me  n'  ò  lodare, 
«  che  me  amava  e  desiderava  con  tutto  quore.  Era  bo- 
«  nissima  dell'anima  sua  :  ed  è  da  credere  che  Nostro  Si- 
«  gnore  Iesù  Cristo  l'abbia  ricevuta  nelle  sue  braccia,  fac- 
«  cendo  buone  e  ottime  operazioni,  limosiniera  e  d'orare 
«  e  visitare  la  chiesa....  Vivette  meco  in  santa  pace,  e  ac- 
«  crebbe  il  mio  assai  di  grazia  onore  e  avere....  Ebbe  gran- 
«  dissima  infermità  per  la  mortalità  del  1348,  e  campò  di 
«  quello  che  non  ne  campò  una  nel  centinaio.  Fu  grazia 
«  di  Dio  e  in  iscampo  di  me,  che  di  certo  ho  per  opi- 
«  nione,  che  s*ella  fosse  morta,  io  non  sarei  scampato,  per 
«  gli  accidenti  m'avvennono,  che  che  di  quella  infermità 
«  non  sentissi....  Morì  di  luglio  1357  :  sì  che  vivette  meco 
«da  diciassette  anni.  Iddio  abbia  la  sua  anima.  » 

VI. 

Tale,  nella  realtà  dei  fatti,  la  donna  che  i  Fiorentini  dei 
primi  secoli  ebbero  compagna  della  vita,  a  tutto  il  periodo 
schiettamente  democratico  del  Comune;  fermandoci  sul 
declinare  del  Trecento,  quando,  sfuriati  i  Ciompi,  l'ari- 
stocrazia borghese  piglia  campo,  e  paladini  del  popolo» 
pericolosi  paladini,  si  fanno  avanti  i  Medici.  Tale  la  donna 
di  quella  antica  Firenze  :  austera  e  gentile  figura,  che  a 
sè  dice  della  gloria  di  cotesta  età  tanta  parte  esser  do- 
vuta, quanta  fu  quella  eh'  ella  prese  nella  operosità,  nei 
dolori,  ne'  virili  propositi,  ne'  luminosi  concetti,  ne'  pas- 
sionati traviamenti,  d'un  popolo  forte,  d'una  democrazia 
degna  veramente  di  tal  nome,  perchè  senza  declamazioni 
operante  con  gagliardia  e  per  sentimento  di  cose  grandi. 

Se  non  che  la  realtà  è  solo  un  aspetto  della  storia 
nò  sempre  il  più  agevole  a  risapersi  e  a  ritrarsi  ;  e  che 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


45 


anche  quando  si  dà  a  divedere  con  sufficiente  larghezza, 
lascia  pur  sempre  luogo  da  un  lato  alla  leggenda,  dal- 
l'altro alle  idealità  dell'arte,  trasformatrice  quella,  imita- 
trice questa,  del  vero,  di  cui  la  realtà  è  la  identificazione. 
Ma  se  vasto  è  il  campo  nel  quale  la  donna  fiorentina  po- 
trebbe considerarsi,  in  relazioni  più  o  meno  strette,  più 
o  meno  dirette,  con  le  idealità  della  poesia  e  delle  arti 
nei  secoli  iniziali  della  moderna  cultura,  altrettanto  an- 
gusto, è,  come  in  ogni  altro  ordine  d' idee  e  di  fatti  fra 
noi,  così  anche  in  questo,  il  dominio  della  leggenda.  È 
già  stato  osservato  da  parecchi,  che  la  fioritura  leggen- 
daria, nelle  età  che  Pavrebber  portata,  scarseggiò  in  Ita- 
lia ;  e  ciò  perchè,  lo  dirò  con  le  parole  d'un  critico  tede- 
sco, 97  «  gP  Italiani  avevano  dietro  a  sè  un'epoca  di  grande 
«  cultura  nell'antichità,  le  cui  traccie  non  si  erano  mai 
«  interamente  perdute ,  essi  non  uscirono  da  un  tempo  di 
«  barbarie  :  e  quindi  mancavano  loro  appunto....  tradizioni, 
«  la  origine  delle  quali  risalisse  a  tempi  oscuri  e  mitici  ». 
Siffatta  condizione  storica  rivolse  verso  fonti  oltramon- 
tane il  naturale  appetito  delle  plebi  al  maraviglioso,  ori- 
ginando quella  poesia  romanzesca,  la  quale  solamente  fra 
noi  doveva  inalzarsi  a  creazioni  d'arte  grandiose  e  squi- 
site ;  siffatta  condizione  storica,  anche  per  altri  o  cicli  tra- 
dizionali, o  temi  individui  di  leggenda,  fu  causa  che  il 
remoto  e  l'esotico  apparissero  quasi  essenzial  condizione 
perchè  un  soggetto  addivenisse  leggendario.  Ciò  premesso, 
sembrerà  piuttosto  troppo  che  poco,  trovare  circonfusa  del 
nimbo  della  leggenda  qualche  figura  di  donna  fiorentina, 
e  non  dai  due  primi  secoli  del  Comune,  sibbene  da  quelli 
della  sua  piena  maturità. 

Al  secolo  XIV  sembra  invero  appartenere,  se  si  con- 
siderano le  circostanze  dei  fatti,  il  soggetto  della  novella, 
fin  dal  XV  popolare,  e  tale  conservatasi,  specialmente 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


nella  sua  forma  metrica,  fino  a1  di  nostri,  di  Ippolito  e 
Li  onora  ;88  una  delle  tante  versioni  sotto  le  quali  si  è  per- 
petuata la  leggenda  dell'amor  contrastato,  da  Piramo  e 
Tisbe  agli  amanti  veronesi  che  Guglielmo  Shakspeare  e 
Vincenzio  Bellini  hanno  resi  immortali.  Ma  nella  leg- 
genda fiorentina  mancano  e  la  catastrofe  tragica,  conchiu- 
dendosi l'amore  con  lieta  fine,  e  quasi  la  forma  stessa  di 
leggenda,  alla  cui  scarna  semplicità  subentrano  le  forme 
tornite  e  conversevoli  della  novella.  Ippolito  de'Buondel- 
monti  ama  la  Lionora,  o  Dianora,  de'  Bardi,  e  ri'  è  ria- 
mato, nonostante  la  nimicizia  che,  sebben  guelfe  ambe- 
due, divide  le  loro  famiglie.  Disperato  del  proprio  amore, 
il  giovane  si  consuma  e  ne  inferma;  e  alla  madre,  che 
piangendo  lo  interroga,  rivela  la  segreta  cagione  del  suo 
languire.  L'amore  materno  spinge  le  donne,  non  avvi- 
sando altro  mezzo,  a  pregare  una  zia  di  Lionora,  abba- 
dessa  nel  convento  di  Monticelli,  che  procuri  di  far  tro- 
vare insieme  i  due  amanti.  Il  che  avuto  effetto  e  giura- 
tasi fede  di  sposi,  e  stabilito  come  rivedersi  con  maggior 
agio  nella  casa  di  Lionora,  nel  recarvisi  Ippolito  notte- 
tempo, è  fermato  dalla  famiglia  del  Potestà.  Egli,  per  sal- 
vare l'onore  della  donna  amata,  si  dà  per  ladro,  e  tale 
persiste  a  dichiararsi,  nonostante  V  onta  e  la  desolazione 
de'  suoi  ;  tacendo,  a  quel  che  sembra,  le  donne,  per  ispa- 
vento  che,  risapendosi  il  vero,  le  due  famiglie  e  respet- 
ti ve  consorterie  non  s' arrovescino  V  una  contro  P  altra,  e 
prima  vittima  sia  lo  stesso  Ippolito.  Il  giovine  generoso, 
condannato  a  ignominiosa  morte,  prega,  per  la  salvezza  al- 
meno dell'anima,  «  che  vi  piaccia,  nel  mandarmi  alla  giu- 
«  stizia,  che  io  faccia  la  via  alla  casa  de'  Bardi,  acciò  che 
«  gli  possa  domandare  perdono  dell'odio  che  io  come  ini- 
«  mico  ho  portato  loro»;  ma  in  realtà,  «solamente  per 
«  vedere  una  volta  Lionora,  prima  che  morisse  ».  Gli  è 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


concesso;  e  il  lugubre  corteggi  Oj  a  suon  di  trombe  e  con 

10  stendardo  della  giustizia  alla  testa,  s' incammina  : 
Lionora  si  fa  alla  finestra,  e  gli  sguardi  de'  due  sposi  s'in- 
contrano :  allora  ella  «  come  furiosa  discende  la  scala,  a 

«  malgrado  di  tutte  le  donne  di  casa  ,  si  gitta  fuori  della 

«  porta,  afferra  per  la  briglia  il  cavallo  del  cavaliere  del 
«Potestà,  e  grida:  Finché  la  vita  mi  starà  nel  corpo, 
«  tu  non  menerai  Ippolito  alla  morte,  la  quale  lui  non  ha 
«  meritata.  »  E  si  gitta  nelle  braccia  del  condannato.  11 
cavaliere  non  sa  che  si  fare,  la  gente  romoreggia  ;  la  Si- 
gnoria chiama  a  sè  i  due  giovani  :  <-  Ippolito,  legato  con 
«  la  corda  intorno  al  collo,  e  Lionora  scapigliata  e  pian- 
«  gente,  seguendoli  gran  copia  di  popolo  ».  La  giovine  si 
fa  innanzi  e  domanda  ragione  :  «  cioè,  che  voi  mi  ren- 
«  diate  il  mio  marito  e  sposo  ;  altrimente  io  appello  a  Dio 
«  ed  al  mondo,  chiamando  vendetta  di  tanta  ingiustizia, 
«  pregando  Dio  che  con  i  suoi  giusti  occhi  riguardi  le 
«  vostre  inique  sentenze  e  malvagi  giudizi.  »  La  Signoria, 
verificati  i  fatti,  chiama  i  padri  de'  due  sposi  :  «  li  quali 
«  intendono  la  cosa  per  dritto  modo,  e  quivi  in  presenza 
«  de'  Signori  e  del  popolo,  fermano  il  parentado.  E  dove 
«  già  duecento  anni  i  Buondelmonti  e  i  Bardi  erano  stati 
«  inimici  a  morte,  divennero  amicissimi  per  il  parentado 
«  che  tutti  parevano  d'uno  sangue.  »  Vedete,  o  Signore 
gentili,  che  la  leggenda  ha  pur  voluto  dare  la  sua  eroina 
a  Firenze,  e  l'ha  chiesta  all'amore. 

Amorosa  pure  è  la  leggenda  della  sepolta  viva  ;  che^ 

11  suo  rozzo  cantastorie  quattrocentista  riferisce  al  1393. 
Ginevra  degli  Amieri  (Almieri,  per  corruzione  popolare) 
è  amata  da  Antonio  dei  Rondinelli,  ma  dal  padre  sposata 
invece  a  Francesco  degli  Agolanti.  Infermatasi  e  tramor- 
tita è,  in  que'  sospetti  di  morìa,  creduta  estinta,  e  la 
seppelliscono  da  Santa  Reparafa.  Ritorna  ai  sensi  dentro 


48 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


la  tomba,  si  accorge  dell'atroce  suo  caso,  si  raccomanda 
alla  Vergine,  e  guidata  da  un  debole  raggio  di  luna  che 
trapela  da  uno  spiraglio  del  sepolcro,  sale  una  scaletta, 
riesce  a  smuovere  la  pietra  testé  murata  ;  ed  ecco  la  sua 
bianca  figura,  che  rasente  al  Campanile,  pel  chiasso  che 
poi  da  lei  si  vorrebbe  essere  stato  chiamato  della  Morte, 
incamminasi  alla  casa  del  marito.  Batte,  ed  è  il  marito 
stesso  che  si  affaccia  alla  finestra  ; 

Chi  è  là  ?  chi  batte  ?  —  Io  son  la  tua  Ginevra, 
Non  m'odi  tu  ?... 

Il  marito  spaventato  si  fa  il  segno  della  croce,  promette 
a  quella  pover'  anima  errante  orazioni  e  messe,  e  si  ritira. 
Ginevra  prosegue  alla  casa  paterna,  in  Mercato  Vecchio. 
Bussa;  e  si  affaccia  la  madre. 

Aprite....  io  son  la  vostra  figlia.  — 
Va'  in  pace,  anima  benedetta,...  — 
E  riserrò  la  finestra  con  fretta. 

La  sventurata 

fece  del  cor  ròcca,  e  tirò  via 
sempre  piangendo,  misera  dolente  ; 

e  incontra  la  stessa  accoglienza  sotto  la  casa  d'un  suo 
zio.  Allora  si  ricorda  del  virtuoso  amante  ;  va  alla  sua 
casa  :  egli,  pur  credendola  spirito, 

vuol  veder  se  tal  spirito  gli  nuoce  : 

scende,  la  raccoglie,  chiama  la  madre  e  le  altre  donne 
di  casa;  la  confortano,  l'assistono,  la  salvano.  Ella  vuol 
'esser  come  morta  al  marito  che  Y  ha  seppellita,  e  passare 
a  seconde  nozze  con  l'uomo  pel  quale  è  rivissuta.  Sostiene 
la  sua  causa  dinanzi  alla  curia  vescovile,  e  la  vince. 
L'Amore  questa  volta  (bene  è  stato  detto  da  chi  illustrò 
criticamente  la  leggenda)  ®>  l'Amore  trionfa  della  Morte. 
Ma,  non  che  antica,  antichissima  sarebbe,  e  non  di 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


49 


amore  ma  civile  e  patriottica,  una  tradizione  che  risale 
nientemeno  che  a'  tempi  di  Totila  ;  se  però  non  si  avesse 
piuttosto  a  tenere  come  una  postuma  trovata  del  popolo. 
Il  re  barbaro,  entrato  per  inganno  in  Firenze,  si  è  inse- 
diato nel  centro  della  piccola  città  romana,  nel  palazzo 
del  Campidoglio.  E  volendo  toglier  di  mezzo  «  li  maggiori 
«  e  più  possenti  caporali  della  terra,  li  fa  uno  giorno  ri- 
«  chiedere  a  suo  consiglio  in  grande  quantità.  E  come  giù- 
«  gnevano  in  Campidoglio,  passando  ad  uno  ad  uno  per 
«  uno  valico  di  camera,  gli  faceva  uccidere  e  ammaz- 
«  zare,  non  sentendo  l'uno  dell'altro,  e  poi  i  corpi  gittare 
«  negli  acquidocci  ».  L0°  Una  trecca  di  mercato,  che  ha  la 
sua  botteguccia  accanto  alla  chiesa  di  San  Pietro  lì  presso, 
entrata  in  sospetto,  avverte  i  cittadini  «  guardino  bene, 
«  chè,  come  ha  quella  favola  d'Esopo,  di  quanti  vi  sono 
«  entrati,  niuno  se  n'è  veduto  uscire  ».  Il  che  salva  la  vita 
a  molti,  e  guadagna  alla  chiesa  il  nome  di  San  Pier  Bon- 
consiglio  ;  101  ma  non  impedisce  la  distruzione  della  città 
per  mano  del  barbaro.  La  trecca  e  Totìla  poi  si  sono  con- 
vertiti, e  ciò  a'  dì  nostri,  egli  nel  più  aborrito  fantasma 
di  tirannide  che  sia  rimasto  nella  memoria  del  popolo 
fiorentino,  il  Duca  d'Atene,  ed  essa  nella  Cavolaia  di  Fi- 
renze ;  il  Consiglio  de' maggiorenti  al  Palazzo  del  Cam- 
pidoglio è  addivenuto  una  veglia  in  maschera,  con  an- 
nessi trabocchetti,  nella  residenza  ducale;  e  la  maggior 
campana  del  Duomo,  che  d' inverno  suona  per  l'ultima 
volta  a  sera  inoltrata,  e  che  al  buon  tempo  dei  nostri 
nonni,  quando  si  andava  a  letto  presto  per  alzarsi  al- 
l'alba, faceva  segno  della  cessazione  delle  veglie,  è  per 
la  plebe  la  campana  della  Cavolaia,  e  rammenta  come  per 
opera  di  questa  brava  fiorentina  la  veglia  micidiale  del 
Duca  finisse  (nessun  istorico  lo  sapeva)  con  la  sua  igno- 
miniosa cacciata.  La  Cavolaia  di  Firenze,  eroica  moglie 


Del  Lungo 


4 


50 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


di  Stenterello,  divide  oggi  gli  onori  del  teatro  popolare 
fiorentino  con  la  Ginevra  degli  Almieri,  della  quale  il  sud- 
detto Stenterello  è  pur  diventato  non  so  se  dissotterra- 
tore o  che  altro.  I  suoi  personaggi  la  plebe,  una  volta  at- 
tiratili a  sè,  li  avvolge  nelle  spire  di  simpatie  secolari, 
che'  si  modificano,  si  trasformano,  ma  morire  del  tutto, 
non  muoiono  mai. 

E  un  altro  amore  tradizionale  del  popolo  fiorentino  è, 
pure  in  questa  età  del  Comune  democratico,  monna  Tessa, 
la  virtuosa  fantesca  di  messer  Folco  Portinari,  che  per 
consiglio  e  cominciamento  principalmente  di  lei  si  vorrebbe 
avesse  fondato  lo  spedale  di  Santa  Maria  Nuova.  ^  Al  po- 
polo, che  vede  scolpita  in  marmo  la  imagine  della  caritate- 
vole donna  sul  limitare  della  grande  casa,  ospitale  alle 
sue  infermità  e  alle  sue  miserie,  vano  sarebbe,  se  già  non 
fosse  una  pedanteria  crudele,  ammonirlo  che  la  tradizione 
di  monna  Tessa,  attestata  sotto  quel  marmo  da  una  iscri- 
zione del  secolo  XVII,  è  tanto  dubitabile  quanto  è,  a  ogni 
modo,  evidente  che  cotesto  mezzo  rilievo,  posteriore  al- 
meno di  un  secolo  ai  tempi  ne'  quali  ella  sarebbe  vissuta, 
e  che  anticamente  era  collocato  in  una  delle  cappelle 
della  chiesa,  non  è  se  non  la  effigie  o  d'una  benefattrice 
del  luogo  pio,  o  d'una  delle  oblate  addette  ad  esso.  La 
tradizione  poi,  è  molto  probabile  che  avesse  occasione  od 
appiglio  da  una  iscrizion  del  Trecento,  che  scolpita  in 
rozzi  caratteri  gotici  era  sulla  mensa  dell'altare  di  quella 
medesima  cappella,  e  vi  rimase  almeno  fino  al  1647,  e 
dove  si  raccomandava  l'anima  d'una  monna  Tessa,  mo- 
glie di  Tura  bastaio,  la  quale  aveva  fatto  costruire  co- 
testo altare. 103  Oltre  a  ciò,  riescirebbe  malagevole  attri- 
buire tanta  potenza  di  effetti  all'  opera  d' una  femminella 
di  condizione  servile,  in  tempi  ne'  quali  tale  condizione 
rimaneva  tuttavia  molto  prossima  alla  schiavitù  ;  e  schiave 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


51 


infatti  le  chiamavano,  e  dall'Oriente  ne  condussero  e  ten- 
nero effettivamente  di  tali. 101  Ma  non  è  egli  bello  che  il 
popolo  lasci  tutto  questo,  ed  altro  ancora,  alla  nostra  sac- 
centeria, e  si  tenga  per  sè  la  imagine  cara  della  sua 
monna  Tessa,  fantesca  poveretta;  e  di  questa  umile  donna 
che  sarebbe  uscita  da  lui,  esperta  del  suo  patire,  passata 
nel  mondo  fra  i  medesimi  dolori,  faccia  egli  a  sè  come 
l'angelo  consolatore  di  questi  dolori,  la  confortatrice  di 
quei  patimenti?  Certo,  io  credo,  non  sarebbe  mai  una 
donna,  per  dottissima  eh'  ella  fosse,  che  aspirerebbe  alla 
gloria  di  combattere  l'autenticità  di  monna  Tessa.  Più 
facile  invece,  che  qualche  rappresentatrice  ingegnosa  di 
quel  vero,  il  quale,  fuor  d'ogni  contingenza  di  persone 
e  di  tempi,  è  suggello  perpetuo  dell'essere  umano,  la  ri- 
tragga nelle  case  dei  Portinari,  tutta  intesa  alle  faccende 
domestiche,  abbellire  di  carità  la  vita  rassegnata  e  pa- 
ziente, e  disporre  al  soccorso  dei  poveri  l'animo  del  ric- 
chissimo messer  Folco  e  della  moglie  sua  madonna  Cilia 
de'  Caponsacchi  :  e  pargoletta  sulle  ginocchia  della  po- 
vera serva,  la  loro  figliuola,  la  predestinata  Beatrice. 

Nel  nome  di  Beatrice,  le  realtà  della  storia  e  le  fan- 
tasie della  leggenda  si  congiungono  con  le  idealità  superbe 
a  cui  l'arte  del  bello  solleva  la  manifestazione  del  bello 
più  eletta  fra  le  create,  la  donna.  Ed  io  tocco  i  limiti  che 
ho  assegnati  alla  mia  lettura.  Non  potrei  lasciarvi  con 
nome  di  donna  fiorentina  che  suoni  più  alto  e  più  soave. 
Da  nessun'  altra  delle  tombe  della  vecchia  Firenze,  alle 
quali  abbiamo  richiesta  la  donna  del  nostro  antico  glo- 
rioso Comune,  da  nessuna  la  donna  fiorentina  si  solleva 
irraggiata  di  tanto  splendore.  E  se,  come  di  Folco, 10»  fosse 
a  noi  rimasta  la  tomba  di  Beatrice  Portinari,  c'  inchine- 
remmo su  quella  forse  con  non  minor  reverenza  che  sul 
sepolcro  dell'esule  amante  in  Ravenna. 


52 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


VII. 

Il  più  solenne  monumento  della  democrazia  fiorentina, 
Santa  Maria  del  Fiore,  ha  distese  le  braccia  immense  su 
molte  di  quelle  tombe  de'  secoli  XIII  e  XIV,  con  altre  in- 
sieme più  antiche,  fin  da  quando  le  basi  poste  alle  na- 
vate di  Arnolfo  e  del  Talenti,  alla  mole  aerea  di  Giotto, 
alle  tribune  su  cui  poi  voltò  la  cupola  il  Brunelleschi, 
coprirono  l'antichissimo  cimitero  di  Santa  Reparata  ;  esul 
tanti,  è  da  credere,  le  anime  de'  sepolti,  che  le  loro  lapide 
sparissero  e  le  ossa  si  confondessero  nelle  fondamenta 
del  tempio  che  a  Dio  inalzavano  i  forti  loro  figliuoli.  Un 
prezioso  Obituario  *o6  ci  ha  conservato  i  nomi  dei  sepolti 
e  nell'antico  cimitero  e  poi  presso  alla  nuova  chiesa  :  e 
su  quelle  pergamene,  ingiallite  dai  secoli,  leggendo  i  nomi, 
nella  pace  della  morte  congiunti,  di  liberti  e  Buondel- 
monti,  Lamberti  e  Adimari,  Cavalcanti  (e  vi  è  Guido  il 
poeta)  e  Donati,  Abati  e  Brunelleschi  ;  dei  combattenti  a 
Montaperti  (e  vi  è  Farinata  magnanimo),  e  dei  giustiziati 
dai  Guelfi  Neri,  e  degli  uccisi  nelle  zuffe  cittadine  ;  e  poi 
nomi  di  artisti,  specialmente  di  addetti  ai  lavori  della 
chiesa,  e  nomi  di  loro  donne,  primo  Arnolfo  e  madonna 
Perfetta  la  madre  sua,  invidiabile  madre  per  tale  figliuolo 
e  per  tal  sepoltura  ;  107  e  poi  anche  i  nomi  di  tanti  ignoti 
che  pur  fanno,  anzi  fanno  perchè  ignoti,  fantasticare  la 
mente  ;  siam  tratti  a  ripensare  e  meditare  tutta  la  storia 
d'un'  età  che  ci  è  sopravvissuta  ne'  mirabili  monumenti 
del  suo  pensiero  e  del  cuor  suo.  E  i  nomi  tanti  di 
donne,  molti  de'  quali  al  nostro  orecchio  novissimi,  per 
esempio  (e  taluni  hanno  del  longobardico)  Bellantese, 
Bellamprato,  Bellatedesca,  Berricevuta,  Ringraziata,  Dol- 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


53 


cedonna,  Altadonna,  Donnetta,  Buona,  Moltobuona,  Di- 
bene, Piubbella,  Rimbellita,  Belcolore,  Macchiettina,  Vez- 
zosa, Ruvinosa,  Leggiera;  altri  di  storica  ricordanza, 
sia  pe'  loro  casati,  sia  per  sè  medesimi  come  le  molte 
Tesse  e  Contesse,  tributo  onomastico  alla  Matelda  fa- 
mosa; tutti  cotesti  nomi,  quanta  ignorata  storia  di  af- 
fetti non  racchiudono,  addormentati  per  sempre  sotto  quel 
sacro  terreno  ! 

Mai  non  t'appresentò  natura  ed  arte 
piacer,  quanto  le  belle  membra,  in  ch'io 
rinchiusa  fui,  ed  or  son  terra  sparte  : 

sono  i  versi 108  ne'  quali  Beatrice,  pure  in  grembo  al  di- 
vino, si  ricorda  di  quando  fu  donna  ;  e  perciò  da  potersi 
inscrivere  anche  sulla  tomba  di  ignote. 

Signore  e  Signori, 

Fra  pochi  giorni,  su  quel  terreno  che  la  religione  e 
l'arte  hanno  fatto  sacro  all'  Italia  e  al  mondo  civile,  con- 
verrà da  tutte  le  nazioni,  alle  solenni  fratellanze  del  pen- 
siero, un  devoto  unanime  pellegrinaggio.  'Santa  Maria  del 
Fiore  avrà  avuto,  dopo  quasi  seicent'anni  dalla  prima 
pietra,  il  suo  compimento. 109  Ma  i  nostri  vecchi,  lasciando 
questa  gloria  al  secolo  che  ora  tramonta,  non  potettero 
prevedere,  nè  avrebbero  osato  augurarsi,  che  la  pietra 
ultima  sarebbe  stata  consegnata  alle  fondamenta  dalla 
mano  invitta  di  Colui  che  la  patria  italiana  doveva  sa- 
lutare suo  unificatore,  suo  padre,  suo  re  ; 110  che  le  feste 
dell'opera  degnamente  compiuta  avrebbero  inauguratori 
i  figli  di  lui,  il  Re  la  Regina  i  Principi  d' Italia  ;  dell'  Italia 
finalmente  pacificata  e  concorde  in  tutte  le  sue  terre,  di 
nazione  storica  rivendicatasi  a  nazione  vivente,  e  del 


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NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


l'avvenire  affidata  dalla  coscienza  del  proprio  diritto,  e 
dal  valore  de'  suoi  soldati  che  combattono  e  muoiono, 
senza  contare  i  nemici,  nel  nome  di  lei  e  del  dovere. 111 
Santa  Maria  del  Fiore  si  apparecchia  a  dischiudere  le  sue 
porte  ai  sovrani  benedetti  da  Dio  e  dal  popolo  ;  e  di  sotto 
ai  novelli  marmi  del  suo  limitare  fremeranno  in  quel 
giorno  le  ossa,  e  per  gli  spazi  delle  arcate  severe  si  af- 
folleranno invisibili,  intorno  agli  Eletti  della  nazione,  i 
magnanimi  spiriti  dell'antica  Firenze.  Il  difensore  a  viso 
aperto  e  tutelatore  della  patria,  P  Uberti,  «  si  ergerà  col 
petto  e  con  la  fronte  »  dalla  tomba  sua  vera,  n^  drappel- 
lando  nel  cospetto  del  Re  prode  e  leale  la  vecchia  insegna 
del  popolo  fiorentino,  la  Croce,  oggi  per  virtù  di  Casa  Sa- 
voia insegna  di  popolo  e  di  re.  Ma  a  Guido  Cavalcanti, 
nel  suo  riaffacciarsi  dal  sepolcro  al  «  dolce  lume  »  del 
sole,  «  ferirà  gli  occhi  »  una  visione  gentile,  come  quelle 
da  lui  già  idoleggiate  nella  sdegnosa  fantasia,  e  gli  farà 
ripetere  li  amorosi  suoi  versi, 113  per  entro  a'  quali  tre- 
pida, interrogando,  l'affetto  : 

Chi  è  questa  che  vien,  eh'  ogni  uom  la  mira, 
e  fa  di  chiarità  l'aer  tremare  ? 

E  mille  voci  concordi  risponderanno  a  quella  sospirosa 
melodia  d'oltretomba,  acclamando  il  nome  dell'Augusta 
Donna,  alle  cui  speranze  materne  è  raccomandata  tanta 
e  sì  cara  parte  delle  speranze  d' Italia. 


NOTE 


1  Matteo  Villani,  Cronica,  VII,  lxiv. 

2  Giovanni  Villani,  Cronica,  VII,  lxviii. 

3  Commentaires  de  messire  Blaise  de  Montluc,  mareschal  de  Frauce; 
Lyon,  1593;  pag.  176. 

4  La  donna  ;  Milano,  Agnelli,  1868  ;  a  pag.  41. 

s  Lettere  di  ima  Gentildonna  fiorentina  del  secolo  X  V  ai  figliuoli  esuli 
pubblicate  da  Cesare  Guasti  ;  Firenze,  Sansoni,  1877  ;  a  pag.  xliv  :  «  Che 
«  le  lettere  familiari  sono  la  prima  fonte  storica,  è  cosa  nota  ;  ma 
«  che  nelle  lettere  delle  donne  sia  riposta  la  storia  più  intima  di  un 
«  popolo,  vorrei  averlo  mostrato  io  con  questo  volume  ».  Lo  stesso 
Guasti  altrove  {Opere;  Prato,  Succ.  Vestri  ;  I,  596)  osserva  che  «gli 
«  storici  fiorentini  non  sono  molto  larghi  nel  darci  tipi  di  donna  ;  ma 
«  quelle  che  ci  mettono  dinanzi  agli  occhi,  son  proprio  degnissime  di 
«  poema  non  che  di  storia.  » 

6  Giosuè  Carducci,  Alla  regina  d'Italia,  XX novembre  MDCCCLXXVIII. 
A  pag.  858-860  delle  Poesie,  Bologna,  Zanichelli,  1902.  E  in  Confessioni 
e  Battaglie,  voi.  IV  delle  Opere  (Bologna,  Zanichelli,  1890),  a  pag.  333-357, 
eterno  Femminino  regale.  —  Su  l'uso  e  1'  abuso,  e  la  interpretazione 
critica,  della  frase  goethiana  «  das  Ewigweibliche  »  è  da  vedersi  un 
bellissimo  saggio  di  Michele  Kerbaker,  L'eterno  Femminino  e  l'epilogo 
celeste  nel  Fausto  di  W.  Goethe  ;  Napoli,  Pierro,  1903.  «  Per  l'eterno 
«  Femminino,  cioè  l'eterna  femminilità,  nel  senso  più  ovvio,  chi  non 
«  abbia  riguardo  al  passo  del  Fausto,  potrebbe  intendersi  la  potente 
«  ed  arcana  attrattiva  che  la  donna  esercita  sui  sentimenti  dell'uomo, 
«  mediante  le  speciali  prerogative  congenite  alla  sua  complessione  fi- 
«  sica  e  morale.  »  Ma  dall'esame  critico  dell'epilogo  celeste  nel  Fausto 
il  Kerbaker  conchiude,  che  quella  «  femminilità  eterna  »  è  «  l'essenza 
«  stessa  dell'indole  femminile  riguardata  come  una  legge  costante  e 
«  provvidenziale  della  natura,  in  contrapposizione  alla  Mascolinità, 
«  e  di  cui  la  Beata  Vergine,  Madre  di  Dio  e  Regina  dei  cieli,  è  un 
«  simbolo  ».  In  quanto  però  la  frase  si  presti,  come  s'è  anche  troppo 
compiacentemente  prestata,  a  interpretazione  astrattamente  umana, 


56 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


non  credo  aver  da  pentirmi  di  quella  che,  in  relazione  col  mio  tema, 
a  me  venne  fatto  di  darle  :  «  idealità  della  donna,  immanente  nella 
storia  ». 

7  II  canto  XV,  primo  della  trilogia  fiorentina  che  il  poeta  svolge  in- 
torno alla  figura  luminosa  del  suo  trisavolo  Cacciaguida  degli  Elisei. 

8  Io  mi  volsi  a  Beatrice  ;  e  quella  udio 

pria  ch'io  parlassi,  ed  arrisemi  un  cenno 
che  fece  crescer  1'  ali  al  voler  mio. 
Poi  cominciai  così.... 

XV,  70-73 
Vincendo  me  col  lume  d'un  sorriso 
ella  mi  disse  :  Volgiti  ed  ascolta, 
chè  non  pur  ne'  miei  occhi  è  paradiso. 

XVIII,  19-21 

»  XV,  97-99  e  segg. 

10  Al  geniale  argomento  appartengono  :  La  donna  genovese  del  se- 
colo XV,  di  Carlo  Braggio  ;  Genova,  dal  Giornale  ligustico,  an.  XII, 
1885  :  —  La  donna  nel  Medio  Evo  a  Venezia,  di  B.  Cecchetti,  Venezia,  dal- 
l' Archivio  veneto,  an.  XVI,  1886;  e  La  storia  di  Venezia  nella  vita  privala, 
di  P.  G.  Molmenti,  Torino,  Roux,?  1885  :  —  gli  studi  di  Lodovico  Frati 
su  La  vita  privata  di  Bologna  dal  secolo  XIII  al  XVII;  Bologna,  Zani- 
chelli, mdcccc  (dello  stesso  autore,  anche  La  donna  italiana  secondo  i  più 
recenti  sUidi  ;  Torino,  Bocca,  1899):  —  una  Conferenza  di  Guido  Biagi,  La 
vita  privata  dei  Fiorentini,  fra  quelle  su  La  vita  italiana  nel  Rinasci" 
mento;  Milano,  Treves,  1893  —  una  di  Lodovico  Zdekauer,  La  vita  pri- 
vala dei  Senesi  ne\  Dugento,  e  una  di  Eugenio  Casanova,  La  donna  senese 
del  Quattrocento  nella  vita  privala,  fra  quelle  tenute  dalla  Commissione 
senese  di  Storia  patria  ;  Siena,  Lazzeri,  1895-98  ;  —  La  storia  di  Peseta 
nella  vita  privala,  di  Carlo  Stiavelli  ;  Firenze,  Lumachi,  1903  —  e  nel 
libro  La  donna  italiana  descritta  da  scrittrici  italiane  in  una  serie  di  Con- 
ferenze tenute  all'  Esposizione  Beatrice  in  Firenze  (Firenze,  Civelli,  1890), 
quelle  specialmente  di  Maria  Savi  Lopez,  La  donna  italiana  nel  Tre- 
cento ;  di  Filippina  Rossi  Gasti,  Le  donne  nella  Divina  Commedia  ;  di 
Alinda  Bonacci  Brunamonti,  Beatrice  Portinari  e  l'idealità  della  donna  nei 
canti  d'amore   in  Italia. 

11  Parad.  XV,  130-135;  XVI,  34-39. 
ia  G.  Villani,  IV,  x, 

13  G.  Villani,  IV,  ix. 

14  G.  Villani,  V,  xxxvn.  «  Ma  se  nel  1209  accadde  la  venuta  di 
Ottone  in   Firenze,  il  racconto  è   favola  ;  chè....  diciannove  anni 

«  avanti,  Gualdrada  e  Guido  eran  congiunti,  e  fin  dal  1196  avevano 
«  figliolanza  »  :  nota  il  Guasti,  Opere,  I,  71.  Ciò  nonostante,  il  valor 
morale  della  gentile  tradizione  rimane  intatto. 

15  Parad.  XXXI,  38-39. 

16  Parad.  XVI,  145-147. 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


57 


17  Par  ad.  XVI,  25. 

18  Parad.  XV,  97-99. 

19  Dino  Compagni,  I,  n. 

20  Inf.  XIII,  143445. 

21  «  Allora  lo  romore  fue  grande  ;  e  fue  messo  in  una  bara,  e 
<<  la  moglie  istava  nella  bara,  e  tenea  il  capo  in  grembo  fortemente 
«  piangendo  ;  e  per  tutta  Firenze  in  questo  modo  il  portarono  ».  Cro- 
nica- fiorentina  compilata  nel  secolo  XIII;  a  pag.  234  del  voi.  II,  P.  Vil- 
l ari,  I  primi  dice  secoli  della  storia  di  Firenze  ;  Firenze,  Sansoni,  189-1. 

22  Manzoni,  Adelchi,  IV,  i. 

23  G.  Villani,  VI,  lxix  ;  Cronica  malisp  intana,  clxiv. 
21  Dino  Compagni,  II,  xxix. 

23  G.  Villani,  1.  c. 

26  Una  di  quelle  «  doti  isfolgorate  »  di  lire  dugento,  sappiamo 
oggi  essere  stata  la  dote  che  la  Gemma  di  Manetto  Donati  portò  a 
Dante  Alighieri.  L'  illustratore  di  questo  Nuovo  Documento  concernente 
Gemma  Donati  (U.  Dorini,  nel  Bullettino  della  Società  Dantesca  italiana, 
N.  S.,  IX  (1902),  fase.  7-8,  pag.  181-184)  ha  potuto  sopra  altri  documenti 
fiorentini  consimili  rilevare  che  fra  il  1276  e  il  1316,  sopra  sessan- 
tasei doti,  dieci  vanno  dalle  50  alle  200  lire  o  poco  più,  quattordici 
dalle  250  alle  500,  quindici  dalle  500  alle  700,  tredici  dalle  700  alle  1218, 
sei  da  fiorini  100  a  300,  otto  da  fiorini  300  a  560.  E  si  seguitò  per  questa 
via.  Guido  Biagi  ha  pubblicato  (per  nozze  Corazzini-Brenzinl;  Firenze, 
1899)  Due  corredi  nuziali  fiorentini  (1320-1493),  da  un  libro  di  Ricordanze 
dei  Minerbetti,  istituendo  confronti  su  «  ciò  che  fosse  la  vita  fiorentina 
«  e  nei  primi  del  Trecento,  quando  non  era  ancor  fatta  la  roba,  e  sul 
«  declinare  di  quel  secolo  decimoquinto,  in  cui  la  squisitezza  del  gu- 
«  sto  raffinava  e  ammolliva  il  costume  ».  Nel  matrimonio  del  1320  la 
dote  è  di  325  fiorini  d'oro,  e  35  fiorini  d'oro  le  «  dónora  »  ossia  il  cor- 
redo. Nel  1493,  fiorini  800  la  dote,  fiorini  240  le  «  dónora  stimate  »  con 
altre  assai  non  stimate,  e  poi  per  fiorini  340  di  «  cose  consegnate  e 
date  »  agli  sposi  dai  genitori  dello  sposo.  Un  altro  matrimonio,  d'una 
Valori  a  uno  Strozzi  nel  1185,  porta  (Scritta  di  parentado  ec.  pubbli- 
cata da  G.  O.  Corazzini  per  nozze  Ciampolini-Magagnini  ;  Firenze, 
1891)  fiorini  duemila  di  suggello  fra  dote  e  dónora,  delle  quali  segue 
la  lista.  Vorrei  poter  riferire  quelle  liste,  preziosa  testimonianza 
anche  alla  storia  del  costume.  Consimili  documenti  di  tempi  ulte- 
riori ha  pubblicato  Carlo  Carnesecchi  nel  suo  opuscolo  Donne  e  lusso 
a  Firenze  nel  secolo  XVI.  Cosimo  I  e  la  sua  legge  suntuaria  del  1562  ; 
Firenze,  Pellas,  1902. 

27  Parad.  XV,  112-120. 

28  Vedi  appresso,  nel  mio  Studio  su  Beatrice.  - 

29  Ottimo,  III,  355  (Parad.  XV,  103-105). 

30  Vedi  il  mio  libro  Dino  Compagni  e  la  sua  Cronica  ;  Firenze, 
Succ.  Le  Monnier,  1880-87;  I,  1113. 


58 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


31  Vedi  il  citato  mio  studio  su  Beatrice;  ed  ivi  anche  ciò  che 
concerne  il  matrimonio  stesso  dell'Alighieri  con  la  Donati. 

32  Le  antiche  rime  volgari  secondo  la  lezione  del  codice  vaticano  3793, 
pubblicate  per  cura  di  A.  D'Ancona  e  D.  Comparetti;  Bologna,  1875-1888; 
n.'  dx,  dxi,  cmx.  D'autenticità  e  realtà  della  «compiuta  donzella  di  Fi- 
renze »,  che  io,  fin  da  quando  (1887)  scrivevo  queste  pagine,  propen- 
devo a  sostenere  contro  gli  assalti  della  critica  dubitatrice,  mi 
paiono  ora  validamente  confermate  nel  bello  Studio  di  Liborio  Az- 
zolina,  La  Compiuta  Donzella  di  Firenze  ;  Palermo,  1902  ;  dove  e  quelle 
e  altre  (d'  argomento  amoroso)  rime  del  Codice  Vaticano  ad  essa 
comecchessia  attinenti,  sono  esaminate  con  finezza  di  osservazione 
critica  e  con  appropriata  dottrina  di  storia  e  d'  arte. 

33  Cronica  fiorentina  cit.  in  nota  21  a  pag.  235-236. 

34  Parad.  Ili,  108. 

88  Commento  alla  D.  C.  d'Anonimo  fiorentino  III,  51. 

36  Dino  Compagni,  III,  x. 

37  Parad.  XVI,  112-114. 

ss  pr0  Coena  maledictarum  dominarum  de  Tosingis,  riferisce  il  cano- 
nico P.  N.  Cianfogni  (Memorie  istoriche  della  basilica  di  S.  Lorenzo  ;  Fi- 
renze, 1804  )  essere  intitolata,  nel  libro  di  Entrata  e  Uscita  del  Capi- 
tolo di  San  Lorenzo,  sotto  1'  1  Maggio  1306,  la  spesa  di  quella  imbandi- 
gione, «  consistente  in  due  capretti,  due  ventri  di  vitella,  cinque 
«  paia  di  pollastri  e  altrettante  di  piccioni,  un  ventre  di  castrato, 
«  tre  caci,  otto  dozzine  e  mezzo  di  pani,  vino,  frutte,  pomaranci,  treg- 
«  gea,  spezie  e  lardo,  colla  spesa,  in  tutto,  di  otto  lire,  quattro  soldi 
«  e  sei  danari  »  (vedi,  qui  subito  appresso,  il  conteggio,  di  poco  supe- 
riore, del  Borghini).  E  poi  lo  stesso  canonico  Cianfogni  soggiunge  : 
«  Chi  fossero  queste  donne  maledette,  le  quali  dalla  quantità  delle  vi- 
«  vande  si  vede  che  erano  di  un  mimerò  non  indifferente,  io  non  ho 
«  potuto  rinvenirlo  ;  siccome  neppure  si  sa  se  questo  fosse  un 
«  obbligo  del  Capitolo,  perocché  non  vi  sono  libri  anteriori,  e  dal 
«  1307  fino  al  1343  mancano  tutti  ;  e  in  quelli  che  seguono,  di  questa 
«  cena  non  se  ne  vede  più  fatta  menzione  ».  Io  non  sarei  d'avviso 
che  la  cena  fosse  imbandita  a  donne,  cioè  non  crederei  che  le  «  ma- 
ledette »  fossero  le  commensali  e  consumatrici  :  parecchia  gente, 
osserva  pure  il  Cianfogni,  se  si  guarda  la  lista  delle  pietanze.  Direi 
piuttosto  che  le  «  maledette  »  dessero,  come  di  certo  l'occasione  e  l'o- 
rigine, cosi  anche  il  nome  alla  cena  ;  ma  che  questa  poi  fosse  am- 
mannita  a  tutt' altre  persone  che  donne  e  Tosinghi,  ma  o  a  poveri  o 
a  religiosi,  o  altro  che  di  simile  :  e  ciò  per  un  lascito  nel  cui  titolo 
le  «  maledette  donne  dei  Tosinghi  »  rimangono  per  noi  un  mistero. 
Mi  capacita  poco,  che  una  casa  come  i  Tosinghi,  così  fiera  e  burban- 
zosa e  potente,  volesse  mandar  le  sue  donne  a  quella  periodica  im- 
pinzatura di  calendimaggio,  accompagnata  poi  da  quella  amorevole 
denominazione.  Peccato  non  usino  più  i  romanzi  storici,  per  ricamarvi 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


59 


un  po' sopra  !  Il  gran  maestro  di  antichità  fiorentine,  Vincenzio  Bor- 
ghini  (Autografi  magliabechiani,  X,  98,  c.  57),  pare  vegga  nella  denomi- 
nazione di  «maledette»  non  altro  che  nna  imprecazione  de'canonici 
all'  indirizzo  delle  Tosinghe,  seccati  di  dover  tutti  gli  anni  per  ca- 
gion  d'esse  metter  mano  alla  borsa  e  registrar  quella  spesa  ;  impre- 
cazione raccolta  dal  camarlingo,  e  sopravvissutaci  in  cotesta  come 
motteggevole  intestatura  della  partita  :  «  Pro  coena  maledictarum  do- 
«  minarum  de  Tosinghis.  Erano  parenti  del  Vescovo,  e  dovevano  farsi 
«  fare  questa  cena  per  piacevolezza  :  ma  questi  buon  preti  non  ci  ave- 
«  vano  pazienza,  chè  spesono  in  tutto  lire  8.  9.  10,  che  erano  più  di  3 
«  lire  delle  nostre  ».  Ma  questa  volta  io  non  consentirei  al  maestro. 
In  quel  «  maledette  »  della  cena  laurenziana  commemorativa,  mi  par 
di  sentire  alcun  che  di  consono  al  grido  misterioso  che  aleggia  fra 
gli  alberi  del  sesto  girone  del  Purgatorio  dantesco  :  «  Ricordivi,  di- 
cea,  de'  maledetti....  » 

E  stato  popolare  in  Firenze,  fino  ai  dì  nostri  il  «lunedi  del- 
l' unte  »,  cioè  delle  tessitore,  che  era  il  penultimo,  o  l'antepenultimo, 
lunedì  del  carnevale,  giorno  di  scialo  per  cotesto  donne  dei  nostri 
camaldoli,  con  tavole  apparecchiate  anche  su  la  strada  :  e  doveva 
essere  antichissimo,  quanto  forse  la  cena  (tutf  altra  cosa)  delle 
«  maledette  ». 

39  Parad.  XV,  127-129. 

so  Protocollo  di  ser  Uguccione  di  messer  Ranieri  Bondoni,  B. 
2126  dell'  Archivio  antecosimiano  dei  Contratti,  nell'  Archivio  fio- 
rentino di  Stato.  A  c.  130 1.,  11  aprile  1301. 

',l  Gr.  M.  Brocchi,  Le  vite  de*  Santi  e  Beati  fiorentini;  Firenze, 
1742-61;  II,  339  seg.  Vedi  anche  L.  Santoni,  Diario  sacro  ecc.  con  VE- 
/eneo  di  tutti  i  Santi,  Beati  e  Venerabili  che  sono  nati  domiciliati  e  morti 
in  Toscana;  Firenze,  1853;  pag.  105.  Piccarda,  o  col  suo  nome  france- 
scano suor  Costanza,  Donati  è  sotto  il  17  ottobre. 

/l2  Questo  concetto  fermai  in  una  iscrizione  pel  Centenario  di 
Santa  Margherita  da  Cortona  (1897),  che  qui  ripubblico  siccome  non 
aliena  dal  carattere  del  presente  mio  libro  : 

Coronazione  di  virtù  miti  in  secolo  feroce 
fu  l'aureola  della  santità 
sulla  fronte  della  donna  medievale. 
Ma  di  eroica  redenzione  dalle  abiezioni  del  peccato 
voluta  e  combattuta  e  vinta, 
ma  di  rivendicazione  dello  spirito  immortale  alla  sua  libertà, 
è  confortevole  simbolo  anche  nei  mutati  tempi 
la  santità  tua,  o  Margherita, 
o  bella  penitente, 
o  consigliatrice  di  pace  ai  potenti  del  mondo, 
n  iniziatrice  di  carità  dagli  abbienti  ai  poveretti  ; 
Maddalena  dell'età  fosca  e  luminosa, 

a  cui  Francesco  ebbe 
nelle  stigmate  dell1  amore  universale 
rinnovato  il  dolce  crocifisso  Gesù. 


60 


NEI  PRIMI  SECOLI,  DEL  COMUNE 


43  Leggenda  della  beata  Umiliarla  de'  Cerchi;  Firenze  1827;  a  pag.  23, 
34,  94,  50. 

44  N.Tommaseo,  Lo  spirito,  il  cuore,  la  parola  di  Caterina  da  Siena; 
premesso  alle  Lettere  di  lei  (Firenze,  Barbèra,  1860),  a  pag.  clxxxvi. 

43  G.  Villani,  VI,  xxxm  :  Gino  Capponi,  Storia  della  Repubblica  dì 
Firenze  ;  Firenze,  Barbèra,  1875  ;  I,  29-30. 

46  G.  Villani,  VI,  lxxix. 

47  G.  Villani.  VI,  lxii. 

48  II  sepolcro  in  chiesa  nella  cappella  di  San  Matteo.  La  pie- 
tra (con  lo  stemma,  e  figurazioni  guelfe,  e  la  scritta  Sepulchrum 
filiorum  de  Marignolle.  A.  D.  MCCLVII1I.  Restauratum  A.  D.  MCCCCCV), 
che  serviva  di  dossale  all'  altare  (Richa,  Chiese  fiorentine,  V,  73,  33-34;, 
fu  trasferita  nel  chiostro  della  Canonica,  a  man  destra  appena  en- 
trati, nel  1739  per  cura  degli  Ubaldini  novelli  patroni  della  cappella. 
E  così  deve  correggersi  un  accenno  del  Capponi,  1.  c. 

49  Inf.  X,  92. 

50  Dramma  ritratto  con  veracità  d'  arte  possente,  in  una  lirica 
del  Tommaseo  :  a  pag.  374-377  delle  Poesie,  Firenze,  Succ.  Le  Monnier, 
1872  e  1902. 

51  Vedi  nel  mio  libro  Dino  Compagni  e  la  sua  Cronica,  II,  519. 
32  Vedi  nel  citato  mio  libro,  II,  457-58. 

53  Statuti  fiorentini,  III,  clxxix  :  «  Di  non  contraere  parentado 
«  co'  conti  Guidi  e  altri  {conti  Alberti,  libertini,  Pazzi  di  Valdarno,  Ubal- 
«  dini),  e  di  pagare  la  gabella  pe'  contraenti  matrimonio  con  alcuno  Sì* 
«  gnore  confinante  col  territorio  fiorentino....  E  coloro  e'  quali  di  tale 
«  matrimonio  nascesseno,  come  bastardi  a  successione  d'alcuno  venire 
«  non  possano,  ma  da  la  successione  s'  intendano  per  essa  ragione 
«  schiusi,  in  quel  modo  eh'  e'  bastardi  sono  eschiusi.  »  Disposizioni 
che  dai  più  antichi  Statuti  si  veggono  perdurare  fino  in  quelli  del 
1115  :  ed  erano  spada  sempre  tagliente,  sospesa  sul  capo  delle  fami- 
glie ribelli  ;  come  ne  danno  pietoso  esempio  due  gentildonne  del 
primo  Quattrocento  :  una  Bardi  negli  Alberti,  e  una  Alberti  nei  Cor 
sani  (vedi  C.  Carnesecchi,  Madonna  Caterina  degli  Alberti  Corsini,  Noti- 
zie inedite;  nell'Archivio  Storico  Italiano,  1892,  X,  116-122). 

34  Dino  Compagni,  II,  xxi  ;  G.  Villani,  Vili,  xxxv. 

ss  Dino  Compagni,  III,  vii. 

S6  Dino  Compagni,  I,  xxu  :  «  In  tal  sera,  che  è  il  rinnovamento 
«  della  primavera,  le  donne  usano  molto  per  le  vicinanze  i  balli.  » 
G.  Villani,  VII,  cxxxii  ;  Vili,  xxxix  :  «  Ogni  anno  per  calen  di  mag- 
«  gio,  si  faceano  le  brigate  e  compagnie  di  gentili  giovani....;  e  simile 
«  di  donne  e  pulcelle,  ec.  »  G.  Boccaccio,  Vita  di  Dante,  ih:  «  Nel  tempo 
«  nel  quale  la  dolcezza  del  cielo  riveste  de'  suoi  ornamenti  la  terra, 
«  e  tutta  per  la  varietà  de'  fiori  mescolati  tra  le  verdi  frondi  la  fa 
«  ridente,  era  usanza  nella  nostra  città  e  degli  uomini  e  delle  donne, 
«  nelle  loro  contrade  ciascuno,  e  in  distinte  compagnie,  festeggiare.  » 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


61 


87  «  Neil'  anno  1283,  del  mese  di  giugno  per  la  festa  di  San 
«  Giovanni,  essendo  la  città  di  Firenze  in  felice  e  buono  stato  di 
«  riposo,  e  tranquillo  e  pacifico  stato,  e  utile  per  li  mercatanti  e  ar- 
«  tefici,  e  massimamente  per  gli  Guelfi  che  signoreggiavano  la  terra, 
«  si  fece  nella  contrada  di  Santa  Felicita  oltrarno,  onde  furono  capo 
«  e  cominciatori  quegli  della  casa  de'  Rossi  con  loro  vicinanze,  una 
«  compagnia  e  brigata  di  mille  uomini  o  più,  tutti  vestiti  di  robe 
«  bianche,  con  uno  Signore  detto  dell'Amore.  Per  la  qual  brigata  non 
«  s'  intendea  se  non  in  giuochi  e  in  sollazzi,  e  in  balli  di  donne  e  di 
«  cavalieri  e  d'altri,  popolani,  andando  per  la  terra  con  trombe  e 
«  diversi  stormenti  in  gioia  e  allegrezza,  e  stando  in  conviti  insieme 
«  in  desinari  e  in  cene.  La  quale  corte  durò  presso  a  due  mesi,  e  fu 
«  la  più  nobile  e  nominata  che  mai  fosse  nella  città  di  Firenze  o  in 
«  Toscana  ;  alla  quale  vennero,  di  diverse  parti  e  paesi,  molti  gentili 
«  uomini  di  corte  e  giocolari,  e  tutti  furono  ricevuti  e  provveduti 
«  onorevolmente.  »  G.  Villani,  VII,  lxxxix. 

88  Purg.  XXIV,  50,  57. 

89  Rime,  ediz.  Fraticelli,  pag.  74. 

60  Purg.  XX,  70-75. 

61  Dino  Compagni,  II,  xix  segg. 

62  Neri  Strinati,  Cronichetta ;  Firenze,  1753,  pag.  115-116. 

63  Istorie  pistoiesi,  pag.  1. 

61  Franco  Sacchetti,  Nov.  clxxix. 

68  A  pag.  49-51  di  Dante  né1  tempi  di  Dante,  Ritratti  e  Studi;  Bolo- 
gna, Zanichelli,  1888.  I  particolari  dalla  Cronica  di  Marchionne  Ste- 
fani, ccxvn. 

66  Vedi  qui  appresso,  La  donna  fiorentina  nel  rinascimento  ecc. 

67  Curioso  inedito  episodio  di  storia  fiorentina,  che  io  ebbi  oc- 
casione di  raccontare  nel  cit.  mio  libro  Dino  Compagni  e  la  sica  Cro- 
nica,- I,  1086-88. 

68  Purg.  XIX,  85-90. 

69  Monna  Giovanna  di  Buonaccorso  del  Velluto,  donna  della  Pe- 
nitenza delle  Vestite  di  Santa  Croce,  manda  (14  maggio  1298)  Michele 
del  fu  Orlando,  servigiale  delle  monache  di  Monticelli,  a  stare  per 
sei  mesi  nell'esercito  del  venerabile  padre  messer  Bonifazio  sommo 
Pontefice  e  di  Santa  Chiesa  contro  i  perfidi  (intendi,  miscredenti) 
Colonnesi  e  qualsisiano  altri  inimici  e  rubelli  di  detta  Chiesa  e  Pon- 
tefice ;  con  riportare  a  suo  tempo  pubblico  instrumento,  o  lettere  si- 
gillate papali,  del  servizio  fatto  e  relativa  indulgenza,  lucrata  per 
tal  mezzo  da  essa  monna  Giovanna.  Vedi  il  mio  Commento  alla  Cror 
nica  di  Dino,  II,  n,  6. 

70  L'  episodio  monastico  di  suor  Margherita,  dico  quello  della 
sfuriata  profetica  contro  papa  Bonifazio,  è  consegnato  a  un  atto  dei 
23  maggio  1299,  pubblicato  da  D.  Moreni  {Contorni  di  Firenze,  VI,  77  seg.) 
che  è  fra  le  pergamene  dell'Archivio  fiorentino  di  Stato,  insieme  con 


62 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


altri  (de'  25  maggio  e  23  luglio  successivi)  pur  concernenti  il  bizzarro 
episodio.  Dei  contrasti  poi,  diciam  pure  politici,  per  la  sua  elezione 
a  badessa  nel  1291,  ci  dà  i  particolari  un  altro  atto  dei  5  gennaio  di 
cotesto  medesimo  anno,  e  che  è  altresì,  col  corredo  di  altri,  fra  le 
pergamene  dell' Archivio  fiorentino.  In  quella  elezione  a  badessa  di 
suor  Margherita,  che  succede  a  una  Giovanna,  le  elettrici  in  numero 
di  sette,  convengono  nel  nome  di  suor  Margherita,  eccetto  due, 
suor  Petronilla  e  suor  Giovanna,  delle  quali  la  prima  dice  che  non 
vuol  consentire  in  nessun  nome,  finché  non  abbia  l'assentimento  del 
proprio  padre  e  degli  altri  di  casa  sua,  e  perciò  chiede  dilazione  ;  e 
suor  Giovanna,  parimente,  dichiara  di  voler  prima  l'assenso  degli  zii. 
Gli  scrutatori  non  l'accordano,  protestando  che  la  causa,  per  la  quale 
le  due  monache  fanno  tale  richiesta,  è  riprovevole  e  disonesta  e  con- 
tro il  diritto  e  i  buoni  costumi.  A  dì  8  il  vescovo  Andrea  dei  Mozzi 
conferma  l'elezione.  Ho  cercato  inutilmente,  a  quali  famiglie  fioren- 
tine appartenessero  e  suor  Margherita  e  le  due  elettrici  che,  in  nome 
e  nell'  interesse  del  respettivo  parentado,  facevano  quelle  eccezioni 
partigiane. 

Nell'Archivio  fiorentino  di  Stato  (Sezione  del  Diplomatico)  sono, 
oltre  gl'indicati,  anche  i  documenti  dello  sposalizio  episcopomona- 
cale,  così  di  quello  del  1301  come  di  altri. 

71  Purg.  XXIII,  98-111. 

72  Folgore  da  San  Gimignano  ;  II,  194,  dei  Poeti  del  primo  secolo  ; 
Firenze,  1816. 

73  Vedi,  nell'Appendice  al  mio  Commento  alla  Cronica  di  Dino, 
la  XVII.a  delle  Note  dantesche,  pag.  621-27. 

74  Iliade,  lib.  VI  e  XXIV.  Eneide,  II,  790-97,  nella  traduz.  del  Caro  : 

S'ode  più  dentro  un  gemito,  un  tumulto, 

un  compianto  di  donne,  un  ululato, 

e  di  confusione  e  di  miseria 

tale  un  suon  che  feria  l'aura  e  le  stelle. 

Le  misere  matrone  spaventate, 

chi  qua  chi  là  per  le  gran  sale  errando, 

battonsi  i  petti,  e  con  dirotti  pianti 

danno  infino  alle  porte  amplessi  e  baci. 

73  Orlando  furioso,  XVII,  13. 

7,5  Purg,  XXIV,  106-111. 

77  Purg.  VI,  148-151. 

78  Caterina  della  Bella,  moglie  di  Galassino  Castellani  :  esiliata 
col  padre  nel  1295,  prosciolta  dal  bando  nel  1317. 

79  Vedi  a  pag.  66-73  del  mio  libro  Dal  secolo  e  dal  poema  di  Dante, 
Altri  Eilratti  e  Studi;  Bologna,  Zanichelli,  1898. 

80  Vedi  delle  cit.  mie  Note  dantesche  la  XVa  Del  ghibellinismo  di  Da/de, 
pag.  604-610;  e  gli  Atti  della  proscrizione  dei  Guelfi  Bianchi,  fra  i  Docu- 
menti al  mio  Discorso  Dell'esilio  di  Dante;  Firenze,  Succ.  Le  Mounier,  1881. 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


99 


**  Purg.  XXIII,  103-105. 
82  G.  Villani,  IX,  ccxlv. 
88  a.  Villani,  X,  xi. 

84  Nel  protocollo  notarile  di  ser  Lapo  Gianni  (Archivio  anteco- 
simiano  dei  Contratti,  nell'Archivio  fiorentino  di  Stato)  occorre  nn 
atto  dei  2  gennaio  1328,  risguardante  condottieri  e  milizie  a  soldo, 
intestato  così:  «  Aotum  in  ducali  Palatio  Florentie,  presentibus  te- 
stibus  ecc.  ». 

815  G.  Villani,  X,  xi. 

86  G.  Villani,  1.  c. 

87  G.  Carducci,  Rime  antiche  da  carte  di  archivi;  nel  Propugnatore, 
voi.  XXI  (an.  1888),  pag.  8. 

88  Nov.  cxxxvn  :  «  Come  le  donne  fiorentine,  senza  studiare  o  ap- 
«  parare  leggi,  hanno  vinto  e  confuso  già  con  le  loro  legge,  portando 
«  le  loro  fogge,  alcuno  dottor  di  legge.  » 

89  Al  1306  mostrano  risalire  gli  Ordinamenti  intorno  agli  sponsali 
ed  ai  mortori  (P.  Emiliani  Giudici,  Storia  dei  Comuni  italiani,  III,  149-170), 
in  quanto  si  connettano  con  la  istituzione  fatta  nel  1306  dell'  Esecu- 
tore degli  Ordinamenti  di  giustizia.  E  in  un  Consiglio  del  1290  si  discu- 
teva dello  «  scrivere  le  vestimenta  >>,  cioè  far  l' inventario  degli  or- 
namenti femminili  ;  e  fra  i  consulenti  era  ser  Brunetto  Latini  (Alla 
biografia  di  ser  B.  L.  contributo  di  documenti  per  I.  Del  Lungo  ;  a  pag. 
251-52  della  Monografia  di  T.  Sundby,  tradotta  da  R.  Renier,  Della  vita 
e  delle  opere  di  B.  L.;  Firenze,  Suoc.  Le  Mounier,  1884).  Vedi  poi  la 
cit.  Conferenza  di  G.  Biagi,  La  vita  privata  dei  Fiorentini,  §§  VI,  VII, 
pag.  100  segg. 

90  Chi  voglia  gustare  un  saggio  del  bel  volgare  di  quei  docu- 
menti, può  vedere  i  citati  Ordinamenti  intorno  agli  sponsali  e  ai  mortori, 
e  altri  Ordinamenti  del  1388  pubblicati  e  illustrati  da  D.  Salvi  a  pag. 
221-237  della  Regola  del  governo  di  cura  familiare  del  beato  Giovanni  Do- 
minici fiorentino  ;  Firenze,  1860. 

91  Scritti  editi  e  inediti;  Firenze,  Barbèra,  1877;  I,  409-410. 

92  Da  quell'Ovidio  «  delle  donne  »  vedi  curiosi  saggi  di  psicolo- 
gia femminile  in  alcune  pagine  del  cit.  mio  libro  su  Dino  Compa- 
gni ec,  I,  418  seg. 

93  Esempio  insigne  Fra  Domenico  Cavalca,  Volgarizzamento  della 
Epistola  di  S.  Girolamo  ad  Eustochio  (Eoma,  1764),  pag.  356  :  «  Volendo  per 
«  utilità  di  molte  donne  religiose  e  altre  oneste  vergini,  e  ancora 
«  molte  altre  persone  che  non  sanno  grammatica,  recare  in  vulgare 
«  quella  bella  Pistola  la  quale  San  Girolamo  mandò  ad  Eustochio  no- 
«  bilissima  vergine  di  Roma,  inducendola  ad  amare  e  ben  guardare 
«  la  santa  verginità,  e  a  bene  renunciare  lo  mondo  tutto  ;  do  ad  in- 
«  tendere  a  ciascuno  che  legge,  che  ecc.  » 

94  Documenti  d'Amore  ;  Roma,  1640.  —  Del  Reggimento  e  costumi  di  don' 
na;  Bologna,  1875.  —  Sulla  precettistica  femminile  del  Barberino,  vedi 


64 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


qui  appresso,  pag.  81  segg.  Il  quesito  circa  «  lo  leggere  e  lo  scri- 
vere »  è  nella  seconda  delle  indicate  opere,  a  pag.  40-42. 

95  Cronica  domestica,  secondo  il  titolo  col  quale  io  la  ho  prepa- 
rata per  le  stampe  sull'autografo,  che  si  conserva  presso  i  signori 
Velluti-Zati.  Tedine  notizia  e  saggi  nel  Manuale  della  letteratura  ita- 
liana di  A.  D'Ancona  e  O.  Bacci  ;  voi.  I  (ediz.  1903),  pag.  572-78.  La 
edizione,  unica  sinora,  fatta  da  D.  M.  Manni,  fu  condotta  sulle  copie, 
ed  è  difettosa  per  troppi  rispetti,  e  improprio  il  titolo  :  Cronica  di 
Firenze  dall'anno  1300  in  circa  fino  al  1370.  Ai  passi,  che  qui  adduco 
di  sull'  autografo,  corrispondono  nella  edizione  del  Manni  le  pagine 
14,  25,  26,  36,  56,  132,  53,  129. 

96  Rilevata  come  popolare  da  Vincenzio  Borghini  (postille  al 
Sacchetti,  ediz.  Le  Monnier,  Nov.  lxxxv)  :  «Delle  care,  delle  compiute  e 
«  dell'  oneste  donne  della  nostra  città:  è  nostro  modo  di  dire,  et  ha 
«  sapore  di  comparativo  o  presso  che  superlativo.  » 

97  A.  Gaspary,  La  scuola  poetica  siciliana  del  secolo  XIII ;  Livorno, 
Vigo,  1882  ;  a  pag.  5. 

98  Istoria  d'Ippolito  e  Lionora,  o  Istoria  d'Ippolito  e  Dianora;  così  in 
prosa  come  in  ottava  rima  :  stampata  e  ristampata,  ormai  da  più  di 
quattro  secoli,  in  libercoli  di  edizione  popolare. 

99  A.  D'Ancona,  nella  edizione  critica  che  di  sulle  popolari,  mol- 
tiplicatesi fin  dai  primi  tempi  della  stampa,  ne  fece  nel  1863  (Pisa,  Ni- 
stri)  :  La  storia  di  Ginevra  degli  Almieri  che  fu  sepolta  viva  in  Firenze,  di 
Agostino  Velletti,  riprodotta  sulle  antiche  stampe.  E  criticamente  ne 
ha  discorso  P.  Rajna,  in  Romania,  voi.  XXXI  (an.  1902),  pag.  62-68. 

100  G.  Villani,  II,  I. 

101  «  Ma  del  nome  del  Buonconsiglio,  egli  è  noto  quel  che  ne  porta 
«  attorno  la  fama  comune  :  che  andando  liberamente  e  senza  sospetto 
«  i  cittadini  chiamati  da  Totila  nel  palazzo  del  Campidoglio,  dove 
«  egli  gli  mandava  invitando  per  ammazzargli,  furono  avvisati  da  una 
«  donna  che  stava  a  vendere  accanto  a  quella  chiesa,  che  guardas- 
«  ser  bene,  chè,  come  ha  quella  favola  d'Esopo,  di  quanti  vi  erano 
«  entrati  niuno  se  n'era  veduto  uscire.  Donde  vogliono  che  e'  si  sal- 
«  vasse  la  vita  a  molti  per  lo  buon  consiglio  di  quella  trecca.  Ma  io 
«  non  veggo  che  si  abbia  a  fare  o  riferire  alla  chiesa  il  fatto  di  questa 
«  feminella  ;  però,  se  vale  a  indovinare,  credo  che  più  si  appressi  al 

«  vero  il  pensiero  di  coloro  che        pensano  che,  come   alcuna 

«  volta  ed  in  certi  casi  nel  tempio  di  Giove  Capitolino  {in  Roma)  si 
«  ragunava  il  Senato,  così  si  ragunasse  in  questo,  ne'  primi  tempi,  il 
«  Consiglio  della  città.  »  V.  Borghini,  Discorsi,  I,  143-144. 

102  II  documento  storico  di  quella  fondazione  vedilo,  con  un  mio 
tentativo  di  versione  in  antico  volgar  fiorentino,  a  pag.  115-134  del 
mio  volumetto  Beatrice  nella  vita  e  nella  poesia  del  secolo  XIII  ;  Milano, 
Hoepli,  1891. 

103  Vedasi,  di  tuttociò,  a  pag.  285-288  della  Storia  degli  Stabilimenti 


NEI  PRIMI  SECOLI  DEL  COMUNE 


65 


di  beneficenza  ec.  della  ciilà  di  Firenze  (Firenze,  Le  Monnier,  1853)  di 
Luigi  Passerini.  Della  leggenda  di  monna  Tessa,  sfatandola,  parla 
anche  im  antiquario  settecentista  G.  B.  Dei  {Memorie  di  famiglie, 
XXXVII,  89  ;  nell'Archivio  fiorentino  di  Stato),  raccogliendo  notizie 
sui  Portinari. 

104  Gr.  Biagi,  a  pag.  90-91  della  cit.  Conferenza  su  Là  vita  privala 
dei  Fiorentini. 

ìos  ye(ìi  appresso,  Beatrice  nella  vita  e  nella  poesia  del  secolo  XIII, 

106  U  Obituario  di  Santa  Reparata,  nell'Archivio  dell'Opera  di  Santa 
Maria  del  Fiore. 

107  Yedi  a  pag.  339,  voi.  IV  (Prato,  Succ.  Vestri,  1897)  delle  Òpere 
di  Cesare  Guasti. 

108  Purg.  XXXI,  49-51. 

109  12  maggio  1887:  inaugurazione  della  facciata  di  Santa  Maria 
del  Fiore. 

110  22  aprile  1860. 

111  In  Affrica,  a  Dogali,  il  26  gennaio  1887. 

112  Inf.  X,  35,  69. 

113  Guido  Cavalcanti,  Rime  (ed.  P.  Ercole,  Livorno,  1885),  pag.  266. 


Del  Lungo 


5 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


Nella  solenne  adunanza  della  Società  Colombaria,  tenuta  il  21  mag 
1887  nel  Palazzo  del  Presidente,  principe  don  Tommaso  Corsini 


Colleghi  egregi,  Signore  e  Signori, 

Fu  cortese  desiderio  del  mentissimo  Presidente  e  del 
Consiglio  degli  Anziani  della  nostra  Società,  che  fra  i  let- 
tori designati,  secondo  le  Costituzioni,  per  l'anno  presente, 

10  trattenessi  oggi  per  breve  tempo  l'udienza,  invitata  alla 
Relazione,  che  con  la  consueta  nobiltà  di  pensieri  e  schiet- 
tezza affettuosa  di  forme,  ci  avrebbe  fatta  ascoltare  il  Se- 
gretario 1  (*)  nella  fratellevole  allegrezza  di  questo,  cornei 
vecchi  dicevano,  nostro  annuale.  A  più  modesta  adunanza 
veramente  che  a  questa,  la  quale  celebriamo  in  città  tut- 
tavia festeggiante  e  all'ombra  di  quell'ospitalità  di  cui 

11  patriziato  fiorentino  si  onorò  sempre  verso  gli  umani 
studi,  a  più  modesta  adunanza  riserbavo  io  le  osserva- 
zioni, piuttosto  accennative  che  dissertative,  le  quali 
sono  per  leggervi,  sulla  idealità  femminile  nella  lettera- 
tura fiorentina  da  Dante  al  Boccaccio  :  nè  dell'adunanza, 
in  cui  si  è  voluto  che  io  le  rechi,  intendo  occupar  con 
esse  altro  luogo  che  una  estrema  linea  e  come  d'appen- 
dice. Appendice  forse  non  disadatta,  per  l'argomento,  alla 
genialità  del  convegno  odierno  ;  appendice  altresì  e  com- 
pimento di  altra  mia  recente  lettura;  2  trovino  presso  di 
Voi,  come  questa  ebbe  presso  altri  gentili,  accoglienza 
benevola  :  e  in  ogni  caso,  lo  avere  non  altro  che  obbedito 


(*)  Vedi  le  note  a  pag.  95. 


70 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


valga  e  a  scusarmi  e  insieme  a  liberarmi  dalla  taccia  di 
quel  Onerilo  oraziano,  che  batteva  sempre  sulla  medesima 
corda;  e  male,  per  giunta. 3  Io,  fidato  nella  vostra  bontà, 
rinunzierò  volentieri  alla  difesa  che  potrei  trarre  da  una 
sentenza  del  Machiavelli:  «  Se  niuna  cosa  diletta  o  insegna 
nella  storia,  è  quella  che  particolarmente  si  descrive.  »  4 
Lo  dice  egli  della  storia,  con  piana  applicazione,  com'è 
di  tutti  i  suoi  lucidi  e  appuntati  aforismi  :  nella  critica, 
F  equivalente  di  questo  mi  sembra  essere,  che  non  si  tra- 
scuri alcun  ordine  di  fatti,  cosi  dall'  ideale  come  dal  reale, 
i  quali  appartengano  alla  illustrazione  d'un  dato  argo- 
mento. Nè  a  me,  studiando  la  Donna  fiorentina  nei  primi 
secoli  del  Comune,  parve  poter  trascurare,  dopo  mostrato 
ciò  ch'ella  fu  nei  fatti  e  nelle  tradizioni,  un  sommario 
cenno  a  quale  ella  ci  vive  tuttora  presente,  nelle  perpe- 
tuatrici pagine  dei  grandi  effigiatoli  e  assimilatori  del  vero; 
quale  ella  informò  di  sé,  per  virtù  de'propri  naturali  ef- 
fetti, i  cuori  e  le  menti  de'sovrani  atteggiatori  del  pen- 
siero nell'adolescente  e  pur  già  virile  parola  italiana.  Ma 
sempre,  avvertasi  bene,  con  relazione,  anche  questa  parte 
del  mio  Studio,  a  ciò  che  chiamerei  la  personalità  fioren- 
tina della  donna  ;  per  circoscrivere  col  linguaggio  de'  giu- 
risti un  tema,  che  potrebbe  svolgersi  in  àmbito  ben 
altramente  ampio  di  principi  e  di  applicazioni. 


In  quel  giovine  mondo,  del  cui  risvegliarsi  con  entu- 
siasmo alla  vita  è  simbolo,  ormai  tradizionale,  l'affranca- 
mento dalle  più  o  meno  millenarie  paure  della  distruzione 
delle  cose,  molte  e  svariate  cause  concorsero  a  far  potenti 
e  benefìci  gì'  influssi  della  femminile  bellezza  ;  ma  non 
altrove  forse  così  singolarmente  quelli  influssi  operarono, 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


Ti 


nè  con  effetti  si  alti,  come  in  questa  città  e  in  quel  tempo, 
in  cui  agli  angeli  di  Cimabue  (non  più  linee  bizantine  ma 
umane  figure)  succedevano  quasi  immediatamente  i  profili 
eloquenti,  le  passionate  espressioni,  del  suo  discepolo 
Giotto  ;  e  l'eco  dell'artificiata  poesia  di  quei  graziosi  bi- 
zantini della  parola  che  poi  infine  furono  i  Provenzali,  si 
era  appena  ripercosso  nelle  colline  di  Fiesole  e  di  Maiano, 
sede  non  disacconcia  a  «  pastorette  »  e  a  «  tenzoni  »,  che 
già,  dal  cuore  della  vecchia  Firenze,  una  voce  vera  di 
uomo,  e  quale  uomo  !,  disperdeva  fra  concetti  di  schietto 
e  profondo  sentimento  quella  musichetta  di  seconda  e 
terza  mano,  e  «  cominciatore  del  dolce  stil  nuovo  »,  un 
giovine  degli  Alighieri,  scriveva  «  a  dettatura  d'Amore  », 
e  «  secondo  le  interne  spirazioni  di  lui,  andava  signifi- 
cando »  non  vuoti  suoni  ma  cose  :  «  amoroso  canto  »,  a 
cui  dava  note  potenti  Casella.  5  Se  gentile  atomo  della 
terrena  polvere  »  è  stata  chiamata  Firenze  da  un  grande 
innamorato  di  lei,  6  a  nessuna  parte  forse  di  Firenze  si 
addice  meglio  tal  nome,  che  a  quel  breve  tratto  fra  le  case 
dei  Portinari  nel  Corso  e  la  vecchia  Badia,  nel  quale  si 
svolse  la  soave  storia  d'amore,  che  ebbe  idillio  ed  elegia 
nella  Vita  Nuova  e  poema  in  uno  de'più  grandi  concepi- 
menti d' ingegno  mortale.  E  noi  vorremmo,  cotesto  piccol 
nido  di  cose  grandi,  poterlo  ripopolare  delle  gentili  figure 
di  quelle  «  sessanta  fra  le  più  belle  donne  della  città  »,  che 
il  giovine  poeta  ci  narra  7  avere  enumerate  e  disposte 
«in  una  epistola  sotto  forma  di  serventese  »;  della  cui 
perdita  mal  ci  compensano  il  Serventese  delle  belle  donne 
del  1335,  scritto  da  Antonio  Pucci  nel  suo  ruvido  stile 
(salvo  il  cominciamento,  ch'è  assai  garbato, 

Leggiadro  sermintese,  pien  d'amore, 
cercando  va',  per  la  città  del  fiore, 
tutte  le  donne  più  degne  d'onore, 

in  tal  maniera), 


72 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


e  un  posterior  frammento  consimile  che  si  volle  attribuire 
al  Boccaccio.  8  Ma  quell'omaggio  che  alla  bellezza  delle 
sue  concittadine  rendeva  Dante;  non  il  macro  e  doloroso 
meditatore  della  Commedia  divina,  sibbene  Dante  giovine 
e  innamorato,  a  cui  non  ancora  la  morte  aveva  tolto  la 
donna  sua,  nè  l'esilio  la  patria;  quell'omaggio  trovadorico, 
del  quale  null'altro,  e  da  lui  stesso,  conosciamo,  se  non 
che  sessanta  erano  le  belle,  e  come  «  componendolo,  ma- 
«  ravigliosamente  addivenne,  che  in  alcuno  altro  numero 
«  non  sofferse  il  nome  della  sua  donna  stare,  se  non  in 
«  sul  nono  »,  mistico  numero  ;  andò  disperso  nel  fragore 
battagliero  delle  parti.  Così  al  cozzo  delle  spade,  alle  grida 
di  «  Arme,  arme!  Ammazza,  ammazza  !  »,  si  sgominarono  i 
balli  di  donne  e  di  cavalieri,  festeggianti  pel  calendimaggio 
il  rinnovamento  della  primavera  o  per  il  San  Giovanni 
la  maggior  solennità  cittadina;  si  dispersero  le  brigate 
allegoriche,  vestite  di  robe  bianche  «  con  uno  Signore 
detto  dell'Amore  »,  che  tenevan  pubblicamente  corte 
bandita,  imitando  con  larghezza  popolana  le  feudali  ma- 
gnificenze. 9  II  poeta  che  ventenne  si  era  deliziato  nei  sogni 
d'amore,  immaginando  sè  con  gli  amici  e  poeti  Guido 
Cavalcanti  e  Lapo  Gianni  e  le  loro  donne,  naviganti  in  un 
mare  tranquillo  entro  un  vascello  incantato  ;  10  respinto 
prima  dalla  morte  dell'amata  sua  nelle  aspre  realtà  della 
vita,  ebbe  poi  a  sostenere  il  peso  delle  pubbliche  sven- 
ture, de'civili  disinganni,  e  di  suoi  propri  traviamenti  ed 
errori.  Per  tal  modo, 

le  dolci  rime  d'  amor,  eh'  ei  solea 
cercar  ne'  suoi  pensieri,  11 

cedetter  luogo,  nell'anima  ravveduta  e  percossa,  allo  sde- 
gno che  purifica,  al  dolore  che  ispira,  alla  meditazione  che 
gli  obietti  esteriori  trasforma,  quelli  che  per  degnità  ne 
son  suscettivi,  in  mere  idealità.  La  dominante  scolastica 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


71Ì 


accrebbe  (e  il  Convivio  ne  fa  espressa  testimonianza)  im- 
pulso ed  estensione  al  procedimento  di  quell'austero  in- 
telletto verso  V  ideale  :  cosicché  non  solamente  la  donna 
che 

si  era  partita  dalla  sua  veduta, 
divenne  spiritai  bellezza  grande,  12 

sibbene  tutta  la  realtà  della  vita,  tutta,  come  dicevano,  la 
vita  attiva,  scomparve  agli  occhi  suoi  contemplanti,  e 
le  si  sovrappose,  infinito  e  sovrumano,  e  solo  esso  vero, 
l'ideale.  Ma  gli  occhi  di  Beatrice  anche  in  quella  re- 
gione sconfinata,  raggiano  sempre, 

dal  primo  giorno  eh'  ei  vide  il  suo  viso 
in  questa  vita,  insino  a  quella  vista  ;  13 

gli  occhi  amorosi,  che  per  le  feste  primaverili  nella  casa 
del  padre,  ai  banchetti  nuziali,  passando  per  le  vie,  nella 
chiesa  pregando  a  Maria  (non  faccio  che  ricordarvi  le 
realtà  della  Vita  Nuova;  11  e  nessun  altro  libro  nè  ha  di 
più  spiritualmente  adombrate),  si  sono  volti  verso  il  Poeta  : 
anzi,  se  lo  sguardo  di  lei  donna  lo  confondeva  e  lo  «  scon- 
figgeva », 15  sono  ora  gli  occhi  di  lei  «  salita  a  spirto  e 
cresciuta  di  bellezza  e  di  virtù  »  16  che  lo  attraggono,  per 
virtù  miracolosa,  di  cielo  in  cielo  alla  visione  suprema 
dell'Ente  : 

Beatrice  in  suso,  ed  io  in  lei,  guardava.  17 

E  nessuna  lode,  fra  le  adulazioni  tante  di  che  è  stata  (fin 
che  è  usato  rispettarla)  caricata  la  donna,  nessuna  fu  mai 
lode  più  alta  di  questa. 

Di  Beatrice,  quanto  indubitabile  la  realtà,  suggellata 
in  quel  verso  potente  18 

guardami  ben;  ben  son,  ben  son  Beatrice, 

altrettanto  è  poco  o  punto  contornata  storicamente  la  fi- 
gura, non  dico  nel  Poema,  dov'ella  è  spirito  e  simbolo? 


74 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


ma  nella  stessa  Vita  Nuova,  dov'ella  è  donna  che  ispira 
affetti  e  che  muore.  Può  anzi  dirsi  che  la  Beatrice  della 
Vita  Nuova,  sebbene  donna  vivente,  è  in  si  alto  grado 
angelicata,  che  i  lineamenti  femminili  si  perdono  in  quel- 
l'aureola ond'è  circonfusa  la 

cosa  venuta 
di  cielo  in  terra  a  miracol  mostrare  :  19 

e  piuttosto  nel  Poema,  dove  la  creatura  celeste  è  discesa 
«  dal  suo  beato  scanno,  per  soccorrere  quei  che  l'amò 
tanto  », 20  spesso  assume  aspetti  e  atteggiamenti  di  vita 
reale  ed  umana,  sia  che  21  non  senza  lacrime  parli  a  Vir- 
gilio del  pericolo  di  Dante  ;  sia  che  a  questo  rimproveri 
le  mondane  infedeltà,  e  lo  umilii  fino  a  rompere  in  pianto; 
sia  che  lo  affidi  pei  mistici  lavacri  a  Matelda;  sia  che 
sorrida  de'suoi  smarrimenti  di  creatura  impotente  a  so- 
stenere il  fascio  del  divino  che  opprime  i  deboli  sensi  ; 
sia  che,  perfino,  maliziosamente 

ridendo,  paia  quella  che  tossìo 
al  primo  fallo  scritto  di  Ginevra. 

Nella  VitaNuova  hanno  cercato  a  che  punto  della  narra- 
zione Beatrice,  da  Portinari,  diventi  de'Bardi,  poiché,  si  è 
detto,  «  il  matrimonio  di  lei  con  un  altro  uomo  doveva  muo- 
«  vere  gagliardamente  l'anima  del  giovine  e  innamorato 
«  poeta.  »  22  io  non  lo  credo  :  e  che  l'amore  di  Dante,  «  la 
reverenza  che  s' indonnava  di  tutto  lui  pur  per  B  e  per 
ICE  »,  23  sia  stato  amor  di  poeta  medievale  per  la  donna 
del  pensiero,  e  non  altro,  lo  stimo  asserto  da  poter  so- 
stenere il  cimento  anche  deUuoghi  più  appassionati  di 
quella  psicologica  confessione.  24  Del  resto,  è  argomenta- 
zione molto  probabile  quella  su  tal  proposito  stata  fatta,  25 
che  Beatrice  andasse  sposa  a  messer  Simone  de'  Bardi  in 
giovanissima  età  :  e  volentieri  questo  parentado  di  Por- 
tinari, alcuni  de'quali  Ghibellini,  con  Bardi  famiglia  guelfa 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


75 


de'  Grandi,  io  lo  porrei  com'imo  di  quelli  che  la  pace  del 
cardinale  Latino,  nel  1280,  conciliò  tra  famiglie  de^le  due 
parti.  Similmente,  che  quello  fra  Donati  e  Alighieri,  pel 
quale  Dante,  sposando  la  Gemma  di  messer  Manetto,  s' im- 
parentò col  grande  agitatore  di  parte  guelfa  messer  Corso, 
sia  stato  principalmente  un  parentado  di  «  vicini  »,  nel 
senso  storico  di  «  quasi  consorti  »  che  tal  parola  ci 
deve  da  que' tempi  richiamare  alla  mente,  è  cosa  non 
certa  per  documenti,  26  ma  troppo  più  probabile  del  tanto 
che  sul  matrimonio  di  Dante  e,  povera  donna,  sulla  sua 
moglie,  hanno  o  ricamato  o  stillato  biografi  ed  eruditi, 
dal  romanzo  del  Boccaccio  alle  bizzarrie  presuntuose  di 
critici  odierni.  Tanto  più,  che  il  terribile  messer  Corso,  in 
maneggiar  parentadi  di  sua  casa  con  mire  di  parte,  fu 
tale  da  disgradarne  la  peggio  intrigante  femmina,  aggiun- 
tovi poi  l'audacia  e  la  violenza  che  per  lui  principalmente 
attirarono  alla  sua  famiglia  il  triste  soprannome  di  Ma- 
lefa'  mi  :  o  si  trattasse  di  strappare  al  chiostro  la  sorella 
bellissima;  o  a  sè  medesimo,  non  più  giovine,  dare  la 
terza  moglie,  dopo  una  Cerchi  della  cittadinanza  guelfa 
e  una  libertini  del  contadiname  feudale  ghibellino,  in  una 
figliuola  del  ghibellino  venturiero  Uguccione  della  Fag- 
giuola. Corse  voce,  intorno  a  quella  prima  sua  moglie,  la 
Cerchi,  che  morisse  per  veleno  dal  marito  stesso  propi- 
natole :  doppiamente  orrendo  a  pensarsi,  se  cupidigia  di 
nozze  partigiane  trascinava  quel  sinistro  uomo  a  molti- 
plicarle. 27  E  a  tutto  ciò  riflettendo,  quanto  più  cara  e  pie- 
tosa addiviene,  là  dentro  a  quelle  infauste  case  de'  Male- 
fa'mi,  la  soavissima  figura  di  Nella  !  la  vedova  virtuosa 
dello  scapestrato  Forese  Donati,  compagno  a  Dante  nel 
breve  periodo  giovanile,  che  questi  pur  ebbe,  di  vita  mon- 
dana; 28  «  la  Nella  mia  »,  dice  Forese  nel  Purgatorio,  29 
«  che  piange  e  prega  per  me,  soletta  in  bene  operare  fra 


70 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


quella  gente  selvaggia  dov'  io  l'ho  lasciata  ».  Ad  amare 
di  simile  affetto  la  madre  de'suoi  molti  figliuoli,  ad  amarla 
in  patria,  ad  amarla  esule,  io  penso  che  il  culto  ideale  per 
Beatrice  non  dovesse  a  Dante  fare  impedimento  veruno  ; 
non  più  che  a  Guido  Cavalcanti,  marito  di  Bice  degli 
Ubertì,  la  servitù  amorosa  per  monna  Vanna.  Nè  credo, 
come  alcuni  interpreti  della  Vita  Nuova  han  voluto,  30  che 
la  «  donna  gentile  »  vicina  di  casa  dell'Alighieri,  e  che 
«  da  una  fenestra  riguardava  molto  pietosamente  »  al  do- 
lor suo  nella  morte  della  Portinari,  fosse  appunto  la  Do- 
nati, che  di  quel  tempo  gli  era  forse  già  moglie.  31  In  quella 
donna  gentile  altri  volle  ravvisare  la  Matelda  del  Para- 
diso terrestre  :  alla  quale,  meglio  che  il  serto  della  con- 
tessa famosa,  meglio  che  le  bende  di  non  so  qual  mo- 
nacella  alemanna,  furon  creduti  addirsi  —  poiché  ragioni 
all'accennata  identificazione  non  mancherebbero32  —  lo 
schietto  vestire,  il  dimestico  e  naturai  contegno,  di  sem- 
plice donna  fiorentina  :  le  cui  più  graziose  imagini,  di 
donna  che  coglie  fiori,  di  donna  che  muove  il  picciol 
passo  a  ballare,  di  vergine  che  gli  occhi  onesti  avvalla, 
ritornano,  certamente  dai  giovanili  ricordi,  dinanzi  all'ap- 
parizione di  lei,  nella  fantasia  del  Poeta.  33 


Ma  nulla  pur  troppo  di  fiorentino  potevano  i  giovanili 
ricordi  ispirare  all'altro  de'grandi  idealizzatoli  della  donna 
in  quel  secolo,  al  Petrarca,  a  cui  dalle  maledette  fazioni 
fu  conteso  in  Firenze  il  nascere  e  l'educarsi  alla  vita,  come 
a  Dante  V  invecchiarvi  e  il  morire.  Nè  sappiamo  se  con 
preparazione  e  condizioni  diverse  di  vita,  la  tempera  del- 
l'animo suo  e  dell'  ingegno  sarebbe  stata  altra  da  quella 
che  fu,  e  sulla  quale  la  realtà  de'  fatti  operò  tanto  poco, 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


77 


e  con  tanta  poca  coerenza  d' impressioni,  quanto  invece 
fu  molteplice  e  indefesso  il  lavorio  interno  dello  spirito 
e  l'accentramento  nel  proprio  sè  delle  percezioni  e  de'sen- 
timenti  a  queste  congiunti.  Checche  potesse  esser  di  ciò, 
nel  Petrarca,  quale  lo  abbiamo,  non  solamente  Laura 
è  donna  non  fiorentina,  ma  elFè  la  donna  semplicemente  ; 
e  quel  che  il  Poeta  le  appone  è  tutto  attinto  da  sè  me- 
desimo, dal  suo  sentimento  squisitissimo  e  alcun  poco 
morboso,  pel  quale  il  Petrarca  bene  è  stato  detto  u  pre- 
correre in  parte  ed  anticipare  i  grandi  poeti  moderni  del- 
l'affetto e  del  dolore  universale  e  infinito. 

Se  non  che  una  donna  fiorentina,  Eletta  Canigiani,  fu 
pure  sua  madre;  la  quale  datolo  alla  luce  in  terra  d'esilio, 
da  Arezzo  infante  di  sette  mesi  lo  portò  seco  all'  Incisa, 
e  poi  con  lui  ed  un  altro  minor  figlioletto  segui  il  marito 
in  Provenza,  e  morì,  che  il  giovinetto  Francesco  aveva 
appena  quindici  anni,  ella  non  più  che  trentotto.  E  tren- 
totto esametri  latini  il  giovinetto  consacrò  alla  memoria 
materna  :  nè  chi  conosce,  quale  poi  si  svolse,  quella  na- 
tura isterica  d'umanista,  si  meraviglia  di  tale  aritmetica 
metrica  applicata  all'amor  filiale.  «  Porgimi  ascolto,  o  ma- 
dre mia  santa,  se  virtù  premiata  in  cielo  non  isdegna  altri 
onori.  Anima  eletta  di  nome  e  di  fatto,  cittadina  del  pa- 
radiso e  quaggiù  eternamente  memorabile  per  onestà  e 
alta  pietà,  dignità  d'animo,  e  castità  nel  tuo  bel  corpo 
da'  primi  anni  continuata  sino  alla  morte,  tutti  debbono 
venerarti,  io  piangerti  sempre,  chè  lasci  me  e  il  fratel 
mio  giovinetti  nel  bivio  fra  il  bene  e  il  male,  in  mezzo 
al  turbine  delle  cose  mondane  :  ma  teco  viene  e  ti  ac- 
compagna nel  sepolcro  la  fortuna  e  la  speranza  della 
derelitta  casa  ed  ogni  nostro  conforto,  e  a  me  par  d'essere 
sotto  il  tuo  medesimo  sasso  ».  E  le  promette  più  lunghe 
lodi  e  maggiori,  dopo  aver  pianto  sul  suo  feretro  e  di 


78 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


lacrime  aver  bagnate  le  fredde  membra;  e  che  il  nome 
della  madre  vivrà  ne'suoi  versi,  insieme  col  nome  di  lui, 
augurandole  questo  è  destinato  a  perire,  che  quello  di 
lei  sopravviva.  Ma  tutto  questo  dolore  in  latino,  misu- 
rato in  trentotto  versi,  35  io  dico  schietto  non  valere  me- 
nomamente, nè  36  quell'ansiosa  figura  di  madre,  sebbene 
appena  sbozzata,  che  è  in  uno  de' suoi  tanti  sonetti  per 
Laura, 

Ne  mai  pietosa  madre  al  caro  figlio.... 
diè  con  tanti  sospir,  con  tal  sospetto, 
in  dubbio  stato,  sì  fedel  consiglio....  ; 

e  molto  meno  quell'affettuoso  e  virile  concetto  néìY  im- 
mortale Canzone  agi'  Italiani,  pel  quale  amor  di  patria  e 
di  famiglia  sono  fatti  com'una  cosa  sola  : 

Non  è  questo  il  terren  eh'  i'  toccai  pria, 
ove  nudrito  fui  sì  dolcemente  ? 
non  è  questa  la  patria,  in  eli'  io  mi  fido, 
madre  benigna  è  pia, 

che  cuopre  l'uno  e  l'altro  mio  parente? 

Di  aver  dati  al  Petrarca  «  i  cari  parenti  e  l' idioma  »,  il 
Cantore  dei  Sepolcri  ha  esaltata,  con  versi  degni,  &  Fi- 
renze :  ma  che  l' idioma  appreso  sulle  sponde  dell'Arno 
rimanesse,  nonostante  la  proscrizione  paterna,  nonostante 
V  irrequieto  pellegrinare  di  paese  in  paese,  su  «  quel  dolce 
di  Calliope  labbro  »  ond'ebbe  veste  pudica  l'amore  ;  vi  ri- 
manesse potente  ad  esprimere  i  più  delicati  sentimenti, 
mercè  una  mirabil  signoria  delle  più  fine  e  riposte  pro- 
prietà e,  direi  quasi,  fragranze  del  parlare  toscano  ;  quanto 
merito  non  ne  dovesti  aver  tu,  oscura  esule  fiorentina, 
che  in  quella  sua  precoce  adolescenza,  fra  una  pagina 
e  Paltra  di  Cicerone  e  di  Livio,  in  mezzo  al  gaio  inter- 
tenersi  nelP  amorosa  lingua  de*  trovatori,  fra  le  sonorità 
dell'eloquio  cortigiano  della  Babilonia  avignonese,  ripor- 
tasti intermessamente  all'  orecchio  del  fìgliuol  tuo  le 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


n 


armonie  gentili  del  linguaggio  nativo  !  Che  se  di  tal  be- 
nefizio, di  questa  quasi  seconda  maternità,  il  laureato  ca- 
pitolino, il  conversante  coi  classici  e  gli  eroi  antichi,  il 
dispregiatore  di  questo  anche  per  sua  opera  divino  vol- 
gare, non  si  accòrse  mai  dover  esserti  grato,  è  vecchia 
istoria  delle  madri,  che  esse  non  chiedano  compenso  del 
loro  amore,  che  esse  cerchino  il  sacrificio,  e  in  quello 
appagate  adagino  la  bianca  testa  veneranda,  come  sul 
guanciale  del  loro  riposo. 


La  Provenza  fu  terra  ospitale  a  molti  di  quei  proscritti 
fiorentini  ;  e  uno  di  essi,  Azzo  Arrighetti,  fu  colà  il  pro- 
genitore di  una  stirpe  più  tardi  famosa,  Riquetti  de  Mi- 
rabeau.  Paese  gentile  la  Provenza,  di  clima  come  il  no- 
stro benigno,  agevole  ai  traffici  italiani,  e,  durante  poi 
cotesto  secolo,  paese  papale.  Ma  le  donne  nostre  che, 
come  la  Eletta  Canigiani,  colà  o  balestrava  l'esilio  od 
altra  ventura  portava,  le  mogli  de'mercatanti  de'  notai 
degli  artefici  fiorentini,  come  si  saranno  assuefatte,  e  quali 
saranno  esse  parse,  a  quella  società  feudale,  tanto  da'  no- 
stri reggimenti  a  popolo  diversa  ?  nel  paese  de'  baroni  e 
de'  trovatori,  de'  tornei  e  della  gaia  scienza,  fra  la  nobiltà 
dalle  grandi  tradizioni  cavalleresche,  accanto  alle  dame 
che  anc'oggi  piace  immaginare  atteggiate  a  formular  gra- 
vemente i  loro  giudicati  nelle  Corti  d'Amore,  applicando 
a'casi  controversi  quello  o  questo,  de'trentuno  articoli  che 
ne  compongono  il  codice?38  Le  schive  concittadine  della 
buona  Gualdrada,  che  la  tradizione  esaltava  d'essersi  pub- 
blicamente ricusata  al  bacio  imperiale  di  Ottone  IV,  che 
cosa  avranno  esse  detto  o  pensato,  assistendo  in  Avignone 
a  quella  festa,  che  meritò  un  Sonetto  del  Petrarca,  dove 


80 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


F  altera  la  castissima  Laura  porse  al  bacio  del  giovane 
principe,  che  fu  poi  Carlo  IV,  la  fronte  e  quegli  occhi,  che 
il  Poeta  dovè  contentarsi  d'aver  cantati  ?  39  od  anche  so- 
lamente leggendo  in  una  novella  del  Decameron^  che  Pie- 
tro d' Aragona,  il  cavalleresco  re  de'  Vespri,  alla  giovine 
fiorentina  che  in  Palermo  s'innamora  di  lui,  confortatala 
invece  a  savie  nozze  borghesi,  in  queste  intervenuto  di 
persona,  dinanzi  ai  genitori  e  allo  sposo,  «  presole  con 
amendue  le  mani  il  capo,  le  bacia  la  fronte  »  ?  Che  avranno, 
di  queste  badature  imperiali  e  reali,  le  nostre  care  donne 
pensato?  Risponde  per  loro,  e  proprio  da  Avignone,  un 
Fiorentino  di  due  secoli  appresso,  che  da  Virgilio  ritraeva 
la  poesia  dell'Api  e  da  Sofocle  e  da  Euripide  la  tragedia, 
il  quale  agli  amici  di  Firenze  annunziava,  pieno  delle 
memorie  di  madonna  Laura,  che  in  quel  gaio  paese  «  gli 
erano  leciti  i  baci  come  costì  gli  sguardi  »;  «baci»,  ag- 
giunge, «  senza  lo  scoppio  »,  de'  quali  egli  stava  impa- 
rando, insieme  col  parlar  francese,  il  segreto: 41  «  baci  », 
aveva  già  prima  detto  il  Pulci 42  «  alla  franciosa  »,  che 
«  ogni  volta  rimanea  la  rosa  ». 

La  letteratura  fiorentina  del  Trecento  ebbe  uno  scrit- 
tore (che  fu  pure,  notisi,  per  alcun  tempo  in  Provenza), 
il  quale  sentì  quella  semplicità  o,  come  poteva  sembrare, 
rozzezza  della  nostra  donna,  della  donna  del  Comune  de- 
mocratico, appetto  alla  donna  gentilesca  e  addestrata  della 
società  feudale,  e  si  argomentò  di  venirle  in  soccorso.  La 
utopia  (che  altro  nome  non  le  si  addice)  di  messer  Fran- 
cesco da  Barberino  prese  forma  in  due  de'più  singolari 
libri  di  quella  letteratura,  i  Documenti  d'  Amore  e  Co- 
stume e  Reggimento  di  donna,  in  forma  sentenziosa  e  di 
stampo  addirittura  gnomico  :  di  che  è  bensì  da  avvertire, 
che  non  in  lunga  e  formata  opera,  come  queste,  ma  in 
componimenti  lirici,  e  più  specialmente  canzoni,  come 


da  Dante  al  boccaccio 


81 


quelle  di  Bindo  Bonichi,  il  Trecento  porge  altri  notabili 
esempi. 

Il  Costume  e  Reggimento  dì  Donna, 43  specialmente,  è 
un  completo  galateo  femminile,  dove,  per  ciascun  grado 
e  condizione  sociale,  da  fanciulla  a  vedova,  da  madre  di 
famiglia  a  romita,  da  regina,  contessa,  duchessa,  princi- 
pessa, a  borghese,  monaca,  ancella,  balia,  fruttaiuola,  e 
persino  barbiera,  non  omesse  le  treccole  e  le  accattone, 
si  danno  ammaestramenti  alla  donna,  e  se  ne  forma  un 
mo.dello  ideale,  al  quale  ahimè  quante  poche  rispondenze 
avrà  dovuto  trovare,  anche  dopo  la  diffusione  de'suoi  libri, 
quel  buono  messer  Francesco,  fra  le  allegre  gentildonne 
e  le  graziose  fanciulle  e  le  saccenti  comari  che  per  le 
case  e  per  le  piazze  di  Firenze  gli  si  movevano  attorno  ! 
E  notisi  che  i  doveri  femminili  della  vita  regale  44  com- 
prendono ben  cinquantaquattro  capi,  senza  contare  una 
dozzina  di  «  cautele  »  preliminari,  e  le  speciali  prescri- 
zioni concernenti  i  casi  di  reggenza  :  complesso  di  leggi, 
regole,  norme,  ammaestramenti,  insegnamenti,  ammoni- 
menti, consigli,  che  bastava  esso  solo  a  fare  strabiliare, 
salmisìa,  non  che  le  donnette  spicciole,  ma  anche  le  gen- 
tildonne, della  nostra  libera  e  sciorinata  cittadinanza. 
11  recente  storico  della  Repubblica,  signor  Perrens,  ha 
certamente  esagerato  nell'aggravare  di  volgarità  la  vita 
quotidiana  dell'antica  donna  fiorentina,  contessendo,  con 
francese  vivacità,  d'episodietti  dai  nostri  novellieri  una 
serie  d' imagini  e  di  fattispecie,  15  che  pare  uno  spoglio, 
o  piuttosto  un  inventario,  dai  romanzi  d'  Emilio  Zola.  Tut- 
tavia ci  è  forza  dubitare  assai,  per  modo  di  esempio,  che 
molte  delle  leggitrici  del  Reggimento  e  Costume  di  mes- 
ser Francesco  abbiano  saputo  osservare  i  precetti  co'quali 
egli  si  confida  regolar  l'atteggiamento  che  la  fanciulla 
dovrà  prendere  nel  ricevere  l'anello  di  sposa  :  iQ  stare  con 

Del  Lungo  6 


82 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


«  gli  occhi  chinati,  fermi  li  membri  »  (e  fin  qui  pazienza), 
ma  inoltre  «  sembrar  paurosa  »  ;  e  in  questo  era  lecito  a 
molte  non  riuscire  abbastanza  bene.  Cosi  alla  dimanda 
fattale  del  consenso,  «  aspettare  l'una  o  le  due  »  ;  e  la 
terza  volta,  «  faccia  soave  e  piana  sua  risposta  »  :  manco 
male  con  l'avvertenza,  che  e  la  paura  e  l'aspettare  e  la 
vocina  sottile  possano  essere  un  po'  meno,  se  la  sposa 
non  è  delle  più  giovinette.  E  sempre  dai  precetti  nuziali  :  47 
mangiar  poco  al  banchetto  ;  ma  perchè  lo  stomaco  non 
soffra,  aver  preso  innanzi  qualche  cosa  in  camera  sua  : 
cosi  pure,  essersi  lavata  le  mani,  per  non  intorbidar  troppo 
l'acqua  al  bacino  della  mensa  ;  e  giova  ricordare,  come 
di  que'  tempi  la  forchetta  è,  nelle  ricerche  erudite,  un  ar- 
nese di  molto  controversa  esistenza,  e,  per  gentili  e  no- 
bilissime che  fossero,  il  cibo  solido  lo  portavano  alla 
bocca  le  mani.  Tutti  poi  i  precetti  del  Barberino  sono 
corredati  di  esemplificazioni  o  novellette,  spesso  graziose 
assai,  ma  quasi  tutte  di  personaggi  stranieri,  di  Provenza, 
di  Normandia,  d' Inghilterra,  di  Castiglia,  e  cavalieri,  conti 
baroni,  re  di  corona;  e  spesso  alla  esemplificazione  è 
premessa  qualche  sentenza  o  concetto  di  trovatore.  L' in- 
tero trattato  è  altresì  dominato  per  lungo  e  per  largo  da 
un  esercito  di  figure  femminili  allegoriche  (come  nel  Ro- 
manzo della  Rosa),  in  persona  di  questa  e  quella  virtù 
(taluna  anche  con  la  sua  «  cameriera  »  18  o  col  «  fante  »), 
Onestà,  Pazienza,  Castità,  Speranza,  Cautela,  Cortesia,  Re- 
ligione, e  poi  Voluttà,  Penitenza,  Eterna  luce,  ed  altre, 
subordinate  tutte  a  Madonna  che  è  la  Sapienza;  la  cui 
conversazione  con  lo  scrittore  dà  come  il  filo  a  tutto  il 
libro;  ed  è  cosparso  largamente  da  descrizioni  e  mora- 
lità, il  cui  colorito  mena  tinte  calde  e  risentite,  e  lo  stile, 
a  motti  e  come  a  sprazzi,  in  endecasillabi  ballettanti  i  più 
sulla  quarta  e  la  settima,  non  ha  forse  riscontro  in  altra 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


83 


opera  dell'antica  nostra  poesia,  e  quasi  arieggia  le  mo- 
derne riproduzioni  a  freddo  dell'oro  e  azzurro  medievale. 

Non  vi  dispiacerà,  io  credo,  gustarne  alcun  poco.  Una 
casa  principesca  in  giorno  di  nozze  : 49 

Suonan  le  trombe  e  li  stormenti  tutti  ; 
canti  soavi  e  sollazzi  dattorno. 
Frondi  con  fiori,  tappeti  e  zendali 
sparti  per  terra, 

e  grandi  drappi  di  seta  alle  mura, 
argento  ed  oro,  e  le  mense  fornite, 
letti  coverti  e  le  camere  allegre. 
Cucine  pien'  di  varie  imbandigioni  ; 
donzelli  accorti  a  servire,  ed  ancora 
più  damigelle  giovani  tra  loro, 
armeggiando  pe'  chiostri  e  per  le  vie. 
Fermi  balconi  e  le  loggie  coverte, 
cavalier  molti  e  valorosa  gente, 
donne  e  donzelle  di  grande  beltate. 


Vengono  i  vini  e  confetti  abondanti  ; 
là  son  le  frutte  in  diverse  maniere. 
Cantan  gli  augelli  in  gabbia  e  per  li  tetti 


Giardini  aperti,  e  spandesi  l'odore 


Bei  cucciolini  spagnuoi  con  le  donne, 
più  pappagalli  per  le  mense  vanno, 
falcon,  girfalchi,  sparvieri  ed  astori 


Li  palafren  corredati  alle  porte, 
le  porte  aperte,  e  partite  le  sale, 
come  conviene  alla  gente  venuta 


Surgon  fontane  di  fonti  novelle  ; 
spargon  là  dove  conviene,  e  son  belle. 


Le  molte  donne  allocate  a  sedere 
novellan  tutte  d'amore  e  di  gioia 


Ride  dal  sol  la  primavera  in  campi  ; 
non  è  pareti  che  tengan  la  vista. 


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DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


E  questo  distico  di  mirabile  effetto  nel  descrivere  il  ces- 
sar d'  una  festa  notturna  con  l'alba  :  50 

Suona  la  sveglia,  l'aurora  apparisce, 
bassa  il  romore,  e  la  gente  s'addorme. 

Quanto,  e  di  che,  debba  la  donna  pregare  Iddio  :  51 

  è  meglio  assai 

orar  fervente  e  poco, 

che  molte  orazioni, 

de  le  quai  poche  si  movon  dal  cuore. 

Dio  non  va  cercando 

pur  romper  di  ginocchia, 

ma  ben  save'  che  va  cercando  i  cuori. 

Egli  è  scritto  che  breve  orazione 

è  quella  che  il  ciel  passa  : 

folle  è  chi  dunque  in  pur  cianciar  si  allassa. 

Ma  qui  ti  guarda  sempre,  che  s' intende 

dell'orazione  fervente  e  ordinata, 

con  la  dimanda  licita  e  onesta  : 

chè  sono  alquante,  che  pregan  eh' Idi  o 

mantenga  loro  il  color  nel  visaggio, 

e  che  le  dia  a  star  bella  tra  l'altre, 

e  che  mantenga  biondi  i  lor  capelli, 

o  che  dia  lor  la  bella  fregiatura. 

Onde  per  questo  non  v'affaticate, 

c'allora  il  provocate  contro  a  voi. 

Distrazioni  amorose  :  52 

Va  una  donna  a  filare  a  finestra  : 
passa  uno  amante,  ed  ella  si  volge  : 
le  man  rattiene    il  filato  ingrossa, 
e  muta  l'esser  ch'ella  à  'ncominciato. 


Così  ancor  chi  a  finèstra  cuce 
spesse  fiate  si  cuce  la  mano, 
quand'ella  crede  sua  veste  cucire. 

Parsimonia  negli  ornamenti  :  53 

E  se  ghirlanda  porta, 
lodo  che  sia  pure  una 
gioliva  e  piccoletta  ; 
chè,  come  voi  savete, 
grossa  cosa  è  tenuta 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


85 


portar  fastella  in  luogo  di  ghirlande. 

E  quanto  eli' è  più  bella, 

tanto  minor  la  porti  ; 

però  che  non  ghirlanda, 

ma  piacer,  fa  piacere  ; 

nè  fa  l'ornato  donna, 

ma  donna  fa  parer  lo  suo  ornato. 

Capriceetti  (che  oggi  chiameremmo  romantici)  delle  ra- 
gazze :  51 

Ora  vi  vengo  a  un  vizio 

che  regna  spessamente 

in  queste  donzellette, 

lo  qual  vorria,  s'  io  potessi,  sturbare. 

E'  ne  son  molte,  che  quando  per  vezzi, 

e  tal  fiata  per  una  sciocchezza, 

ch'àn  voglia  di  vedere 

com'elle  sono  amate  da  lor  gente  ; 

e  talora  per  alcuno  disdegno 

d'alcuna  paroletta 

ch'odon,  ch'a  lor  non  piace; 

e  tal  fiata  perch'altri  le  lasci 

poi  fare  a  lor  senno  ; 

tale  s'  infinge  che  le  duole  il  fianco, 

e  tale  lo  dente, 

e  tale  la  testa, 

e  tal  dice  mattezze, 


E  tal  comincian  questo, 

non  credendo  durar  gran  tempo  in  questo  ; 

ma  poi  ch'àn  cominciato 

van  pure  innanzi, 

temendo  ch'altri  non  dicesse  poi  : 

«  Vedi  che  s'infingea  ». 

Altrove  55  si  propone  un  punto,  intorno  al  quale  lo  scrit- 
tore «  ha  trovate  molte  varie  usanze,  e  di  molte  openioni  », 
circa  i  saluti  e  gì'  inchini  della  novella  sposa,  cavando- 
sene col  consigliarla  che  ella 

dimandi  della  sua  terra  l'usanza 

e  del  paese  dov'ell'è  menata, 

e  quella  servi  com'può  temperata. 


86 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


E  basti  ormai  per  conchiudere  che  chi  in  libro  siffatto 
(nè  guari  diversa  intonazione  ha  l'altro  dello  scrittor  me- 
desimo, i  Documenti  d'Amore)  non  voglia  vedere  il  deli- 
berato proposito,  da  me  sopra  indicato,  d' ingentilire  i 
costumi  popolani  con  una  teorica,  poeticamente  ideata, 
di  signoril  vivere  e  cortigiano,56  dovrebbe  spiegarci  come 
mai  un  Fiorentino,  e  dimorante  in  Firenze,  e  vissuto 
quando  gì'  influssi  poetici  provenzali  e  siculi  erano  ora- 
mai trapassati,  come  potesse,  naturalmente  e  senza  un 
preconcetto  disegno,  provenzaleggiare  e  franceseggiare 
con  tanta  e  sì  passionata  intensità,  «  mescolando  »  (dic'egli 
in  un  luogo,  57  ma  troppe  volte  è  piuttosto  un  sovrapporre 
o  addossare)  «  il  volgare  toscano  ad  alcuni  volgari  con- 
sonanti con  esso  »,  e  fissare  in  un  tipo  cosi  ricisamente 
foggiato  sopra  realtà,  per  lo  meno,  non  immediate  la 
donna  che  l'etica  amorosa  del  tempo  soleva  comporre 
(e  ne  abbiamo  graziose  testimonianze)  con  elementi  sva- 
riatissimi,  ove  si  mescolavano  «  la  galanteria  provenzale 
«  e  cavalleresca,  la  sensualità  pagana,  la  prosaicità  bor- 
«  ghese,  l'austerità  e  ruvidezza  ascetica,  elementi  del  Ri- 
«  nascimento  che  contrastano  insieme,  e  sono  sul  dive- 
«  nire  qualche  cosa  che  non  vorrebb'essere  nessuno  di 
«  essi  ». 58 


Nè  di  tali  mescolanze,  chi  sottilmente  indagasse,  man- 
cherebber  forse  riscontri  nelle  realtà  della  vita  d'allora: 
ma  di  siffatte  realtà  troppi  documenti,  per  la  loro  natura 
essenzialmente  intima,  fu  inevitabile  che  di  que'secoli  an- 
dassero perduti.  Dirò  tuttavia  che  almeno  uno,  e  assai 
grazioso,  ne  possediamo  in  un  carteggio  coniugale,  di 
poche  e  brevi  lettere,  scritte  da  una  Fiorentina  della  se- 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


87 


conda  metà  del  Trecento,  Dora  Del  Bene,  al  marito  men- 
titegli era  Vicario  pel  Comune  in  Val  di  Nievole. 59  Ella 
scrive  di  campagna,  e  lo  informa  delle  faccende  ville- 
recce,  degl'  interessi  domestici,  della  salute  delle  figliuole: 
i  figliuoli  sono  col  padre,  avvezzandosi  cosi  per  tempo,  o 
ne'  traffici  o  nel  governo,  i  giovinetti  a  imparare  la  vita 
operosa  in  servigio  sì  della  famiglia  e  sì  del  Comune,  e 
a  conoscere  il  mondo,  in  tante  parti  del  quale  portavano 
poi  il  nome  fiorentino  e  d' Italia.  Ora  in  codesto  carteggio, 
la  reverenza  affettuosa  al  marito,  che  nelle  soprascritte  è 
chiamato  «  savio  e  discreto  uomo,  carissimo  uomo,  reve- 
rendissimo uomo  »,  e  perfino  «  venerabile  »,  è  accompa- 
gnata da  certi  urbani  motti,  i  quali  provano  come  alle 
donne  fiorentine  non  isgradisse  mostrarsi  verso  i  loro 
mariti,  secondochè  ad  esse  raccomandava  un  anonimo 
espositore  di  Ovidio,  60  «  non  villane  temine,  che  nulla 
«  altra  cosa  sappiane  fare  se  non  lana  carminare  »,  ma 
savie  e  cortesi,  e  «  mostrare  il  suo  bene  e  li  suoi  sollazzi 
«  e  sue  cortesie,  tali  che  il  suo  marito  non  possa  altra 
«  femina  trovare,  che  tanto  gli  possa  piacere  o  fare  suo 
«  talento  ».  Scrive  la  Dora  :  e  premetto  che  nessuno  cer- 
tamente può  chiedere  a  quelle  austere  e  robuste  nature 
le  espansioni  fremebonde  della  nostra  età  malaticcia. 
Scrive  ella  dunque  :  «  Istiamo  tutti  bene,  lodato  Idio:  ma 
«  meglio  ci  parrebbe  istare  se  fussimo  teco.  Addio  ;  t'ac- 
«  comando  la  Dora  tua.  Salute  mille  ».  E  altrove  :  «  Tu  mi 
«  scrivi  che  non  può!  dormire  la  notte,  per  pensieri  che 
«  hai  dell'Antonia....  »  ;  cioè  della  figliuola  che  pensavano 
a  maritare.  «  Ma  l'Antonia  non  è  quella  che  ti  toglie  el 
«  sonno.  Ma  quando  non  potrò  più,  assalirotti  che  non  te 
«  n'avvedrai,  e  non  verrò  se  non  solo  per  garrire»  .  Scherzi, 
come  si  sente,  simulanti  gelosia  ;  e  di  quella  gelosia  che 
il  solito  espositor  d'Ovidio  dice  venire  «  da  buono  amore, 


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DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


«  quando  la  donna  ama  il  suo  diritto  signore  »,  e  la  di- 
stingue da  un'  altra  gelosia  ch'egli  dice  venir  da  «  follia  ». 
Questo  medesimo  linguaggio  ritroviamo  nei  rimatori  e  no- 
stri e  provenzali,  e  in  una  frase  di  Dante  «  il  folle  amore  », 
una  delle  molte,  che  i  commentatori  non  riconoscono,  da 
lui  non  trovate,  ma  appropriatesi  del  comune  parlare  e 
sentire  del  tempo  suo. 61  Quelle  lettere  della  Del  Bene  sono 
talvolta  datate  cosi  :  «  Fatta  dì  XVIII  d'aprile  all'Avema- 
ria....  Fatta  addi  Vili  di  maggio.  Dopo  vespro  sotto  la 
loggia....  Fatta  addi  XIX  maggio  dopo  Tavemaria  nella 
loggia  ;  »  con  ricordo  amorevole,  al  marito  e  padre,  del 
1'  «  ora  che  volge  il  disio  »,  e  del  luogo  che  raccoglieva 
sulla*sera  la  famiglia  a  geniale  riposo  dalle  giornaliere 
fatiche,  che  infine  si  conchiudeva  con  la  preghiera.  L'ul- 
tima poi  di  esse  lettere,  quella  della  gelosia,  è  sottoscritta: 
«  la  Dora  tua  nimica  »  ;  ossia  col  linguaggio,  nè  più  nè 
meno,  de'rimatori  verso  le  loro  signore  e  tiranne.  Questa 
figura  di  donna  vera  non  mi  sembra  scomparire  poi  troppo, 
e  sia  pure  men  compassata  e  meno  irreprensibile,  ap- 
petto alle  donne  modello  effigiate  da  messer  Francesco  da 
Barberino. 

Una  sola  condizione  di  vita  femminile  ebbe  in  Firenze, 
non  cortigiani,  ma  popolani  precetti  :  la  vita  coniugale  ; 
consacrati  in  quelli  Avvertimenti  di  maritaggio,  de'quali, 
in  prosa  o  in  verso  d'ottava  rima,  ci  rimane  più  d'un  te- 
sto; formulati  in  dodici  o  quattordici  regole,  con  le  quali 
la  madre  accompagna  la  figliuola  all'altare.  Anche  i  teo- 
logi casisti  aggravarono  di  cautele  la  vita  matrimoniale, 
mettendo  in  volgare  anche  ciò  che  era  meglio  rimanesse 
latino. 62  Io  qui,  volgendomi  a  quelle  altre  più  gentili  e, 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


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ripeto,  veramente  popolane  scritture,  riferirò  da  una  di 
esse  il  preambolo  e  il  commiato  materni  : 63 

«  Carissima  mia  figliuola,  Molto  ti  prego,  e  ancora 
«  comando,  che  tu  non  ti  turbi  perchè  io  t'  abbi  mari- 
«  tata,  e  convengati  partire  da  me  ;  acciocché  non  si 
«  adiri  il  tuo  novello  sposo  al  quale  io  t'  ho  sposata.  Bella 
«  mia  figliuola,  s'è'  fosse  lecito  di  starti  meco  infino  alla 
«  mia  fine,  non  ti  partiresti  da  me,  tanta  dolcezza  d'amore 
«  ti  congiunge  meco.  Ma  la  ragione  il  concede,  e  V  o- 
«  nore  nostro  il  vuole,  e  la  tua  condizione  e  il  tempo  lo 
«  richiede,  che  tu  sii  oggimai  accompagnata,  acciò  che 
«  il  tuo  padre  e  io  e  i  parenti  nostri  ricevino  allegrezza 
«  di  te  e  de'  tuoi  figliuoli,  i  quali,  alla  speranza  di  Dio, 
«  avrai.  Ora  ti  traggo  dal  mio  seno  ;  ora  escirai  della  si- 
«  gnoria  del  tuo  padre  e  andra'ne  al  tuo  marito  e  signore, 
«  onde  non  solamente  gli  sarai  compagna  ma  serva  e  ub- 
«  bidiente.  E  sopra  tutto,  acciò  che  tu  sappi  come  te  gli 
«  converrà  esser  serva  e  ubbidiente,  intendi  i  miei  am- 
«  monimenti,  e  ricevili  in  luogo  di  comandamento  ;  im- 
«  perocché,  se  bene  gli  manterrai,  in  amore  e  grazia  del 
«  tuo  marito  e  di  tutte  le  altre  genti  verrai  ». 

Questo  il  preambolo.  E  queste  altre  poche  parole,  che 
paiono  sfiorar  lievi  lievi  con  tocco  d'ala  il  velo  nuziale 
della  vergine,  sono  il  commiato  :  «  Allora  la  gentil  madre 
«  e  savia  donna  benedisse  e  segnò  la  benigna  figliuola  e 
«  mansueta  pulzella,  e  raccomandolla  a  Dio,  e  pregolla 
«  teneramente  che  sempre  osservasse  i  suoi  comanda- 
«  menti,  e  che  sopra  tutto  avesse  cara  l'anima  sua  ». 

Cotesti  avvertimenti  erano  legislazione  che  veniva  dal 
cuore  e  dalle  realtà  della  vita  ;  non  come  quella  del  Bar- 
berino, dal  paese  d'utopia. 


90 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


Francesco  da  Barberino  moriva  in  tarda  età  nel  1348. 
Ma  la  pestilenza  che  portò  via,  con  tanti  altri,  anche  il 
precettor  cortigiano  delle  donne  fiorentine,  doveva  ispira- 
re, ben  altramente  ascoltato,  un  altro  e  ben  più  potente  in- 
gegno. Quel  furore  di  godimento  che  inebriò,  come  Mat- 
teo Villani  ci  attesta, 64  i  sopravvissuti  alla  strage  e  al  ter- 
rore, ebbe  il  suo  interprete  in  Giovanni  Boccaccio  :  nella 
cui  arte  il  lussureggiar  dei  colori,  la  morbidezza  ridon- 
dante delle  linee,  la  vistosità  degli  atteggiamenti,  e  pur 
troppo  anche  la  depressione  del  senso  morale,  accusano 
origine  siffatta.  Poca  o  nessuna  idealità  può  rinvenirsi  nelle 
sue  donne,  in  quanto  idealità  significhi  attinenza,  più  o 
meno  visibile,  che  la  figura  ha  con  un  tipo  vagheggiato 
dall'artista;  ma  efficace  mirabilmente  e  profonda  è  nel 
borghese  fiorentino  la  rappresentazione  drammatica  del 
reale. 65  Non  parlo  delle  sue  immaginarie  raccontatrici,  che 
Santa  Maria  Novella  non  vide  mai  certamente  incontrarsi 
sotto  le  sue  volte  sublimi,  a  profanare  con  propositi  da 
brigate  la  santità  dell'  infinito,  e  nessuna  delle  nostre  col- 
line ospitò  in  ozio  vile  coi  giovani  vagheggianti,  mentre 
giù  al  piano  la  gente  moriva  :  coteste  donne,  quelle  Pam- 
pinee,  quelle  Elise,  quelle  Fiammette,  non  dissomigliano 
guari,  e  taluna  ha  comune  anche  il  nome,  alle  figure  dei 
suoi  giovanili  romanzi  in  prosa  od  in  verso  :  ninfe  o  donne, 
e  talvolta  un  che  di  tramezzato  dell'una  e  dell'altra,  ma 
sempre,  anche  quando  donne  vere  come  nel  romanzo  della 
Fiammetta,  figure  tirate  fuor  dell'orbita  reale  e  storica 
delle  cose,  in  posa,  più  o  men  classica,  di  dolore  o  d'amore, 
di  sconforto  o  di  gelosia,  non  mai  però  sollevate  sino  a 
quella  regione  dove  vivono  immortali  le  creature  del  pen- 
siero, da  Beatrice  alla  promessa  sposa  di  Renzo,  da  Laura 
a  Margherita,  da  Erminia  e  Fiordiligi  a  Tecla  Wallen- 
stein  ad  Ermengarda.  Le  figure  femminili  che  il  Boccaccio 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


91 


ha  propriamente  dato  all'arte  sono  le  figure  operanti  nei 
brevi  drammi  di  quel  libro  che  a  buon  dritto,  in  contrap- 
posto al  dantesco,  è  stato  chiamato  1'  Umana  Commedia: 
delle  quali  forse  una  sola,  che  il  Petrarca  distinse  come 
«  di  gran  lunga  dissomigliante  alle  altre  »,  contiene  una 
idealità  preconcetta,  ed  è  quella  virtuosissima  Griselda, 
la  plebea  degnata  di  nozze  e  poi  sottoposta  a  prova  dal 
signor  feudale  ;  mito  di  storia  e  di  moralità,  come  altri  ha 
giustamente  rilevato,  66  e  onorata  di  popolarità,  nella  tra- 
dizione e  nell'arte.  Ma  le  più  vivaci  sono  senza  dubbio 
quelle  che  messer  Giovanni  ritrasse  dal  vero  del  costume 
fiorentino:  gentildonne  e  borghesi,  della  città  e  del  con- 
tado, allegre  o  maliziose  ed  anche  talvolta  nobili  figure, 
che  egli  o  foggiava  secondo  i  viventi  modelli  o  evocava 
da  tombe  da  non  molti  anni  dischiuse.  In  queste  figure 
di  sul  vero,  non  trasformate  da  nessun  procedimento 
ideale,  non  alterate  di  proporzioni  per  nessuna  simpatia 
affettiva,  si  sente  che  il  Medio  Evo,  l'età  mistica  e  con- 
templante, l'età  dei  grandi  concepimenti  interiori  nel  seno 
fortemente  travagliato,  sta  per  morire  :  la  realtà  mondana 
trionfa,  e  offre  l' ignudo  corpo  alle  vesti  eleganti  e  sinuose 
che  l'umanismo  prepara  per  adornarla,  ed  anche  per  tra- 
vestirla. 

Ma  noi,  quando  vogliam  rivivere  l'età  de'padri  nostri 
lontane,  torniamo,  non  che  volentieri,  ma  naturalmente  e 
come  ricondotti  inconsapevoli,  al  Medio  Evo:  e  le  paga- 
nità  del  Rinascimento,  che  incontriamo  per  via,  potranno 
sodisfare  curiosità  acri,  lusingare  istinti  vivaci,  avvivare 
genialità  fantastiche  di  erudita  incubazione  ;  bensì  il  cuore 
nostro  riman  chiuso,  e  insodisfatto  il  sentimento  che  ci 


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DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


spinge  a  ricongiungere  il  presente  col  passato.  Una  pa- 
gina di  Dante,  anche  torturato  dai  grammatici  o  abbuiato 
dagli  allegoristi,  risponderà  sempre  a  più  dimande  del  no- 
stro spirito,  acqueterà  più  intimamente  il  cuor  nostro,  che 
non  possano  mai  la  Mandragora  o  la  Calandra  galva- 
nizzate co'  più  squisiti  artifizi  sulle  scene  moderne.  Di  che 
molte  sono  le  cagioni  ;  e  principalissima,  che  dove  tro- 
viamo maggiori  rispondenze  ai  sentimenti  nostri  migliori, 
ivi  l'animo  più  volentieri  si  acqueta.  Ma  io  credo  altresì, 
perchè  tutta  la  civiltà  della  quale  siam  figli  ci  ha  assue- 
fatti a  cercare  nelle  opere  d'arte  effigiatrici  della  vita, 
cercare  e  proseguire  secondo  i  concetti  spiritualmente 
umani  del  Cristianesimo,  la  idealità  femminile,  che  il  Ri- 
nascimento (le  cui  benemerenze  grandi  non  ci  debbono 
far  dimenticare  i  suoi  torti  e  mancamenti)  o  disconobbe, 
o  non  valse  a  conservare  in  quelle  altezze  dove  V  avea 
portata,  per  tacer  d'altri,  il  grande  sintetizzatore  poetico 
del  pensiero  medievale. 

La  nostra  letteratura  ebbe  per  base  un  Poema,  che  da 
uria  donna  primigeniamente  ispirato,  tre  donne  ha,  mo- 
venti l'azione,  le  quali  dall'alto  cle'cieli  la  preparano  in 
terra,  da  svolgersi  pe'regni  eterni  e  ne'cieli  far  capo  : 
Maria  misericordiosa,  Lucia  veggente,  Beatrice  lode  vera 
di  Dio  come  specchio  e  dichiarazione  delle  opere  sue  e 
de'misteri. 67  Se  l'uomo,  soccombente  ai  travagli  della  vita, 
può,  per  le  vie  ardue  della  contemplazione,  incamminarsi 
a  salvezza,  sono  le  «  tre  donne  benedette  »  che  «  curano 
di  lui  nella  corte  del  cielo  »  :  68  se  Virgilio,  dai  sacri  «  lu- 
minosi »  penetrali  della  sapienza,  si  muove  in  aiuto  di 
quel  pericolante,  è  «  Beatrice  che  lo  fa  andare  »  : 69  del 
nome  e  delle  virtù  di  Maria  tutto  il  Purgatorio  è,  per 
segni  visibili  o  suoni  o  visioni  soprannaturali,  impron- 
tato ; 70  sulla  vetta  del  sacro  monte,  sede  della  umana 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


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smarrita  felicità,  egli  sogna  in  Lia  e  in  Rachele  le  ar- 
monie della  vita  operativa  con  la  contemplativa;71  e  già 
prima,  sognando  sè  trasportato  dall'  imperiale  aquila,  è 
stato  da  Lucia  di  sulla  valle  fiorita  trasferito  alla  soglia 
del  Purgatorio  : 72  nel  Paradiso  Terrestre  è  da  Matelda 
iniziato  alla  misteriosa  trasfigurazione  degli  ordinamenti 
politici  e  religiosi  della  società  ;  da  Matelda  guidato  verso 
Beatrice  ;  da  Matelda,  mercè  le  mistiche  abluzioni  in  Lete 
e  in  Eunoè,  da  Matelda  figura  di  gentile  umanità  che  ai 
poeti  parla  «  donnescamente  »,  dispogliato  dell'uomo  an- 
tico, e  rinnovellato  e  fatto  abile  all'ascensione  pei  cieli  : 73 
son  gli  occhi  di  Beatrice  sua,  che  di  questa  ascensione 
gV  infondon  virtù:  74  e  infine  per  entro  alla  rosa  de'Beati, 75 
le  tre  donne  salvatrici  e  liberatrici  dell'uomo  tengon  seg- 
gio di  gloria  nella  luminosa  rappresentanza  della  cristiana 
umanità;  e  a'piedi  di  Maria  divina,  sta  Eva  la  creatura 
bellissima,  fra  il  peccato  e  la  redenzione  comprenditrici 
e  consumatrici  della  storia  universa.  Tanta  parte,  e  sif- 
fatta, ha  la  donna  nel  fondamental  concetto  del  Poema 
dantesco!  E  di  su  tale  libro  alzando  la  mano  stanca  il 
Poeta,  ben  poteva,  alla  figliuola  di  Folco  che  dalle  soglie 
dell'eternità  gli  accennava  aspettante,  ripetere  con  l'esul- 
tanza del  voto  disciolto  le  estreme  parole  della  Vita 
Nuova 76  arcanamente  promettitrici  :  «Io  ho  detto  di  te 
quello  che  mai  non  fu  detto  d'alcuna  ». 


NOTE 


1  Augusto  Alfani. 

2  La  Donna  fiorentina  nei  'primi  secoli  del  Comune. 

3  «  ....  chorda  qui  semper  oberrat  eadem  »  Ep.  ad  Pisones,  v.  356. 

4  Istorie  fiorentine,  proemio.  E  il  Gioberti,  Rinnovamento,  II,  462-63  : 
«  Il  vivo  della  storia  versando  nei  particolari,  e  solo  da  questi  po- 
«  tendosi  raccòrre  la  notizia  fruttuosa  delle  leggi  che  girano  le  vi- 
«  cende  umane,  i  racconti  speciali  sono  i  soli  che  giovano  ;  laddove 
«  le  storie  universali,  pogniamo  che  rechino  istruzione  speculativa 
«  e  piacere,  sono  di  poco  o  nessun  profitto  per  la  pratica  ». 

5  Purg.  XXIV,  49-54  ;  II,  91-114.  Sul  «  dolce  stil  novo  »,  e  la  sua  sto- 
ria, si  vedano  specialmente  i  belli  studi  di  Giulio  Salvadori  (La  poesia 
e  la  Canzone  d'amore  di  Guido  Cavalcanti  ;  Roma,  Soc.  ed.  Dante  Ali- 
ghieri, 1895:  Sulla  vita  giovanilcdì  Dante;  Roma,  Soc.  ed.  D.  A.,  1901), 
e  quello  recente  {Il  dolce  stil  nuovo  ;  Palermo,  Reber,  1903)  di  Liborio 
Azzolina. 

6  Tommaseo,  Il  Duca  d'Atene;  Firenze,  1879;  pag.  58:  «  A  te,  gentile 
«  atomo  della  terrena  polvere,  popolato  d'anime  e  di  memorie  im- 
«  mortali,  conservatore  d'un' immortale  parola....» 

7  Vita  Nuova,  §  VI. 

8  Vedi  l'uno  e  l'altro  nel  Commento  del  D'Ancona  alla  Vita  Nuova 
(Pisa,  1884),  1.  e,  pag.  45  segg. 

9  G.  Villani,  VII,  lxxxix.  Dino,  I,  xxn,  5. 

10  Rime,  ediz.  Fraticelli,  pag.  74.  —  Vanna  (Giovanna)  con  Guido, 
Lagia  (Adelasia)  con  Lapo,  e  Bice  con  Dante,  secondo  la  volgata  di 
quel  Sonetto,  il  quale  non  è  tra  le  Rime  di  Vita  Nuova.  Ma  sulla 
traccia  dei  manoscritti  si  fa  strada  un  ragionevole  dubbio,  che  non 
Bice,  ma  un'altra  donna  gentile,  forse  la  prima  «  dello  schermo  » 
di  Vita  Nuova%  sia  l'una  delle  tre  fantasticate  per  1'  amorosa  comi- 
tiva. Vedi  Un  Sonetto  e  una  Ballata  d'amore  dal  Canzoniere  di  Dante, 
per  cura  di  M.  Barbi  ;  Firenze,  1897. 

11  Rime,  pag.  186. 

12  Rime,  pag.  123. 

13  Parad.XXX,  28-29. 

44  §§  II  (cfr.  ediz.  D'Ancona,  p.  6-7),  III,  V,  XIV. 
13  §§  XVI,  XVIII. 
'     16  Purg.  XXX,  127-128. 


96 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


17  Farad.  II,  22.  L' Esame  della  bellezza  e  del  riso  di  Beatrice  e  della  facol- 
tà visiva  di  Dante  di  Teodorico  Landoni  {Dichiarazioni  al  Paradiso  ec,  Fi- 
renze, Le  Monnier,  1859)  è  gentile  scrit  tura,  da  non  doversi  dimenticare. 

18  Purg.  XXX,  73. 

19  Rime,  pag.  108. 

20  Inf.  II,  112,  104. 

21  Inf.  II,  116;  Purg.  XXXI,  19-21  ;  XXXIII,  127  segg.  ;  Paracl.  I,  95; 
li,  52  ;  III,  25,  e  altrove  ;  Parad,  XYI,  13-15. 

22  G.  Todeschini,  Scritti  su  Dante;  Vicenza,  1872  ;  ì,  329. 

23  Parad.  VII,  13-14. 

24  Vedi,  qui  appresso,  il  mio  Studio  su  Beatrice. 

ró  Da  quel  valentuomo  del  Todeschini,  Scritti  cit.,  I,  328  segg.  Cfr. 
il  Commento  del  D'Ancona  alla  Vita  Nuova,  pag.  28-30,  e  76-77.  E  vedi 
il  mio  Studio  su  Beatrice. 

2(5  Mi  compiaccio  di  conservare  queste  parole  così  come  le  dissi 
e  le  pubblicai  nell'  87,  perchè  oggi  il  documento  si  ha  :  vedi  il  citato 
mio  Studio  su  Beatrice. 

27  Intorno  a  questi  malauspicati  matrimoni  di  Corso  Donati,  ho 
avuto  a  dire  in  più  luoghi  del  mio  libro  su  Dino  ec.  :  vedili  indicati 
a  pagina  52  del  voi.  III.  E  cfr.  lo  Studio  di  Guido  Levi  su  Bonifa- 
zio Vili  e  il  Comune  di  Firenze;  Roma,  1882;  pag.  20  segg. 

28  Vedi  la  Tenzone  di  Dante  con  Forese  Donati,  a  pag.  435-461  del  mio 
Dante  ne1  tempi  di  Dante  ;  Bologna,  1888. 

29  Purg.  XXIII,  85-95. 

30  Vita  Nuova,  §§  XXXVI  segg.  Vedi  nel  Commento  del  D'Ancona 
(pag.  236-37)  accennata,  e  non  accettata,  questa  e  alcun'altra  interpe- 
trazione  della  «  donna  gentile  ». 

31  Vedi  ancora,  qui  appresso,  1'  indicato  luogo  del  mio  Studio  su 

Beatrice. 

32  Vedile  svolte  egregiamente  da  R.  Fornaciari  ne'  suoi  * Studj  su 
Dante  (2a  ediz.  ;  Firenze,  Sansoni,  1901),  pag.  180  segg.,  e  accettate  dal 
D'Ancona  (1.  e).  E  a  me,  quando  pubblicai  la  prima  volta  queste  mìe 
pagine,  pareva  che  la  più  comune  interpetrazione  della  dantesca 
Matelda  per  la  Matilde  contessa  famosa  fosse  la  meno  accettabile.  E 
accennavo  alle  ipotesi  di  A.  Lubin  e  di  G.  Preger,  dietro  le  quali  si 
continua  da  alcuni  a  trovare  analogie  tra  la  Matelda  e  questa  o 
quella  Matilde,  religiose  e  misticografe  tedesche.  E  poi  dicevo  che, 
tutto  ben  considerato,  dovesse  prevalere  il  principio,  che  la  realtà 
di  questa  figura,  la  quale  nel  Poema  ha  sì  stretta  relazione  e  vici- 
nanza con  la  simbolica  Beatrice  del  Paradiso  terrestre,  s'abbia  a  cer- 
care fra  le  donne  che  nella  Vita  Nuova  sono  poste  in  altrettal  vici- 
nanza con  Beatrice  Portinari.  E  adducevo,  a  tal  concetto  ispirata,  la 
recente  ipotesi  di  A.  Borgognoni,  il  quale  ravvisava  la  Matelda  in 
altra  donna  pur  della  Vita  Nuova  (§  XVIII),  premurosa  interrogatriee 
del  Poeta  intorno  all'amor  suo;  rilevando  una  giusta  osservazione 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


97 


di  lui,  sulla  opportunità,  in  quell'ordine  d' idee,  di  trovare,  fra  le 
gentildonne  fiorentine  di  quel  tempo,  una  veramente  chiamata  Ma- 
telda  o  Matilde  :  e  che  io  avevo  già  tentata  qualche  indagine,  la  quale 
altro  resultato  non  mi  aveva  offerto,  se  non  che  nella  famiglia  dei 
Ricci  (dalle  cui  case  in  Por  San  Piero,  non  è  improbabile  che  potesse 
«  una  gentil  donna  da  una  fenestra  riguardare  »  verso  quelle  degli 
Alighieri)  ricorre  nella  prima  metà  del  Trecento  il  nome  di  Telda. 
Del  resto,  soggiungevo,  non  esser  tanto  vero,  che  dopo  la  celebre 
contessa  il  nome  di  Matelda  fosse  comune  in  Firenze  (una  Telda  dei 
Bardi  è  nella  Battaglia  delle  donne  del  Sacchetti,  1, 18)  ;  perchè  il  nome 
che  in  onor  suo  ebbe  voga,  e  fu  davvero  comune,  fu  propriamente 
quello  di  Contessa  e  popolarmente  Tèssa.  E  la  persona  storica  del- 
la Contessa  credo  io  oggi,  specialmente  dopo  i  validi  studi  di  L. 
Rocca  {Matelda,  nel  volume  Con  Dante  e  per  Dante  ;  Milano,  Hoepli, 
1898)  e  di  A.  Bertoldi  {La  bella  donna  del  Paradiso  terrestre;  Firenze, 
1901)  e  di  G.  Picciola  {Matelda;  Bologna,  Zanichelli,  1902),  e  una  ge- 
nialissima  lettura  di  Emma  Boghen  Conigliani  (Il  canto  XXVIII  del 
Purgatorio  ;  Brescia,  1902),  debba  senz'altro  restituirsi  e  confermarsi 
nella  figura  ideale  della  Matelda  dantesca. 

33  Purg.  XXVIII,  40-69. 

34  B.  Zumbini,  Studi  sul  Petrarca;  Napoli,  1878,  pag.  68.  Vedasi  poi  la 
fina  analisi  che  del  Carattere  del  Petrarca,  e  delle  relazioni  fra  il  Pe- 
trarca e  Laura,  fa  il  Bartoli  nel  VII  volume  della  sua  Storia  della  Let- 
teratura italiana  ;  Firenze,  Sansoni,  1884. 

35  Non  mi  sembra  inopportuno  qui  riferirli,  con  qualche  cura  della 
lezione  (cfr.  Opera  omnia  F.  Petrarcae;  Basilea,  1554,  pag.  1338-39: 
F.  Petrarchae,  Poemata  minora,  ed.  D.  Rossetti;  Mediolani,  1834,  III, 
100-105:  B.  Zumbini,  op.  cit.,  pag.  62-63). 

Breve  panegiricum  defunctae  matris. 
Suscipe  funereum,  genitrix  sanctissima,  cantum, 
atque  aures  averte  pias,  si  praemia  coelo 
digna  ferens  virtus  alios  non  spernit  honores. 
Quid  tibi  pollicear,  nisi  quod,  velut  alta  Tonantis 
regna  tenes,  Electa  Dei  tam  nomine  quam  re, 
sic  quoque  perpetuum  dabit  hic  tibi  nomen  honestas 
Musarum  celebranda  choris,  pietasque  suprema, 
maiestasque  animi,  primisque  incoepta  sub  annis 
corpore  in  eximio  nullam  intermissa  per  horam 
tempus  ad  extremum  vitae  notissima  clarae 
cura  pudicitiae,  facie  miranda  sub  illa? 
Iam  brevis  innocuae  praesens  tibi  vita  peracta 
efficit,  in  populo  maneas  narranda  futuro, 
aeternum  veneranda  bonis,  mihi  flendaque  semper. 
Nec  quia  contigerit  quicquam  tibi  triste  dolemus, 
sed  quia  me  fratremque,  parens  dulcissima,  fessos 


Del  Lungo 


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DA   DANTE  AL  BOCCACCIO 


Pythagorae  in  bivio  et  rerum  sub  turbine  linquis. 
Tu  tamen  instabilem,  foelix  o  transfuga,  mundum 
non  sine  me  fugies,  nec  stabis  sola  sepulchro. 
Egregiam  matrem  sequitur  fortuna  relictae 
spesque  domus,  et  cuncti  animi  solatia  nostri  : 
ipse  ego  iam  saxo  videor  mini  pressus  eodem. 
Haec  modo  pauca  quidem,  pectus  testantia  moestum, 
dieta  velim  :  sed  plura  alias  ;  tempusque  per  omne 
hac  tua,  fida  parens,  resonabit  gloria  lingua. 
Has  longum  exequias  tribuam  tibi  :  postque  caduci 
corporis  interitum,  quod  adhuc  viget,  optima  sub  quo 
vivis  adhuc  genitrix,  cum  iam  comprenserit  urna 
hos  etiam  cineres,  nisi  me  premat  immemor  aetas, 
vincemus  pariter,  pariter  memorabimur  ambo. 
Sin  aliter  fors  dura  parat,  morsque  invida  nostram 
extinctura  venit  fragili  cum  corpore  famam, 
tu  saltem,  tu  sola,  precor,  post  busta  superstes 
vive,  nec  immerito  vocent  oblivia  Lethes. 
Versiculos  tibi  nunc  totidem,  quot  praebuit  annos 
vita,  damus  ;  gemitus  et  caetera  digna  tulisti, 
dum  stetit  ante  oculos  feretrum  miserabile  nostros, 
ac  licuit  gelidis  lacrymas  infundere  membris. 

Per  le  questioni  che  si  sono  fatte  sulla  madre  del  Petrarca  (rias- 
sunte e  conchiuse  da  G.  0.  Corazzini,  La  madre  di  Francesco  Petrarca; 
Firenze,  1903,  seconda  ediz.),  ha  in  questi  versi  molta  importanza  la 
interpetrazione,  alla  quale  nessuno  ha  posto  mente,  della  frase 
«  Pythagorae  in  bivio  »  nel  v.  17.  Cotesta  frase,  nel  linguaggio  del 
tempo,  significava  nè  più  nè  meno  che  l'età  di  quindici  anni  ;  e  così 
ci  è  dichiarata  da  un  dugentista,  frate  Salimbene  da  Parma,  il  quale 
nella  sua  Chronìca  (pag.  10),  rimpiangendo  la  morte  immatura  d'  un 
giovinetto  «  qui,  cum  pervenisset  ad  bivium  pythagoricae  litterae, 
«  ultimum  diem  clausit  »,  soggiunge  :  «  idest  finitis  tribus  lustris, 
«  quia  tria  lustra  complent  cyclum  Indictionum  »  ;  dal  che  sembra  che 
l'indizione  s'indicasse  anche  con  la  lettera  Y,  nella  qual  lettera  bi- 
forcata aveva  Pitagora  simboleggiato  il  bivio  delle  due  strade  che  si 
aprono,  sul  cominciare  della  giovinezza,  verso  il  bene  e  verso  il  male. 
Dunque  il  Panegirìcum  matris  fu  scritto  dal  Petrarca  a  quindici  anni, 
nel  1319  ;  nel  quale  anno,  di  lei  trentottesimo  (vv.  35-36),  morì  la  ma- 
dre sua  Eletta  Canigiani  (nata  dunque  nel  1281)  prima  moglie  di  ser 
Petracco,  che  in  seconde  nozze  sposò  Niccolosa  di  Vanni  Sigoli. 

36  Le  Rime,  cclxxxv  e  cxxvm. 

37  Foscolo,  Sepolcri,  vv.  175-79. 

38  Pio  Kajna,  Le  Corti  d'Amore;  Milano,  Hoepli,  1890. 

39  Le  Rime,  ccxxxvin.  Il  bacio  a  madonna  Laura,  che  dà  argomento 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


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a  quel  Sonetto,  fu  magistralmente  illustrato  da  Giovanni  Mestica 
(Nuova  Antologia,  fase,  del  1°  aprile  1892). 

40  X,  vii. 

41  Lettera  di  Giovanni  Rucellai  da  Avignone,  il  13  maggio  1506, 
a  Lorenzo  di  Filippo  Strozzi  in  Venezia  ;  a  pag.  243-41  delle  Opere  di 
Giovanni  Rucellai  per  cura  di  Guido  Mazzoni  ;  Bologna,  Zanichelli, 
1887.  Anche  Giambatista  Marino,  descrivendo  nel  1615  le  usanze  fran- 
cesi, e  ancor  egli  come  il  Rucellai  facendo  tirocinio  di  quella  lingua, 
scriveva  da  Parigi  :  «  Le  signore  non  fanno  scrupolo  di  lasciarsi  ba- 
«  ciare  in  publico  ;  e  si  tratta  con  tanta  libertà,  che  ogni  pastore 
«  può  dire  alla  sua  ninfa  commodamente  il  fatto  suo  ».  (Lettere  ;  Ve- 
nezia, 1627  ;  pag.  181). 

42  Mor gante,  xxv,  301. 

43  Vedi  la  edizione,  fedelissima  alla  lezione  dell'antico  testo  Bar- 
beriniano,  procurata  dal  conte  Carlo  Baudi  di  Vesme  per  la  R.  Com- 
missione de'  Testi  di  lingua  ;  Bologna,  1875. 

44  Nella  parte  quinta  e  sesta,  a  pag.  100-165,  174-188,  230-235,  della 
citata  ediz. 

45  Histoire  de  Florence  par  F.  T.  Perrens  ;  tomo  III  (Paris,  1877), 
pag.  339  segg.  Questa  e  alcun' altra  esagerazione,  e  qualche  inesattezza, 
non  tolgono  però  il  suo  pregio  a  quel  capitolo  su  la  vie  privée  in  Fi- 
renze tra  i  secoli  XIII  e  XIV. 

46  A  pag.  118-119. 

47  A  pag.  119-120,  125-126. 

48  La  «  cameriera  »  era  pe'  Fiorentini  del  Trecento  personaggio 
da  corti  :  tantoché  il  Borghini,  trovando  in  certi  registri  di  popo- 
lazione sul  principio  appunto  del  secolo  XIV  una  «  cameriera  di 
Guido  Benzi  »  annotava  :  «  Ci  è  alcuna  volta  questa  voce  cameriera. 
«  Non  so  se  è  il  medesimo  che  servigiale  ec.  ;  chè  non  mi  pare  che 
«  quel  tempo  usasse  molte  delicatezze  e  varietà  di  servitori  »  (a 
pag.  232  del  quadernetto  II  Fornaio  di  Vincenzio  Borghini  ;  nell'Archi- 
vio fiorentino  di  Stato,  Manoscritti  vari,  n.°  482).  Infatti  le  donne 
fiorentine  delle  dieci  Giornate,  sebbene  «  reine  »,  non  hanno  «  came- 
riere »  ma  «  fanti  »  ;  così  le  due  che  attendono  alla  cucina,  come  le 
altre  due  che  «  al  governo  delle  camere  delle  donne  ».  (Decameron , 
Introduzione). 

49  A  pag.  123-125. 

50  A  pag.  139. 

51  A  pag.  62. 

52  A  pag.  173-174. 

33  A  pag.  31-32. 

34  A  pag.  71-72. 

53  A  pag.  120-121. 

56  Vedi,  a  tale  proposito,  alcune  pagine  (117-24)  del  mio  Studio 
La  gente  nuova  in  Firenze  nel  volume  Dante  ne'  tempi  di  Dante  :  Bologna, 


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DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


Zanichelli,  1888.  Cfr.  G.  Melodia,  Dante  e  Francesco  da  Barberino,  Ve- 
nezia, Estr.  dal  Giornale  dantesco,  1896  :  A.  Thomas,  Francesco  da  Barbe- 
rino et  la  littèrature  provengale  en  Italie  au  moyen-àge  ;  Paris,  1883  :  O.  An- 
tognoni,  Un  contemporaneo  di  Dante  e  i  costumi  italiani,  a  pag.  59-79  del 
Saggio  di  studi  sopra  la  Commedia  di  Dante  ;  Livorno,  Giusti,  1893. 

57  A  pag.  15. 

58  Mi  sia  lecito  ripetere  parole  mie,  e  indicare  la  illustrazione 
che  mi  occorse  fare  d'alcuni  documenti  letterari  fiorentini  d'etica 
amorosa,  appartenenti  a  quell'età.  Vedi  Dino  Compagni  e  la  sua  Cro- 
nica, I,  418  segg. 

59  Stanno  a  pag.  46-55  di  Alcune  lettere  familiari  del  secolo  XIV.  pub- 
blicate da  Pietro  Dazzi,  nel  fase.  XC  delle  Curiosità  letterarie;  Bologna, 
Romagnoli,  1868. 

60  Di  queste  chiose  detti  saggio  nel  libro  e  luogo  testé  indicati 
in  nota  58. 

61  Parad.  Vili,  2.  Vedi  nella  Crusca  (Va  imp.),  s.  v.  Folle,  il  §  VII. 

62  Vedi  le  Regole  della  vita  matrimoniale  di  frate  Cherubino  da  Siena 
ristampate  per  cura  di  F.  Zambrini  e  di  C.  Negroni;  Bologna,  1888,  disp. 
ccxxviii  delle  Curiosità  letterarie. 

63  Vedi  il  libretto  Strenne  nuziali  del  secolo  XIV  (Livorno,  Vi- 
go, 1873),  pubblicato  da  O.  Targioni  Tozzetti.  «  Popolani  precetti  »  ho 
detto,  sebbene  in  alcune  di  quelle  scritture  figurino  a  darli  alla  loro 
figliuola  un  re  e  una  regina  :  contaminazione  che  ha  un  po' del  bar- 
berinesco.  Di  quella,  fra  le  dette  scritture,  che  non  ha  in  scena  co- 
desti fantocci,  e  dalla  quale  ho  già  addotto  il  preambolo  e  il  com- 
miato, credo  far  cosa  grata  alle  gentili  lettrici,  abbellendone  per 
disteso  almeno  quest'angolo  del  mio  libro  sulla  Donna  fiorentina.  A 
pag.  37-40  delle  cit.  Strenne  nuziali:  ma  mi  son  valso  anche  del  testo 
che  pel  primo  ne  dette  F.  Trucchi,  in  un  opuscoletto  di  15  pagine  (Fi- 
renze, Tofani,  18-47)  dedicato  «  alle  gentili  donne  italiane  ». 

Come  dee  dire  la  madre  alla  figliuola 
quando  la  manda  a  marito 
-Carissima  mia  figliuola.  Molto  ti  prego,  e  ancora  co- 
mando, che  ....  (ved.  a  pag.  89) 

Il  primo  comandamento  si  è,  che  tu  ti  guardi  da  tutte 
quelle  cose  per  le  quali  egli  si  potesse  adirare  o  ragione- 
volmente crucciare.  E  guardati  di  non  stare  allegra  né 
ridere,  quando  lo  vedi  crucciato;  e  similmente  di  non  stare 
crucciata,  quando  lo  vedi  allegro  ;  e  quando  egli  è  tur- 
bato, o  carico  d' ira  e  di  pensieri,  non  te  gli  ficcare  sotto  ; 
arrecati  da  parte,  insino  che  si  rischiari. 
.  Il  secondo  comandamento  si  è,  che  tu  sia  sollecita  di 
sapere  qual  cibo  più  gli  piaccia  al  desinare  e  alla  cena,  e 
fa' che  diligentemente  gli  sia  apparecchiato  t  e  avvegna- 
dio  che  talora  non  ti  piacesse  quella  tale  vivanda,  voglio 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


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ohe  mostri  pure  che  la  ti  piaccia  ;  però  che  molto  è  con- 
venevole che  la  donna  sappia  condiscendere  al  piacere  del 
suo  marito. 

Il  terzo  comandamento  si  è,  che  quando  il  tuo  marito 
f assi  affaticato  per  debolezza,  o  per  fatica,  o  per  altro 
accidente,  ed  egli  si  dormisse,  guardi  di  non  lo  svegliare 
senza  legittima  ragione  :  e  se  pure  tei  conviene  chiamare, 
guarda  di  non  destarlo  subitamente,  nè  in  fretta,  ma  piano 
e  suave  lo  sveglia,  acciò  che  teco  non  s'adirasse  ;  imperò 
che  di  cotal  cosa  gli  uomini  se  ne  sogliono  molto  sdegnare. 

Il  quarto  comandamento  si  è,  che  tu  sia  fedele  a  guar- 
dia del  tuo  onore  e  del  suo  ;  e  non  gli  trassinare  nè  cassa, 
nè  borsa,  nè  altro  luogo  ove  lui  tenga  i  suoi  denari,  acciò 
non  prenda  sospetto  di  te  ;  e  se  per  avventura  ti  venisse 
ciò  fatto,  o  per  altra  ragione,  non  gliene  torre  veruno, 
ma  ripongli  saviamente  ;  e  a  veruna  persona  in  verun 
modo  del  suo  non  dare,  senza  sua  licenzia,  e  non  prestare  ; 
però  che  egli  è  in  tal  modo  tuo  signore,  che  per  l'amor 
di  Dio,  non  che  per  altro  modo,  del  suo  non  puoi  dare  ai 
poveri,  senza  sua  richiesta  :  onde  con  sommo  studio  t'in- 
gegna di  guardare  il  suo  ;  chè  siccome  l' uomo  è  lodato 
d'esser  largo,  così  la  donna  è  lodata  per  salvare  le  cose 
del  marito. 

Il  quinto  comandamento  si  è,  che  tu  non  ti  mostri 
troppo  volenterosa  di  sapere  le  credenze  e  secreti  del  tuo 
marito  ;  e  se  addiviene  che  lui  te  le  dica,  guarda  che  tu 
non  lo  ridica  a  veruna  persona.  E  ancora  ti  guarda  di  ri- 
dire fuori  della  casa  tua  le  parole  dette  familiarmente  in 
casa  tua,  qualmente  che  sieno  di  piccolo  valore  ;  però  che 
troppo  è  villana  cosa  che  altri  sappi  i  fatti  della  tua  fa- 
miglia, principalmente  per  la  tua  bocca  ;  e  la  donna  di  ciò 
n'è  tenuta  mentecatta  e  sciocca,  e  il  marito  l'ha  in  odio. 

Il  sesto  comandamento  si  è,  che  tu  ami  e  porti  fede, 
come  si  conviene,  a'  servidori  e  alla  famiglia,  e  principal- 
mente a  coloro  che  sono  in  amore  del  tuo  marito  ;  e  che 
per  leggiere  cagioni  non  gli  biasimi  e  non  gli  accomiati, 
però  che  sempre  ne  saresti  odiata,  e  potresti  per  loro  e 
per  la  famiglia  esserne  abbominata  di  tale  infamia,  che 
quasi  mai  non  ti  cadrebbe  il  biasimo,  e  agevolmente  ne  po- 
tresti venire  in  odio  del  tuo  marito  e  dell'altre  genti. 

Il  settimo  comandamento  si  è,  che  tu  non  facci  per  lo 
tuo  senno  alcuna  grande  cosa  senza  il  consentimento  del 
tuo  marito,  qualmente  che  quella  cosa  ti  paresse  da  fare  ; 
e  guarda  che  tu  non  gli  dichi,  per  alcuno  modo  :  «  Il  mio 
consiglio  era  migliore  che  '1  tuo  »,  eziandio  che  fosse  bene 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


migliore  ;  perciò  che  il  condurresti  agevolmente  in  grande 
sdegno  verso  te  e  in  grande  odio. 

L'ottavo  comandamento  si  è,  che  tu  non  richiegghi  di 
cosa  il  tuo  marito,  che  non  si  convenga,  e  che  gli  fusse 
troppo  malagevole  a  fare  ;  e  massimamente  cosa  tu  creda 
che  gli  dispiaccia,  e  che  sia  contro  al  suo  onore,  acciò  che 
tu  non  sia  cagione  di  suo  male,  danno,  o  struggimento. 

Il  nono  comandamento  si  è,  che  tu  t'  ingegni  di  mante- 
nere la  tua  persona  fresca  e  bella  e  adorna  e  netta,  in  for- 
ma e  modo  che  sia  onesta,  senza  alcuna  cosa  disonesta  o 
brutto  adornamento  :  imperò  che  quando  il  tuo  marito  ti 
vedesse  disonestamente  ornare  oltre  al  suo  piacere,  legger- 
mente ti  potrebbe  avere  a  sospetto  ;  chè  tenendoti  onesta- 
mente adorna,  te  ne  amerà  e  terrà  più  cara. 

Il  decimo  comandamento  si  è,  che  tu  non  sia  troppo  do- 
mestica colla  tua  famiglia  nè  troppo  inchinevole,  spezial- 
mente a  quelle  persone  che  ti  dovrebbono  servire,  o  don- 
zello o  servigiale  che  sia,  servo  o  serva  :  però  che  troppa 
dimestichezza  importa  vizio,  e  troppa  familiarità  ingenera 
sdegno  ;  onde  troppo  è  meglio  essere  un  poco  verso  di  loro 
altiera  e  signorile  :  imperò  che  non  è  già  buon  segno  ve- 
dere la  serva  in  superbia  inverso  la  madonna  ;  onde  vol- 
garmente dice  la  gente  :  la  serva  signoreggia,  se  la  madonna 
folleggia. 

L'undecimo  comandamento  si  è,  che  tu  non  sia  troppo 
randagia,  nè  che  tu  non  vada  troppo  fuori  di  casa  tua  ; 
imperò  che  la  donna  che  sta  costantemente  a  casa,  e  va 
poco  a  torno,  è  allegrezza  del  marito  suo,  siccome  dice  Sa- 
lomone, che  '1  seppe  bene  :  chè  all'uomo  bisogna  provve- 
dere a'  fatti  di  fuori  di  casa,  per  fare  quelli  di  dentro  alla 
casa;  e  così  conviene  chela  donna  provvegghi  a'  fatti  della 
famiglia  e  della  masserizia  :  i  quali  giammai  non  faresti 
bene,  figliuola  mia,  se  tu  randagia  fussi.  Ancora  voglio  e 
cornandoti,  che  tu  ti  guardi  di  favellare  troppo  ;  però  che 
il  poco  parlare  principalmente  sta  bene  nelle  donne,  e  si- 
gnifica onestà  ;  chè  se  la  donna  fusse  bene  sciocca,  e  ella 
parli  poco,  è  tenuta  savia.  Ancora  ti  comando,  che  sia  mo- 
desta, cioè  che  non  vogli  sapere  troppo,  nè  dar  fede  a  in- 
dovine, nè  a  loro  fatture  o  incantazioni  :  perciò  che  molto 
è  sconvenevole  alle  donne  voler  sapere  come  gli  uomini 
nell' operare  degli  uomini. 

Il  duodecimo  comandamento,  e  maggiore  che  io  ti  possa 
fare  e  onde  io  più  ti  gastigo,  si  è,  che  tu  non  facci  cosa, 
per  opere  o  per  parole  o  per  sembianti,  onde  il  tuo  ma- 
rito possa  entrare  o  incorrere  in  alcuna  gelosia  ;  però  che 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


103 


quello  è  quella  cosa  che  più  tosto  ti  potrebbe  il  suo  amore 
torre  che  altra  cosa,  e  sempre  ne  verresti  a  sospetto,  e 
lui  faresti  stare  in  ardente  ffimma,  e  tu  verresti  non  so- 
lamente nel  suo  odio  ma  ancora  in  quello  de'parenti  e 
degli  amici  ;  e  tale  infamia  t'assalirebbe,  per  modo  che 
mai  non  ti  cadrebbe  :  però  che  questo  fallo  porta  tal  mac- 
chia, che  mai  non  si  può  lavare.  E  questo  ti  sia  sopra 
tutti  i  comandamenti  ;  certificandoti,  che  la  moglie  in  nes- 
sun modo  può  far  cosa  al  marito  che  tanto  gli  sia  cara, 
com'ella  sia  onesta  di  suo  corpo  :  e  così  per  l'opposto.  Che 
però  ogni  onore,  ogni  riverenza,  secondo  che  s'avviene  sia 
sollecita  di  rendergli  :  e  quando  egli  torna  a  casa,  sempre 
gli  fa'buona  ricoglienza  :  e  lietamente  fa' onore  a' parenti 
suoi,  maggiormente  che  a'  tuoi,  però  che  così  farà  egli 
a'  tuoi.  Che  se  per  avventura,  nell'avvenimento  d'  alcuna 
altra  onorevole  persona,  tu  facessi  alcuna  opera  vile  della 
masserizia  di  casa,  incontanente  riponi  la  rócca  e  il  fuso, 
nascondi  l'opera  servile,  qualunque  si  sia;  acciò  che  non 
pai  allevata  in  villa.  Nelle  opere  amorevoli  non  ti  partire 
dall'onestà,  secondo  gli  atti  che  io  ti  ho  detti  i  quali  tra 
me  e  te  abbiamo  ragionati,  acciò  che  troppa  amorosa  voglia 
innanzi  al  tempo  non  ti  togliesse  il  suo  affetto  :  e  per  sì 
fatto  modo  il  guarda,  che  amore,  e  non  sdegno,  sia  cagione 
della  sua  guardia  :  e  lascialo  sempre  un  pochettino  quasi 
usare  un'amorosa  forza  ;  imperò  che  quella  amorosa  forza 
ritorna  in  tua  onestà. 

Facendo  adunque  le  dette  cose  sarai  corona  d'oro  del 
tuo  marito. 

Allora  la  gentile  madre  e  savia  donna  benedisse  e  se- 
gnò  (vedi  a  pag.  89). 

64  Cronica,  I,  iv. 

€s  Vedi,  con  brevi  ma  acconcissime  parole,  svolto  questo  pensiero 
da  R.  Fornaciari,  nel  suo  Quadro  storico  della  letteratura  italiana  nei 
primi  quattro  secoli  ;  Firenze,  1885;  pag.  88-90. 

66  Felice  Tribolati  nel  IV°  de'  suoi  eleganti  Diporti  letterarii  sul 
Decamerone;  Pisa,  1873;  pag.  160-62.  Tedi  ivi  anche  il  giudizio  del  Pe- 
trarca sulla  Griselda,  la  quale  egli  tradusse  in  latino  :  e  cfr.  le  Senili 
del  Petrarca,  date  dal  Fracassetti,  II,  541  segg. 

67  Inf.  II. 

68  Inf,  I  e  II. 
e»  Inf.  II  e  IV. 

™  Purg.  X-XXVI. 
«  Purg.  XXVII. 
™  Purg.  IX. 


104 


DA  DANTE  AL  BOCCACCIO 


73  Purg.  XXIX-XXXIII.  Di  quel  «  donnescamente  »  dantesco,  che 
s' interpetra  comunemente  per  «  con  grazia  e  gentilezza  femminili  », 
o  simile,  mi  sembra  singolare  e  vera  la  dichiarazione  che  nel  suo  la- 
tino esplicativo  ne  fa  un  frate  del  Quattrocento  (Giovanni  da  Ser- 
ravalle,  Translalìo  et  Comentum  totius  libri  Dantis  Aldigherii  ;  Prato, 
1891;  pag.  813;:  «  dominabiliter,  scilicet  more  suavis  et  nobilis  domi- 
«  nae  »  :  insomma  «  signorilmente  »;  con  attinenza  al  bello  e  possente 
significato  della  parola  «  donna  »  per  «  signora  »,  abbracciato  sì  dai 
poeti  e  sì  dal  popolo  nelle  locuzioni  «  la  mia  donna  »  e  «  madonna  ». 
E  a  cotesto  «  donnescamente  »,  rintegrato  fcom'  io  credo)  nel  senso 
che  volle  imprimergli  il  Poeta,  porge  illustrazione  e  conferma  il 
verbo  «  donneggiare  »,  cristallizzatosi  in  un  antico  proverbio  che  am- 
moniva le  «  signore  »  di  poco  savia  condotta,  le  quali  si  lasciano,  di- 
remmo oggi,  pigliar  la  mano  dalla  servitù:  «Quando  madonna  fol- 
leggia, la  fante  donneggia  »,  cioè  fa  lei  da  signora,  diventa  lei  la 
padrona.  Proverbio,  la  cui  efficace  dicitura  o  guastano  o  snervano  i 
lessicografi  che  a  «  donneggia  »  o  sostituiscono,  o  aggiungono  come 
variante,  «  danneggia  ».  La  quale,  o  sostituzione  o  variante,  che  sia 
da  rigettare  senz'altro,  se  anche  non  lo  dicessero  l'orecchio  e  il  buon 
gusto,  lo  imporrebbe  il  raffronto  di  quella  trecentistica  scrittura  fio- 
rentina degli  Avvertimenti  di  maritaggio  testé  riferiti  in  una  delle 
precedenti  note;  nel  decimo  dei  quali  (pag.  102)  abbiam  letto  :  «  Troppa 
«  dimestichezza  »  della  padrona  verso  la  «  famiglia  »,  cioè  verso  la  ser- 
vitù, «  importa  vizio,  e  troppa  familiarità  ingenera  sdegno  ;  onde 
«  troppo  è  meglio  essere  un  poco  verso  di  loro  altiera  e  signorile:  im- 
«  però  che  non  è  già  buon  segno  vedere  la  serva  in  superbia  in- 
«  verso  la  madonna  ;  onde  volgarmente  dice  la  gente  :  —  La  serva  si- 
«  gnoreggia,  se  la  madonna  folleggia  ». 

74  Parad.  Il,  19-30;  V,  86-93  ;  ecc. 

75  Parad.  XXXI  e  XXXII. 

76  §  XLIII. 


BEATEICE 

NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


Questo  Studio  fu  pubblicato  la  prima  volta  nella  Nuova  Antologia 
nel  giugno  del  1890,  sesto  centenario  della  morte  di  Beatrice. 

Fu  ristampato,  con  appendice  di  documenti  ed  altre  illustrazioni,  in 
Milano,  Hoepli,  1891.  I  Documenti  dell'  edizione  Hoepli  sono  :  I,  Te- 
stamento di  Folco  Portìnari.  II,  Atto  di  fondazione  dell'Ospedale  di  Santa 
Maria  Nuova  per  Folco  Portinari.  Ili,  Magistrature  di  Folco  Portinari,  e 
altre  indicazioni  su  lui.  IV,  Documenti  militari  fiorentini,  ai  §§  IX-X 
della  Vita  Nuova.  V,  Dai  libri  mercantili  dei  Bardi.  VI,  La  Canzone  di 
messer  Cino  a  Dante  per  la  morte  di  Beatrice. 


I. 


A  dì  15  gennaio  del  1288,  in  una  chiesa  e  convento  su- 
burbani a  Firenze,  fra  le  mura  del  secondo  o  penultimo 
cerchio,  e  quella  che  era  allora  pendice  boscosa  (cafag- 
gio,  dicevano)  di  dolce  salita  verso  i  colli  flesolani,  ed  è 
oggi  la  parte  più  elevata  e  forse  la  più  ridente  della  città 
che  anche  il  suo  cerchio  terzo  ha  varcato  e  distrutto,  si 
accoglievano  i  religiosi  di  quel  convento  e  chiesa  di  San- 
t'  Egidio,  frati  denominati  della  Penitenza  di  Gesù  Cristo, 
intorno  ad  un  ragguardevole  cittadino,  che  in  presenza 
di  essi  dettava  ài  notaro  il  suo  testamento.  Folco  di  Ri- 
covero di  Folco  dei  Portinari,  famiglia  anticamente  ghi- 
bellina, consolare,  delle  «  discese  giù  da  Fiesole  », 1  e 
che  la  mercatura  avea  fatte  ricche  e  popolane  e  guelfe, 
assicurava  con  queir  atto  i  perenni  effetti  di  una  sua 
splendida  beneficenza,  quale  era  stata  la  fondazione  d'  uno 
spedale  da  lui  medesimo  pur  allora  costruito  presso  il 
detto  convento.  «  Raccomando  umilmente  Y  anima  mia 
cosi  scriveva  le  parole  di  Folco  il  notaro  Tedaldo  Rusti- 
chelli  «  a  Dio  vivo  e  vero,  e  mi  eleggo  la  sepoltura  nella 
«  cappella  del  mio  spedale  di  Santa  Maria  Nuova.  Offro 
«  a  Dio,  al  Signore  Gesù  Cristo,  alla  Beata  Vergine  Maria 
«  madre  di  lui,  il  detto  spedale  e  cappella  ovvero  chiesa 
«  per  rimedio  delle  peccata  mie  e  de'  miei,  e  in  servigio 
«  de'  poveri  infermi.  I  miei  eredi  lo  mantengano  e  ne  siano 
«  i  patroni.  A  religiosi  e  poveri  lascio....  »  ;  seguivano  in 


108 


BEATRICE 


lunga  lista  fraterie,  monasteri,  spedali  della  città  e  del 
contado.  Disponeva  poscia  per  la  famiglia,  nominandoli 
capo  per  capo.  Prima,  la  moglie  :  madonna  Cilia  dei  Ca- 
ponsacchi,  altra  di  quelle  famiglie  «  nel  mercato  discese 
giù  da  Fiesole  »,  questa  però  rimasta  ghibellina  e  de'  Gran- 
di ;  poi  una  sorella  sua  naturale,  Nuta,  alla  quale  assicura 
che  le  sia  continuato  nelle  case  de'  Portinari  la  dimora  e 
il  mantenimento.  Ma  innanzi  di  venire  a'  figliuoli,  vuol 
designate  quelle  che  sono  case  de'  Portinari,  dalle  quali 
esclude,  perchè  nei  Portinari  rimangano,  qualsiasi  suc- 
cessione o  diritto  di  femmine.  E  prima,  la  vecchia  casa 
di  famiglia,  nel  popolo  di  San  Procolo,  l'istaurata  da  lui 
insieme  con  altri  consorti  :  poi  una  casa  nel  popolo  di 
Santa  Maria  in  campo,  lì  presso  alle  mura  ;  e  il  palagio 
di  sua  abitazione,  con  torre,  posto  nel  popolo  di  Santa  Mar- 
gherita ;  e  altre  case  e  casolari.  Dopo  di  che  nomina  le 
figliuole  :  delle  quali,  quattro  sono  fanciulle,  Vanna,  Fia, 
Margherita,  Castoria;  e  avranno  dote  di  ottocento  lire 
a  fiorini,  ciascuna  :  due  maritate,  madonna  Bice  nei 
Bardi,  madonna  Ravignana  nei  Falconieri.  Lascia  a  ma- 
donna Bice  lire  cinquanta  a  fiorini  :  di  madonna  Ravi- 
gnana, che  è  morta,  ricorda  un  figlio  Nicola,  e  a  lui  as- 
segna la  medesima  somma.  Eredi  istituisce  i  figliuoli  : 
Manetto,  Ricovero,  Pigello,  Gherardo,  Iacopo  ;  in  minore 
età  questi  ultimi  tre;  e  ne  affida  la  tutela,  come  delle  fi- 
gliuole che  sono  nella  stessa  condizione,  ai  due  altri  mag- 
giori, ed  inoltre  a  messer  Vieri  di  Torrigiano  de'  Cerchi, 
a  messer  Bindo  de'  Cerchi,  e  a  due  de'  suoi  propri  con- 
sorti. 

«  Sano,  la  Dio  grazia,  di  mente  e  di  corpo  »  è  detto  il 
testatore  ;  nè  forse  era  molto  innanzi  con  gli  anni,  se  in 
quella  figliolanza  copiosa  di  ben  undici,  due  soli  de'  ma- 
schi avevan  toccata  F  età  maggiore,  due  sole  delle  sei 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


109 


femmine  erano  andate,  e  solevano  andare  cosi  giovinette, 
a  marito  ;  e  di  esse  un  sol  figliuolo  la  Ravignana,  e  nes- 
suno apparisce  averne  la  Bice.  Pochi  mesi  dipoi,  il  23 
giugno,  egli  medesimo  con  solenne  atto  fondava  il  suo 
diletto  ospedale,  assegnandogli  terre,  suppellettili,  para- 
menta  e  utensili  sacri,  facendosene  dal  vescovo  di  Firenze 
Andrea  de'  Mozzi  investire  patrono,  sè  e  suoi  discendenti, 
e  insediandovi  il  primo  rettore,  a  suon  di  campane  e  can- 
tandosi nella  nuova  chiesetta  il  Te  Deum.  Un  anno  e  mezzo 
ancora  ;  e  il  buon  Folco  mancava  a'  suoi  figliuoli  e  ai  suoi 
poveri,  il  di  ultimo  del  1289.  11  suo  sepolcro  in  pietra,  con 
V  arme  gentilizia  (la  porta,  arme  parlante  ;  e  dalle  bande 
due  leoni  rampanti)  e  con  iscrizione  in  lettere  gotiche, 
durò  in  quella  sua  chiesetta,  più  secoli  ;  vegliato  dall'  ima- 
gine  di  Maria,  che  egli  stesso  avea  collocata  sull'  al- 
tare in  una  tavola  di  Cimabue,  alla  quale  successero 
ne'  tempi,  prima  una  Annunziata  di  Andrea  del  Castagno, 
poi  di  Alessandro  Allori  una  Vergine  madre  circondata 
da  Sante.  Oggi  ne  la  cappella  nè  il  primitivo  spedale,  che 
fini  col  nome  di  Spedale  di  San  Matteo,  più  non  esistono  ; 
e  sull'  uno  e  sull'  altra,  e  sulle  ossa  di  Folco  e  della  mo- 
glie e  de'  figliuoli  di  lui,  si  è  adagiato  co'  suoi  innumeri 
e  farraginosi  protocolli  l'Archivio  notarile  de'  Contratti. 
Ma  delle  tombe  di  essi  Portinari,  quella  di  Folco  è,  non 
senza  giusto  destino,  sopravvissuta  ;  e  fu  modernamente 
trasportata  e  ricomposta,  con  pietosa  industria,  nella  chiesa 
di  Sant'  Egidio,  cioè  nell'  attuai  chiesa  dell'Arcispedale  di 
Santa  Maria  Nuova.  Cosi  al  pio  luogo  non  è  venuta  meno 
la  presenza  del  genio  suo  tutelare.  Tuttavia  pochi  sanno 
di  quel  monumento  o,  come  può  dirsi  ormai,  cenotafio, 
sul  quale  si  seguita  a  leggere  :  «  Hic  iacet  Fulchus  de 
«  Portinariis  qui  fuit  fundator  et  edifìcator  [h]uius  ecclesie 
«  et  ospitalis  S.  Marie  Nove  et  decessit  anno  MCCLXXXIX 


110 


BEATRICE 


«  die  XXXI  decembris.  Cuius  anima  prò  Dei  misericordia 
«  requiescat  in  pace  ».  Non  sono  pervenute  fino  a  noi,  ma 
durarono  qualche  secolo,  le  sepolture,  che  erano  pure  in 
San  Matteo,  del  fìgliuol  suo  Manetto,  morto  il  28  agosto 
del  1334,  e  di  Accinto  fìgliuol  di  Manetto,  morto  il  17 
giugno  1358.  2 

Alla  vita  di  Folco,  che  dalle  cose  accennate  può  in- 
dursi non  lunga,  darebbero  già  altissima  lode  la  carità  e 
la  bontà,  che  informano  i  suoi  estremi  voleri  :  ma  altri 
atti  ci  attestano  altre  sue  civili  benemerenze.  Il  suo  nome 
è  nei  ruoli  d'  ambedue  i  magistrati,  coi  quali,  fra  il  1280 
e  P  82,  si  fondò  saldamente  la  democrazia  fiorentina:  prima 
i  Quattordici  buoni  uomini,  insediati  dal  cardinale  Latino 
a  suggello  della  pace  fra  Ghibellini  e  Guelfi  ;  e  poi  i  Priori 
delle  Arti,  coi  quali  il  popolo  artigiano  incominciò  il  suo 
sormontare  nello  stato.  In  ambedue  i  magistrati  è  Folco  : 
de'  Quattordici,  nel  marzo  dell'  82  ;  de'  Priori,  nelP  agosto 
con  la  prima  normale  elezione  che  ne  fu  fatta  in  numero 
di  sei,  uno  per  Sesto  e  per  una  delle  Arti  maggiori.  Folco 
vi  era  pel  Sesto  di  Porta  San  Piero,  e  per  l'Arte  de'  Mer- 
catanti. Il  nome  di  Folco  in  coteste  liste,  e  così  in  altri 
due  priorati  de' quali  egli  fece  parte,  del  1285  e  dell' 87,  è 
uno  di  quei  nomi  che  rappresentano  si  P  elemento  magna- 
tizio, il  quale  si  acconciava  come  alla  mercatura  cosi  ai 
magistrati  della  città,  e  sì  P  elemento  ghibellino,  che  mo- 
dificatosi progressivamente  nella  seconda  metà  del  secolo, 
anche  innanzi  allo  stabile  trionfo  guelfo  del  1267,  venne  in 
quell'  ultimo  trentennio  sceverandosi  fra  Ghibellini  puri  e 
avversi  al  reggimento  popolare,  e  Ghibellini  moderati  che 
accettavano  del  reggimento  e  della  mercatura  la  utile  co- 
munanza col  popolo  e  coi  Guelfi.  Su  tale  terreno  si  dise- 
gnava la  nuova  divisione  della  cittadinanza.  Popolani  e 
Grandi  «  purché  fossero  mercatanti  »,  3  dall'  una  parte  :  e 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


111 


Grandi  inflessibili  e  intransigenti,  dall'  altra  :  e  questa  par- 
tizione gli  Ordinamenti  della  Giustizia  nel  1293  statuirono, 
consacrarono.  E  parimente  ed  insieme  :  dall'  una  parte, 
Ghibellini  condiscendenti  ai  Guelfi,  Guelfi  benevoli  ai 
Ghibellini,  perchè  concordi  Guelfi  e  Ghibellini  nell'amare 
o  nelP  accettare  reggimento  di  popolo  :  e  dall'  altra  Ghi- 
bellini immutati,  e  questi  ebbe  dispersi  F  esilio  ;  o  Guelfi 
radicali,  e  questi,  l'anno  1300,  furono  i  Guelfi  Neri,  nel 
nome  di  Guelfi  Bianchi  confondendosi  quei  Guelfi  e  Ghi- 
bellini sotto  V  auspicio  popolare  amicatisi.  Dei  Guelfi 
Bianchi  non  fu  a  tempo,  morendo  nell'  89,  ad  essere  Folco: 
ma  tra  i  Guelfi  Bianchi  rimase,  co'  suoi  figliuoli  e  con- 
sorti, il  suo  nome;  vi  rimase,  anche  tra  le  vittime  della 
violenza  e  del  trionfo  dei  Neri.  Il  giovinetto  Pigello  mori 
avvelenato  dai  Neri,  da  un  prete  ; 4  e  nella  Riforma  di 
messer  Baldo  d'Aguglione,  del  1311,  5  fra  i  reietti  dalla 
cittadinanza,  ristrettasi  a  Guelfa  Nera,  sono  i  Portinari  : 
vi  sono  con  Dante. 

Basta,  del  resto,  quanto  siam  venuti  dicendo  (se  pur 
non  fosse  stato  altrove  dimostrato  ampiamente  6),  per  com- 
prendere che  Parte  Bianca  preesistè,  in  fatto,  di  alquanti 
anni  al  proprio  battesimo  :  e  il  testamento  stesso  di  Folco 
non  è  senza  importanza  per  co  testa,  direi  quasi,  preisto- 
ria delle  due  fazioni.  La  tutela  de'  figliuoli  egli  commette 
con  pari  fiducia  a'  consorti  suoi  Portinari  e  ai  Cerchi, 
compagni  suoi  di  traffico,  i  futuri  capi  di  Parte  Bianca;  e 
fra  i  designati  tutori  è  messer  Vieri  di  Torrigiano,  quello 
stesso  che  nelle  gare  tra  Cerchi  e  Donati  bilancerà,  con 
la  potenza  mercantile  e  l' autorità  di  gran  cittadino,  le 
feroci  ambizioni  di  messer  Corso  Donati,  finché  queste 
prorompano  in  aperta  violenza,  che  appoggiata  da  papa 
Bonifazio,  trionferà.  E  delle  due  figlie  maggiori,  la  Ravi- 
gnana,  nome  di  antico  stampo  che  ricordava  la  famiglia 


112 


BEATRICE 


di  Bellincion  Berti  de'  Ravignani;  «dell'alto  Bellincio- 
ne  », 7  nel  cui  palagio,  fatto  comitale  dai  Guidi,  erano  i 
Cerchi  signorilmente  successi;  la  Ravignana,  Folco  P  ha 
maritata  a  Bandino  Falconieri,  che  sarà  uno  de'  maggio- 
renti di  Parte  Bianca,  e  dei  più  favellatori  nei  Consigli 
del  Popolo  :  P  altra,  la  Bice,  a  messer  Simone  de'  Bardi, 
famiglia  di  Grandi,  ma  altresì  cambiatori  e  banchieri 
de*  più  poderosi,  e  Grandi  guelfissimi,  e  che  saranno 
de'  Neri.  8  Parentadi,  P  uno  e  P  altro,  che  tra  i  Portinari, 
in  origine  ghibellini,  e  quelle  famiglie  guelfe  ;  tra  i  Por- 
tinari  grandi,  e  i  Falconieri  popolari  ;  tra  i  Portinari  ade- 
renti ai  Cerchi,  e  i  Bardi  partigiani  de'  Donati  ;  ci  appari- 
scono subito  come  parentadi  politici,  di  quelli  che  sug- 
gellavano le  paci  della  cittadinanza,  o  che  il  Comune 
stesso,  anche  a  proprie  spese,  procurava,  per  ovviarne, 
quant'  era  possibile,  le  scissure  e  le  guerre.  Nei  quali  ma- 
trimoni, si  avverta  bene  (e  con  questo  avviciniamoci 
al  soggetto  del  presente  Studio),  P  amore  non  entrava  per 
nulla;  ed  invero  il  più  delle  volte  se  ne  stipulavano  gli 
atti  di  promissione,  essendo  gli  sposi,  non  che  giovinetti, 
ma  ancora  fanciulli.  Oltredichè,  anche  quando  non  si  trat- 
tasse di  matrimoni  così  fatti  a  secondo  fine  civile,  la  sposa 
era  «  data  »  ;  non  essa  avea  disposto  del  suo  cuore  e  della 
sua  mano  :  la  dava  il  padre  ;  il  marito  la  riceveva,  anzi 
«  la  menava  »,  9  a  lui  stesso  consentita  innanzi  o  designata 
dal  proprio  padre,  piuttostochè  cercata  e  sospirata  per  dolce 
e  faticosa  conquista  d'  amore. 

A1P  amore  si  faceva  volentieri  in  versi.  Non  dico  che 
non  si  facesse  anche  in  altra  maniera  :  ma  P  «  amore  per 
rima  »  era,  ciò  che  oggi  non  è  certamente,  una  costumanza, 
un  andazzo  ;  potremmo  dire,  scomodando  un  grosso  voca- 
bolo, un'  istituzione.  Alcun  che  di  simile  fu  pure  il  secen- 
tismo nel  Settecento.  E  come  in  questo  la  donna  astraeva, 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


113 


in  sè  medesima,  la  persona  sua  coniugale  e  quella  di 
dama  servita  dal  cavaliere  ;  cosi  la  donna  dei  nostri  an- 
tichi rimatori  non  aveva  nulla  che  fare  con  la  donna  toc- 
cata loro  veramente  compagna,  ed  anche  compagna  (se  a 
Dio  era  piaciuto)  carissima,  della  vita.  La  loro  «  donna 
mia  »,  la  loro  «  donna  gentile  »,  la  donna  del  sonetto  e 
della  ballatetta,  rimaneva  fuori  della  casa  e  della  fami- 
glia :  nella  casa  e  nella  famiglia  P  uomo  era  ben  altro  che 
facitor  di  rime  amorose  :  era  mercatante,  era  lanaiuolo, 
era  cambiatore,  era  giurista  ;  e  poi  era  magistrato,  era 
partigiano,  era  milite  di  cavallata,  era  ambasciatore  del 
Comune,  andava  rettore  nelle  altre  terre  d' Italia  :  ed  ol- 
tre tutto  questo,  era  diligentissimo  padrefamiglia,  che  alla 
donna  sua  vera,  alla  moglie,  commetteva  in  fidata  custodia 
la  casa,  alle  mani  di  lei  valenti  raccomandandone  la  mas- 
serizia, e  nella  prole,  per  solito  numerosa,  assicurando  in 
vario  modo  le  speranze  e  i  disegni  che  i  loro  vecchi  ave- 
vano accolto  nelF  animo  quando  li  avevano  congiunti  ma- 
rito e  moglie. 

Questa  vita,  cosi  severamente  pratica,  laboriosa,  pro- 
cacciante, e  nella  quale  alla  formazione  della  famiglia  so- 
printendevano F  autorità  dei  genitori  e  gP  interessi  do- 
mestici o  cittadini,  versava  nelle  rime  d'  amore  quanto  di 
affettive  idealità  rimaneva  in  essa  impedito  o  compresso.  E 
vien  subito  pensato  che  in  tali  condizioni  reali,  la  donna 
di  rime  originate  in  quel  modo,  questa  donna  affatto  este- 
riore all'orbita  delle  cose  attualmente  e  operativamente 
amate  e  curate  dall'  uomo  di  quei  tempi,  fosse,  anzi  do- 
vesse senz'altro  essere,  donna  ideale,  una  figura  poetica,  il 
tema:  il  tema  fittizio  dei  dolci  sospiri,  dei  desiri  dubbiosi,  de- 
gli sconforti,  delle  confidenze  soavi,  che  di  necessità  man- 
cavano a  quelle  destinazioni  senza  scelta,  a  quel  possesso 
senza  contrasti.  Ma  non  era  così  ;  anzi,  ribatteremo,  non 


Del  Lungo 


8 


114 


BEATRICE 


poteva,  per  quelle  stesse  condizioni  e  qualità  psicologi- 
che di  vita  reale,  non  poteva  esser  così.  Quella  praticità 
di  abitudini,  positività  d' intendimenti,  ripugnanza  in  chec- 
ché si  facesse  dall'  astratto  e  non  determinato,  era  ca- 
gione che  cotesti  uomini,  se  gentilezza  di  cuore  e  di  mente 
li  portava  a  dir  parole  di  amore  in  rima,  volessero  una 
donna  alla  quale  indirizzarle  ;  una  donna  viva  e  vera,  col 
suo  nome  e  cognome  ;  volessero,  questo  loro  «  rimare  so- 
«  pra  materia  amorosa  »,  questo  «  cotal  modo  di  par- 
«  lare,  trovato  per  dire  d'amore,  farlo  intendere  »  in  buon 
volgare  «  a  donna  alla  quale  era  malagevole  intendere  i 
«  versi  latini  »  ;  secondochè,  nella  Vita  Nuova, 10  con 
imagini  e  locuzioni,  come  sentiamo,  quanto  più  desiderar 
si  possa  nette  e  positive,  ci  è  significato  da  Dante. 

La  «donna  »  del  rimatore,  dunque,  esisteva;  esisteva 
in  tutta  la  sua  realtà  femminile,  compresovi  il  non  saper 
di  latino  :  a  una  donna  pensavano,  a  una  donna  parla- 
vano, i  «  dicitori  per  rima  »  ; 11  a  una  donna,  la  cui  bel- 
lezza potesse  il  rimatore  visibilmente  ammirare,  allietarsi 
del  sorriso,  per  la  lontananza  sua  sospirare,  dei  suoi  lutti 
attristarsi,  piangere  sulla  sua  tomba,  custodirne  pia  e  ispi- 
ratrice la  ricordanza.  E  pur  tuttavia,  nell'omaggio  che  ella 
riceveva,  nulla  era  da  ingelosirsene  nè  il  marito  di  lei, 
nè  la  moglie  del  rimatore  :  aveva  nome  e  cognome  ;  ma 
questo  cognome  poteva  anche,  e  senza  veruno  scandalo, 
essere  quello  che  un  valentuomo  le  avesse  dato  a  portare 
e  onorare  :  poteva  per  altre  cagioni  (di  quelle  per  le  quali 
potè  sempre  e  può  anc'oggi),  ma  non  per  questa  dei  versi 
d'  amore,  essere  la  quiete  coniugale  turbata.  Fra  le  tante, 
per  le  quali  quella  gente  fiera  e  riottosa  veniva  al  sangue 
così  di  leggieri,  non  si  ha  memoria,  essere  mai  stato  uno 
di  tali  amori  poetici,  che  abbia  fatto  arrotare  nel  cupo  si- 
lenzio della  vendetta,  o  sguainare  nei  furori  delle  mi- 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


115 


schie  improvvise,  i  ferri  fratricidi.  Nessun  codice,  dei  tanti 
che  riboccano  di  rime  amorose,  potrebbe  essere  registrato 
fra  i  documenti  infausti  delle  nostre  discordie  cittadine- 
sche. La  quale,  se  così  vuoisi  chiamare,  impunità,  non  to- 
glieva bensì,  che  il  rimatore  facesse  de'  suoi  sospiri  un 
mistero  gentile,  e  mostrasse  custodirlo  segretamente,  co- 
sicché al  fior  dell'  affetto  amoroso  non  mancasse  neanche 
questa  sua  più  delicata  fragranza.  Quindi,  e  lo  schermir- 
si con  le  apparenze  d' un  altro  amore,  per  nascondere 
quello  vero  ; 12  e  alle  altrui  inchieste  negar  di  rispon- 
dere ;  13  e  ne'  serventesi  enumerativi,  a  uso  provenzale, 14 
delle  più  belle  donne  della  città,  il  nome  di  ciascuna  non 
andar  congiunto  con  altro  che  con  quello  del  suo  «  diritto 
signore  »,  cioè  del  marito  ;  15  e  la  «  donna  mia  »  del  so- 
netto e  della  ballata  o  non  avere  altra  personale  designa- 
zione che  quella  (se  il  nome  vi  si  presta)  di  qualche  con- 
cettosa perifrasi  onomastica,  od  anche  il  nome  stesso,  ma 
rigorosamente  spoglio  da  qualsiasi  allusione  al  cognome 
o  ad  altra  caratteristica  gentilizia  o  domestica. 

I  cognomi,  del  resto,  son  materia  ribelle  al  linguaggio 
poetico,  quanto  arrendevole  alle  indagini  e  controversie 
critiche.  Cosicché,  anche  solo  per  ciò,  dovevano  codeste 
donne  poetiche,  nel  trasmettersi  fino  a  noi,  lasciar  per 
istrada  quel  loro  storico  distintivo,  e  non  rimanerne  al- 
cuna espressa  testimonianza  nella  poesia  da  esse  ispirata. 
Nessuno  anzi  ne  avrebbe,  è  da  credere,  fatta  questione, 
se  la  figura  sopravvissutaci  d' una  di  quelle  ispiratrici 
non  avesse  portato  seco,  non  pure,  come  le  altre,  intorno 
alle  bionde  o  nere  chiome,  i  gentili  ma  tenui  raggi  d'una 
poesia  tutta  e  solamente  e  soggettivamente  d'  amore,  per 
quanto  ideale  e  fantastico,  sibbene,  sulla  fronte  regal- 
mente superba,  la  splendida  aureola  che  emana  dalla 
poesia  d'  un  grande  poema,  d'  un  concepimento  oggettivo 


116 


BKATRICE 


de'  più  laboriosi  e  comprensivi  e  solenni  che  siano  mai 
usciti  da  umano  ingegno.  Circondata  da  questa  aureola, 
la  figura  che  è  donna  nella  Vita  Nuova,  angelo  e  simbolo 
nella  Divina  Commedia,  risorge  dal  suo  sepolcro,  oggi 
dopo  seicent'  anni  ;  e  nel  linguaggio  che  le  ha  appropriato 
P  immortale  amico  suo,  anche  a  noi,  nè  forse  con  diverso 
intendimento,  ripete 

Guardami  "ben  ;  ben  son,  ben  son  Beatrice. 

Non  con  diverso  intendimento  ;  se  a  Dante  atteg- 
giato di  vergogna  e  di  pentimento  dinanzi  a  lei,  là  sul 
verdeggiante  ripiano  della  sacra  montagna,  ella  rinfac- 
ciava, con  quelle  parole,  d'  averla  dimenticata  e,  o  per 
altre  imagini  di  bello  e  di  buono,  o  per  realità  mondane, 
sconosciuta  e  postergata  ;  i6  e  se  a  noi,  che  ci  trasciniamo 
faticosamente  dietro  alle  imagini  o  alle  parvenze  del  pas- 
sato, seguendo  la  tormentosa  ricerca  del  vero,  ella  vo- 
lesse (pentiti  o  no  che  la  critica,  sola  ormai  nostra,  ahimè! 
poco  amabile,  «  donna  »,  ci  permetta  di  essere)  rimpro- 
verare di  non  aver  saputo  nella  figura  della  donna  e  del- 
l' angelo  riconoscere  la  Bice  che  nacque  de'  Portinari  e 
andò  sposa  nei  Bardi. 17 

IL 

Tutti  sanno  che  questa  identificazione  risale  al  Boc- 
caccio, e  che  da  lui  V  accettarono  e  fecer  propria  altri 
antichi.  Ciò  che  nei  soavi  e  sfumati  adombramenti  della 
Vita  Nuova  è  semplice  «  apparimento  »  di  fanciulla  «  in 
giovanissima  etade  »,  primo  incontro  di  quell'  «  angiola 
giovanissima  »,, 18  addiviene,  sotto  V  abbondante  colorito 
del  gran  novelliere,  19  il  calendimaggio  festeggiato  nelle 
case  d'  un  vicino  degli  Alighieri,  «  uomo  assai  orrevole 
in  quei  tempi  tra  i  cittadini  »  :  e  quest'  uomo  è  Folco 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII  117 


Portinari.  In  quel  calendimaggio  del  1274,  Beatrice  appari- 
sce al  garzoncello  Alighieri,  «non  credo  primamente»,  dice 
sempre  analitico,  il  geniale  biografo,  che  pensa  e  provvede 
a  tutte  le  possibilità  storiche  dell'  argomento  propostosi, 
ma  la  prima  volta  che  fosse  «  possente  ad  innamorare  ». 

Nella  Vita  Nuova,  «  alli  occhi  di  Dante  appare  per  la 
«  prima  volta  la  gloriosa  donna  della  sua  mente  »,  il  cui 
nome  è  Beatrice  anche  in  bocca  di  coloro  i  quali  «  non 
«  sanno  che  si  chiamare  »,  cioè  non  sanno  che  cosa  chia- 
mino, ignorano  quanto  ad  essa  si  convenga  quel  nome, 
quanto  ella  abbia  in  sè  di  beatitudine,  a  quale  e  quanta 
ella  sia  riserbata.  La  fanciulla  è  «  vestita  di  nobilissimo 
«  colore,  umile  ed  onesto,  sanguigno,  cinta  ed  ornata  alla 
«  guisa  che  alla  sua  giovanissima  etade  si  convenìa  »  ;  è 
«  quasi  dal  principio  del  suo  anno  nono  »,  e  Dante  quasi 
in  sulla  fine  pur  dei  nove  anni,  cioè  nel  1274.  D'  allora  in 
poi,  Amore  «  signoreggia  V  anima  sua  »,  e  più  volte,  pure 
in  quella  sua  puerizia,  gl'  impone  di  «  andare  cercando 
«  di  lei  »  ;  20  finché,  passati  altri  nove  anni,  nè  più  nè 
meno,  «  questa  mirabile  donna  appare  a  lui  vestita  di  co- 
«  lore  bianchissimo,  in  mezzo  di  due  gentili  donne  di  più 
«  lunga  etade  »,  gli  appare  «  passando  per  una  via  »,  e  «  lo 
«  saluta  molto  virtuosamente  »,  tanto  che  a  lui  «  pare  al- 
«  lora  vedere  tutti  li  termini  della  beatitudine  ».  21  Da  quel 
momento,,  —  il  quale,  secondo  la  cronologia  che  Dante 
stesso  ha  incardinata  sul  mistico  nove,  appartiene  all'an- 
no 1283,  —  secondo  novennio,  incominciano  i  pensieri  e  i 
turbamenti  amorosi,  le  fantasie,  le  visioni. 

Nella  narrazione  del  Boccaccio,  22  «  Dante,  il  cui  nono 
«  anno  non  era  ancor  finito,  siccome  i.  fanciulli  piccioli, 
«  e  spezialmente  ai  luoghi  festevoli,  sogliono  li  padri  se- 
«  guitare  »,  va  col  padre,  in  una  splendida  giornata  di 
primavera  fiorentina,  al  calendimaggio  dei  Portinari.  «  Av- 


118 


BEATRICE 


«  venne  che  quivi  mescolato  tra  gli  altri  della  sua  etade, 
«  de'  quali  cosi  maschi  come  femmine  erano  molti  nella 
«  casa  del  festeggiante,  servite  le  prime  mense,  di  ciò  che 
«  la  sua  picciola  età  poteva  operare,  puerilmente  si  diede 
«  con  gli  altri  a  trastullare.  Era  infra  la  turba  de'  giova- 
«  netti  una  figliuola  del  sopraddetto  Folco,  il  cui  nome 
«  era  Bice  (comecché  egli  sempre  dal  suo  primitivo  nome, 
«  cioè  Beatrice,  la  nominasse),  la  cui  età  era  forse  di  otto 
«  anni,  assai  leggiadretta  e  bella,  secondo  la  sua  fanciul- 
«  lezza,  e  ne'  suoi  atti  gentilesca  e  piacevole  molto,  con 
«  costumi  e  con  parole  assai  più  gravi  e  modeste  che  il  suo 
«  picciolo  tempo  non  richiedeva  ;  e  oltre  a  questo,  aveva 
«  le  fattezze  del  volto  dilicate  molto  e  ottimamente  di- 
«  sposte,  e  piene,  oltre  alla  bellezza,  di  tanta  onesta  va- 
«  ghezza,  che  quasi  un'  angioletta  era  reputata  da  molti. 
«  Costei,  adunque,  tale  quale  io  la  disegno  o  forse  assai 
«  più  bella,  apparve  in  questa  festa....  agli  occhi  del  no- 
«  stro  Dante....  ».  E  a  siffatte  premesse  corrisponde  il  ri- 
manente di  questa  parte  della  boccaccevole  narrazione 
fino  alla  morte  di  Beatrice  ;  massime  in  questo,  dico  o 
ripeto,  che  quanto  è  nella  Vita  Nuova  delineato  a  man 
leggiera,  e  quasi  paurosa  della  materia  che  tocca,  quanto 
ivi  è  per  imagini  spiritualissime  affigurato,  con  accenni 
sfiorato  appena,  velato  con  perifrasi,  sollevato  e  quasi 
alienato  dalla  vita  reale  tanto  che  talvolta  è  lasciato  ad- 
dirittura che  se  ne  interpretino  o  controvertano  le  rela- 
zioni con  questa  ;  invece  nel  Trattatello,  come  il  Boccac- 
cio altrove  lo  chiama,  23  in  laude  di  Dante,  è  lumeggiato 
e  colorito  sensibilmente,  con  le  realtà  della  vita  mesco- 
lato e  coordinato,  e  per  giunta  moraleggiato  in  sentenze 
sul  bene  e  il  male  di  questa  correlativamente  alla  vita 
dell'Alighieri. 

«  Passióni  ed  atti  »  è,  nella  Vita  Nuova,  frase  piena 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


119 


d' idealità,  sotto  la  quale  Dante  omette  i  particolari  di 
quel  primo  novennio  amoroso,  all'  «  esempio  »  del  già 
narrato,  cioè  dello  apparimento,  riferendoli  tutti  come  a 
suo  tipo.  «  Puerili  accidenti  »,  con  frase  ben  altramente 
positiva,  li  chiama  il  Boccaccio,  e  ancor  egli  li  omette  ; 
omette,  che  dobbiam  dire  ?  di  raccontarli  quali  fossero  ac- 
caduti, o  di  inventarli  quali  egli  avrebbe,  certo  ingegno- 
sissimamente, saputo  ?  Subito  appresso,  nella  Vita  Nuova, 
si  travalica  all'  83,  all'  episodio  del  saluto,  al  sonetto  della 
visione  di  Madonna  addormentata  fra  le  braccia  d'Amore, 
e  da  lui  pasciuta  del  cuore  del  Poeta.  24  E  da  quelle 
prime  visione  e  rima  (la  quale,  fra  tutte  le  dantesche, 
ha,  forse  più  che  alcun'  altra,  del  trovadorico  e  occitanico) 
si  dipartono  e  succedono,  con  altre  visioni  e  rime  intes- 
sendosi, gli  episodi  dell'  amore  di  Dante  :  episodi,  con 
tenue  filo  congiunti  alla  realtà  esteriore,  e  questa  (sia  essa 
o  una  via  della  città,  o  la  chiesa,  o  il  mortorio  dell'amica 
di  Beatrice,  o  uno  sposalizio,  o  il  mortorio  del  padre  25)  è 
fuggevolmente  accennata,  descritta  non  mai  ;  alle  occor- 
renze poi  della  vita  civile  dell'Alighieri  una  volta  sola, 
per  quanto  io  vegga,  collegati,  della  quale  dirò  or  ora 
espressamente.  Molto  più  franco  e  sicuro  e  meglio  infor- 
mato il  Boccaccio,  il  quale  non  ha  certamente  agio  di  fer- 
marsi in  particolarità  e  molto  meno  in  formali  episodi  ; 
ma  per  le  generali  e  molto  ricisamente  sa  dirci,  non  so- 
lamente questo:  che  «con  l'età  multiplicarono  le  amo- 
«  rose  fiamme,  in  tanto  che  niun'altra  cosa  gli  era  pia- 
«  cere  o  riposo  o  conforto,  se  non  il  vedere  costei  »  ;  ma 
quest'  altro  ancora,  che  Dante  «  ogni  altro  affare  lasciando, 
«  sollecitissimo  andava  là  dovunque  potea  credere  vederla, 
«  quasi  del  viso  e  degli  occhi  di  lei  dovesse  attignere  ogni 
«  suo  bene  ed  intera  consolazione  ».  Segue  una  digressione 
morale  sugi'  inconvenienti  che  reca  1'  amore  nella  vita, 


120 


BEATRICE 


specialmente  degli  studiosi  ;  inconvenienti,  osserva  il  Boc- 
caccio, che  nel  caso  di  Dante,  alcuni  vogliono  siano  stati 
ammendati  dallo  avergli  V  amore  per  Beatrice  ispirate 
le  rime  :  ma,  soggiunge,  «  l'ornato  parlare  »  non  è  termine 
o  mèta  di  eccellenza  assoluta,  non  è  la  «  sommissima 
«  parte  d'ogni  scienza  »  ;  nè  ad  altro  che  a  «  ornato  par- 
«  lare  »  fu  incitator  di  Dante  l'amore  per  donna:  or  le  coke 
«  leggiadramente  nel  fiorentino  idioma  e  in  rima,  in  laude 
«  della  donna  amata,  fatte  da  lui  »,  compensano  esse  il 
danno  che  possa  essergliene  venuto  «  alli  sacri  studi  e  al- 
«  V  ingegno  »?  Parole,  per  quanto  sonore,  tuttavia  d' incre- 
dibil  grettezza,  chi  ripensi  alla  parte  che  Beatrice,  la  Bea- 
trice pur  della  Vita  Nuova,  ha  in  quel  Poema,  la  cui 
grandezza  il  Boccaccio  mostrò  nel  Comento  di  sentire  e 
pregiar  degnamente. 

III.  ' 

E  qui  fermiamoci  alla  frase  «  ogni  altro  affare  la- 
sciando ».  Secondo  la  quale,  la  giovinezza  di  Dante,  dai 
diciotto  anni  ai  venticinque,  o  sarebbe  tutta  trascorsa  in 
un  assiduo  corteggiare  la  donna  desiderata,  e  a  tutte  le 
cose  del  mondo,  anche  alle  doverose,  anteposta,  proprio 
com' uno  de' volgari  femminieri  del  Decamerone ;  o,  poi- 
ché il  Boccaccio  stesso  si  affretta  a  dichiarare  che  «  one- 
«  stissimo  fu  questo  amore  »  e  scevro  d'ogni  «  libidinoso 
«appetito  »,  dovrebbe  la  narrazione  de' patemi  amorosi, 
appartenenti  alla  nuova  vita  di  Dante,  essere  accettata 
siccome  positiva  e  puntual  narrazione  di  fatti  estrinseca- 
tisi proprio  ne'  termini  in  che  vengon  posti  ;  ossia  do- 
vremmo credere  effettivamente,  che  e'  passasse  quelli  anni 
dal  saluto  alla  morte  di  Beatrice,  che  è  quanto  dire  dal 
1283  al  90,  in  visioni,  in  lacrimazioni,  nello  scrivere  il 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XUI 


121 


giorno  quel  che  sognasse  la  notte,  in  soliloqui,  in  lan- 
guori, sottraendosi  del  tutto  alla  vita  civile  fiorentina,  la 
quale  appunto  in  quelli  anni  dal  cuore  e  dall'  opera  de'  cit- 
tadini migliori  attingeva  al  suo  spirito  artigiano  la  più 
vigorosa  espressione  che  mai  abbia  avuta  un  reggimento 
democratico.  Potremmo  noi,  vorremmo,  concepire  siffatta 
la'  giovinezza  di  Dante?  abbandonare  non  ai  nobili  silenzi, 
alla  severa  solitudine,  d'  una  meditazione  feconda,  ma  agli 
ozi  isterici  d'  una  passione  che  sarebbe  stata  fine,  e  vacuo 
fine,  a  sè  stessa,  gli  anni  della  sua  vita  più  vigorosi  e 
più  caldi  ?  Tutta  la  metafisica  medievale  sulla  precellenza 
della  vita  contemplativa  alla  vita  attiva  non  salverebbe 
dal  ridicolo  il  Dante  amoroso  della  Vita  Nuova  interpe- 
trata  alla  lettera,  cioè  diversamente  da  quel  che  debba  in- 
terpetrarsi  un  libro  d'  amore  non  pur  del  secolo  XIII,  ma 
altresì  (e  la  Fiammetta  equivale,  sotto  questo  aspetto,  alla 
Vita  Nuova  26)  del  XIV. 

Ma  v'  ha  di  più.  Io  ho  poc'  anzi  accennato,  e  vediamo 
ora  quanto  preziosamente  faccia  al  caso  ed  assunto  no- 
stri, quel  collegamento  che  una  sola  volta,  com'  ebbi  a 
dire,  ma  una  volta  è  pur  fatto,  in  una  pagina  della  Vita 
Nuova,  tra  le  idealità  amorose  e  la  realtà  della  vita  ci- 
vile di  Dante. 

In  tale  interpetrazione,  dopo  averne  diversamente  opi- 
nato e  dubbiato,  27  mi  fermo  oramai  di  quel  passo  dove 
il  Poeta  accenna  ad  una  sua  cavalcata  da  Firenze,  lungo 
un  fiume,  fatta  in  compagnia  di  molti,  ma  di  mala  voglia 
pel  «  dilungarsi  da  la  sua  beatitudine  »  verso  un  luogo 
di  non  grande  lontananza,  e,  pare,  essendo  egli  su'  venti 
anni,  cioè  nel  1285.  «  Mi  convenne  »  egli  dice  28  «  partire 
«  de  la  sopradetta  cittade,  »  (gli  convenne:  andata,  dun- 
que, doverosa  ed  imposta)  «  ed  ire  verso  quelle  parti  » 
(nelle  parti  di  Valdarno,  di  Casentino,  di  Romagna,  di 


122 


BEATRICE 


Lombardia,  era  la  frase  usuale  e  costante,  a  designare 
andate  o  militari  o  politiche  di  cittadini  in  servigio  del 
Comune  29)  «  verso  quelle  parti  »,  prosegue,  dove  trovavasi 
una  gentildonna  fiorentina,  alla  quale  altresì  era,  come 
ha  scritto  poco  innanzi,  so  «  convenuto  partirsi  de  la  so- 
«  pradetta  cittade  »,  ma  per  luogo  assai  più  lontano,  e 
donde  non  sarebbe  tornata  per  un  pezzo  :  Dante  invece 
mostra  di  porre  a  breve  distanza  di  tempo  la  propria  «  ri- 
tornata »;  31  parola,  anche  questa,  della  quale,  come  del 
suo  correlativo  «  andata  »,  V  uso  militare  è  negli  antichi 
frequente. 32  Io  non  dubito  che,  spogliando  del  solito  adom- 
bramento i  fatti  che  in  questi  due  luoghi  si  accennano, 
i  fatti  sian  questi.  Una  gentildònna  fiorentina  è  stata  con- 
dotta dal  proprio  marito  in  una  delle  città  d' Italia,  più 
facilmente  in  una  città  guelfa:  potevano  essere  Perugia, 
Orvieto,  Bologna,  Lucca,  Genova,  od  altra  alla  quale  me- 
glio si  adatti  la  designazione,  che  è  nel  testo,  «  paese 
molto  lontano  »  da  Firenze.  Invero  non  sempre  la  donna 
di  que'  mercatanti  «  era  per  Francia  nel  letto  deserta  »;  33 
talora  ella  seguiva  in  que'  venturosi  commerci  il  marito: 
oppure,  come  qui  crederei  più  probabile,  alcuna  volta,  e 
fosse  pur  raramente,  «  menava  seco  la  donna  »  34  il  citta- 
dino che,  con  licenza  del  proprio  Comune,  andava  Pote- 
stà o  Capitano  di  alcun'  altra  città,  35  per  trattener  visi  al- 
meno un  semestre,  e  spesse  volte  un  anno,  e  dunque  per 
«  non  rivenire  a  gran  tempi  »  (cioè  per  lungo  spazio  di 
tempo,  per  un  pezzo),  come  della  gentildonna  scrive,  a 
confronto  dell'  andata  propria  in  quella  cavalcata,  il 
Poeta.  Verso  quella  stessa  città,  ma  per  fermarsi  ad  as- 
sai minor  distanza  da  Firenze,  è  diretta  la  cavalcata, 
della  quale  «  è  convenuto  »  far  parte  a  Dante;  il  qua- 
le, pochi  capitoli  appresso,  36  è  da  osservare  che  assai 
men  determinate  parole  appropria  ad  altro  suo,  com'  ei 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII  123 


dice,  «  passare  per  un  cammino  »,  fuori  della  città,  «  lungo 
«  il  quale  correva  un  rivo  chiaro  molto  »  :  e  questa  può 
essere  una  semplice  passeggiata  a  diporto,  o  per  cagion 
di  poco  rilievo  e  tutta  personale.  Là  invece  si  tratta  di 
una  vera  e  propria  «  cavalcata  »  :  37  la  quale  se,  come 
dalla  cronologia  della  Vita  Nuova  par  che  resulti,  fosse 
da  riferire  al  1285,  avviciniamo  un  poco  il  testo  dante- 
sco ai  documenti,  ossia  ai  Consigli  fiorentini  del  1285  (e 
si  noti  che,  come  di  quell'  anno,  così  potremmo  ai  Consi- 
gli di  altri  anni),  e  al  documento  chiediamo  la  interpetra- 
zione  del  testo  dantesco. 

«  Questo  è  il  modo  eli  fare  la  oste  pel  Comune  di  Fi- 
«  renze  contro  i  Pisani,  trovato  per  li  mercatanti  fiorentini 
«  per  lo  migliore  e  più  utile  stato  e  comodo  della  città 
«  di  Firenze  e  degli  artefici  e  delle  Arti,  e  di  tutta  la 
«  Mercatanzia,  della  sopradetta  cittade  di  Firenze  ».  E  il 
modo  era  questo:  chiudersi  le  botteghe;  sonare  a  mar- 
tello la  campana  del  Comune;  cittadini  e  contadini  for- 
nirsi per  l'oste  ;  scriversi  liste,  ciascuna  di  cinquanta  nomi, 
dai  quindici  ai  settant'  anni,  e  di  essi  V  una  parte  andare 
in  oste,  V  altra,  ma  pagando,  rimanere  a  custodia  della 
città:  in  sulla  metà  del  mese  (era  il  giugno)  il  Potestà,  e 
in  sua  compagnia  cavalcheranno  dugento  cavalieri  cit- 
tadini fiorentini,  moverà  le  insegne  per  andare  in  terra 
di  nimici.  I  duecento  cavalieri  menavano  seco  ciascuno 
un  compagno  bene  armato  e  con  cavallo  coperto. 

Ora,  che  in  quelle  liste  delle  cinquantine,  come  in  al- 
tre simili  di  cotesti  anni, 38  dovess'  essere  il  nome  del 
ventenne  Alighieri,  è  certo  :  che  alla  custodia  della  città 
si  ritenessero  i  più  teneri  e  i  più  gravi  di  anni,  e  che  i 
gagliardi  dai  venti  ai  cinquanta  fossero  prescelti  a  ca- 
valcare contro  il  nemico,  dovrà  altrettanto  sembrar  ragio- 
nevole. Dunque  la  interpetrazione  di  quel  capitolo  sarebbe 


124 


BEATRICE 


già  fatta...,  se  non  dovessimo  avvertire  che  quella  oste 
contro  i  Pisani  nell'85  non  ebbe  poi  effetto  altramente, 
essendo,  a  quel  che  pare,  prevalse  le  pratiche  ed  istanze 
del  Papa  perchè  così  andasse  a  finire.  39  Ma  ciò,  prima  di 
tutto,  non  infirma  la  convenienza  che  abbiamo  rilevata 
fra  le  circostanze  e  locuzioni  del  testo  dantesco  e  i  par- 
ticolari determinati  e  le  forme  adoperate  nel  documento 
militare:  cosicché  sta  sempre  che  quelle  si  adattano  be- 
nissimo ad  una  spedizione  militare  fiorentina,  quando- 
chessia  e  per  dovecchessia  avvenuta;  nè  la  cronologia 
della  Vita  Nuova  è  ancora,  se  pur  potrà  esserlo  mai,  cosi 
tassativamente  fermata,  che  non  sia  lecito  riferire  quel 
capitolo  ad  altro  anno  che  all'  85.  In  secondo  luogo,  poi, 
anche  non  avendo  avuto  effetto  nell'  85  una  vera  e  propria 
oste  del  Comune  contro  i  Pisani,  tale  da  lasciar  traccia 
di  sè  nella  storia  come  fu  per  quelle  di  pochi  anni  ap- 
presso, 4o  rimane  tuttavia  la  possibilità  d'  una  semplice  fa- 
zione, od  anche  semplice  cavalcata,  delle  tante  che  di 
certo  sono  sfuggite  a  qualsiasi  menzione  di  storico,  a  qua- 
lunque testimonianza  di  documento;  cavalcata  di  militi 
cittadini  verso  il  Valdarno  pisano  in  quella  medesima 
estate.  Anzi  alcuni  di  que'  documenti  del  giugno  1285,  ai 
quali  io  attingo,  contengono  questa  proposta:  che  all'oste 
generale  contro  Pisa  si  sostituisca  «  un'  andata  parti- 
colare di  cavalieri  e  pedoni  »,  «  i  meno  che  si  possa  »; 
tanto  per  non  mancare  agli  obblighi  della  Taglia  Guelfa, 
pur  dando  sodisfazione  alle  interposizioni  del  Papa  ;  e  que- 
st' altra  ancora,  che  l'andata  sia  libera,  «  senza  che  al- 
cuno sia  costretto  »,  ma  si  bandisca  che  «  chi  vuole 
andare  si  faccia  scrivere  ».  E  nulla  impedisce  di  crede- 
re, che  questa  o  qualche  consimil  proposta  non  abbia  in- 
fine, dopo  tutto  quel  dibattere  di  più  settimane,  avuto,  senza 
troppo  strepito,  che  non  si  cercava,  il  proprio  effetto. 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


125 


Del  resto,  spedizioni  fiorentine  contro  questo  o  quel 
Comune,  o  in  aiuto  di  questo  o  queir  altro  contro  altri, 
non  facevano  pur  troppo  difetto  :  e  sul  cadere  di  cotesto 
medesimo  anno  1285,  dopo  consultar  lungo  e  vario,  cin- 
quanta cavalieri,  «  buoni  e  gentili  uomini  della  città  »,  cia- 
scuno con  «  un  compagno  e  due  cavalli  armigeri  »,  erano 
effettivamente  «  in  oste  pel  Comune  di  Firenze  »  in  soc- 
corso de'  Senesi  contro  gli  Aretini  per  una  guerricciuola 
intorno  ad  un  forte  castello  di  loro  frontiera,  Poggio  Santa 
Cecilia.  Aiuti  fiorentini  (di  genti  a  soldo,  o  delle  vicarìe 
del  contado,  o  di  cittadini)  erano  inviati  per  le  parti  del 
Valdarno  di  sopra,  da  Montevarchi;  altri  dal  vicariato  del 
Chianti.  I  cittadini,  designati  Sesto  per  Sesto  a  tale  ser- 
vizio, erano  costretti  ad  andare  :  cogantur  ire:  tal  e  quale 
il  dantesco  «  mi  convenne  partire,  ed  ire....  ».  Dall'  oste 
guelfa  scriveva  messer  Corso  Donati  al  Comune,  «  spe- 
rando del  tutto  battaglia  ».  La  guerricciuola  e  V  assedio 
finirono  in  aprile  con  la  vittoria  de'  Guelfi. 

Ma  o  pisana  o  aretina,  la  spedizione  guelfa  per  la  quale 
a  Dante  «  sia  convenuto  partire  de  la  sua  cittade  »  ed 
«  ire  verso  queste  o  quelle  parti  »,  sia  scendendo  sia 
risalendo  il  corso  del  suo  Arno;  o  in  queir  anno  85,  vuoi 
nell'estate  vuoi  nell'inverno,  ovvero  in  altro  anno; 
cotesta,  insomma,  qualsiasi  spedizione  ha  qui  per  noi 
un'  importanza  del  tutto  secondaria;  questo  invece  im- 
portandoci, che  se  paragoniamo  il  contenuto  e  la  forma 
di  quel  capitolo  al  fatto  reale  che  in  esso  è  adombrato, 
noi  intenderemo  tanto  bene,  quanto  forse  su  nessun  altro 
punto  della  Vita  Nuova  potremmo,  in  quali  termini  Dante, 
scrivendola,  si  collocasse  fra  la  realtà  storica  e  le  idealità 
o  misticità,  che  dir  si  vogliano,  dell'  amor  suo. 

Paragoniamo.  Ecco  il  fatto.  Le  cavallate  fiorentine  pro- 
cedono lungo  il  corso  dell'Arno,  al  loro  cammino  :  Dante 


126 


BEATRICE 


è  co'  suoi  compagni  d'  arme,  giovane  tra  giovani,  nella 
baldanza  de'  suoi  vent'  anni,  e  del  suo  sentimento  di  guelfo 
magnate  che  presta  al  Comune  la  spada  degli  Alighieri, 
esercitata  già  onoratamente  in  Montaperti  da'  suoi  mag- 
giori, morti  appiè  del  Carroccio.  Dinanzi  son  date  al  vento 
le  bandiere  di  questo  Comune  glorioso;  e  il  Giglio  ver- 
miglio, e  la  Croce  del  Popolo,  e  in  lettere  d'oro  il  dolce 
nome  Libertas,  annunziano  Firenze.  —  Ed  ecco  il  racconto 
della  Vita  Nuova.  A  Dante  è  «  convenuto  partire  de  la 
cittade,  ed  ire  verso  quelle  parti,  ecc.  ».  La  cagione  del 
partirsi,  la  qualità  e  forma  dell'  andata  ;  le  condizioni  della 
città,  ne'  cui  Consigli  noi  oggi,  leggendone  gli  atti,  cre- 
diamo di  rivivere  ;  tutto,  in  questo  racconto,  sparisce.  «  Av- 
venne cosa  per  la  quale  mi  convenne  partire»:  quella 
cosa  è  la  guerra  guelfa;  è  la  lega  di  Firenze,  Genova  e 
Lucca  contro  l'odiata  emula  ghibellina  ;  è  Porto  Pisano, 
le  cui  catene  saranno  spezzate  é  trascinate  come  spoglia 
di  guerra;  è  l'ambizione  d'Ugolino  della  Gherardesca, 
la  cui  atroce  fine  sarà  immortale  nella  poesia  di  questo 
giovane  milite,  che  oggi  cavalca  pensando  rime  d'amore. 
Oppure:  è,  verso  altra  parte  di  Toscana  e  contro  altro 
nemico,  pur  sempre  la  guerra  guelfa.  Arezzo  e  Siena  ri- 
muginano, anch'  esse  alla  lor  volta,  i  maligni  umori  cit- 
tadini: ghibellina  Arezzo  col  suo  Vescovo  battagliero,  ma 
guelfi  i  suoi  fuorusciti  e  gli  aderenti  loro  in  città,  vana- 
mente aspiranti  a  un  governo  popolare  sullo  stampo  di 
quello  fondato  in  Firenze:  Siena,  voltabile  d'  anno  in  anno, 
guelfa  ora  con  Firenze:  son  corsi  appena  venticinque 
anni  da  Montaperti  ;  e  fra  soli  altri  quattro  sarà  Campai  - 
dino.  Ma  nel  racconto  che  abbiamo  dinanzi,  queste  realtà 
solenni  e  tragiche  svaniscono,  e  sottentrano  ad  esse  i 
fantasmi  ideali  del  romanzo  d'  un'  anima.  Dante  «  è  a  la 
compagnia  di  molti  »:  i  suoi  compagni  perdono  ogni  per- 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII  127 


sonalità  individua;  sono  i  «molti»,  e  basta:  le  eavallate 
cittadine,  i  cavalieri  gentili  uomini,  co'  loro  compagni  e 
i  cavalli  coverti,  sono  una  «  compagnia  »  non  specificata  : 
Dante  non  è  solo;  nient'  altro.  Anzi,  anche  questo  è  troppo: 
non  è  solo,  «  quanto  a  la  vista  »,  esteriormente,  in  appa- 
renza; ma  nel  segreto  dell'anima  sua  egli  è  solo,  solissimo, 
perchè  sola  sua,  sola  degna,  compagnia  sono  i  suoi  pen- 
sieri d'amore.  Il  paradosso  del  maggiore  Affricano,  — 
quand'  io  non  fo  nulla,  è  quando  fo  di  più  ;  mai  non  mi 
trovo  men  solo,  che  quando  son  solo,  41  —  si  adatta,  con 
singolare  vicenda,  non  più  ai  romani  pensamenti  del  vin- 
citore d'Annibale,  ma  alla  medievale  psicologia  dei  traso- 
gnati servi  di  Amore.  E  tale  invero  Dante  descrive  in 
quella  cavalcata  sè  stesso:  «  Tutto  ch'io  fossi  a  la  com- 
«  pagnia  di  molti  quanto  a  la  vista,  V  andare  mi  dispiacea 
«  sì,  che  quasi  li  sospiri  non  poteano  disfogare  V  angoscia 
«  che  il  cuor  sentia,  però  eh'  io  mi  dilungava  da  la  mia 
«beatitudine  ».  Ma  potete  voi  credergli?  Vi  riesce  uno  di 
quei  fieri  uomini  del  Dugento,  sotto  le  bandiere  del  suo 
Comune,  figurarcelo,  storicamente,  cosi  ?  —  Era  poeta.  — 
Si:  ma  poeta,  che  il  gigjio  della  sua  Firenze  cantò  non 
dover  mai  essere  per  man  di  nemici  «  posto  a  ritroso  »  ; 
il  poeta  che  allo  stemma  delle  grandi  famiglie  assegna 
come  il  fregio  più  bello  l'essere  stato  portato  nelle  imprese 
della  patria;  «  ....  e  le  palle  dell'oro  Fiorian  Fiorenza 
in  tutti  i  suoi  gran  fatti  »;  il  poeta  che  nella  ghiacciaia 
infernale,  sul  traditore  della  bandiera,  Bocca  degli  Abati, 
inveisce  ferocemente  non  pur  con  le  parole,  ma  e  con  le 
mani  e  co'  piedi.  &  Questo  il  poeta  vero,  e  nel  poeta 
V  uomo.  Nella  Vita  Nuova,  dove  (a  rovescio)  1'  uomo  è  il 
rimatore,  sull'ordito  dei  fatti  reali  è  intessuta  la  fittizia 
prammatica  dell'  amore  per  rima,  son  ricamate  le  gracili 
malinconiose  imagini  di  essa;  e  se  n'  ha  un  libro  il  cui 


128 


BEATRICE 


fondo  è  reale,  ma  il  colorito,  le  figure,  P  azione,  sono  in- 
teramente fantastici. 

Tanto  fantastico,  quindi,  quel  Dante  sospiroso  fra  i  ca- 
valieri di  cavallata,  quanto  il  personaggio  che,  invisibile 
a  tutti  fuori  che  a  lui,  si  aggiunge  alla  comitiva,  e  chiama 
il  Poeta,  e  gli  favella  e  lo  istruisce  di  schermi  e  infin- 
gimenti amorosi,  e  gP  ispira  un  sonetto.  Il  personaggio 
è  Amore,  il  quale,  vestito  con  poveri  panni  di  pellegrino, 
viene  da  quella  più  lontana  città  dov'  è  ita  la  gentildonna. 
Egli  è  sbigottito,  con  gli  occhi  a  terra,  un  poco  sogguar- 
dando le  acque  lucenti  dell'Arno.  Non  però  che  l'Arno  sia 
nominato  altramente  che  siccome  «  uno  fiume  bello,  cor- 
rente e  chiarissimo,  il  quale  sen  già  lungo  questo  cam- 
«  mino  là  ove  io  era  »,  per  il  solito  scrupoloso  e  perifra- 
stico astrarre  dalla  storica  realtà.  Come  della  mescolanza 
di  essa  coi  fantasmi  psicologici  segno  caratteristico  è  ciò; 
che  questa  d'Amore  sia  chiamata  apparizione  (  «  ne  la  mia 
«  imaginazione  apparve....  disparve  questa  mia  imagina- 
«  zione  »  );  anzi  la  stessa  figura  dell'  iddio  pellegrino  fini- 
sca col  diventare  un  mero  sentimento  del  Poeta;43  ma 
ciò  non  toglie,  che  sin  che  è  figura  ella  sia  rappresentata 
riguardosa  della  gente  con  la  quale  il  Poeta  è  accompa- 
gnato :  «  E  sospirando  pensoso  venia,  Per  non  veder  la 
«  gente,  a  capo  chino  ».  Sparito  eh'  egli  è,  Dante  seguita  a 
cavalcare  e  a  sospirare  :  «  e,  quasi  cambiato  ne  la  vista 
«  mia,  cavalcai  quel  giorno,  pensoso  ed  accompagnato  da 
«  molti  sospiri  ».  E  noi  con  quelli  lo  lasceremo  oramai. 

IV. 

Ma  dopo  esser  venuti  alle  conclusioni  che  volevamo,  e 
che  abbiamo  già  enunciate  dicendo  essere  la  Vita  Nuova 
un  libro,  il  cui  colorito,  le  figure,  P  azione,  e  di  questa  gli 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


129 


accidenti  e  le  vicende,  sono  fantastici,  ma  il  fondo  è  reale. 
Reale  ne'  fatti  e  nelle  circostanze  della  vita  quotidiana,  ai 
quali  figure  e  azione  e  tutto  quelP  amore  per  rima  si  colle- 
gano; reale  nei  personaggi.  Reale  in  lui,  Dante  Alighieri, 
e  in  Beatrice:  nelle  due  gentildonne  dello  schermo  o  di- 
fesa, 44  siano  esse  questa  cosa  solamente,  o  altresì  due 
giovanili  passioncelle  del  rimatore:  realtà  i  mortori  del- 
l' amica  e  del  padre  di  Beatrice;  45  e  V  amicizia  del  fratello 
di  questa  con  Dante,  46  nè  più  nè  meno  che  Y  amicizia  di 
Dante  con  colui  al  quale  la  Vita  Nuova  è  diretta,  e  che 
Dante  stesso,  pur  tacendo  quello  come  qualunqu'altronome, 
ha  indubitabilmente  identificato  in  Guido  Cavalcanti  : 47 
vere  e  vive  donne  della  città  di  Firenze,  le  donne  che 
aveva  enumerate  nel  serventese  delle  belle,  48  fantastica- 
mente poi  e  in  vario  modo  operanti  nella  psicologia  del 
racconto:  realtà  la  donna  gentile  vicina  di  casa  degli 
Alighieri,  e  amore  episodiaco  del  fedele  di  Beatrice  :  49 
realtà  i  romei  che  passano  da  Firenze  :  50  realtà  la  ispira- 
zione del  Poema,  indeterminatamente  concepita  in  una 
celeste  glorificazione  di  Beatrice, 51  la  cui  persona  di 
donna  viva  e  vera,  come  le  altre,  e  fiorentina,  astratta 
dapprima  (pel  solito  procedimento  de'  rimatori)  in  donna 
ideale,  è  poi,  questa  volta,  trasfigurata  e  sollevata  alla 
sublimità  luminosa  di  simbolo  per  opera  di  un  grande 
Poeta,  il  quale,  quando  avrà  determinato  e  fatto  scienziale 
quel  primigenio  concepimento,  «  dirà  di  lei  ciò  che  mai 
non  fu  detto  d'alcuna  ». 

Dinanzi  a  queste  conchiusioni,  che  e'  impongono  la 
realtà  storica  di  Beatrice,  si  ha  V  affermazione  del  Boc- 
caccio, eh'  ella  fosse  de'  Portinaro  e  figliuola  di  Folco. 
Quale  autorità  può  concedersi  alla  sua  affermazione  ?  Di- 
stinguiamo. Altro  è  dire  che  il  Trattatello  di  messer  Gio- 
vanni amplifica  e  lumeggia  retoricamente,  come  abbiamo 


Del  Lungo 


9 


130 


BEATRICE 


veduto,  od  anche  inventa,  le  circostanze  dei  fatti  per  creare 
intorno  ad  essi  il  colorito  descrittivo  ;  altro  è  dire,  che 
quand'  egli  afferma  una  cosa,  quella  cosa  non  gli  si  debba 
credere.  La  retorica  qui  non  entra  per  nulla;  il  colorito 
locale  o  personale,  nemmeno.  C  entra  invece,  ed  è  da 
considerarsi,  che  un  cittadino  fiorentino,  il  quale  afferma, 
non  più  tardi  del  1363  o  64,  52  questa  ed  altre  cose  di  fatto; 
e  questa  la  concreta  in  un  cognome  di  famiglia  fiorente 
allora  e  notissima,  indicandone  una  donna  di  cui  vivono 
in  Firenze,  per  lo  meno,  i  nipoti  di  fratello  o  sorella,  e 
che  i  vecchioni  della  città  potrebbero  riconoscere  come 
Dante  Ciacco,  perchè  «  fatti  prima  che  essa  disfatta  »;  non 
può  questo  cittadino  tirare  in  ballo  piuttosto  quel  co- 
gnome e  quella  donna,  che  un  altro  ed  un'  altra,  se  la 
verità  non  fosse  che  proprio  Bice  Portinari  fu  la  Bea- 
trice dantesca,  e  che  ciò  egli  scrive  davvero,  come 
esplicitamente  dichiarò  pochi  anni  dipoi  nel  Contento,  53 
«  secondo  la  relazione  di  fededegna  persona,  la  quale  la 
«  conobbe  e  fu  per  consanguinità  strettissima  a  lei  ». 
Quella  persona,  quel  Portinari,  noi  oggi  non  potremmo 
che  cercarlo  per  indovinamento  lungo  le  aride  rubriche 
de'  Sepoltuari,  o  tra  il  frondame  delle  tavole  genealogi- 
che :  ma  i  contemporanei  di  messer  Giovanni  non  ave- 
vano che  a  guardarsi  attorno,  per  dimandare  quale  fosse 
dei  Portinari  a  quei  dì;  e  se  non  fosse  stato  nessuno,  e 
insussistente  la  notizia  data  sulla  sua  fede,  —  Che  frot- 
tole ci  venite  voi  a  contare?  —  avrebber  detto  a  messer 
Giovanni,  che  qui  in  Santo  Stefano  di  Badia  esponeva 
loro  di  viva  voce  «  el  Dante  »;  54  lo  esponeva  per  solenne 
provvisione  decretata  ne'  Consigli  del  Comune,  facendo 
larga  parte  alle  memorie  cittadine  :  fra  le  quali  sarebbe 
stata  peggio  che  stoltezza  piantare,  cosi  a  capriccio  e 
senza  che  nulla  vel  costringesse,  non  un  abbellimento  re- 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


131 


torico,  non  un'  amplificazione  esornativa,  ma  una  falsità; 
non  un  fiore  de' suoi  lussureggianti  giardini,  ma  un'  insi- 
pida carota  dell'orto  altrui. 

Non  è,  del  resto,  solamente  una  piccola  giunta  eh'  io 
faccio  alla  biografia  del  gran  Certaldese,  ma  altresì  una 
notizia  non  disutile  al  nostro  tema,  questa  :  che  nel  banco 
dei  Bardi,  55  fra  i  tanti  interessati  come  «  fattori  »  al- 
l' azienda,  fu,  dal  1336  al  1338,  «  Boccaccio  Ghellini  [Chel- 
lini]  da  Certaldo  »  :  e  fattori  pure  dei  Bardi,  e  cointeressati, 
furono  Portinari  parecchi,  della  discendenza  e  consorteria 
di  Folco;  un  Andrea,  un  Ricovero  di  Folchetto,  un  San- 
gallo  di  Grifo,  un  Lorenzo  di  Stagio,  un  Ubertino  di  Ghe- 
rardo di  Folco  che  stava  pei  Bardi  a  Parigi  e  colà  morì 
nel  1339  :  nipote,  quest'  ultimo,  di  Beatrice  Portinari. 
Non  mancarono,  come  si  vede,  al  fìgliuol  di  Boccaccio 
occasioni  di  aver  ragguagli  domestici  concernenti  sia 
Bardi  sia  Portinari  :  e  da  un  parente  strettissimo  della 
Beatrice  dantesca,  dichiara  egli  aver  avuta  la  identifica- 
zione di  lei  in  Beatrice  Portinari,  che  poi  il  testamento 
di  Folco  ci  fa  tutt'  una  con  quella  madonna  Bice,  al  cui 
fiorentinesco  vezzeggiativo  lo  stesso  Alighieri  non  rifuggi 
dal  render  testimonianza  56  fra  gli  splendori  delle  sfere 
celesti,  e  pur  significando  «  la  reverenza  che  s'  indonna 
«  Di  tutto  me  pur  per  B  e  per  ice  ». 

Egli  è  noto  che  un'altra  testimonianza,  e  di  grande 
peso,  del  tutto  indipendente  dalla  testimonianza  del  Boc- 
caccio, e  che  anzi  le  è  anteriore  di  qualche  anno,  si  è 
aggiunta  recentemente  a  confermare  V  identità  della  Bea- 
trice dantesca  nella  figliuola  di  Folco.  Un  leale  impugna- 
tore di  tale  identità,  Adolfo  Bartoli,  annunziò  egli  pel  primo 
pubblicamente,  al  più  strenuo  difensore  di  essa,  Alessandro 
D'Ancona,  la  osservazione  d'un  valente  discepolo  e  be- 
nemerito degli  studi  danteschi,  di  quelli  in  particolare 


132 


BEATRICE 


sugli  antichi  Commenti,  il  quale  nel  Commento  di  Pietro 
Alighieri,  secondo  la  nuova  lezione  che  ce  ne  offre  un  auto- 
revolissimo codice  tornato  fra  gli  Ashburnhamiani  in  Ita- 
lia, leggeva57  quanto  appresso  (traduco  fedelmente  da 
quel  piano  latino)  :  «  È  da  premettere  che  in  fatto  certa 
«  nominata  madonna  Beatrice,  molto  insigne  per  costumi 
«  e  bellezza,  nel  tempo  delP  autore  fu  nella  città  di  Fi- 
«  renze,  nata  della  casa  di  certi  cittadini  fiorentini  che 
«  si  dicono  i  Portinari  ;  della  quale  questo  autore  Dante 
«  fu,  mentre  eh'  ella  visse,  vagheggiatore  ed  amatore,  e 
«  in  laude  sua  molte  canzoni  compose;  e  poi  che  fu  morta, 
«  per  celebrare  il  nome  di  lei,  si  volle  in  questo  suo  poema 
«  assumerla  le  più  volte  sotto  V  allegoria  e  carattere  della 
«  Teologia  ».  Così  là  in  Verona,  dove  viveva  giudice  ri- 
putatissimo,  scriveva  verso  il  1360  il  figliuolo  di  Dante. 
Il  cui  autentico  testimonio  (del  tutto  indipendente,  giova 
ripeterlo,  da  quello  di  messere  Giovanni)  ci  riconduce  esso 
pure  a  colei  che  Folco  Portinari  nel  testamento  del  1288 
designava,  «  madonna  Bice,  figliuola  sua,  e  moglie  di 
messer  Simone  de' Bardi». 

Quel  testamento  ha  forse  il  torto  d'  essersi  fatto  cono- 
scere troppo  presto,  e  che  fino  dal  1759  lo  abbia  pubbli- 
cato di  sulPoriginal  pergamena,  illustrando  le  Chiese  fio- 
rentine, il  gesuita  Giuseppe  Richa.  58  Se  alle  più  o  men 
legittime  suspicioni  su  Beatrice  i  dantisti,  dal  Biscioni  a 
oggi,  avessero  avuto  per  solo  argomento  e  pascolo  V  af- 
fermazione del  Boccaccio,  echeggiata  dai  posteriori  bio- 
grafi; e  che  da  nessun  angolo  storico,  vuoi  di  sepolcreto 
vuoi  di  penetrale  domestico,  fosse  stato  ripercosso  quel 
suono,  a  parola  autentica  e  positiva  di  documento;  io  giuro 
che  non  sarebbe  mancato,  fra  gì'  impugnatori,  chi  avesse 
detto  :  —  Noi  crederemo  al  Boccaccio,  e  agli  assertori  del- 
l' asserito  da  lui,  la  lor  Beatrice  Portinari,  quando  avremo 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII  133 


un  documento  dell'  esistenza  di  questa  donna  I  —  E  allora, 
pognamo  caso  che  in  quest'  anno  di  grazia,  e  (se  a  Dio  pia- 
ce, e  perchè  in  Italia  non  se  ne  perda  V  usanza)  di  centena- 
rio, fossi  oggi  venuto  io  con  la  mia  brava  pergamena  in 
saccoccia,  e  al  mio  fianco  l'ombra  di  quel  buon  sere  che  la 
distese;  e  avessi  annunziato:  —  Eccolo  qua  il  sospirato  o 
temuto  documento,  o  signori;  e  voi,  ser  Tedaldo  Rustichelli 
per  autorità  imperiale  giudice  e  notaro,  tornando  dopo  anni 
più  che  seicento  alla  vostra  professione  onorata,  rogatevi 
qui  dinanzi  a  noi  e  certificate,  che  madonna  Beatrice  Por- 
tinari  a  suo  tempo,  et  quidem  al  vostro,  veracemente  fu 
donna,  —  se  tutto  questo  io  lo  avessi  potuto  far  accadere  ; 
il  documento,  tale  e  quale  lo  abbiamo,  ma  venuto  a  tempo, 
salirebbe,  come  un  valor  di  borsa  in  rialzo,  di  non  saprei 
quanti  punti;  e  la  mia  critica  per  man  di  notaio,  non  sa- 
rei io  stesso  degli  ultimi  a  portarmela  in  palma  di  mano. 

V. 

Invece  al  sesto  centenario  della  donna  che,  secondo  il 
racconto  della  Vita  Nuova,  59  muore  nel  giugno  del  1290, 
—  cioè  in  piena  misticità  novenaria,  perchè  nella  nona 
diecina  del  secolo,  nel  nono  giorno  del  mese  pel  calen- 
dario arabico,  e  mese  nono  pel  calendario  siriaco,  —  io 
non  posso  recar  altro  di  nuovo,  se  non  alcune  osserva- 
zioni di  fatto  sullo  stato  coniugale  di  madonna  Beatrice 
figliuola  di  Folco  Portinari  e  moglie  di  messer  Simone 
de' Bardi;  le  quali  spero  non  siano  senza  valore  per  con- 
fermare V  identità  di  essa  con  la  Beatrice  dantesca. 

Del  marito  di  Beatrice  i  dantisti,  che  se  lo  sono,  in  certo 
modo,  trovato  lungo  la  strada,  dicono  60  che  egli  nel  1290, 
durante  la  guerra  guelfa  contro  Arezzo,  era  consigliere  del 
Comune  presso  messere  Amerigo  di  Nerbona  condottiero 


134 


BEATRICE 


della  Taglia  in  nome  del  re  Carlo  d'Angió;  che  nel  giugno 
del  1301,  partecipava,  mediante  certe  mene  guerresche  coi 
conti  Guidi,  a  un  tentativo  dei  Neri  per  sormontare,  come 
poco  dopo  venne  lor  fatto,  sui  Bianchi,  e  ne  veniva  con- 
dannato; e  che  nell'ottobre  del  1302,  compiutasi  la  vittoria 
de'  Neri,  era  ufficiale  del  Comune  sulle  libre  e  prestanze. 
Vere  le  due  prime  cose,  e  ben  rispondenti  alla  qualità  di 
magnate  e  cavaliere:  non  sussistente  la  terza,  perchè  quello 
era  ufficio  di  popolano.  Se  a  ciò  avessi  ripensato,  avrei  in- 
terpretato più  dirittamente  il  documento,  sul  quale  fui  io 
il  primo  ad  attribuire  cotesto  ufficio  popolare  a  messere 
Simone.  61 

In  altri  documenti,  i  quali  aspettano  uno  studio  degno 
della  loro  importanza,  libri  mercantili  de' Bardi,  che  la 
cortesia  dei  marchese  Carlo  Ginori  mi  ha  concesso  di 
esaminare,  le  mie  ricerche,  diciam  cosi,  coniugali  mi 
condussero  per  primo  resultato  alla  scoperta  sotto  Tanno 
1310  d'  una  nidiata  di  almen  cinque  figliuoli  :  «  Puccino, 
«  Masino  e  Gieri  fratelli,  figliuoli  che  fuoro  di  Simone  di 
«  messer  Iacopo  [de'  Bardi],  manovaldi  di  Vannozzo  e  di 
«  Perozzo  loro  fratelli  ».  Altro  che  «  la  steril  Beatrice  »  ! 
dovetti,  a  prima  giunta,  col  divulgato  settenario  carduc- 
ciano, 62  esclamare:  e  stavo  per  comunicare  al  poeta  ed 
amico  la  prosperosa  novella;  se  non  che,  seguitando  a  sfo- 
gliare quelle  spaziose  e  crepitanti  membrane,  ebbi  a  dire, 
«  non  dopo  molte  carte  »,  Adagio  a'  ma'  passi  ! 

In  una  ricordanza,  di  bella  forma  volgare,  quale  corre 
di  pagina  in  pagina  per  tutti  quei  voluminosi  registri,  ri- 
sguardante  una  madonna  Nente  di  messer  Nepo  dei  Bardi, 
enumerandosi  sotto  il  medesimo  anno  1310,  quelli  della 
famiglia  e  consorteria  i  quali,  per  testamento  del  padre 
di  lei,  dovranno  «  dicernere  »  di  certi  denari  che  possano 
spettarle,  io  leggevo  :  «  Cino,  Bartolo,  Gualtieri  e  messer 


NELLA.  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII  135 


«  Lapo  fratelli,  figliuoli  che  fuoro  di  messer  Iacopo;  mes- 
«ser  Nestagio  di  Bardo;  messer  Simone  ài  Gieri;  e  Puc- 
«  cino  di  Simone  ».  Dunque,  fra  il  XIII  e  il  XIV  secolo,  i 
Bardi  ebbero  due  Simoni,  come  da  altri  di  quei  do- 
cumenti potei  porre  in  sodo.  63  L'  uno,  Simone  di  messer 
Iacopo,  fratello  di  quei  Cino,  Gualtieri,  messer  Lapo  e 
Bartolo;  uomo,  cotesto  Bartolo,  di  molta  autorità  nel  po- 
polo e  in  Parte  Guelfa:  6*  e  questo  Simone,  ufficiale  delle 
Prestanze  nel  1302  e,  possiamo  aggiungere,  stato  de'  Priori 
nell'  87,  e  consigliere  del  Comune  nel  78, 65  nel  1310 
era  morto,  e  negP  interessi  di  quella  gigantesca  ragione 
mercantile  de'  Bardi  sono  inscritti  per  lui  i  figliuoli  suoi 
«  Puccino  e  fratelli  ».  L'altro,  messer  Simone  di  Geri, 
cavaliere,  consigliere  nell'oste  guelfa  presso  Amerigo 
di  Nerbona,  partigiano  donatesco,  cioè  de'  Guelfi  Neri, 
e  per  essi  brigatore  presso  i  conti  Guidi,  suoi  molto  in- 
trinseci :  e  questo  messere  Simone  di  Geri,  le  cui  me- 
morie scendono,  per  quanto  io  veggo,  sino  al  1315,  rima- 
nendomene dubbia  una  del  1329,  66  è  certamente  il  messer 
Simone  de'  Bardi  ricordato  nel  testamento  di  Folco  sic- 
come marito  di  madonna  Bice  de'  Portinari.  Un  Simone 
dunque,  e  un  messer  Simone:  un  Simone  di  messer  Iacopo, 
e  un  messer  Simone  di  Geri.  Perchè  il  titolo  di  messere 
non  era  un  titolo  che  si  desse  per  complimento  o  non 
desse,  a  capriccio:  non  si  dava  a  chi  non  fosse  o  giudice 
(cioè  dottore  in  legge),  o  cavaliere,  o  costituito  in  dignità 
ecclesiastica  ;  e  così  non  lo  ha,  nè  in  quel  testamento  nè 
su'  Prioristi  nè  altrove,  Folco  Portinari;  non  lo  ebbe  mai 
Guido  di  messer  Cavalcante  Cavalcanti;  non  lo  ebbe  Dante: 
si  dava  religiosamente  a  cui,  per  alcuna  di  dette  ragioni, 
spettasse,  e  il  titolo  trasformava  addirittura  la  persona 
agli  occhi  della  gente.  Scrive  un  cronista  domestico  : 67 
«  Castellano  Frescobaldi,  che  poi  fu  messer  Castellano  »: 


136 


BEATRICE 


e  poco  dipoi  racconta,  che  «  s'andò  a  fare  cavaliere  a 
«  Napoli  per  le  mani  del  re  Ruberto  »;  quello  che  faceva 
anche  i  poeti. 

I  cinque  figliuoli,  pertanto,  di  Simone  (e  per  altre  te- 
stimonianze 68  parrebbe  non  fossero  i  soli;  come  due,  forse, 
le  mogli  sue,  un'Acciaiuoli  e  una  Gherardini)  mi  si  accer- 
tavano per  figliuoli  di  Simone  di  messer  Iacopo,  quello 
de'  Priori  nell'  87  e  delle  Prestanze  nel  1302,  morto  prima 
del  10:  a  messer  Simone  di  Geri,  veniva  a  mancar  quella, 
nè  altra  testimonianza  di  prole  da  nessun  altro  documento 
gli  sopraggiungeva:  e  madonna  Beatrice  ritornava  «  ste- 
rile ».  69 

La  figliuola  adunque  di  Folco,  la  quale  nel  1288,  al  te- 
stamento del  padre,  o  non  aveva  avuto  figliuoli  o  non  le 
eran  campati,  non  ne  ebbe  nemmeno,  o  non  le  campa- 
rono, fra  quel  gennaio  88  e  il  giugno  90  eh'  ella  morì.  Nel 
giugno  del  1290  morì?  Questo  afferma  espressamente  della 
sua  Beatrice  l'autore  della  Vita  Nuova.  Della  Bice  Por- 
tinari,  sia  pure  che  documenti  non  lo  confermino  ;  ma 
nemmeno  ve  n'ha  che  vi  si  oppongano,  poiché  l'unico  che 
di  lei  parli,  cioè  il  testamento  paterno,  la  fa  viva  nel  1288, 
e  moglie  di  messer  Simone,  il  quale  non  apparisce  aver 
avuto  figliuoli  :  e  tal  mancamento  di  prole  dal  Bardi  e 
dalla  Portinari,  è  evidente  quanto  bene  si  addica  alla  don- 
na, la  cui  morte,  nella  cronologia  della  Vita  Nuova,  è  a  di- 
stanza di  soli  due  anni  e  mezzo  da  quel  testamento.  Certo 
è  poi  che  nella  Vita  Nuova  la  morte  di  Beatrice  è  effetti- 
vamente la  morte  avvenuta  in  Firenze,  d'una  gentildonna 
fiorentina,  in  un  dato  giorno  d'un  mese  dell'  anno:  data  di 
giorno,  mese  ed  anno,  che  l'Autore  non  foggia  a  capriccio, 
ma  riceve  dalla  realtà  dei  fatti;  e  su  questa  realtà,  che 
egli  non  può  mutare,  sottilizza  e  si  dicervella  per  iscovare 
in  ciascun  elemento  di  quella  triplice  data  il  mistico  nu- 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


137 


mero  nove,  nel  quale,  in  quel  medesimo  paragrafo,  finisce 
con  l'identificare  addirittura  «  la  donna  della  sua  mente  », 
conchiudendo  eh'  «  ella  era  un  nove,  cioè  un  miracolo,  la 
cui  radice  è  solamente  la  mirabile  Trinitade  ».  Analizza  su 
tre  calendarii  (su  tre,  radice  del  nove)  la  data  dell'  anno, 
e  osserva  che  il  1290  si  compone  delle  prime  nove  diecine 
dei  cento  anni  del  secolo;  analizza  la  data  del  mese,  e 
scuopre  che  il  giugno,  nel  quale  essa  è  morta,  è  il  nono 
mese  del  calendario  siriaco;  analizza  la  data  del  giorno, 
e  «  secondo  V  usanza  d'Arabia  »  (com'  è  indubitabilmente 
l' autentica  lezione  di  quel  passo  70)  trova  sul  calendario 
musulmano,  essere  il  dì  9  del  mese  di  Giumàdà  secondo, 
dell'  anno  dell'  Egira  689,  quel  che  nel  calendario  nostro  fu 
il  19  di  giugno  1290:  la  quale  è,  insomma,  la  data  che 
l'Alighieri  ci  ha  non  inventato  ma  conservato,  della  morte 
di  Beatrice.71  Ora  se  Beatrice  fosse  stata  soltanto  «  la  donna 
della  sua  mente  »,  ossia  una  qualunque  delle  tante  cose 
che  gV  impugnatori  della  realtà  femminile  di  lei  han  vo- 
luto che  fosse,  chi  impediva  a  Dante  di  farla  morire  sotto 
la  data  più  squisitamente  novennale  novimensuale  e  no- 
vendiale del  calendario  nostro  cristiano,  senza  che,  per 
compicciare  tal  data,  gli  bisognasse  trascinar  a  contributo 
Maometto  e  la  Siria? 

Moglie,  Beatrice,  nel  1288,  da  quando?  Quando  fu  che 
la  fanciulla  abbellitrice,  col  suo  sorriso,  dei  calendimaggio 
nel  Sesto  di  Porta  San  Piero,  passò  nelle  guernite  case 
dei  Bardi,  fra  le  cupe  mura  di  quei  forti  arnesi  da  guerra 
cittadinesca,  là  oltr'Arno  «  presso  a  Rubaconte  »?  Non  lo 
sappiamo:  ma  io  ebbi  già  ad  accennare  che  quei  paren- 
tadi li  conciliava,  e  le  più  volte  per  tempissimo,  V  inte- 
resse domestico  e  cittadino.  72  Erano  due  casate  che  si 
congiungevano,  piuttostochè  una  fanciulla  ed  un  giovine; 
erano  interessi  di  vicinanza  o  di  consorteria  che  si  raffer- 


138 


BEATRICE 


mavano,  erano  secolari  e  sanguinose  discordie  che  si  paci- 
ficavano, o  si  tentava  di  pacificare,  coi  matrimoni.  Tale  io 
credo  questo  di  Bardi  e  Portinari,  tale  V  altro  di  Alighieri 
e  Donati; 73  e  che  al  tanto  dissertare  fattosi  in  questi  ultimi 
anni  su  madonna  Bice  e  madonna  Gemma  sia  mancato,  so- 
prattutto, il  senso  storico  di  quella  vita  reale,  e  che  nello 
stesso  difetto  cada  la  interpetrazione  di  certi  passi  della 
Vita  Nuova,  che  si  vorrebbero  mettere  in  relazione  col 
matrimonio  di  Beatrice  o  con  quello  di  Dante.  La  Beatrice 
che  Dante  ritrae  nella  Vita  Nuova  «  donna  della  sua 
mente  »  fin  da  quando  nel  1274  gli  apparisce  fanciul- 
letta  sul  nono  anno,  questa  Beatrice,  allorché  nove  anni 
appresso,  nell'83,  si  raffaccia  agli  occhi  suoi,  «  mirabile 
«  donna....  in  mezzo  di  due  gentili  donne,  le  quali  erano  di 
«  più  lunga  età  »,io  non  esito  a  crederla  già  maritata;  e  che 
ella  sia  già  quella  «  monna  Bice  »,  alla  cui  condizione  co- 
niugale rendono  testimonianza  espressa,  e  da  non  doversi 
lasciar  passare  inosservata,  due  luoghi  delle  Rime  : 74 
«  E  monna  Vanna  e  monna  Bice  poi  »,  «  Io  vidi  monna 
Vanna  e  monna  Bice  ».  Perocché  la  qualificazione  di 
monna  o  madonna  era  anch'  essa,  come  già  rilevammo 
per  l'altra  di  messere,  riserbata  a  una  data  condizione  o 
stato  civile,  mancando  il  quale  mancava  altresì  al  nome 
proprio  femminile  F  apposizione  suddetta.  75  Io  son  d' av- 
viso che  il  matrimonio  di  Beatrice,  come  il  matrimonio 
di  Dante,  siano  1?  uno  e  l' altro,  e  per  le  ragioni  che  sopra 
esposi  a  suo  luogo,  fatti  assolutamente  esteriori  estranei 
e  indifferenti  al  dramma  tutto  psicologico,  all'amore  per 
rima,  della  Vita  Nuova.  Vano  quindi  il  cercare  allusioni 
a  cotesti  due  fatti  in  questo  o  quell'  episodio  del  libro, 
come  pur  si  è  tentato  massime  per  il  matrimonio  di  Dante, 
che  si  voleva  collegare  con  V  episodio  della  «  donna  gen- 
tile »  e  consolatrice,  vicina  a  lui  di  casa,  la  quale  inter- 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


139 


viene  negli  ultimi  capitoli,  e  poi  è  di  nuovo  affigurata  nel 
Convivio  come  simbolo  della  Filosofia.  Donna  vera  e  fio- 
rentina anche  quella,  io  ho  per  fermo;  sebbene  ormai  im- 
possibile forse  ad  essere  storicamente  riconosciuta,  76  ma 
non  la  Donati  di  certo,  non  la  madre  (fin  d'allora  forse,  già 
madre)  de'  figliuoli  di  lui.  Perchè,  insomma,  nella  Vita 
Nuova  è  ben  da  distinguere  storia  e  psicologia.  Alla  nar- 
razione psicologica,  la  quale  si  compone  di  fatti  atteggiati 
secondo  la  scolastica  dell'amor  medievale,  e  prescindendo 
dalla  realtà,  e  quindi  anche  dalla  verità,  appartengono  non 
solamente  le  visioni,  i  sogni,  lo  interloquire  degli  spiriti  e 
spiritelli  amorosi,  ma  altresì  e  in  pari  modo  le  iperboliche 
descrizioni  degli  effetti  che  la  vista  di  Beatrice  produce  sul 
Poeta  e  sugli  altri,  le  sue  proprie  (com'  e'  le  chiama)  trasfi- 
gurazioni o  tramortimenti,  e  intorno  a  sè  in  quello  stato 
l'atteggiamento  delle  donne  gentili  e  pietose,  o  motteggia- 
taci e  beffarde,  le  questioni  di  casistica  o  dommatica  amo- 
rosa qua  e  là  interposte,  la  desolazione  de' cittadini  e  la 
epistola  deploratoria  per  la  morte  di  lei. 77  Quando  s' impu- 
gna la  possibilità  storica  di  coteste  e  simili  altre  cose,  io 
credo  che  la  s'impugni  a  buon  diritto,  sia  rispetto  alle  con- 
dizioni dell'  umana  natura  in  sè  stessa,  sia,  e  più,  rispetto  a 
quel  eh'  ella  era  nella  Firenze  di  quei  tempi;  ma  non  già 
che  se  ne  debba  concludere,  tutta  la  Vita  Nuova  essere  de- 
ficiente di  storica  verità,  e  Beatrice  non  essere  donna  viva 
e  reale.  Si  dica,  si,  che  in  quel  libretto,  il  quale  per  la  sua 
singolarità  si  sottrae  alle  norme  della  comune  esegesi,  ben 
poco  è  di  storico  :  ma  quel  poco  non  si  può,  senza  ingiu- 
ria, distruggere.  Nè  io  intendo  qui  enumerarlo  compiu- 
tamente, ma  soltanto  accennare,  per  esempio,  78  la  morte 
dell'  amica  di  Beatrice,  la  partenza  da  Firenze  della  gen- 
tildonna del  primo  schermo  o  difesa,  la  cavalcata  per  la 
guerra  guelfa,  l'assistenza  che  essendo  Dante  infermo  gli 


140 


BEATRICE 


presta  (quale  sembra  che  sia)  la  sorella,  F  amicizia  con 
Guido  Cavalcanti  e  col  fratello  di  Beatrice,  probabilmente 
Manetto;  e  poi,  ^  rispetto  a  Beatrice,  le  positive  indicazioni 
dell'età  di  nove  e  diciotto  anni,  la  data  della  morte  fermata 
sui  tre  calendari,  la  morte  del  padre.  La  data  che  nella 
cronologia  della  Vita  Nuova  viene  ad  avere  questo  ultimo 
avvenimento,  collima  con  la  data  della  morte  di  Folco  Por- 
linari,  31  dicembre  1289:  ma  ciò  non  è  tutto,  anzi  è  meno 
assai  di  quest'altro.  Del  padre  di  Beatrice  scrive  Dante  che 
«  egli,  sì  come  da  molti  si  crede  e  vero  è,  fu  buono  in  alto 
«  grado  ».  Ora  io  non  so,  queste  parole  nella  semplicità  loro 
cosi  belle  ed  espressive,  —  e  che  non  siano  più  esplicite  e 
personali,  lo  impedisce  F  astrattezza  perifrastica  impostasi 
come  dicemmo,  dall'Autore,,  —  queste  parole,  nelle  quali  la 
verità  dei  fatti  e  la  pubblica  opinione  sono  concordate  in 
un  reverente  omaggio  ad  un'anima  buona,  e  la  lode  del 
bene  operare  vi  è  cosi  schiettamente  significata;  non  so 
su  quale  tomba  più  degnamente  potrebbero  scriversi  che 
su  quella  delF  uomo,  la  cui  bontà  si  è  tramandata  a'  suoi 
cittadini  in  un'opera  di  carità  perenne  e  inesausta  quanto 
la  miseria  umana  e  il  dolore  ;  dell'uomo,  di  cui  fu  potuto 
dire  doversi  a  lui  lo  Spedale,  come  a  Beatrice  sua  fi- 
gliuola il  Poema.  80 

Il  riprendere  lo  studio  di  tutta  la  Vita  Nuova  sotto 
questo  doppio  aspetto,  psicologico  (o  se  più  atto  vocabolo 
si  trovi)  e  storico,  eccede  F  assunto  e  i  confini  e  F  agio  di 
queste  mie  pagine;  e  mi  terrei  pago  che  altri  se  ne  in- 
corasse. Con  ciò  si  verrebbe  altresì,  da  un  lato,  ad  alleg- 
gerire la  biografia  del  Poeta  di  tutto  quanto,  in  quel  gio- 
vanile periodo,  non  appartenga  ai  fatti  della  vita  reale,  e 
dall'  altro  a  ridurre  al  loro  valore  le  affermazioni  che  di 
sul  Boccaccio  furono  ripetute  tradizionalmente.  Una  delle 
quali  è,  che  il  matrimonio  di  Dante  con  la  Gemma  di  mes- 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


141 


ser  Manetto  Donati  (del  matrimonio  di  Beatrice  non  si 
cura  egli  far  menzione  veruna)  fosse  dai  parenti  di  lui 
procurato  per  consolarlo  della  morte  di  Beatrice.  Questo 
è  confondere  que'  due  ordini  di  cose,  separati  del  tutto  e 
l'uno  dall'altro  indipendente.  81  Rispetto  a  quel  che  ne  sap- 
piamo, come  pure  rispetto  alla  psicologia  della  Vita  Nuova 
il  matrimonio  di  Dante  potrebbe  anche  antecedere  alla  mor  - 
te di  Beatrice.  A  ciò  qualche  altra  cosa,  invece,  si  oppone  : 
e  prima  di  tutto,  l'affermazione  del  Boccaccio;  secondochè 
ad  altro  proposito  distinguemmo,  non  potersi  le  sue  affer- 
mazioni di  fatti  venir  rifiutate  alla  stregua  delle  sue  ampli- 
ficazioni descrittive  di  quelli.  Poi,  certi  documenti,  alquanto 
a  dir  vero  spiacevoli,  ma  positivi  se  altri  mai,  della  vita 
mondana  di  Dante,  cioè  i  Sonetti  appartenenti  alla  Ten- 
zone con  Forese  Donati,  82  e  a  que'  loro  anni  di  vita  sca  - 
pestrata ai  quali  egli  allude  nelP  incontrare  il  pentito  sposo 
della  buona  Nella  fra  gli  espianti  del  sesto  balzo.  83  Se  quel 
sensuale  obliamento  di  sè  medesimo  va  posto  tra  le  aberra  - 
zioni delle  quali  egli  poi  nel  XXX  e  XXXI  del  Purgatorio 
si  accusa  a  Beatrice  d'  essersi  reso  colpevole  dopo  la  morte 
di  lei,  que'  Sonetti  vengono  ad  esser  posteriori  al  giugno 
del  90:  ora  in  essi,  che  sono,  com'è  noto,  un  palleggio 
d' ingiurie  fra  i  due  sonettieri,  mentre  non  mancano  le 
mordaci  allusioni  di  Dante  alle  infedeltà  coniugali  di  Fo  - 
rese, queste  non  sono  da  Forese,  come  invece  sono  le 
altre,  ribattute  a  martello  in  faccia  dell' avversario  ;  anzi 
da  uno  di  que'  Sonetti  84  può  arguirsi  piuttosto  la  convi- 
venza di  Dante  con  un  fratello  ed  una  sorella.  Se  non  che 
questa  stessa  condizione  di  cose,  mentre  confermerebbe 
nel  Boccaccio  la  data  matrimoniale  posteriore  al  90,  ossia 
l'affermazione  del  fatto,  infirmerebbe,  al  solito,  l'ampli- 
ficazione retorica  del  fatto  stesso,  in  quanto  quel  suo  Dante 
lacrimoso  e  desolato,  e  confortato  dai  parenti  alle  dol- 


142 


BEATRICE 


cezze  e  alla  santità  della  compagnia  coniugale,  appari- 
rebbe, in  realtà,  sviato  dietro  ad  altre,  alquanto  diverse, 
compagnie  e  consolazioni. 

Insomma  il  matrimonio  di  Dante,  sia  che  si  dovesse  o 
volesse  crederlo  anteriore  al  1290,  o,  sulla  fede  del  Boc- 
caccio, debba  aversi  siccome  avvenuto  poco  di  poi,  nulla 
ha  che  lo  colleghi  con  la  morte  di  Beatrice,  con  quella  che 
Dante  già  nemmen  denomina  morte,  ma  un  «  essere  chia- 
«  mata  a  gloriare  sotto  la  'nsegna  di  quella  reina  bene- 
«  detta  Maria  »  ;  85  nè  sa  attribuirla  a  cagione  fìsica  mor- 
bosa, «  Non  la  ci  tolse  qualità  di  gelo  Nè  di  calor,  sì  come 
«  V  altre  face  »,  86  precisamente  all'opposto  del  Boccaccio, 
il  quale  al  racconto  di  essa  morte  proemia  con  una  spe- 
cie di  aforismo  ippocratico,  che  «  un  poco  di  soperchio  di 
«  freddo  o  di  caldo  che  noi  abbiamo  (lasciando  stare  gli 
«  altri  accidenti  infiniti  e  possibili),  da  essere  a  non  es- 
«  sere  senza  difficoltà  ci  conduce  »,  e  così  pianamente  fa 
morire  «  nel  fine  del  suo  vigesimoquarto  anno  »  anche  «  la 
«  bellissima  Beatrice  ».  Seguono  nel  Trattatello,  87  lette 
Talmente  interpretati  e  descritti,  i  pianti,  i  sospiri,  le  di- 
sperazioni della  Vita  Nuova,  con  più  quello  che  la  Vita 
Nuova  non  ha.  Ciò  sono,  le  consolazioni  dei  parenti,  che 
dopo  lungo  resistere  Dante  finalmente  ascolta  :  allora,  per- 
chè «  non  solamente  de' dolori  il  traessino,  ma  il  recas- 
«  sero  in  allegrezza  »,  succede  il  loro  «  ragionare  insieme 
«  di  dargli  moglie  ;  acciocché,  come  la  perduta  donna  gli 
«  era  stata  di  tristizia  cagione,  così  di  letizia  gli  fusse  la 
«  novamente  acquistata.  E  trovata  una  giovane,  quale  alla 
«  sua  condizione  era  dicevole,  con  quelle  ragioni  che  più 
«  loro  parvero  induttive,  la  loro  intenzione  gli  scoprirono. 
«  E  acciocché  io  particolarmente  non  tocchi  ciascuna  co- 
«  sa,  dopo  lunga  tenzone,  senza  mettere  guari  di  tempo 
«  in  mezzo,  al  ragionamento  seguì  l'effetto:  e  fu  sposato  ». 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


143 


E  qui,  conchiusione  a  dir  vero  che  non  ci  aspetteremmo, 
una  fierissima  tirata  contro  il  voler  dare  moglie  agli  uo- 
mini di  studio,  i  quali  quel  censore  rigidissimo  scomuni- 
cava (come  vedemmo88)  anche  dall'amore;  e  sul  capo 
della  povera  madonna  Gemma  (manco  male  eh'  e'  non  la 
nomina),  lanciata  quella  retorica  sentenza  di  moglie,  per 
lo  meno,  incomoda,  che  nulla  di  quel  poco,  pur  troppo,  che 
sappiamo  della  Vita  di  Dante,  concorre  a  giustificare. 

VI. 

Di  consolazioni  a  Dante  nella  morte  di  Beatrice  rima- 
ne documento  molto  invero  diverso  da  quelli  che  porte- 
rebbe il  racconto  del  novellatore  biografo.  La  consola- 
zione è  d'  un  poeta  al  poeta,  di  amatore  ad  amatore;  con 
imagini  gentilmente  intrecciate  a  quelle  delle  rime  amo- 
rose di  Dante  ;  trasportata  Y  azione  dalla  terra  al  cielo  ; 
attori,  pur  da  una  di  quelle  rime,  89  due  personaggi  fan- 
tastici, la  Pietà  e  l'Amore.  Il  consolatore,  l'amico,  il  poeta, 
è  messer  Cino  da  Pistoia.  La  cui  Canzone  à  Dante  per  la 
morte  di  Beatrice }  falsamente,  e  a  cagione  d'un  mate- 
riale equivoco,  attribuita  da  alcuni  al  Guinicelli,  tornò  a 
luce  in  questi  giorni,  emendata  sui  manoscritti,  ornata  di 
antichi  caratteri  e  di  miniature,  offerta  dalle  gentildonne 
fiorentine  alla  prima  gentildonna  d' Italia.  90  II  nome  au- 
gusto della  nostra  graziosa  Regina  fregia  degnamente 
questo  documento  poetico,  nel  quale  le  ragioni  della  storia 
e  della  idealità  amicamente  si  consertano. 

L'  «  amoroso  messer  Cino  »,  91  il  poeta  che  divise  con 
Guido  Cavalcanti  e  col  fratello  di  Beatrice  i  più  caldi 
sentimenti  d' amicizia  nel  cuore  di  Dante,  si  scusa  con  lui 
di  non  essersi  prima  d'ora  rivolto  a  quei  due  benigni  id*- 
dii,  la  Pietà  e  l'Amore,  che  vengano  a  confortarlo.  Pensa 


144 


BEATRICE 


tuttavia  che  egli  è  sempre  nel  lutto  del  cuore  e  dell'  a- 
nima,  per  P  andata  in  cielo  di  quella  veramente  beata 
gioia,  come  il  nome  stesso  diceva.  Desidera  rivederlo;  nè 
sa  quando.  Intanto,  finché  dura  il  suo  lutto,  giungeranno 
sempre  opportuni  i  conforti.  E  così,  a  dettatura  d'Amore,— 
Voi  avete  torto  —  lo  ammonisce  —  ad  accorarvi  che  dalla 
miseria  di  questa  vita  Beatrice  sia  volata  alla  compiuta 
gioia  del  cielo.  Voi  stesso  avevate  cantato  che  un  Angelo 
P  aveva  chiesta  a  Dio,  come  la  sola  cosa  bella  che  man- 
casse al  paradiso:  ed  ora  ella  è  lassù,  fra  i  Santi  e  le  Virtù 
celesti,  dinanzi  alla  suprema  Salute,  alla  Divinità.  L'og- 
getto dell'  amor  vostro,  quello  nel  quale  la  mente  e  l'in- 
telletto vostro  si  fissavano,  ora  lo  avete  nel  regno  celeste  : 
e  i  vostri  spiriti  affettivi  Amore  li  indirizza  lassù.  Per- 
chè dunque  dolervi?  Confortatevi,  rallegratevi  nel  cuore 
e  nell'aspetto;  perchè,  sebbene  collocata  da  Dio  in  para- 
diso, ella  è  pur  sempre  con  Voi.  Ai  conforti  che  Amore 
vi  porge,  si  aggiungono  quelli  della  Pietà,  la  quale  vi 
scongiura  che  cessiate  di  piangere.  Ascoltatela,  deponete 
il  vostro  lutto;  pensate  che  il  dolor  disperato  priva  l'ani- 
ma della  grazia  di  Dio;  e  che  in  tal  modo  Voi  sareste 
crudele  verso  P  anima  vostra,  e  verso  la  speranza  che 
questa  ha  di  rivedere  un  giorno  Beatrice  nel  paradiso  e 
riposare  nelle  braccia  di  lei.  Dunque  vi  piaccia  accogliere 
speranza  di  conforto.  E  già  fin  d'ora  Voi  potete  fissar  gli 
occhi  nelP  eterna  beatitudine,  dove  dimora  la  vostra  donna 
che  fra  i  beati  è  coronata:  così  la  speranza  vostra  è  in 
paradiso,  P  innamoramento  vostro  è  santificato,  contem- 
plando Y  anima  di  Beatrice  fatta  celeste!  Or  com'  è  che  il 
cuor  vostro  non  si  dà  pace,  avendo  pure  in  sè  medesimo 
dipinte  quelle  beate  sembianze?  Beatrice  è  colassù  la  me- 
desima meraviglia  che  era  nel  mondo,  anzi  maggiore, 
perchè  ivi  è  dalle  intelligenze  celesti  conosciuta  comf^iu- 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII  145 


tamente.  E  con  quanta  festa  V  abbiano  gli  angeli  ricevuta, 
Voi  medesimo,  i  cui  spiriti  fanno  spesso  quel  viaggio,  lo 
avete  riferito  nelle  vostre  rime.  Essa,  parlando  di  Voi  con 
gli  spiriti  beati,  ricorda  le  lodi  di  che  V  avete  onorata  in 
vita;  e  prega  il  Signore,  che  vi  conforti,  come  ormai  Voi 
stesso  dovete  desiderare. 

Dante  non  dimenticò  la  Canzone  di  messer  Gino  :  e  fra 
le  citate  dell'  amico  suo  pistoiese  nel  libro  di  Volgare  Elo- 
quenza, è,  col  primo  suo  verso,  anche  questa.  92  Le  allu- 
sioni che  essa  sparsamente  contiene  alle  rime  dell'Ali- 
ghieri, possono  più  specialmente  riscontrarsi  nella  prima, 
nella  seconda  e  nella  ultima  fra  le  Canzoni  della  Vita 
Nuova.  93  Nè  questo  confronto  può  farsi  senza  pensare  al- 
tresì, che  anche  sulla  tomba  di  Dante,  e  già  prima  su  quella 
del  loro  imperatore,  dell'  «  alto  Arrigo  »,  la  voce  del  fe- 
dele amico  e  compagno  di  parte  recò  il  tributo  della  poe- 
sia toscana.  94  Di  Arrigo  rapito  (così  egli  dolorosamente) 
«  alle  speranze  degli  esuli  »,  cantò  che  aveva  raggiunto 
nel  cielo  la  virtuosa  sua  moglie,  Margherita  di  Brabante, 
morta  anch'  essa  in  quella  infelice  spedizione  italica.  Per 
Dante,  pregò  Dio  che  «  lo  ricoverasse  nel  grembo  di  Bea- 
trice »,  e  imprecò  all'  «  iniqua  setta  »  che  aveva  arric- 
chito Ravenna  del  tesoro  che  Firenze  aveva  perduto. 

Pochi  anni  appresso,  uno  de'  primi  e  più  autorevoli  a 
commentare  la  Commedia,  l'Ottimo,  ricordò  la  Canzone 
consolatoria  di  Cino  a  Dante  insieme  con  le  Rime  di  que- 
sto in  onore  di  Beatrice  «  in  quanto  ella  fu  tra'  mortali 
corporalmente  ». 95  Più  tardi,  i  nomi  dei  due  poeti  e 
delle  loro  donne  congiungeva,  nel  gentil  vincolo  della 
idealità  amorosa,  il  Poeta  dell'amore  Francesco  Petrar- 
ca : 96  «  Ecco  Dante  e  Beatrice;  ecco  Selvaggia,  ecco  Cin 
da  Pistoia  »;  appagando,  in  altro  modo,  il  desiderio, 
anzi  il  rammarico,  di  Cino,  il  quale  avrebbe  voluto  che 


Del  Lungo 


10 


146 


BEATRICE 


nel  paradiso  dantesco  la  sua  Selvaggia  avesse  avuto  un 
seggio  di  gloria  accanto  a  Beatrice.  97 

VII. 

Questi  di  messer  Cino,  poetici,  non  i  romanzeggiati  do- 
mesticamente dal  Boccaccio,  furono  i  conforti  che  Dante 
ricevè  per  la  morte  della  «  donna  della  sua  mente  ».  E  se 
proprio  li  ricevè  in  mezzo  a  quel  giovanile  traviamento, 
è  da  credere  che  non  saranno  stati  senza  efficacia  a  ri- 
svegliare entro  lui,  nel  nome  di  Beatrice,  la  coscienza 
delle  nobili  e  gentili  idealità  che  egli  veniva  atteggiando 
a  fantasmi  delP  «  alta  visione  »  d'oltretomba.  Ma  rispetto 
alla  realtà  delle  cose,  come  il  poeta  amatore  di  Selvag- 
gia Vergiolesi  bene  avrebbe  potuto  mandargli  que' versi 
anche  se  già  marito,  anche  se  padre  di  alcuno  dei  fi- 
gliuoli che  a  lui  dette  madonna  Margherita  degli  Ughi,  cosi 
il  poeta  amatore  di  Beatrice  Portinari  avrebbe  potuto  ri- 
ceverli al  fianco  di  madonna  Gemma  Donati  vegghiante  a 
studio  della  culla,  in  mezzo  a'  figliuoli  che  dovevano  un 
giorno  commentare  il  Poema  del  padre.  Cosi  Guido  Ca- 
valcanti, dalle  maremme  del  confino,  mandava  V  ultima 
sua  ballatetta,  98  «  leggera  e  piana  »,  di  nascosto  dalle  per- 
sone grossolane,  «  dritta  alla  donna  sua  »,  pur  sapendo  che 
a  casa  lo  aspettavano  la  moglie  e  i  figliuoli  (una  Uberti, 
figlia  di  Farinata)  e,  fra  le  braccia  loro,  la  morte.  E  quando 
anche  Dante  fu,  ma  per  sempre,  travolto  nelP  esilio,  e  per 
«  primo  strale  di  questo  arco  »  senti  il  dolore  di  «  lasciar 
«  ogni  cosa  diletta  più  caramente  »,  99  la  moglie  rimase 
fida  custode  della  casa  vedovata,  mentr'  egli  conduceva 
seco  fra  le  dure  realtà  della  vita,  le  sue  idealità  affettive  e 
intellettuali,  e  superbo  mistero  dell'anima  sua,  il  concetto 
del  Poema  divino. 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


14? 


In  quel  concetto  regnava  Beatrice.  Vi  regnava  con  al- 
tre ideali,  ma  ad  un  tempo  reali,  imagini  di  donna  :  Ra- 
chele e  Lia,  Lucia,  Nostra  Donna,  imagini  sante;  imagini 
umane,  Matelda  e  Beatrice.  L' azione  del  Poema  dantesco 
incomincia  dal  compianto  di  quella  Donna  gentile  e  divina 
e  dalla  pietà  di  Lucia,  verso  V  uomo  perduto  fra  i  triboli 
della  vita  reale;  e  nel  trionfo  di  Maria,  e  nella  preghiera 
degli  uomini  a  Lei,  per  la  bocca  dei  Santi,  si  conchiude. 
Nel  mezzo  di  quest'  azione  stanno  le  altre  due  figure  Ma- 
telda e  Beatrice;  sovrana,  Beatrice:  ambedue,  ministre 
della  grazia  di  Dio  nella  conversione  di  Dante,  cioè  del- 
l' uomo,  dalle  miserie  dai  mancamenti  dalle  colpe  dalle 
fallacie  della  vita  attiva,  alle  sublimi  e  consolatrici  ve- 
rità dello  spirito.  Dinanzi  a  Beatrice,  trascorsi  dieci  anni 
dal  1290  luttuoso,  e  dopo  eh'  ella  è  fatta  celeste  simbolo 
della  maggiore  altezza  a  cui  possa  ascendere  Fumano 
mediante  la  contemplazione  del  divino  ;  dinanzi  a  Bea- 
trice, «  gloria  della  gente  umana  »  ;  1Qo  Dante  si  accusa 
con  lacrime  delle  sue  infedeltà.  Infedeltà  alla  donna  poe- 
tica, anche  alla  donna  forse;  infedeltà  al  simbolo:  l'uno  e 
V  altra  in  Beatrice  inseparabili.  Ma  quella  donna  ha  un 
nome:  e  il  nome  di  Beatrice  Portinari  non  si  cancella 
ormai  più  nè  dalla  storia  del  suo  secolo  nè  dalla  poesia 
perenne  dell'  umanità. 

Firenze,  nel  giugno  del  1890. 


NOTE 


1  Par  ad.  XVI,  121. 

2  Vedi  II  R.  Arcispedale  di  S.  Maria  Nuova.  I  suoi  benefattori.  Sue 
antiche  memorie.  XXIII  giugno  MDCCCLXXXVIII  secentesimo  anniver- 
sario della  fondazione.  Firenze,  1888,  pag.  7-8. 

3  Marchionne  di  Coppo  Stefani,  Istoria  fiorentina;  III,  clviii. 
*  Vedi  nel  mio  Commento  alla  Cronica  di  Dino  ;  I,  xx,  14. 

s  Da  me  integralmente  pubblicata  fra  i  Documenti  all'  Esilio  di 
Dante;  Firenze,  Succ.  Le  Monnier,  1881.  Vedi  a  pag.  138,  «  de  domo 
de  Portinariis  »,  e  poco  appresso  «  Dante  Alleghierii  »,  fra  i  proscritti 
«  de  Sextu  Porte  Sancti  Petri.  » 

6  Vedi  il  cap.  V  del  mio  libro  Da  Bonifazio  Vili  ad  Arrigo  VII. 
Pagine  di  storia  fiorentina  per  la  vita  di  Dante.  Milano,  Hoepli,  1899. 

7  Parad.  xvi,  94-99. 

8  Questi  e  altri  personaggi  di  quelli  anni,  puoi  vedere  ritratti, 
come  ho  saputo  meglio,  in  più  d'una  delle  citate  Pagine  di  storia  fio- 
rentina  per  la  vita  di  Dante. 

Dell'  antico  linguaggio  nuziale  fiorentino,  vedi  illustrazione 
d'  alquanti  esempi  in  alcune  pagine  (I,  1103-1107)  dell'  altro  mio  libro 
Dino  Compagni  e  la  sua  Cronica. 

10  §  xxv,  secondo  la  comune  divisione  primamente  introdotta  da 
A.  Torri.  Le  edizioni  del  Witte  (1876;  e  del  Casini  (1885,  1891)  l'hanno  in 
alcune  parti  modificata. 

11  §  cit. 

12  Vedasi  Vita  Nuova  §  V,  e  1'  illustrazione  di  A.  D'  Ancona  (edi- 
zione pisana  del  1884)  a  quel  §.  Vedi  anche  M.  Scherillo,  Alcune  fonti 
provenzali  della  Vita  Nuova  di  Dante;  Napoli,  1889:  e  1' Vili  e  il  X 
de'  suoi  Capitoli  della  biografia  di  Dante;  Torino,  Loescher,  1896. 

13  Vita  Nuova,  §  IV. 

14  Vedi  le  illustrazioni  del  D'  Ancona  al  §  VI  della  Vita  Nuova. 

15  Per  questa  frase  del  tempo,  vedi  il  cit.  mio  libro  su  Dino  Com- 
pagni, I,  420  e  337. 


150 


BEATRICE 


16  Purg.  xxx. 

17  Di  questa  sovrapposizione  dell'  ideale  al  reale,  nella  poesia  amo- 
rosa de'  nostri  antichi,  è  cenno  —  cenno,  com'egli  suole,  di  largo  ge- 
sto comprensivo  —  in  una  bella  pagina  di  Gino  Capponi  (Scritti  editi 
ed  inediti  ;  Firenze,  Barbèra,  1877  ;  I,  141-142)  ;  e  l'addurla  qui,  non 
dissonante  da'  concetti  miei,  mi  è  sommamente  caro  e  prezioso  : 
«  ....  la  Giovanna  di  Guido  Cavalcanti,  o  la  Beatrice  di  Dante,  o 
«  la  Selvaggia  di  Cino,  o  la  Laura  del  Petrarca.  Intorno  ad  esse  noi 
«  disputiamo  lite  impossibile  a  risolvere,  fatti  incapaci  come  noi 
«  siamo  a  insieme  congiungere  e  comprendere  in  un  pensiero  solo  la 
«  forma  terrena  e  una  ideale  bellezza,  e  ad  innalzare  l'affetto  senza 
«  attenuarlo,  svanito  fuori  d'ogni  realtà,  sì  ch'esso  divenga  concetto 
«  sterile  della  mente.  Collocò  Dante  la  Beatrice  sua  ne'  più  alti  seggi 
«del  Paradiso,  accanto  alle  donne  che  sono  a  noi  più  venerande; 
«  dunque  era  donna  la  sua  Beatrice  :  ma  eli' era  insieme  viva  imma 
«  gine  di  quell'idea  per  cui  la  vista  dell'alta  bellezza  diviene  affetto 
«  pei  sommi  veri,  idea  che  non  ha  quaggiù  riflesso  di  sè  più  degno 
«  che  in  un  bel  volto  a  cui  s'affacci  una  pura  anima  di  fanciulla.  Nel 
«  sommo  cerchio  del  Paradiso  un  seggio  vuoto  era  per  Arrigo,  per- 
«  chè  dall'uomo  in  cui  sperava,  Dante  saliva  a  quell'idea  che  nell'or- 
«  dine  politico  era  la  cima  de'  suoi  concetti.  Questo  continuo  tra- 
«  passare  che  facean  gli  animi  più  elevati  dalle  sensibili  alle  astratte 
«  e  di  qui  alle  divine  cose,  fu  la  poesia  di  quell'età  ». 

18  §  II. 

19  Vita  di  Dante,  §  III. 

20  §  IL 

21  §  IH. 

22  Vita  di  Dante,  §  III. 

23  Comento  sopra  la  Commedia,  lez.  I. 
2*  §§  II,  III. 

25  §§  II,  V,  Vili,  XIV,  XXII. 

26  Questo  pensiero  di  Iacopo  Burckardt  fu  svolto  da  Rodolfo  Ke- 
nier  nel  suo  Studio  critico,  La  Vita  Nuova  e  la  Fiammetta  ;  Torino,  Loe- 
scher,  1879. 

27  Vedi  a  pag.  161-162  del  mio  libro  Dante  ne'  tempi  di  Dante;  Bo- 
logna, Zanichelli,  1888. 

28  §  IX. 

29  Vedi,  nella  edizione  Hoepli  di  questo  Studio,  alcuni  dei  molti 
esempi  che  ne  offrono  gli  Atti  consiliari  fiorentini  di  quelli  ultimi 
anni  del  secolo  XIII. 

30  .§  VII. 

31  §  X. 

32  Vedine  pure  gli  esempì  nella  cit.  edizione  Hoepli  di  questo 
Studio 

33  Farad.  XV,  118-120. 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


151 


34  Vedi  nel  mio  Comento  alla  Cronica  di  Dino  ;  I,  xvi,  19. 

35  Vedine  esempì  nella  cit.  edizione  Hoepli  di  questo  Studio. 
3<s  §  XIX. 

37  La  interpetrazione,  diciam  così,  militare  di  quel  §  IX  della 
Vita  Nuova  fu  proposta  e  tenuta  dal  Todeschini,  dal  Witte,  dal  d'An- 
cona ;  ed  io  la  rafforzai  e  determinai,  anche  contro  le  obiezioni  di 
altro  autorevole  dantista  Tommaso  Casini,  nella  edizione  Hoepli  di 
questo  Studio. 

38  Vedi  a  pag.  172  e  164  del  libro  poc'  anzi  citato,  Dante  ne*  tempi 
di  Dante. 

39  F.  T.  Perrens,  Hisloire  de  Florence;  Paris,  Hachette;  II  (1871), 
281  e  segg. 

40  Dopo  il  1288,  e  quasi  d'  anno  in  anno  fino  alla  pace  del  1293. 
Vedi  Una  famiglia  di  Guelfi  pisani  ec.  nel  cit.  libro  Dante  ne1  tempi  di 
Dante,  pag.  273-286. 

41  Riferito  da  Cicerone  nel  De  officiis  (III,  i)  e  nel  De  re  publica  (I,  xvn). 

42  Parad.  XVI,  151-154,  110-111  ;  Inf.  XXXII. 

43  «  .  .  .  disparve  questa  mia  imaginazione  subitamente,  per  la 
«  grandissima  parte  che  mi  parve  che  Amore  mi  desse  di  sè  ». 

44  §§  V,  IX,  X,  XII. 

45  §§  VIII,  XXII. 
4«  §  XXXII. 

47  §§  III,  XXIV,  XXV,  XXX,  XXXII. 

48  §  VI. 

49  §  XXXV. 

50  §  XL. 

51  §  XLII. 

52  Vedi  il  cap.  VI  della  Introduzione  di  Francesco  Macrì-Leone  alla 
sua  edizione  della  Vita  di  Dante  scritta  da  G.  Boccaccio  ;  Firenze,  San- 
soni, 1888. 

53  Lezione  Vili. 

84  «...  ad  legendum  librum  qui  vulgariter  appellatur  el  Dante,  in 
«  civitate  Florentiae,  omnibus  audire  volentibus.  »  Così  nella  peti- 
zione e  provvisione  del  1373  per  la  lettura  pubblica  della  Divina  Com- 
media: fra  i  Documenti  (pag.  163-169)  al  cit.  Discorso  DelV  esilio  dì 
Dante. 

55  Indicherò,  poco  appresso  (cfr.  pag.  134),  la  fonte,  cortesemente 
dischiusami,  di  queste  notizie  attinenti  ai  Bardi.  —  Ciò  che  i  biografi 
del  Boccaccio  già  sapevano  da  documenti,  era  che  il  padre  di  lui, 
Boccaccio  di  Chellino,  stava  pei  Bardi  a  Parigi  nel  1332.  Vedi  V.  Cre- 
scini,  Contributo  agli  studi  sul  Boccaccio  ;  Torino,  Loescher,  1887;  pag.  10. 

56  Parad.  VII,  14.  E  «  monna  Vanna  e  monna  Bice  »  in  due  luoghi 
(uno  ora  dubbio  :  vedi  a  pag.  95  di  questo  volume,  nota  10)  del  Can- 
zoniere dantesco  :  Sonetti,  «  Io  mi  sentii...  »  e  «  Guido,  vorrei...  »  Alla 
contrazione  di  «  Beatrice  »  in  «  Bice  »  dovette  pur  conferire,  che  la 


152 


BEATRICE 


forma  dèi  nome  intero,  come  attestano  instrumenti  notarili,  era  an- 
che «  Biatrice  »  e  «  Bietrice  ». 

57  Luigi  Bocca,  Del  Commento  di  Pietro  di  Dante  alla  D.  C.  contenuto 
nel  codice  Ashburnham  841  :  nel  Giornale  storico  della  letteratura  italiana  ; 
voi.  VII,  an.  TV  (1886),  pag.  366-385.  Vedi  poi  quanto  sul  Commento 
di  Pietro  lo  stesso  prof.  Rocca  ha  scritto  nel  suo  libro  (pag.  343  e 
segg«)>  Di  alcuni  Commenti  della  D.  C.  composti  nei  primi  ventanni  dopo 
la  morte  di  Dante;  Firenze,  Sansoni,  1891. 

K8  Notizie  istoriche  delle  Chiese  fiorentine;  VIII,  229-233. 

59  §  XXIX. 

60  Vedi  uno  Studio  di  Ferdinando  Gabotto:  Il  marito  di  Beatrice; 
Bra,  1890. 

61  Nel  Dino  Compagni,  dove  pure  detti  le  altre  notizie  intorno  a 
messer  Simone:  I,  68,  194;  II,  114. 

62  Denuda,  o  vereconda,  il  casto  petto  ; 

dischiudi,  o  bella,  il  tuo  più  santo  riso  : 

il  pargoletto,  affiso 

ne  la  tua  vista,  i  novi  affetti  impari. 


O  de  le  semplicette  alme  sovrana 
gentile,  o  pia  de'  cuori  informatrice, 
la  steril  Beatrice 

ceda  a  te,  fior  d'  ogni  terrena  cosa. 
Talamo  e  cuna  è  1'  ara  tua  

Poesie  di  Giosuè  Carducci;  Bologna,  1902;  a  pag.  305-306,  Le  nozze.  — 
Gentili  versi,  che  in  una  delle  scaramucce  polemiche  sul  centenario 
di  Beatrice  corsero  su  pe'  giornali,  insieme  con  alcune  parole  del 
Poeta  (vedile  ora  a  pag.  402  del  volume  XII  delle  Opere,  sotto  il  ti- 
tolo Beata  Beatrice),  fastidito  che  si  volesse  la  Beatrice  simbolica 
«  ridurla  o  tornarla  alle  proporzioncelle  d' una  sposina  di  secen- 
«  t'  anni  fa  »,  a  rischio  di  «  peccare  contro  Dante,  contro  il  medio 
«  evo,  contro  l'austerità  toscana  ».  E  questo  è  sentimento  di  verità 
storica.  E  verità  morale  e  d'  arte  è,  che  «  i  grandi  poeti  s'  ispirano 
«  all'anima  loro,  alla  patria,  a  Dio  »  ;  ed  altresì,  se  vogliamo,  che  «  non 
«  che  le  Beatrici  facciano  loro,  son  loro  che  fanno  le  Beatrici  ». 
Ma  a  tutto  questo  non  ripugna,  nè  storicamente  nè  idealmente,  che 
si  ammetta  un  primo  affisarsi  di  Dante  in  una  donna  gentile,  nella 
Beatrice,  la  quale  egli  idealizza  e  simbolizza  a  sè  stesso,  ma  che  non 
per  questo  cessa  di  essere  donna  viva  e  reale  : 

costei,  cui  donna  il  vulgo  e  Beatrice 

chiama  il  poeta  

e  che  è  la  «  dolce  beatrice  del  mio  pensiero  »  a  Francesco  Petrarca  ; 
la  «  vera  beatrice  »,  la  «  mia  beatrice  »,  di  poeti  minori  (vedi  la 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


153 


voce  «  beatrice  »  nella  V.a  edizione  del  Vocabolario  degli  Accademici 
della  Crusca).  Trovo  poi  un  cinquecentista  (Mattio  Franzesi,  in  Rime 
burlesche,  II,  127)  scongiurare  il  Molza  «  per  le  Beatrici  »  :  e  quel  plu- 
rale favorirebbe  la  impersonalità  della  ispirazione  femminile  poe- 
tica :  ma  chi  sa  che  sorta  di  beatrici,  quei  verseggiatori  di  curia 
romana  ! 

83  Vedili,  con  la  ricordanza  di  madonna  Nente,  nell'  edizione 
Hoepli  di  questo  Studio. 

64  Vedi  le  cit.  mie  Pagine  di  storia  fiorentina  per  la  vita  di  Dante, 
pag.  136,  148,  154. 

63  Vedi  nelle  Note  all'  edizione  Hoepli  di  questo  Studio. 

66  Vedi  nelle  cit.  Note  alla  cit.  edizione. 

67  Cronica  di  messer  Donato  Velluti  ;  pag.  44-45  dell'  ediz.  Manni. 

68  Vedi  nelle  cit.  Note. 

69  Così  scrivevo  nel  90.  Ma  un  terzo  messer  Simone,  cugino  del 
messer  Simone  di  Gerì  di  Bieco,  venne  a  farsi  conoscere  da  ulteriori 
ricerche  sui  Libri  mercantili  dei  Bardi,  per  opera  di  D.  Luigi  Bandi 
{Il  marito  e  ì  figliuoli  di  Beatrice  Portinari,  Lettera  al  prof.  Isidoro  Del 
Lungo  ;  nella  Rivista  delle  Biblioteche,  an.  IV,  1892,  num.  37-38)  :  un  mes- 
ser Simone  di  Giuliano  di  Bieco,  che  il  Bandi  trova  marito  e  padre, 
e  lo  vuole  marito  della  Portinari.  Dopo  l'accertamento  di  quest'altro 
messere,  la  mia  ragionevole  esclusione  del  Simone  non  messere  non 
era  più  sufficiente  a  far  marito  della  Bice  Portinari  messer  Simone 
di  Gerì  ;  bensì  rimaneva  sempre,  a  mio  avviso,  che  il  «  messer  Si- 
mone di  Geri  »  era,  fra  il  Due  e  il  Trecento,  quello  a  cui,  chi  dicesse 
allora  «  messer  Simone  de'  Bardi  »,  doveva  pensare  :  e  di  ciò  si  veda, 
nelle  Note  all'  edizione  Hoepli  di  questo  Studio,  pag.  97-99.  Se  non 
che  e  all'  egregio  Bandi  e  a  me  (ristampando  nel  91  dall'Hoepli  ciò 
che  avevo  dato  alla  Nuova  Antologia  nell'  anno  centenario  1890)  sfuggì 
una  preziosa  testimonianza  sul  marito  di  Beatrice,  che  e  il  Bandi  ed 
io  potevamo  aver  raccolta  a  pag.  57  del  libro  da  Luigi  Bocca  pubblicato 
(cfr.  qui  nota  57)  nel  1891  sugli  Antichi  Commenti  al  Poema  ;  in  uno  dei 
quali  si  legge:  «  mona  Biatrice  figliuola  che  fu  [di]  Folco  de'  Portinari 
«  di  Firenze,  e  moglie  che  fue  di  [messere  Simone]  di  Geri  de'Bardi  di 
«  Firenze  ».  E  questa  è  testimonianza  positiva,  la  quale  come  rende 
superflue  le  mie  argomentazioni,  così  invalida  quelle  del  mio  cortese 
contradittore.  11  Bocca  stesso  ha  richiamato  l'attenzione  degli  stu- 
diosi su  quella  testimonianza,  in  una  sua  lettera  a  me  (Beatrice  Por- 
Vinari  nei  Bardi),  pubblicata  nel  Giornale  dantesco,  fase,  di  luglio-otto- 
bre 1903.  Al  Bandi  mi  professo  poi  grato  per  qualche  rettificazione, 
della  quale  non  ho  mancato  di  avvantaggiare  la  presente  ristampa. 

70  §  XXIX  :  «  Io  dico  che,  secondo  l'usanza  d'Arabia,  l'anima  sua 
«  nobilissima  si  partì  nella  prima  ora  del  nono  giorno  del  mese  :  e 
«  secondo  l'usanza  di  Siria,  ella  si  partì  nel  nono  mese  dell'  anno 
«  perchè  il  primo  mese  è  ivi  Tisrin,  il  quale  è  a  noi  ottobre  :  e  se- 


154 


BEATRICE 


«  condo  l'usanza  nostra,  ella  si  partì  in  quello  anno  della  nostra 
«  indizione,  cioè  degli  anni  Domini,  in  cui  il  perfetto  numero  nove 
«  volte  era  compiuto  in  quel  centinaio  nel  quale  in  questo  mondo 
«  ella  fu  posta  ;  ed  ella  fu  dei  cristiani  del  terzodecimo  centinaio.  » 
Sull'autentica  lezione  «  Arabia  »,  non  «  Italia  »,  di  quel  passo,  e  sulla 
interpetrazione  (aiutatami  dal  collega  Fausto  Lasinio)  della  dicitura 
concernente  il  giorno  del  mese  secondo  il  calendario  arabico,  vedi 
nelle  Note  all'edizione  Hoepli  di  questo  Studio. 

71  Di  questa  elaborata  interpetrazione  del  passo  dantesco  mi  fece 
dubitare  il  eh.  dott.  E.  Moore  (Ballettino  della  Società  dantesca  italiana, 
Nuova  Serie,  Voi.  II,  1895,  pag.  57-58)  :  cioè,  se  dal  computo  arabico 
intendesse  Dante  prendere  addirittura  il  giorno  nove  di  quel  loro 
mese,  com'  io  ho  affermato  ;  o  semplicemente  (come  il  Moore  crede, 
confrontando  il  testo  dantesco  a  un  capitolo  dell'Astronomia  d'Alfra- 
gano)  che  Beatrice,  morta  la  sera  dell'8  giugno  nostro  a  un'  ora  di 
notte  dovesse,  secondo  quel  computo,  considerarsi  come  morta  il  9, 
perchè  gli  Arabi  incominciano  il  loro  giorno  dal  tramonto  del  no- 
stro precedente.  Vedi  anche  Paget  Toynbee,  Ricerche  e  Note  dantesche  ; 
Bologna,  Zanichelli,  1899  :  pag.  54-57.  Nella  interpetrazione  integrale 
del  giorno  e  mese  consentiva  meco  il  Casini  in  ambedue  le  pregiate 
sue  edizioni  (Sansoni,  1885  e  1891)  della  Vita  Nuova. 

72  Vedi  sopra,  a  pag.  112  ;  e  più  addietro,  a  pag.  16  :  e  una  pagina 
(1105)  del  mio  libro  Bino  Compagni  ec.  :  e  nelle  note  all'edizione  Hoe- 
pli (pag.  101)  di  questo  Studio,  lo  stanziamento  di  lire  duemila,  fatto 
dal  Comune  per  procurare  matrimoni  di  pubblico  interesse  fra  To- 
singhi  e  Lamberti. 

73  Così  scrissi  parecchi  anni  fa  (cfr.  anche  a  pag.  75),  e  così  ora 
conferma  Un  nuovo  documento  concernente  Gemma  Bonati  (pubblicato 
da  U.  Dorini  nel  Bullettino  della  Società  dantesca  italiana,  N.  S.,  IX,  1902, 
pag.  181-84),  dal  quale,  nell'assegnarsi  certo  credito  «  domine  Gemme 
«  vidue,  uxori  olim  Dantis  Allagherii  et  filie  quondam  domini  Ma- 
«  netti  domini  Donati  »,  risulta  che  la  dote  maritale,  a  cui  era  ine- 
rente il  detto  credito,  le  era  stata  costituita  il  9  di  febbraio  (un 
altro  9  dantesco,  ma  questo  tutt' altro  che  mistico)  del  1277  [1276  s.  f.], 
anno  undecimo  di  Dante,  e  secondo  la  consuetudine,  massime  allora, 
dei  matrimoni,  men  che  undicesimo  certamente  di  lei.  S'  intende  bene 
che  le  nozze,  in  siffatti  casi,  si  protraevano  fino  alla  maturità  dei  co- 
niugi. Ma  ciò  non  toglie  che  nei  due  personaggi  del  romanzo  psicolo- 
gico di  Vita  Nuova  la  realtà  storica  ci  offra,  secondo  ogni  apparenza, 
in  Beatrice  una  giovine  sposa  il  cui  matrimonio  ha  suggellato  inte- 
ressi guelfi  tra  Bardi  e  Portinari  ;  e  in  Dante  un  giovine  guelfo,  al 
quale  sin  da'  primi  anni  era  destinata  sposa,  da  famiglia  di  «  vicini  » 
guelfi,  una  di  quelle  che,  sotto  tali  auspici  di  parte,  i  genitori  (cfr. 
qui  a  pag.  16)  «  maritavano  nella  culla.  » 

Nei  sonetti  «  Guido,  vorrei.  .  .  »  e  «  Io  mi  sentii.  ,  .  ».  Ma  ora 


NELLA  VITA  E  NELLA  POESIA  DEL  SECOLO  XIII 


155 


credo  non  si  possa  tener  conto  che  del  secondo,  se  nel  primo,  in- 
vece di  «  monna  Bice  »  sia  da  leggere  «  monna  Lagia  »  :  vedi  lo  scritto 
di  M.  Barbi,  qui  cit.  a  pag,  95,  nota  10. 

75  Tanto  che,  per  esempio,  dicevano,  come  più  largamente  rilevai 
nelle  note  all'edizione  Hoepli,  «  la  Bice,  poi  monna  Bice,  figliuola 
«  di  Bindo,  fu  maritata  a  Nolfo....  » 

76  Vedi  qui  a  pag.  76  e  96. 

77  Vedi,  di  tutta  la  Vita  Nuova,  il  sommario  fattone  con  diligenza 
e  finezza  squisita  dal  Casini  appiè  della  citata  sua  edizione. 

78  §§  Vili,  VII,  IX,  XXIII,  XXXII,  e  gli  altri  che  sono  qui  indicati 
a  pag.  128-129. 

79  §§  I,  II,  XXVIII,  XXII. 

80  J.  Michelet,  La  mer,  IV,  vii:  «  Quandla  divine  Béatrix  inspira 
«  Dante,  son  pere  fonda  l'hospice  de  Santa  Maria  Nuova  ». 

81  Una  gentile  cultrice  del  bello,  la  signora  Carlotta  Ferrari  da 
Lodi,  che  presedè  alle  onoranze  centenarie  a  Beatrice  (vedi  A  Beatrice 
Portinari  il  IX  giugno  MDCCCXC,  sesto  centenario  della  sua  morte,  le  donne 
italiane  ;  Firenze,  Succ.  Le  Monnier,  1890  :  e  Commemorazione  di  B.  P., 
Discorso  letto  a  Firenze  in  Palazzo  Vecchio  il  16  giugno  1890,  fase.  9-12, 
an.  IX,  voi.  XI,  della  Rivista  La  Cultura),  espose  le  ragioni  del  suo 
dissenso  da  questa  mia  opinione  in  uno  scritto  intorno  a  Dante,  Bea- 
trice, Gemma  Donati  e  la  donna  gentile....  e  le  cagioni  determinatrici  dei 
maritaggi  di  quel  tempo;  Firenze,  Rassegna  Nazionale,  1897.  Serbai  co- 
pia di  ciò  che  io,  ringraziandola,  rispondevo  :  «  ...  Quanto  Ella  adduce 
«  intorno  a  quella  distinzione,  così  difficile  a  delinearsi,  tra  la  Bea- 
«  trice  persona  e  la  Beatrice  idea,  tra  1'  amore  di  uomo  a  donna  e 
«  quello  che  io  chiamai  amore  per  rima,  è  pensato  con  gravità  di  ri- 
«  flessione  e  squisitezza  di  sentimento.  Io  credo  tuttavia  che  amor 
«  di  poeta  (dissi  per  rima,  ripigliando  il  linguaggio  d'  allora),  anche 
«  scevro  dalle  contingenze  della  vita  reale,  potesse,  per  ascensione 
«  da  idealità  ad  idealità,  pervenire  sino  alle  altezze  della  visione,  e, 
«  quando  il  poeta  era  Dante,  questa  visione  essere  la  Divina  Comme- 
«  dia.  Ciò  che  delle  contingenze  reali  mi  danno  le  storie  di  cotesta 
«  età,  non  so  alterarmelo  in  grazia  di  nessuna  grandezza  individua- 
«  le  :  perchè  gli  uomini  d' allora  vivevano  con  tale  intensità,  di 
«  amori  di  emulazioni  di  odi,  la  vita  l'uno  dell'  altro,  che,  in  quanto 
«  uomini,  non  avrebbero  saputo  nè  voluto,  nè  i  grandi  per  conscienza 
«  di  sè  appartarsi,  nè  i  minori  per  reverenza  di  loro  ritrarsi,  dal 
«  contrasto  quotidiano  delle  comuni  energie.  Ora  io  affermai  che 
«  anche  i  matrimoni  facevan  parte  di  questo  conserto,  mi  lasci  dire, 
«  di  cose,  al  quale,  in  altra  sfera,  sorvolavan  le  idee  :  nè  altramente 
«  che  così,  l'una  collocata  in  quel  mondo  reale,  l'altra  sovrastante 
«  in  quel  mondo  ideale,  mi  riesce  figurarmi  storicamente  la  Donati 
«  e  Beatrice,  che  Ella,  signora,  atteggia  1'  una  accanto  all'altra,  e, 
«  inevitabilmente,  in  mezzo  ad  esse,  un  po'  dell'una  é  un  po'  dell'ai- 


156 


BEATRICE 


«  tra,  il  Poeta  :  io  dico  invece,  1'  uomo  dell'  una  e  il  poeta  dell'  altra. 
*  È  più  duro,  ma,  credo,  il  solo  vero....  » 

82  Vedila  da  me  illustrata  a  pag.  435-461  del  cit.  libro  Dante  ne1  tempi 
di  Dante. 

83  Purg.  XXIII,  115-117. 

84  E  il  quarto  ;  a  pag.  450-451  del  cit.  mio  libro  :  dove  vedi  anche 
a  pag.  460-461. 

ss  §  xxvin. 

86  §  XXXI. 

87  §  in. 

88  Cfr.  pag.  119-120. 

89  Dalla  prima  delle  Canzoni  della  Vita  Nuova  «  Donne  eh'  avete 
intelletto  d'amore  ».  La  Pietà  e  l'Amore  personificati  agiscono  anche 
nel  Sonetto  di  Cino  «  Muoviti,  Pie  tate,  e  va'  incarnata.  .  .  »,  e  nell'al- 
tro «  Deh  com'  sarebbe  dolce  compagnia.  .  .  ». 

90  Canzone  di  messer  Cino  da  Pistoia  a  Dante  per  la  morte  di  Bea- 
t)ice.  Riproduzione  fototipica  in  CC  esemplari  del  dono  offerto  a  S.  M.  la 
Regina  d'Italia  dalle  gentildonne  fiorentine  nella  primavera  del  MDCCCXC 
sesto  centenario.  Testo  riveduto  sui  manoscritti  da  I.  Del  Lungo.  Illustra- 
zioni e  fregi  in  miniatura  di  N.  Leoni.  Firenze,  fototipia  Ciardelli.  — 
Riprodussi,  con  nuove  cure,  il  testo  della  Canzone  di  Cino  fra  i  Do- 
cumenti all'edizione  Hoepli  del  presente  Studio. 

91  Petrarca,  Rime,  III,  ix. 

92  II,  vi. 

93  Furono  da  me,  dopo  altri,  rilevate  nella  cit.  riproduzione 
della  Canzone  di  Cino. 

94  Canzoni  di  Cino,  Per  la  morte  di  Arrigo  imperatore  e  Per  la  morte 
di  Dante  Alighieri. 

98  Commento  dell1  Ottimo,  II,  539-540  :  al  Purg.  XXX,  121-123. 

96  Trionfo  dell'Amore;  IV,  31. 

97  Sonetto  di  Cino  :  «  Infra  gli  altri  difetti  del  libello,  Che  mo- 
«  stra  Dante  signor  d'ogni  rima.  .  .  ». 

98  «  Perch'io  non  spéro  di  tornar  giammai,  Ballatetta,  in  T-o- 
«  scana.  .  .  » 

99  Parad.  XVII,  55-57. 

ìoo  Purgm  XXXIII,  115.  Come  Virgilio  «  gloria  de'  Latini  »;  Purg.  VII,  16. 


LA  DONNA  ISPIRATRICE 


Parole  dette  nella  solenne  distribuzione  dei  premi  alle  alunne 
del  R.  Istituto  della  SS.  Annunziata  di  Firenze,  il  9  settembre  1883. 


Signore  e  Signorine  gentili, 


In  quella  pagina,  che  nelle  Confessioni  d'Aurelio  Ago- 
stino è  una  delle  più  belle,  dov'ei  fa  P  elogio  della  madre 
diletta,  della  madre  santa,  che  gli  è  morta,  si  legge  co- 
in'  ella  guadagnò  il  marito  a  Dio  con  la  eloquenza  dei 
costumi,  e  ne  ottenne  riverente  amore  e  ammirazione, 
Altrove,  questa  medesima  madre  ci  è  ritratta  piangente 
per  la  partenza  del  figliuolo,  o  per  gli  errori  di  lui  :  e 
dalle  materne  lacrime  riconosce  egli  stesso  in  gran  parte 
la  propria  conversione,  e  P  avviamento  a  quella  che  fu 
grandezza  confermata  dai  secoli.  Il  costume  e  P  affetto  : 
tale  è  invero  la  doppia  potenza,  con  che  la  donna  è  si- 
gnora nella  famiglia;  quella  è,  nella  storia  umana,  la 
parte  che  è  sua. 

Nè,  ciò  affermando,  si  nega  già  alle  facoltà  intellet- 
tuali della  donna  di  potere  non  pur  cooperare  ma  com- 
petere con  le  virili,  nel  dare  effetto  a  quelle  opere  ond'  è 
attestata  la  porzione  divina  di  nostra  natura.  È  anzi  certo 
che  la  stessa  delicatezza  della  fibra,  tutt'  altro  che  me- 
nomare o  svigorire  quelle  facoltà,  le  acuisce  e  quasi  le 
snoda  a  maggiore  agevolezza  e  penetrazione  :  il  che  un 
antico  nostro  espresse  acconciamente,  con  dire  che  le 
donne  «  più  acuto  hanno  P  intelletto  e  più  sùbito  ».  (2)  E 
il  Parini,  nell'Ode  per  laurea  di  donna  :  (3) 

E  so  ben  che  il  tuo  sesso, 
tra  gli  ufìzi  a  noi  cari  e  V  umil  arte, 
puote  inalzarsi,  e  ne  le  dotte  carte 
immortalar  sè  stesso. 


160 


LA  DONNA  ISPIRATRICE 


Ma  nel  mirabile  ordine,  con  che  le  cose  della  natura 
tendono  ai  fini  disegnati  dalla  Provvidenza,  coteste  fa- 
coltà, che  V  uomo  rivolge  al  conseguimento  del  vero,  o 
all'  utile  applicazione  dei  dedotti  principi,  o  all'  imitazione 
di  esso  secondo  gli  eterni  ideali,  la  donna  le  effonde  nel 
sentimento,  che  è  a  lei  scienza  ed  arte  inconsapevoli. 
Cosi  all'uomo  si  appartiene  di  provvedere  con  fatica  alle 
più  gravi  e  sostanziali  necessità  della  vita  domestica: 
alla  donna,  consolare  dr  amorose  cure  tale  fatica,  addol- 
cirla, premiarla.  Questo  per  legge  eterna,  e  contro  ogni 
sorta  di  antiche  o  novelle  utopie  immutabile.  Le  ecce- 
zioni luminose  a  cosiffatta  legge  si  chiamano  nella  storia 
d' Italia,  alla  quale  mi  giova  restringer  gli  esempi,  Ca- 
terina Benincasa,  Vittoria  Colonna,  Selvaggia  Borghini, 
Maria  Gaetana  Agnesi,  Clotilde  Tambroni,  Maria  Giuseppa 
Guaccì,  Caterina  Franceschi  Ferrucci  :  nelle  quali,  ben  si 
avverta,  quanto  maggiore  P  altezza  delP  ingegno,  tanto 
più  strettamente  vediamo  custodirsi  la  gentilezza,  la  mo- 
destia, la  pietà  femminili. 

Che  V  esercizio  di  questo  suo  ufficio  nella  famiglia  e 
nella  civil  comunanza,  che  il  possesso  di  questa  sua  cara 
giurisdizione,  li  abbia  alla  donna  rivendicati  e  fatti  sicuri  il 
Cristianesimo,  non  fu  mai  impugnato  nemmeno  da  coloro, 
i  quali  rimpiansero,  spesso  anche  con  generosi  intendi- 
menti, le  virtù  della  società  antica,  fra  le  cui  rovine  si 
aprì  la  strada  il  Vangelo:  nè  quelli  stessi,  pe'  quali  l'idea 
cristiana  segna  regresso  e  servitù,  oserebbero  discono- 
scere questa  fra  le  altre  sue  benemerenze  verso  la  umana 
libertà.  Dove  la  civiltà  cristiana  fu  contrastata  o  deviata, 
ivi  la  donna  è  rimasta  schiava:  ogni  volta  che  nel  mondo 
moderno  le  arti  e  le  lettere,  affascinate  dagli  splendori 
immortali  della  classicità,  hanno  in  una  forma  o  in  un'al- 


à   "X)NNA  ISPIRATRICE 


161 


tra  paganeggiato,  la  donna  ha  disceso  un  gradino  :  ai  dì 
nostri  medesimi,  una  certa  arte,  una  certa  letteratura,  non 
cristiane,,  sulla  cui  bandiera  il  Poeta  d'  Evangelina  (4) 
leggerebbe  qualche  cosa  di  simile  a  un  Più  basso,  Più 
in  giù,  nulla  forse  hanno  di  più  caratteristico  e  di  più 
essenziale,  che  la  mancanza  di  rispetto  alla  donna. 

Pel  costume,  adunque,  e  per  l' affetto,  quali  è  venuta 
educandoli  quella  civiltà  che  ormai  da  diciannove  secoli 
governa  gli  umani  destini,  pel  costume  e  per  l'affetto,  la 
donna  ha  nel  mondo  signoria  sua  propria;  superiore  di 
molto  a  quanta  possano,  e  possono  benissimo,  conquistar- 
gliene V  ingegno,  gli  studi,  la  partecipazione  alle  opere 
virili.  Pel  costume  e  per  l'affetto,  la  bellezza  delle  forme 
da  fallace  prestigio  addiviene  suggello  e  specchio  della 
interiore  bontà,  da  pericolosa  attrattiva  si  muta  in  virtù 
salutare  e  benefica.  E  questa,  vi  dicevo,  com'è  la  vita 
vera  della  donna  e  di  lei  degna,  così  n'  è  la  storia  reale 
e  sua  propria.  Ma  chi  questa  istoria  racconta?  chi  ne  rac- 
coglie i  documenti  ?  o  meglio,  i  documenti  dove  si  tro- 
vano essi  ? 

Imperocché  non  sono  i  fatti  esteriori,  non  sono  i  nomi, 
non  gesta  strepitose,  non  genealogie  coronate,  non  tra- 
gici amori  o  ambizioni  o  eroismi  o  delitti,  le  testimo- 
nianze di  questa  continua  e  segreta  azione,  mediante  la 
quale  la  donna  asserisce  efficacemente  sè  medesima.  Nella 
istoria  palese  e  visibile  ha  essa  pure  la  parte  sua,  com- 
misurata alla  virile  in  proporzione  delle  respettive  atti- 
tudini e  condizioni.  Ma  di  cotesta,  della  storia  che  si  rac- 
conta e  si  scrive,  che  negli  archivi  si  seppellisce  e  ne'  li- 
bri si  ravviva,  la  donna  sarà  sempre,  in  confronto  del 
suo  compagno,  operatrice  più  parca.  Alla  storia  delle  bat- 
taglie e  dei  congressi,  delle  successioni  e  delle  alleanze, 


Dei;  Lungo 


11 


162 


LA  DONNA  ISPIRATRICE 


delle  prepotenze  e  delle  frodi,  del  sospetto  e  dell'odio,  la 
donna  operatrice  darà  sempre,  e  mi  pare  che  debba  ri- 
manerne contenta,  scarso  e  inadequato  contributo.  Se  però 
de'  fatti  umani  potesse  scriversi  con  eguale  larghezza  la 
storia  interiore,  se  quella  delle  famiglie  connettere  con  la 
storia  della  nazione,  se  da  ciò  che  la  creatura  umana  ha 
fatto  si  potesse  sempre  con  sicurezza  indurre  ciò  che  ha 
pensato  e  sentito  ;  nel  campo  di  questa  istoria,  tutta  affet- 
tiva, tutta  morale,  primeggerebbero,  mie  cortesi  ascolta- 
toci, le  vostre  figure:  la  figura  della  donna  che  ispira. 

Non  s'ispira  solamente  i  poeti:  nè  gli  occhi  di  Beatrice 
si  volgono  solamente  per  muover  Virgilio,  nè  solamente 
risplendono  per  sollevar  Dante  di  sfera  in  sfera  nelle 
immensità  del  Paradiso.  Tutto  quanto  è  cura  affettuosa 
intorno  a  noi,  ci  è  ispirazione  al  bene,  conforto  all'ope- 
rare, sprone  verso  V  alto  :  e  delle  cure  affettuose  siete  voi, 
madri,  sorelle,  spose,  figliuole  nostre,  che  avete  il  segreto. 
A  quell'aureola  che  nella  poesia  del  medioevo  italiano 
circonda  la  donna,  non  tutti  i  raggi  somministra  V  «  amor 
ch'a  cor  gentil  ratto  s'apprende  »  e  che  «  a  nullo  amato 
amar  perdona  »  :  molta  di  quella  luce  è  senz'  altro  dalla 
idealità  femminile,  da  ciò  che  un  altro  grande  Poeta  ha 
chiamato  l'eterno  Femmineo,  e  di  cui  gli  aspetti  sono  ben 
più  che  uno  solo.  Disputano  oggi  della  personale  realtà 
di  quella  nostra  gentile  che  vi  ho  nominata  :  dubitandosi, 
se  veramente  fu  la  figliuola  del  buon  Folco  Portinari,  a 
cui  Dante  pensasse  narrando  i  melanconici  amori  della 
sua  giovinezza,  ed  effigiandola  divina  nell'azione  del  sacro 
Poema;  ovvero  se  alla  Beatrice  simbolica,  quale  nel 
Poema  è  di  certo,  manchi  la  persona  di  donna  viva  e  vera, 
che  le  porge  quel  soavissimo  fra  tutti  i  libri,  la  Vita  Nuova. 
Ma  chi  dimandasse  piuttosto,  se  nella  loro  Beatrice,  qua- 


LA  DONNA  ISPIRATRICE 


163 


lunque  ella  fosse,  giovinetta  o  donna,  vicina  o  lontana, 
per  amichevole  consuetudine  di  famiglie  avvicinata  o  so- 
spiratone pur  il  suon  della  voce,  invocata  a  compagna  o 
in  altro  stato  senza  colpevole  desiderio  ammirata;  ma 
per  ciò  stesso,  viva,  innanzi  tutto,  e  reale  ;  non  acco- 
gliessero forse  que'  nostri  grandi  e  buoni  maggiori  il  fiore 
de'  loro  affetti  verso  la  donna;  degli  affetti  incerti  e  vaghi 
dell'età  prima,  de'  disinganni,  delle  memorie,  de'  penti- 
menti; degli  affetti  raffermati  e  sanzionati  nella  famiglia, 
e  dalle  gioie  del  focolare  e  della  culla  e  dai  lutti  della 
bara  consacrati  per  sempre  ;  chi,  pur  dubitando,  diman- 
dasse di  ciò,  parrebbe  fantastico  solamente  a  coloro,  che 
di  quella  vita,  nella  quale  la  pratica  sapeva  alla  fantasia 
e  al  cuore  lasciare  tanto  e  si  utile  luogo;  di  quella  età, 
i  cui  ultimi  simboli  furono  le  statue  di  Michelangiolo  pen- 
sose ;  giudicano  coi  criteri  della  nostra,  che  ideale,  og- 
gimai  non  più  soltanto  della  critica,  ma  anche  a  un  po' 
per  volta  dell'  arte,  andiamo  costituendo,  in  terreno  arido 
e  infecondo,  il  perchè  e  il  percome. 

La  ispirazione  ha  segrete  le  vie,  perchè  sue  sono  quelle 
del  cuore.  E  quando,  fanno  ora  poche  settimane,  in  un 
giorno,  come  oggi  questo  a  Voi,  di  allegrezza  ad  altro 
egregio  Istituto  fiorentino,  io  sentivo  rileggere,  con  voce 
tremante  d'  affetto,  ad  una  cara  giovinetta  lombarda  la 
ballata  ultima  di  Guido  Cavalcanti  : 

Perch'  io  non  spero  di  tornar  giammai, 
ballatetta,  in  Toscana  ; 

quel  lamentevole  addio  alla  patria,  all'amore,  alla  vita; 
e  pensavo  che  moglie  di  quell'uomo  era  stata  una  figliuola 
di  Farinata  degli  Uberti,  il  ghibellino  salvatore  della  guelfa 
Firenze;  —  sposa  datagli  (e  si  chiamava  Bice),  fanciulli  an- 
cora ambedue,  in  un  istante  di  tregua  alle  cittadine  fa- 
zioni, fra  altri  consimili  parentadi  sperati  pegno  di  futura 


164 


LA  DONNA  ISPIRATRICE 


concordia  ;  madre  poi  a  lui  di  figliuoli,  fra  le  cui  braccia 
e  della  moglie  potè,  quasi  appena  tornato  nella  sua  Fi- 
renze, morire  in  pace;  —  pensando  io  tutto  questo  di  Guido, 
mi  pareva  non  indegno,  me  lo  perdonino  i  critici,  che 
nell'antico  amante  di  monna  Vanna,  quale  fu  il  nome 
della  sua  donna  poetica  allorché  e'  piangeva  in  quei  versi, 
e  li  mandava  alla  «  bella  sua  donna  »,  la  vena  segreta  e 
vera  di  tanta  tenerezza,  di  tanto  accoramento,  di  tanta 
pietà,  fosse  piuttosto  il  desiderio  affannoso  della  patria 
insieme  e  della  vedovata  famiglia. 

In  queste  ispirazioni  il  poeta  sparisce,  e  rimane  Puomo; 
e  air  uomo,  non  al  poeta,  si  rivolge  la  donna  ;  ed  ogni 
donna  gentile  è,  e  sola  la  donna  può  essere,  ispiratrice. 
Quando  il  Buonarroti,  mortagli  Vittoria  Colonna,  scrive 
quelle  parole  che,  così  semplici,  uscite  da  tale  anima,  sono 
sublimi,  «  Mi  voleva  grandissimo  bene,  e  io  non  meno  a 
«  lei:  Morte  mi  tolse  uno  grande  amico  »,  5  il  divino  artista 
e  la  gentildonna  e  poetessa,  cantata  unica  dall'Ariosto,  6  ci 
paiono  discendere  dalle  loro  altezze,  e  farsi  eguali  ai  tanti 
altri  che  nel  mondo  amano  e  soffrono,  operano  e  muoiono. 
Ma  per  quelle  parole,  quanti  versi  amorosi,  massime  di 
quel  secolo,  si  potrebbero  lietamente  gittare  !  saggio  que- 
sti, più  o  men  pregevole  o  curioso,  d'arte,  o  troppo  spesso 
d'artifizio  ;  documento  umano  quelle,  a  cui  la  qualità  delle 
persone  accresce,  ma  non  dà  essa,  il  valore  :  nè  tutte  le 
figure  retoriche  di  que'  petrarchisti  valgono  quelP  una 
grammaticale  di  Michelangiolo,  «  uno  grande  amico  »  ;  nè 
l'ardimento  severo  di  questa  figura  saprebbero  mai  inten- 
dere gP  insidiosi  pedanti  che  vanno  oggi  teorizzando  su 
ciò  eh'  e'  chiamano  l'emancipazione  della  donna.  Così  le 
convulsioncelle  de'  cosiddetti  moderni  bozzetti,  e  i  fremiti 
e  i  sussulti  e  le  arroganti  trivialità  di  certa  che  vor- 


LA  DONNA  ISPIRATRICE 


165 


rebb' essere  poesia  d'amore,  non  una  sola  valgono  di  quelle 
pagine  di  prosa  toscana,  dove  l'altro  grande  scultore,  sulla 
cui  tomba  recente  piange  V  Italia,  narra  una  di  quelle 
istorie  non  destinate  agli  annali  del  mondo,  nelle  quali 
umile  protagonista  signoreggia  la  donna.  La  donna  ispi- 
ratrice di  Giovanni  Duprè  7  fu  una  povera  popolana  del 
nostro  San  Piero,  propriamente  dell'antico  sestiere  dove 
aveano  le  case  i  Portinari,  gli  Alighieri,  i  Donati. 

Di  tale  opera  della  donna  nella  vita  intima  delle  fami- 
glie, delle  cittadinanze  e  delle  nazioni  ;  opera  segreta, 
continua,  universale,  e  a  cui  questi  stessi  caratteri  tolgono 
ch'ella  abbia  altra  istoria  fuor  della  memore  riconoscenza 
de'  cuori  bennati  ;  conserva  Firenze  nostra  testimonianze 
in  un  libro  e  fors'anche  in  un  palagio  de'  suoi  più  belli  e 
famosi.  In  fronte  a  quel  libro,  ben  a  ragione  il  valentuomo 
che  lo  compose,  rivendicando  agli  archivi  V  ufficio  di  ser- 
vire alla  storia  anche  del  costume  e  dell'affetto,  scrisse  : 
«  Alle  donne  italiane.  Le  quali  prego  leggano  questo  vo- 
«  lume  col  cuore  ».  Ma  nella  più  nobil  parte  di  quel  palagio 
ben  si  addirebbe  un  ricordo  di  questa  donna,  che  nel 
cuore  de'  figliuoli  esuli,  e  distratti  dai  venturosi  commerci 
in  città  e  paesi  diversi,  tenne  vivo  con  le  sue  lettere  il 
desiderio  della  città  nativa;  con  fanciulle  fiorentine  pro- 
curò il  loro  accasamento  ;  con  diligenza  di  padre,  rimasta 
vedova  ancor  giovanissima,  con  senno  virile,  ne  curò  gl'in- 
teressi, e  le  piccole  e  travagliate  sostanze  custodì  ad  es- 
sere principio  e  base  d' immensa  fortuna  ;  ne  sollecitò  coi 
voti  e  con  le  pratiche  la  revocazione  dall'esilio,  la  quale 
ella  chiedeva  a  Dio  pel  supremo  conforto  della  sua  vita  ; 
e  ottenutala,  morì  madre  consolata,  suocera  e  nonna  fe- 
lice. Diciotto  anni  appresso,  nel  1489,  il  maggiore  de'  fi- 
gliuoli divenuto  oramai  uno  de'  più  grandi  mercatanti  di 


166 


LA  DONNA  ISPIRATRICE 


quel  tempo,  e  cittadino  in  patria  dei  primi,  gettava  le 
fondamenta  del  palagio  che  vi  ho  detto.  Chi  sa  forse  se 
ciò  sarebbe  stato,  senza  quella  buona  pia  vecchia  che  dor- 
miva e  dorme  in  pace  sotto  le  volte  di  Santa  Maria  No- 
vella! Libro  prezioso  coteste  sue  Lettere  a'  figliuoli,8  scritte 
nella  bella  lingua  che  dal  Trecento  i  quattrocentisti  non 
letterati  seppero  raccogliere  tuttavia  pura  e  potente;  pre- 
zioso per  la  sua  schiettezza  e  originalità.  Perchè,  se  del 
Giornale  di  una  madre,  scritto  proprio  giorno  per  giorno 
da  una  madre  vera  sui  piccoli  avvenimenti  del  suo  figlio- 
lino,  si  rallegrava  il  Tommaseo  9  come  di  cosa  opportu- 
nissima  alle  sue  fine  osservazioni  di  psicologia  pedago- 
gica, quanto  più  l'onorando  uomo  si  compiacerebbe,  per 
altri  rispetti,  di  questa  raccolta,  unica  che  si  conosca,  di 
vere  lettere  materne  !  egli  che  fra  i  suoi  ispiratori,  ac- 
canto a  Dante  e  a  Virgilio,  poneva  la  madre  !  10  Lettere 
materne  :  e  non  di  una  madre  dotta  o  saccente,  od  anche 
soltanto  osservatrice,  ma  di  una  buona  mamma,  d'  una 
brava  massaia,  e  nulP  altro  ;  non  solamente  non  scritte 
per  essere  pubblicate,  ma  da  non  poterlo  nè  essa  nè  i  vissuti 
con  essa,  in  pieno  secolo  decimoquinto,  creder  possibile 
mai;  non  documento  di  stile,  ma  di  pensieri  e  di  sentimenti, 
nudi  d'ogni  ancoraché  tenue  involucro  letterario,  anzi 
'  abbelliti  (che  nessun  letterato  ci  senta!)  da  sgrammatica- 
ture efficaci  ;  non  componimento  epistolare,  ma  pura- 
mente e  semplicemente  lettere  :  nelle  quali,  per  bocca 
della  gentildonna  di  Firenze  ancora  repubblicana,  parla, 
come  se  noi  proprio  lo  udissimo  sulle  piazze  e  per  le  vie 
d'oggi,  il  popolo  fiorentino  di  quattrocent'anni  fa.  O  gio- 
vinette, quelle  tra  Voi  che  rimarranno  in  Firenze,  quando 
passano  dinanzi  a  quel  maestoso  palagio,  non  ammirino 
solamente  il  superbo  cornicione,  il  cortile  elegantissimo, 
architettati  dal  Cronaca,  non  sole  le  semplici  e  grandiose 


LA  DONNA  ISPIRATRICE 


167 


linee  disegnate  dal  Maianese,  e  agli  angoli  le  lumiere  del- 
l'ingegnoso Caparra;  ma  sia  bello  a  Voi,  giovinette,  pro- 
nunziare in  quell'ammirazione  il  nome  di  una  madre,  il 
nome  di  Alessandra  Strozzi.  E  Voi  che  in  altre  regioni 
d' Italia  nostra  diletta  custodirete  entro  il  pietoso  e  gentile 
animo  le  ricordanze  di  questa,  quando  fra  gli  altri  splen- 
dori della  città  di  Dante,  vi  risovvenga  di  quel  monumento, 
anche  Voi  benedite  a  quel  nome  ;  altere  di  esser  donne, 
poiché  alla  donna  Dio  concesse  di  poter  tanto,  se  vuole. 

Di  ricordanze  s' intesse,  ogni  giorno  che  passa,  l'umana 
vita  :  le  quali  v'  ha  chi  le  getta  dietro  le  spalle,  e  campa 
alla  giornata  ;  ma  i  migliori  gelosamente  le  raccolgono,  e 
ne  fanno  cibo  all'anima  che  anch'  essa  vuole  il  suo  pane, 
e  pel  più  eletto  tesoro  le  trasmettono  a  chi  vien  dopo. 
Risalire  per  le  ricordanze  ne'  tempi  che  furono,  e  con  le 
anella  de'  fatti  rannodare  le  tradizioni,  è  della  storia  il 
più  bello  e  più  morale  attributo,  e  il  più  educativo.  Ed  io, 
ritraendo  a  Voi,  giovinette,  in  questo  luogo  d'  educazione, 
cose  nostre  antiche,  tra  le  quali  la  ragione  de'  miei  studi 
più  caramente  mi  trattiene  ;  e  dalla  storia  domestica  desu- 
mendo colori  al  concetto  naturale  delineatovi  della  donna  ; 
ho  creduto  corrispondere  nel  modo  che  migliore  potessi 
al  cortese  ed  onorevole  invito  di  essere  oggi  il  vostro  ora- 
tore. Questo  è  a  voi  giorno  di  grande  allegrezza;  perchè 
da  un  lieto  presente  vi  affacciate  ad  un  avvenire,  che 
pe'verginali  animi  vostri  ha  l' attrattiva  dell'  ignoto.  Nella 
mia  parola  suona,  co'  suoi  memori  echi,  il  passato.  O 
giovinette,  avvezzatevi  sin  d'ora  a  ripensare,  a  ricordare  ! 
I  misteri,  dei  quali  è  pieno  l'avvenire,  si  schiudono  meno 
improvvisi,  men  paurosi,  a  chi  più  avvisatamente  li  af- 
fronta: l'ora,  il  momento,  che  ci  sfuggono  nell'atto  che 
li  viviamo,  fanno  sentir  meno  rapida  la  loro  fuga  a  chi 


168 


LA  DONNA  ISPIRATRICE 


non  tutto  in  quelli  si  adagia.  La  meditazione  del  passato 
ci  frutta  esperienza,  e'  infonde  forza  e  rassegnazione,  ci 
fa  giudici  meno  agli  altri  severi  che  a  noi  medesimi,  ci 
raccomanda  la  carità,  e'  insegna  la  gratitudine. 

E  della  gratitudine,  che  vi  farà  memorabile  questa  casa 
stata  per  sì  dolci  anni  la  vostra  ;  dove  Voi  avete  portato 
dal  seno  della  famiglia  caste  aspirazioni  a  verità,  bontà, 
bellezza,  e  ne  ritornate,  speranza  e  orgoglio  dei  vostri, 
adorne  di  utili  cognizioni,  di  gentili  discipline,  di  virtuosi 
propositi  ;  della  riconoscenza,  che  oggi  più  che  mai  sentite 
obbligarvi  ai  valorosi  insegnanti,  alle  savie  ed  amorevoli 
educatrici,  ai  gentiluomini  egregi  che  il  Governo  del  Re 
deputò  alla  direzione  di  questo  celebre  Istituto  ;  una  parte, 
ahimè,  di  cotesta  gratitudine  è  dovuta  oggi  a  una  tomba! 

Un  posto  nella  odierna  solennità  rimane  qui  vuoto  :  ed 
è  quello  che  per  ventun  anno  ha  tenuto  onoratamente, 
come  tanti  altri  uffici  in  servigio  e  decoro  del  suo  paese, 
il  commendatore  Giuseppe  Pelli  Fabbroni.  Uomo  di  quella 
generazione  che  accolse  ed  alimentò  le  speranze  del  no- 
stro risorgimento,  combattè  per  esso  a  Curtatone  (balzano 
i  cuori  a  questo  ricordo  di  gloria  italiana)  e  vi  fu  grave- 
mente ferito.  Alla  operosità,  al  fervore  pel  pubblico  bene, 
non  conobbe  confini  ;  e  parve  moltiplicarsi,  per  sopperire 
agl'incarichi  che  la  pubblica  fiducia  non  si  stancò  di 
commettergli.  Fra  i  più  cari  ebbe  questo  :  e  al  migliora- 
mento delle  norme  e  degli  ordini  onde  gli  studi  e  l'edu- 
cazione vostra  sono  regolati,  attese  indefesso  :  nè  sola- 
mente con  lo  zelo  eh*  e'  poneva  in  tutte  le  cose  di  dovere, 
ma  con  V  affetto  scrupoloso  d'un  ottimo  padre  di  famiglia. 

Come  a  padre  Voi  ripenserete  a  lui,  come  benefattore 
lo  ricorderete  :  e  in  tale  sentimento,  e  nei  somiglianti  a 
questo,  la  vostra  anima  si  conserverà  quale  gli  educatori 
e  i  parenti  vostri  augurano  e  sperano  che  sempre  si  man- 


LA  DONNA  ISPIRATRICE 


169 


tenga:  buona  e  serena.  Per  siffatto  modo,  il  bene  frutta 
e  perpetua  il  bene  :  perchè  la  voce  amorevole  di  chi  ci 
ha  indirizzato  a  virtù,  séguita,  pur  che  noi  prestiamo  in- 
tento l'orecchio,  a  parlarci  dal  mondo  eterno,  e  ci  accom- 
pagna per  le  vie  e  fra  gli  ostacoli  di  questo,  confortatrice 
fedele. 


NOTE 


1  Le  Confessioni  di  Santo  Aurelio  Agostino  volgarizzate  dal  canonico 
Enrico  Bindi  ;  Firenze,  Barbèra,  1869. 

Libro  IX,  cap.  ix  :  «  ....  allevata  nel  pudore  e  nella  sobrietà,  e 
«  fatta  da  te,  o  Signore,  docile  a'  genitori,  piuttosto  che  da  essi  do- 
«  cile  a  te,  come  prima  fu  in  età  da  ciò  andossi  a  marito,  al  quale 
«  servì  come  a  signore,  e  si  studiò  di  guadagnarlosi  coli' eloquenza 
«  de'  costumi  onde  tu  la  facesti  bella,  e  le  cattivasti  dal  marito  amore 
«  riverente  e  ammirazione.  » 

V,  vili:  «  ....  dolorosamente  pianse  la  mia  partenza,  e  mi  venne 
«  dietro  infino  al  mare....  E  che  cosa  ti  chiedeva  ella,  mio  Dio,  con 
«  tante  lacrime,  se  non  che  tu  non  permettessi  la  mia  partenza  ?...  » 

III,  xi  :  «  E  tu  stendesti  la  tua  mano  dall'alto,  e  cavasti  fuori 
«  l'anima  mia  della  profonda  caligine,  mentre  per  amor  mio  pian- 
ge geva  dinanzi  a  te  la  madre  mia,  tua  serva  fedele,  più  che  non  pian- 
ge gano  le  altre  madri  la  morte  corporea  de'  loro  figliuoli.  Concios- 
«  siachè  per  la  fede  e  lo  spirito  che  le  infondevi,  ella  vedeva  la  mia 
«  morte  ;  e  la  esaudisti,  o  Signore.  Tu  la  esaudisti,  nè  avesti  a  schifo 
«  le  lacrime  di  lei,  allorché  sgorgando  bagnavano  la  terra  sotto  ai 
«  suoi  occhi,  dovunque  ella  si  mettesse  a  pregare;  tu  la  esaudisti.... 

«  ....  corsero  un  nove  anni  ne'  quali  seguitai  a  voltolarmi  in  quel 
«  fondo  fangoso  e  in  quel  buio  d'errore,  provandomi  spesso  a  le- 
«  varmi  su,  e  ricadendo  più  sconciamente  :  mentre  frattanto  quella 
«  casta,  santa  e  mortificata  vedova  (come  le  vuoi  tu),  facendosi  sem- 
«  pre  di  più  viva  speranza,  ma  non  però  men  pronta  al  gemito  e  a'so- 
«  spiri,  non  finiva  mai  nelle  continue  orazioni  di  piangermi  dinanzi  a 
«  te,  e  le  preghiere  di  lei  salivano  nel  tuo  cospetto....  ». 

2  F.  Sacchetti,  Nov.  CLXXIX. 

3  Ode  Vili,  La  laurea.  A  Pellegrina  Amoretti  d' Oneglia,  laureata 
in  ambe  le  leggi  nell'Università  di  Pavia  l'anno  1777. 

4  E  di  Excelsior,  E.  W.  Longfellow. 

5  Le  lettere  di  Michelangelo  Buonarroti  ecc.  per  cura  di  Gaetano  Mi- 
lanesi ;  Firenze,  Succ.  Le  Monnier,  1875. 


172 


LA  DONNA  ISPIRATRICE 


6  Orlando  furioso,  XXXVII,  15-21. 

7  Pensieri  sull'arte  e  Ricordi  autobiografici  di  Giovanni  Dupré  ;  Fi- 
renze, Succ.  Le  Monnier  :  vedi  i  capitoli  III  e  IV,  e  poi  tante  altre 
care  pagine  dov'è  ricordata  la  sua  Mariina. 

8  Alessandra  Macinghi  negli  Strozzi.  Lettere  di  una  gentildonna  fio- 
rentina del  secolo  XV  ai  figliuoli  esuli,  pubblicate  da  Cesare  Guasti.  Fi- 
renze, Sansoni,  1877. 

9  Giornale  scritto  da  una  madre  ;  a  pag.  198-213  del  volume  La  donna  ; 
Milano,  Agnelli,  1868. 

10  «  S'  io  dovessi  a  pochi  ridurre  il  principal  merito  degl'  inse- 
«  gnamenti  che  Iddio  mi  diede,  e  ch'io  non  ben  seppi  mettere  a  pro- 
«  fitto,  nominerei  mia  madre,  Virgilio,  Dante,  e  il  popolo  di  Toscana  ». 
Dalle  Memorie  poetiche,  a  pag.  488  di  Ispirazione  e  Arte,  Studi  di  Niccolò 
Tommaseo  ;  Firenze,  Le  Monnier,  1858. 


NEL  RINASCIMENTO 

E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


Alla  Società  fiorentina  di  pubbliche  letture  il  28  aprile,  e  per  le  Scuole 
del  Popolo  di  Firenze  il  26  maggio,  del  1892. 
Vedi  T  avvertimento  a  pag.  2. 


I. 


Pel  San  Giovanni  del  1473,  al  consueto  festeggiar  cit- 
tadino si  aggiungeva  la  solennità  del  ricevimento  fatto, 
come  la  Repubblica  artigiana  soleva  e  i  Medici  favori- 
vano, con  principesca  magnificenza  a  Eleonora  d'Aragona 
figliuola  del  Re  di  Napoli,  la  quale  andava  sposa  ad  Er- 
cole d'  Este,  duca  di  Ferrara  e  di  Modena. 1  Entrata  in 
Firenze  il  22  giugno,  ella  trovava  nel  suo  massimo  sfog- 
gio la  mostra  che  delle  proprie  ricchezze  avevano  appa- 
recchiata le  botteghe  dei  mercatanti;  assistè  alla  proces- 
sione delle  Compagnie  co' fanciulli  vestiti  di  bianco  in 
forma  di  «  agnoletti  »  ;  vide  i  «  difìcì  »  o  macchine  fan- 
tasmagoriche, che  in  sulla  Piazza  della  Signoria  rappre- 
sentavano Storie  dell'Antico  Testamento  e  del  Nuovo; 
vide  T  offerta  che  al  tempio  del  Santo  Patrono  portavano 
la  Signoria  e  gli  altri  magistrati  del  Comune  e  delle  Arti, 
le  Compagnie  del  Popolo  coi  gonfaloni,  Parte  Guelfa,  e 
poi  i  Signori  e  Comuni  sottoposti  o  raccomandati,  recanti 
palii,  ossia  drappi,  di  gran  pregio  e  bellezza  e  grandi 
ceri  istoriati  e  fioriti;  e  con  Polivo  in  mano  l'offerta 
de' prigioni  e  de' condannati  (quella  a  cui  Dante  non  si 
sottomesse);  e  finalmente,  nel  pomeriggio  del  dì  24,  i 
barberi,  già  prima  offerti  ancor  essi,  che  correvano  il 
palio  di  San  Giovanni,  un  palio  ricchissimo  di  broccato 
d'oro,  dal  Prato  su  per  la  Vigna  pel  Mercato  e  pel  Corso 


176 


NEL  RINASCIMENTO 


verso  Porta  alla  Croce,  tal  quale  noi  che  non  siam  più 
giovani  possiamo  ricordarci  d' aver  veduto.  Ma  nessun  di 
noi  potrebbe  da' ricordi  suoi  giovanili  evocare  ciò  che  nel 
1473  fu  dato  a  godere,,  in  quelle  feste,  a  madonna  Eleo- 
nora: un  ballo  là,  su  que' prati  donde  i  barberi  pigliavano 
le  mosse,  un  ballo  alla  dolce  aria  profumata  de' giardini 
e  delle  loggie,  in  uno  de' palagi,  quello  de' Lenzi,  dov'è 
oggi  la  Galleria  Pisani,  che  fronteggiavano  coteste  estreme 
parti  della  città,  la  Vaga  Loggia,  verdeggianti  lungo  le 
rive  dell'Arno.  Tacciono  di  quel  ballo  i  diari:  sulle  cui 
aride  pagine,  a  ogni  modo,  voi  cerchereste  inutilmente, 
Signore  gentili,  descriversi  dal  giornalista  di  quattro  se- 
coli fa  gli  abbigliamenti  delle  vostre  antenate;  e  sotto 
quali  colori  d'abito  e  con  qual  dottrina  di  linee,  presen- 
tassero esse  al  desiderio  de'  loro  innamorati  quelle  bel- 
lezze, che  all'ammirazione  nostra  sopravvivono  nelle  ta- 
vole del  Botticelli  e  negli  affreschi  del  Ghirlandaio.  Un 
ballo  fiorentino  de' tempi  del  Rinascimento;  non  domi- 
nato e  quasi  sopraffatto  dallo  scintillio  de' doppieri,  ma 
lumeggiato  soavemente  dal  sole  che  di  là  dal  Pignone 
tramonta;  ne  turbinato  fra  le  vorticose  battute  orchestrali, 
ma  sposato,  sulle  corde  flebilmente  amorose  del  liuto  e 
della  viuola,  alle  gentili  baldanze  ottonarie  della  Canzo- 
netta che  appunto  dal  Ballo  s'intitola;  meritava  cronista 
un  poeta.  Permettetemi  eh'  io  vi  traduca  dal  latino  di 
Angelo  Poliziano  quel  Corriere  del  mondo  elegante  d'al- 
lora: distici  levigatissimi,  dove  le  realtà  della  vita  s'in- 
trecciano con  le  concezioni  dell'  arte,  il  vero  col  fanta- 
stico, il  fiorentino  il  cristiano  con  la  classica  paganità; 
circola  l'aria  che  respiravano  i  letterati  nella  Firenze  del 
magnifico  Lorenzo.  2 

«  Apollo  con  la  rosea  faccia  ha  menato  il  giorno  che 
«riconduce  la  festa  del  selvaggio  Batista  San  Giovanni; 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


177 


«  quando  alla  città  che  fu  colonia  di  Siila  ferma  le  can- 
«  dide  vestigia,  per  riposarsi  dal  lungo  cammino,  la  figlia 
«  del  Re,  che,  lasciata  la  città  delle  Sirene,  va  sposa 
«  ad  Ercole.  Festeggiano  a  gara  il  suo  arrivo  fanciulli, 
«  giovani  e  vecchi,  e  le  matrone  e  splendide  di  fresca 
«  bellezza  le  spose  :  tutta  la  città  si  anima,  d'  ognidove 
«  rumoreggia  1'  allegria.  V  è  una  strada  che  i  Sillani  »  (i 
Fiorentini,  parafrasati  in  latino)  «  chiamano  Pantagia,  » 
(Borgognissanti,  ribattezzato  in  greco)  «  dove  sorge  splen- 
«  dido  un  tempio  dedicato  a  tutti  i  celesti.  Colà  s' inalza 
«  superbo  il  palagio  de'  Lenzi  :  ivi  presso  ride  la  verde 
«  distesa  de'  prati,  e  de'  colori  primaverili  si  dipinge  fiorito 
«  il  terreno.  Quivi,  mentre  i  corsieri  scalpitanti  aspettano, 
«  in  sulle  mosse,  il  canoro  segnale  della  tromba  Tirrena, 
«  la  regal  fanciulla  si  abbandona  ai  sollazzi  delicati  della 
«  danza;  ed  ecco  atteggiarsi  le  gentili  donne  al  tempo 
«  misurato  e  all'  intreccio  de'  balli.  Innanzi  alle  altre  ninfe 
«  risplende  Albiera  bellissima,  e  di  sua  bellezza  sparge  a 
«  sè  dintorno  il  tremulo  splendore.  Mossi  dal  vento  dif- 
«  fondonsi  i  capelli  sulle  candide  spalle,  i  neri  occhi  rag- 
«  giano  di  luce  soave  :  pare,  fra  le  sue  compagne,  la 
«  stella  del  mattino,  il  cui  rossore  purpureo  vince  gli  astri 
«  minori.  Giovani  e  vecchi  ammirano  Albiera  :  sarebbe  di 
«  ferro  chi  non  si  commovesse  a  quella  verginale  bel- 
«  lezza:  lietamente,  plaudendo,  col  cenno,  con  gli  sguardi, 
«  con  la  voce,  tutti  lodano  Albiera.  » 

Albiera  di  Maso  degli  Albizzi  era  una  giovinetta  fra 
i  quindici  e  i  sedici  anni,  fidanzata  a  Gismondo  della 
Stufa.  S'ammalò,  subito  dopo  quel  ballo,  e  in  capo  a  po- 
chi giorni  morì.  «  Ahi  povera  Albiera  !  »  sentite  ancora 
il  suo  poeta  :  «  così  giovinetta,  rubata  ai  genitori,  allo 
«  sposo  1  Va'  ora,  e  confida  nelle  umane  fortune  !  Ecco 
«  disfatte  da  morte  crudele,  o  Albiera,  le  tue  bellezze  : 


Del  Lu^go 


12 


178 


NEL  RINASCI  MENTO 


«  disfatto  il  tuo  viso  di  gigli  e  rose  ;  i  tuoi  occhi  gioiali, 
«  dove  Amore  accendeva  le  sue  fiaccole  ;  i  capelli,  che  o 
«  scioglievi  abbondanti,  e  parevi  Diana  cacciatrice,  o  rac- 
«  coglievi  in  diadema  d'oro,  ed  era  l'acconciatura  di  Ci- 
«  terea  :  gli  Amorini,  le  carezzevoli  Grazie,  ti  facevano 
«  bella,  senza  che  tu  il  sapessi  :  ogni  virtù  ti  adornava, 
«  modestia  e  serietà  di  contegno,  senno,  pudore,  lealtà, 
«  gioialità,  bel  costume,  bel  tratto,  schiettezza  :  tutto  ormai 
«  divenuto  un  pugno  di  cenere  !  » 

In  altre  parti  della  elegia  lunghissima  è  mitologizzata 
la  malattia  e  la  mo^te  d'Albiera.  La  sua  bellezza  ha  at- 
tirato il  bieco  sguardo  di  Nemesi,  la  dea  che  con  miste- 
riosi decreti  governa  le  umane  vicende.  Ritirasi  la  gio- 
vinetta alle  sue  case,  finito  il  ballo,  in  sull'  annottare  ; 
nell'ora,  o  Signore,  nella  quale  a  voi,  pe'  balli  vostri,  co- 
minciano appena  le  operazioni  della  toeletta.  E  coricata 
ch'ella  è,  si  appressa  al  suo  letto  la  Febbre,  nume  orri- 
bile, del  quale  e  del  suo  corteggio  vi  risparmio  la  descri- 
zione, e  che  Nemesi  ha  sospinto  verso  quella  povera  casa. 
I  genitori,  i  fratelli,  lo  sposo,  pendono  per  dieci  giorni 
ansiosi  dal  viso  dell'  inferma,  pallido  e  trasfigurito.  Ella 
dà  gli  estremi  addii  a  que'  suoi  cari  e  alla  vita,  che,  in- 
cominciatale appena,  sente  sf  uggirle  ;  e  muore  fra  il  pianto 
disperato  della  sua  casa.  Il  lutto  e  la  pietà  de'  cittadini 
circondano  il  corpo  inanimato.  La  morte  ha  ricomposto 
il  suo  volto  a  pace  soave  :  pare  che  dorma.  La  «  ninfa  », 
vittima  della  dea  Nemesi  e  della  dea  Febbre,  ha  esequie 
cristiane  ;  e  il  distico  ovidiano  di  messer  Angelo  colorisce 
anche  quelle.  Ecco  il  trasporto  ;  ecco  con  la  nera  coltre 
la  bara:  ella  distesavi  su,  coi  capelli  recisi,  e  in  capo 
una  umile  ghirlanda.  Le  salmeggiano  intorno  i  preti;  le 
campane  suonano  a  morto  :  segue,  in  veste  di  lutto,  la 
cittadinanza;  fra  quella,  lo  sposo,  che  tutti  si  mostrano  a 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


179 


dito,  compassionando.  La  chiesa  di  San  Pier  Maggiore 
arde  di  ceri,  è  profumata  d' incensi  :  si  fa  l'assoluzione  e 
la  benedizione  :  e  le  tombe  degli  Albizzi,  in  quella  stessa 
chiesa,  si  aprono  a  ricevere  la  giovine  fidanzata;  forse, 
come  si  soleva,  in  abito  di  monacella  :  il  che  non  dice  il 
Poeta  ;  ma  que'  capelli  tagliati  ce  ne  danno,  a  mio  av- 
viso, argomento  più  che  probabile. 

La  musa  latina  dell'umanismo  fiorentino  consacrò, 
non  con  la  sola  elegia  e  con  altri  minori  epicedi  del 
Poliziano,  3  il  nome  d' Albiera  :  elegiaci  e  ricordanze 
su  quella  morte  e  quei  funerali  abbondano,  4  in  copia 
anche  maggiore  che  pei  funerali  della  bella  Simonetta, 
morta  soli  due  anni  dopo  la  fanciulla  degli  Albizzi. 
Ma  alla  Simonetta  Cattaneo,  genovese,  venuta  nel  69 
sedicenne  sposa  in  Firenze  a  Marco  Vespucci  pur  sedi- 
cenne, 5  e  mancata  di  mal  sottile  nel  76,  l'arte  dette  anche 
in  altre  forme  gli  onori  dell'apoteosi.  E  mentre  delle  fattezze 
verginali  di  Albiera  non  ci  è  rimasta  testimonianza  (salvo 
se  qualche  benemerito  investigatore  riuscisse  a  trovare  il 
busto  marmoreo  nel  quale  sappiamo  dal  Poliziano  6  averla 
fatta  rivivere  lo  sposo),  per  la  Simonetta,  invece,  si  è 
impacciati  a  scegliere  fra  più  d'  uno  il  ritratto  vero  :  o 
vuoi  quello  che  è  nella  Galleria  de'  Pitti,  attribuito  a 
Sandro  Botticelli,  eli  una  bionda  delicata,  dal  collo  assai 
lungo,  dal  viso  intento  e  gentilmente  pensoso,  in  accon- 
ciatura modesta  e  casalinga,  da  riferirsi  piuttosto  a  un 
mezzo  secolo  innanzi  ;  —  o  vuoi  l'altro,  sotto  il  quale  è  stato 
apposto  il  nome  di  lei  («  Simonetta  Ianuensis  Vespuccia  »), 
e  che  si  conserva  in  Francia  nella  galleria  di  Chantilly, 
creduto  del  Poliamolo  o  di  Piero  eli  Cosimo,  ed  è  essa 
pure  una  figurina  delicata  e  gentile,  ma  di  gaia  e  vivace 
bellezza,  nudi  il  collo  (anche  di  questa  assai  lungo)  e  il 
seno  e  le  spalle,  i  capelli  tirati  all'  indietro  e  avvolti  in 


180 


NEL  RINASCIMENTO 


giri  artificiosi  con  grande  intrecciamento  di  perle  e  pietre, 
e  pendente  sul  petto  un  monile  intorno  al  quale  si  rigira 
un  aspide;  —  o  invece  uno,  di  tutt'altra  conformazione  ed 
espressione,  figura  massiccia  e  baldanzosa,  che  nel  Museo 
di  Berlino  vorrebbe  pur  essere  «  la  bella  Simonetta  »  del 
Botticelli;  —  o  che  dovessimo  ravvisarla  in  una  delle  figure 
allegoriche  di  quella  misteriosa  Primavera,  guidati  da 
certi  singolari  riscontri  che  la  composizione  del  fantasioso 
maestro  offre  con  le  Stanze  del  Poliziano,  dove  è  ritratta 
e  designata  per  nome  (pur  nell'  atto  di  trasfigurarla  in 
Ninfa  delle  più  autentiche),  e  poeteggiata,  con  buona  pace 
del  marito  Vespucci,  come  innamoratrice  di  Giuliano  de' 
Medici,  appunto  la  Simonetta  Cattaneo;  —  o  che  infine,  co- 
me par  più  probabile,  la  poetica  coppia  si  sia  trafugata  nel- 
l'altro botticelliano,  mal  denominato  «  Venere  e  Marte  », 
della  Galleria  di  Londra,  la  cui  figura  femminile  ricorda 
un'  altra  bella  «  ignota  »,  del  Museo  di  Francoforte,  che 
sarebbe  ancor  essa,  pur  di  mano  di  Sandro,  la  Simo- 
netta. 7  Or  qualunque  di  queste  femminili  figurazioni  si 
fosse  la  giovane  sposa,  certamente  bellissima,  che  nel- 
l'aprile del  76  moriva,  basti  a  noi,  pur  lasciando  d'altri 
suoi  celebratori  in  latino  e  questa  volta  anche  in  vol- 
gare, 8  che  il  Poliziano  facesse  di  lei  la  mitologica  eroina 
delle  sue  Stanze  ;9  che  per  la  morte  sua  scrivesse  pure 
epigrammi  funebri,  d'  alcuno  de'  quali  il  magnifico  Giu- 
liano de'  Medici,  il  bel  «  Iulio  »  delle  Stanze,  proponeva 
il  concetto  ; 10  e  che  Lorenzo,  a  sua  volta  (il  che  mostra 
del  tutto  ideale  e  poetico  il  culto  dei  due  fratelli  alle 
bellezze  della  Vespucci),  tragga,  o  finga  d'aver  tratto,  dalla 
morte  di  lei  il  motivo  a  platonizzare  poeticamente  sul- 
l'anima ritornata  alle  stelle. 11  Lorenzo  era  a  Pisa,  e  dai 
Vespucci  medesimi  riceveva  di  giorno  in  giorno  le  dolo- 
rose notizie. 12  Morta,  un  suo  familiare  gli  scriveva  : 13  «  La 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTA 


181 


«  benedetta  anima  della  Simonetta  se  ne  andò  a  paradiso 
«  come  avrete  inteso.  Puossi  ben  dire,  che  sia  stato  il 
«  secondo  Trionfo  della  Morte  :  che  veramente,  avendola 
«  voi  vista  così  morta  come  la  era,  non  vi  saria  parsa 
«  manco  bella  e  vezzosa  che  si  fosse  in  vita.  Requiescat 
«  in  pace.  »  E  Lorenzo,  essendo  (così  ci  racconta)  una 
serena  nottata  primaverile,  e  andando  con  un  amico  a 
diporto,  e  parlando  di  quella  morta,  si  affisa  a  un  tratto 
in  una  stella  che  mai  non  gli  par  d'avere  veduta  così 
lucente,  e  «  L'anima  di  quella  gentilissima  »  esclama  «  o 
«  è  trasformata  in  questa  nuova  stella,  o  si  è  congiunta 
«  con  essa  »  ;  e  un'  altra  volta,  pure  in  cotesta  primavera, 
passeggiando  per  una  delle  sue  splendide  ville,  osserva  il 
girasole,  anzi  Clizia,  l'antica  innamorata  del  Sole,  «  la  sera 
«  restar  col  viso  volto  verso  l'orizzonte  occidentale,  che  è 
«  quello  che  le  ha  tolto  la  visione  del  sole,  insino  che  la 
«  mattina  il  sole  la  rivolge  all'oriente  »  ;  e  ci  vede  una  im- 
magine del  nostro  destino  quando  perdiamo  chi  si  ama, 
che  è  di  rimanere  «  col  pensiero  rivolto  all'ultima  impres- 
sione »  della  «  visione  »  perduta;  ma  l'orizzonte  nostro  oc- 
cidentale, donde  il  tramonto  non  ha  ritorno,  è  la  morte. 

È,  del  resto,  notabile  come  in  que'  tempi  che  tante 
erano,  e  cosi  vigorosamente  svolte,  e  così  spesso  violente, 
le  energie  della  vita,  la  morte  circondasse  di  tanta  poesia, 
sebbene  caricata  di  tanta  oziosa  mitolo  già,  a  gli  occhi  e 
al  cuore  di  cotesti  uomini  V  ideale  femminile  :  notabile 
come  quei  travestimenti  di  donne  viventi  in  ninfe  postic- 
cie, pe'  quali  P  imitazione  artistica  del  vero  perdeva  mise- 
ramente tanto  tesoro  di  realtà,  si  arrestassero,  cotesti  tra- 
vestimenti, o  s' impacciassero  dinanzi  alla  santità  delle 
tombe  ;  quando,  secondo  la  figurazione  polizianesca  della 
morte  della  Simonetta, 11  l'amante,  o  il  poeta, 

vedea  sua  ninfa,  in  trista  nube  avvolta, 
dagli  occhi  crudelmente  essergli  tolta. 


182 


NEL  RINASCIMENTO 


In  uno  degli  epigrammi  funebri  di  messer  Angelo  perla 
Simonetta,  e  proprio  in  quello  a  cui  dette  il  concetto 
Giuliano  de'  Medici,15  «  tranquilla  in  sul  punto  di  morte, 
«  si  volge,  la  ninfa,  a  Dio,  in  lui  confidando  »  ;  curiosa 
ninfa,  a  dir  vero,  che  si  raccomanda  l'anima:  come  sin- 
goiar mortorio,  altresì,  quello  che  portava  verso  la  chiesa 
d'Ognissanti,  alla  cappella  de'  Vespucci,  la  Simonetta,  se 
intanto,  strada  facendo,  Amore,  proprio  il  figliuolo  di  Ve- 
nere piovuto  non  si  sa  come  in  quell'accompagnamento, 
saettava  tuttavia,  standocene  a  un  altro  di  cotesti  epi- 
grammi, 16  saettava  da'  chiusi  occhi  di  lei  pur  col  ricordo 
del  loro  splendore. 

Meglio  ispirato  il  Poeta  mediceo  faceva  da  un'  altra 
tomba  di  sposa  ventenne  (cominciammo  da  un  ballo,  o 
Signore,  e  ci  siam  persi  fra  le  tombe  ;  ma  il  geniale  argo- 
mento, ancoraché  caduto,  come  vedete,  nelle  mani  d'  un 
conversamorti,  ci  ricondurrà,  vi  prometto,  alle  gioie  e  ai 
travagli  della  vita),  da  un'  altra  tomba  di  giovine  sposa 
minor  sorella  dell'Albiera,  e  ancor  essa  bellissima,  Gio- 
vanna degli  Albizzi  moglie  a  Lorenzo  Tornabuoni,  morta 
nel  dare  alla  luce  il  secondo  figliuolo,  faceva  il  Poliziano 
uscire  la  voce  di  lei,  cosi  :  17  «  Gentilezza  di  sangue,  bel- 
«  lezza,  un  figliuolo,  ricchezze,  amor  coniugale,  ingegno, 
«  costume,  animo,  mi  facevan  felice:  felicità,  che  la  Parca 
«  perfida,  a  viepiù  inacerbirmi  la  morte,  mi  addimostrò 
«  piuttosto  che  darmi.  »  Ma  buona  e  pietosa  forse  pos- 
siamo noi  oggi  dire  la  Parca,  che  risparmiò  a  Giovanna 
di  vedere  soli  nov'anni  appresso,  nel  97,  ne'  tempi  del  Ter- 
rore Piagnone,  decapitato  a  ventinove  anni  il  suo  Lorenzo 
come  cospiratore  mediceo. 18  Memorie  d' infinita  pietà  a 
chi  guardi,  sulle  medaglie  coniate  in  onore  di  lei,  le  sue 
forme  gentili,  e  ne'  rovesci  simboleggiate  le  sue  virtù,  o 
con  le  tre  Grazie,  scrittovi  intorno  Castità  Bellezza  Amore, 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


183 


o  con  la  figura  virgiliana  della  ninfa  cacciatrice  ; 19  a  chi 
nella  cappella  che  fu  de'  Tornabuoni,  in  Santa  Maria  No- 
vella, la  riconosce,  nei  meravigliosi  affreschi  di  Domenico 
Ghirlandaio,  in  quella  bionda  giovanissima  gentildonna, 
che  riccamente  vestita  di  broccato  d'oro  campeggia  nella 
storia  della  Visitazione  ;  23  a  chi  potesse  pur  di  Giovanna 
rivedere  un  altro  ritratto,  della  stessa  mano  del  Ghirlan- 
daio, che  col  nome  della  madonna  Laura  petrarchesca  da 
un  palagio  fiorentino  trasmigrò  ad  altri  lidi  ;  21  o  a  chi 
rimpianga  certi  preziosi  affreschi,  che  in  una  villa  subur- 
bana del  pian  di  Mugnone  tornarono,  pochi  anni  or  sono, 
alla  luce,  solamente  per  esser  divelti  e  travalicati  e  (sento 
dire)  sciupati  oltralpe.  22  Quanta  gentilezza  del  Rinasci- 
mento fiorentino  dovette  accogliersi  fra  le  pareti  di  quella 
villa  che  nei  Tornabuoni  rimase  dal  1469  al  1541,  e  fu 
dunque  villa  di  Giovanni  Tornabuoni,  quando  questi  e  in 
Firenze  e  in  Roma,  quasi  ambedue  egualmente  medicee, 
era  forse  il  principale  agente  della  fortuna  sì  mercantile 
e  sì  politica  della  poderosa  famiglia  ;  quando  ei  faceva 
nel  1490  scoprire  quella  magnifica  sua  cappella,  e  ci  fa- 
ceva scrivere  dal  Poliziano  la  data,  «  anno  1490,  nel  quale 
«  la  città  bellissima,  nobile  per  ricchezze,  vittorie,  arti, 
«  edifici,  godeva  di  abbondanza,  di  salute,  di  pace  »;23 
quando  nel  giugno  dell'  86  le  nozze  del  suo  Lorenzo  con 
la  bella  Giovanna,  da  Lorenzo  stesso  dei  Medici  conci- 
liate, erano  festa  non  pur  domestica  ma  cittadina.  24  Ve- 
niva la  sposa  a  Santa  Maria  del  Fiore,  in  mezzo  a  un 
corteo  di  cento  fanciulle  delle  maggiori  famiglie,  e  di  quin- 
dici giovinetti  vestiti  d'  un'  assisa  :  assistevano  al  darsi 
l'anello  cavalieri  così  cittadini  come  di  fuori,  e  un  amba- 
sciatore di  Spagna  al  Pontefice.  Un  Guicciardini  e  un  Ca- 
stellani accompagnavano  la  sposa  alle  case  de' Tornabuoni, 
presso  alle  quali  la  piazza  di  San  Michele  Berteldi  (oggi 


184 


NEL  RINASCIMENTO 


piazza  San  Gaetano)  era  «  messa  a  palco  »  per  uso  di 
festeggiamento  e  di  ballo  :  e  di  là  tornati  gli  sposi  alle 
case  degli  Albizzi,  s'imbandiva  suntuosamente  la  cena, 
essendo  messo  il  terreno  del  palagio  egualmente  a  palco 
pel  ballo,  che  a  lume  di  doppieri  si  alternava,  durante 
l'intera  notte,  co'  virili  giuochi  d'una  sfarzosa  armeggeria. 
Più  riposate  dolcezze  offriva  ai  giovani  sposi  la  villa.  Qui 
viene  ad  essi  il  Poliziano,  tenerissimo  del  giovine  Lorenzo 
fin  quasi  a  ieri  suo  valente  discepolo  ;  il  Poliziano  25  che 
con  affetto  quasi  paterno  si  compiace  d'ogni  suo  trionfo, 
così  nelle  lettere  classiche,  specialmente  greche  (delle 
quali  spera  che  toccherà  presto  la  cima)  ;  come  nel  poetar 
volgare,  magari  anche  all'  improvviso  ;  come  nelle  giostre 
della  piazza  di  Santa  Croce  :  viene  1*  umanista  dottissimo 
a  intertenersi  de'  cari  studi,  a  leggere  que'  suoi  stupendi 
poemetti  latini  le  Selve,  una  delle  quali  V Ambra,  d'argo- 
mento omerico  insieme  e  mediceo,  è  dovuta  a  te  (scrive 
dedicandogliela)  per  V  un  titolo  e  l'altro  :  viene  a  esami- 
nare e  interpretare  le  antiche  medaglie,  della  cui  raccolta 
in  casa  Medici  il  numismatico  erudito  e  diligente  è  ap- 
punto Lorenzo  Tornabuoni  :  al  quale,  e  al  maestro  suo,  chi 
dubiterebbe  (certi  di  ciò)  d'attribuire,  con  altre,  le  meda- 
glie fatte  eseguire  in  onore  della  sposa  diletta?  Ma  il  vec- 
chio Tornabuoni,  che  guarda  con  occhio  d'immenso  affetto 
que'  giovani  capi,  ahimè  destinati  sì  da  presso  alla  morte, 
non  pago  ohe  il  Ghirlandaio  li  ritragga  nelle  mirabili  storie 
della  cappella,  in  un'altra  di  quelle  meraviglie  dell'arte 
li  vuole,  sulle  mura  di  quella  stessa  sua  villa,  per  mano 
del  Botticelli,  consacrati  alla  ricordanza  de'  secoli.  «  Di- 
pignetemi,  o  maestro,  questa  sala  a  buon  fresco  ;  e  il  Poli- 
ziano nostro,  qui,  darà,  come  suole,  il  concetto  d'alcuna 
di  quelle  esquisite  allegorie  nelle  quali  sì  fieramente  vi 
compiacete  ».  E  il  Botticelli,  in  due  storie  sulla  medesima 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


185 


parete  della  sala,  come  sulla  medesima  parete  della  cap- 
pella in  due  separate  storie  il  Ghirlandaio,  ritraeva  i  gio- 
vani sposi.  Neil'  una,  il  cui  fondo  è  una  selva  assai  folta, 
—  che  ricorda  quello  dell'altra  allegoria  di  Sandro  polizia- 
nesca,  la  Primavera,  —  Lorenzo  Tornabuoni,  vestito  del- 
l'abito civile  fiorentino,  con  la  folta  e  morbida  capigliatura 
distesa,  si  avanza,  condotto  per  mano  da  una  donna  di  mo- 
desto e  gentil  portamento,  verso  un  circolo  di  altre  sette 
donne,  acconciate  (come  anche  V  introduttrice)  fantastica- 
mente, e  che  pe'  vari  emblemi  di  che  ciascuna  d'esse  è 
fornita,  simboleggiano  certamente  le  sette  Arti  liberali  ; 
delle  quali  quella  che  alle  altre  sovrasta  e  par  che  pre- 
segga, fa  a  lui  cenno  di  accoglienza  amorevole.  Nell'altra 
storia,  Giovanna,  cara  figura  delle  più  vivamente  lumeg- 
giate di  verità  bella  che  siano  uscite  da  pennello  di  quat- 
trocentista, con  un  viso  che  dice  davvero  quelle  virtù  che 
leggemmo  scritte  sul  suo  sepolcro,  atteggiata  a  sempli- 
cità affabile  e  graziosa,  porge  con  ambe  le  mani  e  le 
braccia  protese  un  pannolino  spiegato,  nel  quale  quattro 
gentili  giovinette,  che  si  avvicinano  a  lei,  sono  per  de- 
porre fiori.  E  anche  questa  volta,  vestita  del  costume  fio- 
rentino del  tempo  la  persona  della  sposa  ;  ma  a  fantasia 
le  quattro  che  probabilmente  son  figurate  per  virtù  pro- 
prie di  lei.  Ai  piedi  respettivamente  sì  dello  sposo  e  si 
della  sposa,  un  bambino,  che  regge  uno  stemma  :  soave 
augurio  nuziale  all'avvenire  della  famiglia. 

IL 

In  tali  imagini  il  sentimento  e  l'arte,  che  da  questo 
s'informa,  effigiavano,  mentre  fioriva  l'umanismo  mediceo, 
la  donna.  Alla  quale,  nelle  realtà  della  vita  e  dell'esser 
suo,  sola,  io  credo,  di  tali  omaggi  era  accessibile  e  gustata 


186 


NEL  RINASCIMENTO 


e  compresa  quella  parte  che  prendeva  consistenza  in  figure 
consacrate  dalla  religione,  sotto  le  volte  maestose  delle 
chiese  d'Arnolfo  e  di  Brunellesco,  piovente  la  luce  miste- 
riosa, per  le  grandi  bifore  da'  vetri  colorati  in  istorie,  sugli 
affreschi  e  le  tavole  di  Masaccio  e  di  Benozzo,  de'  Lippi 
e  de'  Ghirlandai,  d'Alessio  Baldovinetti  e  di  Piero  di  Co- 
simo, sui  marmi  e  sui  bronzi  di  Mino,  di  Donatello,  del 
Ghiberti,  del  Verrocchio,  del  Poliamolo.  Da  quelle  figure, 
genuflesse  alla  preghiera,  o  nel  sonno  della  morte  diste- 
se, o  atteggiate  vive  all'  azione  delle  leggende  evange- 
liche, sollevavansi  le  pie  e  gagliarde  anime  femminili  a 
ciò  che  nel  tempo  è  di  qua  e  di  là  dal  momento  che  si 
vive;  congiungevansi  i  ricordi,  gli  affetti,  le  glorie  umane 
della  famiglia,  con  le  speranze  immortali.  E  questa  poesia, 
sentita  nel  cuore,  sapeva  anche  trovar  forma  nella  parola, 
la  forma  paesana  e  casalinga  della  Lauda  e  della  sacra 
Rappresentazione,  per  opera  di  Antonia  Pulci  e  di  Lucrezia 
Tornabuoni  ne'  Medici.  L'Antonia,  nata  dei  Giannotti,  mo- 
glie e  cognata  di  poeti, 26  in  famiglia  che  tutti  erano  cosa 
de'  Medici,  potè  con  madonna  Lucrezia  madre  del  magni- 
fico Lorenzo  conferire  le  sue  ascetiche  ispirazioni  nell'atto 
di  fermarle  in  quello  stampo  fra  drammatico  ed  epico,  pel 
quale  la  Rappresentazione  ha  corrisposto  con  tanta  pie- 
nezza all'  istinto  plastico  della  fantasia  popolare  ;  e  ma- 
donna Lucrezia,  fra  un  canto  e  l'altro  che  Luigi  Pulci  le 
recitasse  del  suo  Morgante,  e  altresì  fra  l'una  e  l'altra 
delle  provvide  cure  per  le  quali  casa  Medici  le  dovè  tanto, 
scriveva  senza  prevenzione  di  letterata  le  religiose  canzo- 
nette pe'  Laudesi,  o  riduceva  in  ottave  o  in  ternari  le 
istorie  bibliche,  delle  quali  poi  facevan  delizia  negli  ozi  fìe- 
solani  e  di  Careggi  i  suoi  nipotini,  w 

Gentili  donne  non  letterate,  nello  stretto  senso  profes- 
sionale e  (con  vostra  buona  grazia,  e  senza  che  troppo 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


187 


debba  rincrescervene)  non  femminile,  della  parola  ;  le 
quali  serbando  nette  d'erudizione  le  mani  delicate,  coglie- 
vano dall'arte  il  fior  dell'  affetto,  e  pur  conversando  coi 
dotti  umanisti  e  coi  barbassori  che  la  caduta  di  Costan- 
tinopoli aveva  addotto  fra  noi,  si  stavano  col  popolo  nel 
vestire,  delle  forme  che  egli  intende  e  crea,  il  pensiero 
e  l'affetto  ;  dalla  realtà,  quale  il  popolo  per  linea  diritta 
la  vede,  cavar  fuori  e  animare  il  fantasma.  Le  giovinette 
istituite  nel  latino  e  nel  greco,  non  era  difficile  trovarle 
nelle  case  principesche  o  signorili  di  Lombardia  e  di 
Romagna  :  era  una,  fra  le  altre,  delle  splendidezze  corti- 
giane di  quelle  regioni.  28  Una  addirittura  «  meraviglia 
«  di  donna  »  umanista,  la  trovò  il  Poliziano  a  Venezia  : 
Cassandra  Fedele  ;  e  la  salutò  entusiasticamente  col  vir- 
giliano, O  decus  Italiae  virgo  !  29  Ma  i  grandi  cittadini 
della  nostra  Firenze,  anche  della  oligarchia  più  elevata, 
e  molto  più  i  Medici  che  a  combattere  quell'  oligarchia, 
e  sulle  ambizioni  di  lei  insediare  la  propria,  usavano 
artifizi  democratici,  rimasero  (dico  gli  Albizzi,  i  Ricci, 
gli  Strozzi,  i  Rucellai,  ed  essi  i  Medici),  anche  attraverso 
agli  splendori  dell'umanismo,  principalmente  e  visibil- 
mente mercanti:  e  la  donna,  nelle  loro  case,  fu  pur  sempre 
e  soprattutto  la  donna  di  grandi  mercatanti,  donna  mas- 
saia, avvisata,  e  più  che  della  libreria  e  del  medagliere 
curatrice  dell'azienda  domestica,  o,  se  volete  anco,  della 
credenza,  del  celliere  (coirTallora  dicevasi),  della  colom- 
baia, del  pollaio. 

Una  letterata,  anzi  letteratissima  (che  però  non  ha 
lasciato  libri),  ebbe  Firenze  in  quel  secolo,  ma  non  da 
alcuna  delle  grandi  famiglie,  sibbene  nella  figliuola  d'un 
Cancelliere  della  Repubblica,  venuto,  come  tanti  altri,  dal 
contado  alla  città,  e  qui  arricchitosi  e  fatta  fortuna.  Ella 
fu  la  bella  Alessandra  di  messer  Bartolommeo  Scala  : 30 


188 


NEL  RINASCIMENTO 


alla  quale  due  di  quei  barbassori  greci,  il  Lascari  e  il 
Calcondila,  furon  maestri  ;  un  altro,  venuto  in  Italia  uma- 
nista e  soldato,  Michele  Tarcaniota  Marnilo,  fu  suo  marito; 
e  spasimato  di  lei  il  Poliziano  (nonostante  tutti  i  cano- 
nicati e  priorati  e  pievanie,  di  cui  poco  degnamente  lo 
rincalzavano  i  Medici;  e  nonostante,  altresì,  il  suo  collo 
torto  e  l'occhio  losco  e  il  naso  sformato  e  gli  anni  ormai 
quasi  quaranta),  spasimato  di  lei,  e  per  cagion  di  lei 
nemico  feroce  e  con  terribili  giambi  laceratore  del  marito 
e  del  padre. 31  Non  vi  meraviglierete  che  una  passione 
amorosa  fra  persone  di  questo  calibro  si  sfoghi  in  greco. 
Si  rappresenta  nientemeno  che  una  tragedia  di  Sofocle, 
V Elettra  :  protagonista,  Alessandra  Scala  ;  cronista  tea- 
trale, con  tutti  addosso  gli  entusiasmi  d'una  passione, 
ahimè,  non  corrisposta,  il  povero  Poliziano  in  sei  distici 
di  squisita  fattura,  che  vi  traduco  liberamente  :  «  Una 
«  mirabile  Elettra,  la  giovinetta  Alessandra  :  mirabile  nel 
«  pronunziare,  essa  italiana,  la  lingua  d'Atene,  nella  into- 
«  nazione  vera  della  voce,  nel  curare  l'artifìcio  della  scena, 
«  nel  ritrarre  fedelmente  il  carattere,  regolare  lo  sguardo, 
«  il  gesto,  il  movimento  ;  nel  conservare  al  linguaggio 
«  della  passione  il  decoro,  nel  suscitare  col  volto  in  la- 
«  crime  la  pietà  degli  spettatori.  Tutti  ne  fummo  per- 
«  cossi  ;  ma  oh  che  invidia  sentii  io  nel  cuore,  quand'ella, 
«  stringendo  al  seno  Oreste,  gli  dice,  —  T'ho  io  fra  le 
«  braccia?  —  ed  egli,  —  Oh  così  tu  m'abbia  sempre!  » 
Un  passo  ancora,  ossia  un  altro  epigramma  greco,  e  il 
critico  drammatico,  l'ammiratore  entusiasta,  si  scuopre 
amante.  «  Ho  trovata,  ho  trovata,  quella  che  volevo,  che 
«  sempre  cercavo  ;  l'amor  mio  sospirato,  quella  che  ve- 
«  devo  ne'  sogni  :  una  fanciulla  d'  intègra  bellezza,  di 
«  adornezza  non  accattata  ma  naturale  ;  una  fanciulla, 
«  eulta  di  greco  e  di  latino,  eccellente  nella  danza,  eccel- 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


189 


«  lente  nella  musica  ;  de'  cui  pregi,  velati  dalla  modestia, 
«  contendono  a  gara  le  Grazie.  L'ho  trovata:  ma  a  che 
«  prò,  se  appena  una  volta  l'anno  posso  io,  che  di  lei 
«  ardo,  vederla?  »  Ma  l'Alessandra  era  in  grado,  non 
solamente  di  ricevere  omaggi  in  greco,  sì  anco  in  greco 
rispondere  ;  e  rispondeva  così  :  «  Nulla  di  più  bello,  che 
«  la  lode  d'un  valentuomo  :  ed  oh  qual  gloria  a  me  dalla 
«  lode  tua  !  Quanto  ai  tuoi  sogni,  bada,  interpretali  bene  : 
«  tu  non  puoi  aver  trovato  in  me  quanto  dici.  È  sentenza 
«  del  divino  Omero  :  —  Avvicina  un  Dio  i  consimili.  — 
«  Or  troppa  è  fra  te  e  me  la  dissomiglianza.  Imperocché 
«  tu  sei  come  il  Danubio,  che  da  occidente  a  mezzodì,  e 
«  poi  di  nuovo  verso  oriente,  diffonde  largo  corso  di  acque. 
«  Glorioso  filologo,  tu  discacci  le  tenebre  dai  monumenti 
«  di  più  lingue  :  greca,  romana,  ebraica,  etnisca.  Ercole 
«  delP  erudizione  sei  a  gara  chiamato,  per  le  tue  fatiche 
«  intorno  a  testi  di  astronomia,  di  fìsica,  di  aritmetica, 
«  di  poesia,  di  leggi,  di  medicina.  I  miei  scritti  di  fan- 
«  ciulla  son  cosette  leggiere,  come  i  fiori  e  la  rugiada. 
«  Io  accanto  a  te,  perchè  so  un  poco  di  lettere  1  Ma  sarebbe 
«  com'a  dire,  secondo  il  proverbio,  la  zanzara  accanto 
«  all'elefante,  perchè  han  la  proboscide  tutt'e  due  ;  la  gatta 
«  accanto  a  Minerva,  per  via  degli  occhi  cerulei.  »  Che 
ve  ne  pare  ?  Fu  mai  con  maggior  dottrina,  o  con  più  squi- 
sita crudeltà,  rimesso  al  suo  posto  un  adoratore  stagio- 
nato? Non  credete  voi  che  messer  Angelo  abbia  questa 
volta  dovuto  imprecare  alle  similitudini,  alle  perifrasi, 
alle  antonomasie,  e  a  tutto  il  resto  dell'arsenale  retorico  ? 
mandare  al  diavolo  i  proverbi  greci,  e  magari  anche  le 
sentenze  del  divino  Omero?  Persiste  tuttavia,  come  pur 
troppo  avviene  le  più  volte  in  simili  casi  ;  e  persiste,  il 
che  è  assai  meno  frequente,  in  greco  :  «  Tu  mi  mandi,  o 
«  Sandra,  le  pallide  violammammole  :  e  io  nell'amore  di 


190 


NEL  RINASCIMENTO 


«  te  impallidisco  e  mi  struggo.  Fiori  e  foglie,  imagine 
«  gentile  della  tua  primavera;  ma  il  dolce  frutto  io  vorrei  !  » 
Al  che  Alessandra  non  risponde;  anzi:  «  Nè  vederti,  o 
«  Alessandra, mi  è  permesso  più,  nè  ascoltarti:  ma  almeno, 
«  due  versi  di  risposta.  »  E  finalmente  (del  buon  gusto 
poi  di  questa  pensata  lascio  a  Voi,  Signore  e  Signorine, 
il  giudizio):  «  O  giovinetta,  gradisci  per  la  tua  chioma 
«  questo  pettine  d'osso  :  cosi  potessi  io  avere  i  capelli  del 
«  tuo  bel  capo.  »  I  capelli  d'Alessandra  Scala,  come  già 
quelli  dell'Albiera  sul  feretro  che  la  portava  in. San  Pier 
Maggiore,  furono  (questa  credo  non  ve  l'aspettereste)  recisi 
più  tardi  sulle  soglie  di  quello  stesso  convento,  dove,  ri- 
masta vedova  del  suo  greco,  ella  si  fece  monaca  bene- 
dettina, e  vi  morì  giovanissima  nel  1506. 

III. 

Se  non  che  l'arte,  la  poesia,  non  sono  esse  la  poesia 
della  vita:  possono,  della  vita,  adombrare  con  le  loro 
imagini,  o  idealizzare,  la  realtà  ;  ma  quelle  imagini  dalla 
realtà  si  distaccano,  hanno  propria  esistenza,  alla  quale 
la  realtà  rimane  estranea  od  anco  può  contraddire.  Bea- 
trice è  donna  ;  addiviene  angelo,  simbolo,  ente  :  Laura  è 
moglie  e  madre  ;  la  poesia  la  restituisce,  libera,  alle  idea- 
lità dell'amore.  Le  idealità  del  Trecento,  paesane  e  cri- 
stiane, e  umàne  almen  tanta  parte  quanta  è  umano  lo 
spirito,  il  Rinascimento  le  aveva,  sin  dove  potè,  sopraf- 
fatte con  l'umanesimo  della  materia,  con  la  sua  mito- 
logia, co'  suoi  ninfali,  co'  suoi  baccanali,  incominciando 
a  svolgere  dal  dischiuso  gomitolo  dell'antichità  classica 
quel  filo  che,  sottile  ma  tenace,  si  continuò  poi  per  tutta 
la  poesia  italiana,  non  pure  sino  alle  Grazie  d'Ugo  Fo- 
scolo, che  al  rito  delle  sue  Dee  sugli  «  aerei  poggi  di 
Bellosguardo  »  consacrava  sacerdotessa  anche  una  gen- 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


191 


tildonna  fiorentina,  32  ma  sino  all'Urania  del  Manzoni,  che 
precede  gl'Inni  sacri  e  i  Promessi  sposi.  Nella  poesia  del 
Quattrocento,  dal  Boccaccio  al  Poliziano  e  a  Lorenzo,  le 
ninfe  Simonetta  e  Ambra  non  sono  che  due  figure  spic- 
cate dall'  idillio  fìesolano,  nel  quale  messer  Giovanni  ha 
classicizzato  e  paganeggiato,  con  gli  amori  d'Affrico  e  di 
Mensola,  le  origini  di  Firenze.33  Da  Poggio  a  Caiano  per 
Careggi  e  Montughi  fino  a  Settignano  e  Maiano,  lungo 
tutto  questo  nostro  subappennino  gentile,  le  Driadi  e  le 
Amadriadi,  le  Naiadi  e  le  Napee,  con  tutta  quanta  la  fauna 
del  loro  corteo  mascolino,  danzano  allegramente  alla  luce 
misteriosa  de'  pleniluni,  che  pur  si  diffonde  sulla  Badia 
medicea  di  Brunellesco,  e  da'  finestroni  della  vecchia 
cattedrale  di  Fiesole  investe  le  animate  sculture  di  Mino, 
lumeggia  della  cristiana  aureola  la  Vergine  e  i  Santi  di  frate 
Giovanni  Angelico.  Muore  in  una  sua  villa,  forse  a  Quarto, 
una  giovine  gentildonna,  che  a  prezzo  della  propria  salva 
la  vita  al  suo  bimbo  pericolante  nel  crollare  d'una  tettoia 
del  contadino.  E  la  cronaca  cittadina,  compilata  sulla 
cetra  dei  latinisti,  esalta  questa  devozione  di  madre  alla 
sua  creatura,  sapete  come  ?  con  inveire  contro  gli  Dei  Lari 
che  non  hanno  sorretta  quella  tettoia,  contro  le  divinità 
campestri  le  quali  hanno  attratta  in  villa  la  bella  Alba 
(un'altra  Albiera),  che  Venere  avrebbe  dovuto  proteggere  ; 
con  T  imprecare  alle  Parche,  tuttavia  non  senza  consolarsi 
pensando  che  laggiù,  fra  le  ombre  elisie,  Alba,  la  più  bella 
di  tutte,  usurperà  il  regno  a  Proserpina  :  e  tutto  questo 
pur  descrivendo,  e  non  senza  efficacia,  la  madre  presente 
all'eccidio  della  giovine  figliuola,  e  che  ne  perde  i  sensi; 
e  lo  strazio  del  marito,  che,  lontano  da  Firenze,  torna 
quando  la  sua  povera  moglie  è  ormai  sotterra,  e  vuole  a 
forza  alzare  la  pietra  di  quella  sepoltura,  e  che  le  care 
sembianze  siano  restituite  una  suprema  volta  al  suo  di- 


192 


NEL  RINASCIMENTO 


sperato  dolore.  u  La  famosa  brigata  delle  gentili  donne 
fiorentine,  che  fuggendo  i  dolori  e  i  pericoli  della  pesti- 
lenza del  1348  è  dal  gran  novelliere  immaginata  ritrarsi 
in  una  di  quelle  vallette  fiesolane,  ci  perde  i  nomi  con 
che  sono  state  battezzate  in  San  Giovanni,  per  divenire 
Pampinee  o  Neifili,  e  le  loro  fantesche  Misia  Licisca  Stra- 
tilia,  e  Sisisco  il  cuoco,  e  Panfilo  Filostrato  Dioneo  la 
fauna  de'  loro  amatori  :  35  con  tanta  verità,  quanta  ne  è 
in  cotesto  calunniare  la  donna,  sia  di  quello  sia  di  qua- 
lunque altro  secolo,  apponendole  che,  dove  si  soffre  e  si 
muore  ella  se  ne  vada  in  campagna,  invece  di  rimanere 
ferma  e  fedele  al  suo  posto.  3(3  Tanta  verità  in  ciò  (Voi 
non  mei  concedereste  se  lo  affermassi,  o  donne  gentili), 
quanta  nella  bizzarria  germogliata,  non  si  sa  come,  in 
testa  al  buon  Franco  Sacchetti,  d'una  Battaglia  delle  belle 
donne  dì  Firenze  con  le  vecchie,  37  le  giovani  schierate 
sotto  il  gonfalone  di  Venere,  le  vecchie  sotto  quello  del- 
l' infernale  Proserpina  ;  il  tutto  in  quattro  cantàri  d'ottave 
mal  connesse,  con  volgare  strazio  d'ogni  nobile  affetto 
e  un  pocolino  anche  del  buon  senso,  che  informa  invece 
così  finamente  le  novelle  di  quel  medesimo  Franco.  Tanta 
verità  in  coteste  cose,  quanta  (per  tacer  d'altre  volgarità 
siffatte)  nella  fantasia,  incarnatasi  bensì  in  una  delle  prose 
più  belle  di  nostra  lingua,  Le  bellezze  delle  donne;  le 
quali  bellezze  don  Agnolo  Firenzuola  immagina,  in  un'al- 
tra brigata  boccaccevole,  siano  da  quel  suo  Celso,  che 
è  poi  lui  stesso  senza  la  cherica,  analizzate  pezzo  per 
pezzo,  più  o  meno  velati,  sulla  persona  di  quelle  sue  (al 
solito  sbattezzate)  monna  Lampiada,  monna  Amorrorisca, 
e  Verdespina,  e  Selvaggia,  ascoltatrici  e  interlocutrici  : 
anatomia  estetica,  possibile  forse  ad  eseguirsi  laggiù  nella 
Magna  Grecia  in  servigio  di  Zeusi  quando  dipingeva  la 
sua  Elena,  ma  non  già  in  Prato,  nell'orto  della  badia  di 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


193 


Grigliano,  Tanno  di  grazia  millecinquecento  tanti,  in  una 
veglia,  quale  quella  vuole  pur  essere,  di  donne  non  di- 
mentiche di  sè  medesime.  38 

IV. 

Non  era  quella,  nè  poteva  essere,  la  poesia  della  vita 
fiorentina  fra  il  XIV  e  il  XVI  secolo.  Fantasticata  su'  libri, 
e  in  libri  foggiata,  essa  non  attinge  nè  attiene  alla  vita 
vera  di  quell'età  ;  nè  vera  è  la  donna  che  su  quel  mitico 
fondo,  tutto  romano  e  greco,  nulla  medievale,  campeggia. 
Vera,  invece,  dalle  descrizioni,  o  siano  poetiche  o  meglio 
se  in  prosa  schietta  fiorentina,  de'  conviti  nuziali,  delle  ar- 
meggerie,  delle  giostre,  vera  e  viva  ci  sorride,  e  onestamen- 
te baldanzosa,  e  di  quelle  cavalleresche  e  cortigiane  ono- 
ranze seco  medesima  sodisfatta  e  superba,  la  donna.  Non 
mancano  anche  in  cotesti  suntuosi  apparati  lo  iddio 
Amore,  gli  Amorini  (convertiti  bensì,  il  che  ha  un  po'  del 
trovadorico,  in  spiritelli),  le  Ninfe  ;  sibbene  come  orna- 
mento esteriore,  fregio  posticcio,  parvenza  fugace  ;  non 
come  espressione  mitologica  d'  un  sentimento,  o  quasi 
(direi  co'  filosofi)  espressione  essoterica  d'  una  dottrina. 
Ma  la  figurazione  dominante  e  caratteristica  è  dalla  ca- 
valleria medievale,  e  s'atteggia  e  si  drappeggia  nelle  per- 
sone e  nelle  foggie  di  castellani  e  di  principi,  d'  uomini 
d'arme,  di  donzelli,  d'araldi  e  di  paggi,  di  dame  crudeli 
e  di  servi  d'amore,  con  seco  le  grandi  o  gentili  memorie 
delle  crociate,  de'  passaggi  imperiali,  della  «  santa  gesta  » 
de'  Paladini  :  le  donne  (ha  cantato  Dante  39) 

le  donne,  i  cavalier,  gli  affanni  e  gli  agi 
che  ne  invogliava  amore  e  cortesia. 

Siamo  in  piazza  Santa  Croce  il  7  febbraio  del  1468; 
e  si  fa  la  giostra  40  della  quale  Lorenzo  de'  Medici  scri- 


Del  Lungo 


13 


194 


NEL  RINASCIMENTO 


verà  ne'  suoi  Ricordi:  «  Per  eseguire  e  far  come  gli  altri, 
«  giostrai  in  sulla  piazza  di  Santa  Croce  »  ;  e  ne  noterà 
la  spesa  in  fiorini  diecimila  di  suggello:  «  e  benché  d'anni 
«  e  di  colpi  non  fussi  molto  strenuo,  mi  fu  giudicato  il 
«  primo  onore,  cioè  un  elmetto  fornito  d'ariento,  con  un 
«  Marte  per  cimiero.  »  Entrano  in  campo  i  giostratori  : 
Medici,  Pitti,  Pucci,  Vespucci,  Benci,  Pazzi,  e  altri  molti  ; 
qual  più  qual  meno  riccamente  forniti  :  con  magnificenza 
più  che  regale,  Lorenzo  alla  divisa  de'  gigli  d'oro  di  Fran- 
cia, e  in  sua  compagnia  il  fratello  Giuliano,  coperti  d'oro, 
d'argento,  di  perle,  di  pietre  d'ogni  sorta  preziose  :  cia- 
scun cavaliere  accompagnato  da  trombetti  e  paggi  e  uo- 
mini d'arme,  e  giovani  gentiluomini  a  cavallo  tutti  vestiti 
sfarzosamente  alla  divisa  di  quello  ;  brigate  per  ciascuno 
di  poco  meno  che  un  centinaio  di  persone  ;  e  ciascun  ca- 
valiere col  suo  stendardo,  nel  quale  fra  emblemi  e  segni 
diversi,  e  per  lo  più  tra  verde  di  prati  e  fiori  di  verzieri,  la 
dama  del  cuore.  Questa,  leggermente  velata  di  bianco,  con 
ghirlanda  di  quercia  in  mano,  e  a'  piedi  legato  con  ca- 
tene d'oro  un  leopardo  ;  quella,  in  abito  di  ninfa,  che  riceve 
nel  grembo  le  foglie  d'un  faggio  battuto  dalla  tempesta, 
e  le  dà  mangiare  ad  un  daino  ;  quell'altra,  vestita  di  bianco 
e  di  verde,  che  le  saette  d'Amore  infocate  spenge  nel 
fonte  che  scorre  a'  suoi  piedi  ;  un'altra,  vestita  di  pao- 
nazzo, che  quelle  stesse  saette  fa  in  pezzi  e  ne  semina  il 
prato  :  ma  la  dama  di  Lorenzo,  irraggiata  dal  sole  tra- 
verso ai  colori  dell'  iride,  vestita  di  drappo  alessandrino 
ricamato  a  fiori  d'oro  e  d'ariento,  coglie  d'  un  ramo  di 
lauro  rinverdito  sull'arido  tronco,  e  ne  fa  ghirlanda,  e  ne 
sparge  foglie  all'  intorno  ;  il  suo  motto,  in  lettere  di  perle 
grosse  da  gioiellare,  le  tems  revient.  E  molto  lontano  da 
Firenze,  in  Roma,  nell'austerità  baronale  del  palagio  degli 
Orsini,  pensava  a  lui  in  quel  giorno  una  giovane  donna, 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


195 


che  non  era  nè  forse  le  rincresceva  di  non  essere  la  dama 
del  suo  stendardo,  perchè  si  apparecchiava  ad  essere  la 
madre  de'  suoi  figliuoli.  «  Lorenzo  è  molto  occupato  in 
«  questa  giostra,  che  già  da  tempo  non  ò  avuto  sue  let- 
«  tere  »  ;  ha  detto  ella,  la  Clarice,  un  mese  innanzi,  a  uno 
de'  Tornabuoni  venuto  a  recarle  le  nuove  di  lui  :  ed  ora, 
appena  corrono  a  farle  sapere  «  come  Lorenzo  à  fatto  la 
«  giostra,  en'è  uscito  sano  e  con  grandissimo  onore  », 
e  che  «  s'  è  aoperato  tanto  degnamente  quanto  sia  pos- 
«  sibile  di  dire  »,  e  che  «  giammai  fu  paladino  facessi 
«  quello  à  fatto  Sua  Magnificenza  »,  risponde  soavemente: 
«  Ora  che  s'  è  fatto  la  giostra,  non  avrà  più  scusa  da  re- 
«  care,  che  non  venga  a  Roma  questa  quaresima.  »  E  in 
occasione  della  quaresima,  la  madre  le  ha  fatto  «  levare 
«  panno  pagonazzo  di  Londra  per  una  gonna  a  la  roma- 
«  nesca  »,  che  crede  quel  fidato  Francesco  Tornabuoni 
«  non  istarà  punto  male  »  ;  e  così  si  propongono,  madre 
e  figliuola,  di  «  andare  vicitando  tutti  questi  perdoni,  pre- 
«  gando  Iddio  per  Lorenzo  »  :  ma  la  madre  insiste  ch'e' ven- 
ga, perchè  «  vuole  che  voi  vegiate  la  vostra  mercanzia, 
«  avanti  l'abbiate  a  casa  ;  la  quale  ogni  giorno  miglio- 
«  ra  »  :  della  qual  locuzione  figurata  non  so  se  proprio 
si  abbellisse  il  parlare  della  nobilissima  matrona,  o  s'ella 
fiorisse  spontanea  nella  lettera  del  mercante  cliente  al 
mercante  magnifico.41 

Un  anno  e  quattro  mesi  dipoi,  il  4  giugno  del  69,  le 
nozze  di  Lorenzo  e  di  Clarice  si  celebravano  in  Firenze 
con  grande  solennità,  la  quale  incominciava  con  due  in- 
teri giorni  di  offerte  a  casa  i  Medici  dal  contado  e  dalle 
città  di  Toscana;  offerte  la  cui  consistenza  sommò,  per 
citar  qualche  cifra,  a  un  centocinquanta  vitelle,  paia  di 
capponi  paperi  e  pollastri  più  di  duemila,  vini  nostrali  e 
forestieri  a  botti,  e  simili  altre  gentilezze,  che  Lorenzo 


196 


NEL  RINASCIMENTO 


partecipava  largamente  alla  cittadinanza,  anche  prima 
d' imbandire,  dalla  domenica  al  martedì,  ben  cinque  con- 
viti, che  empivano  le  loggie  e  i  giardini  del  palagio  di 
via  Larga,  con  le  mense  distribuite  fra  giovani  donne  in 
compagnia  della  sposa  («  cinquanta  giovani  da  danzare  » 
dice  F  informazione  12),  e  le  donne  di  più  età  con  madonna 
Lucrezia  ;  e  così  in  tavole  separate  i  «  giovani  che  dan- 
«  zavano  »  e  gli  uomini  di  più  età.  Dalla  domenica  mat- 
tina, quando  la  sposa,  partitasi  dalla  casa  degli  Alessan- 
dri «  a  cavallo,  in  sul  cavai  grosso  che  donò  a  Lorenzo 
«  il  re  di  Napoli  »,  entrava  fra  nobilissimo  corteo  nella 
casa  maritale,  mentre  festeggiato  di  musica  lieta  si  tirava 
su  alla  finestra  il  simbolico  ulivo  ;  sino  alla  mattina  del 
martedì,  quando  «  andò  a  udire  messa  a  San  Lorenzo  », 
con  in  mano  uno  de'  mille  doni  nuziali,  «  uno  libriccino 
«  di  Nostra  Donna,  maraviglioso,  scritto  a  lettere  d'oro  in 
«  carta  d'  azzurro  oltremarino,  coverto  di  cristallo  e  d'a- 
«  riento  lavorato  »  ;  Clarice  Orsini,  trasportata  avvolta 
sollevata  in  quel  profumo  di  gioventù,  di  bellezza,  di  gra- 
zia, di  forza  ;  ricevuta  nelle  sale  che  Cosimo,  Piero  e  Lo- 
renzo avevano  impreziosite  dei  tesori  dell'antica  arte  e 
della  risorta;  circondata,  sovraccarica,  dagli  splendori 
d' una  ricchezza  che,  anche  non  ostentata  anzi  voluta 
dissimulare,  tuttavia  impacciava  quasi  sè  medesima  ;  re- 
gina degli  omaggi  che  il  fiore  delle  intelligenze  di  tutto 
il  mondo  tributava  a  questa  famiglia,  la  cui  potenza  era 
soprattutto  l' ingegno  ;  potè  ben  comprendere  ch'ella  era 
venuta  sposa  al  primo  cittadino,  non  che  di  Firenze, 
d' Italia. 

E  lasciamo  stare  se  a  quella  gaiezza  un  po'  sbrigliata 
della  città  popolana,  allo  scetticismo  elegante  di  quei  let- 
terati già  bell'e  cortigiani,  a  quelle  transazioni  fra  il  cit- 
tadino e  il  cliente  che  corrompevano  intorno  al  patrono 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


197 


tanto  vecchio  sangue  repubblicano,  se  a  questo  e  ad  altro 
che  poi  dovette  offendere  la  sua  romana  alterezza  e  i  suoi 
sentimenti  di  moglie  e  di  madre,  43  ella  ripugnò  sin  da 
principio,  e  ne  contrasse  quel  malinconico  cruccio  che 
avvolse  tutta  la  sua  virtuosa  esistenza  domestica;  lasciam 
pure  che  invece  del  Poliziano,  il  quale  ella  giunse  per- 
fino  a  cacciare  di  casa,  44  preferisse  di  vedersi  intorno  ser 
Matteo  Franco,  buona  pasta  di  cappellano  e  di  sonettiere 
faceto,  nelle  cui  florentinissime  lettere  madonna  Clarice, 
circondata  da'  suoi  figlioletti,  è  viva  e  parlante  figura  ;  45 
ma  non  saprei  tuttavia  credere,  che,  giovinetta  sposa,  ella 
non  abbia  dovuto  gustare,  di  quella  popolana  gaiezza,  di 
quella  eleganza  addottrinata,  di  quei  cortigiani  ritrovi, 
quanto  parlava  così  vivacemente  ai  sensi  e  alla  fantasia, 
in  feste,  per  esempio,  simili  a  questa,  che  pochi  anni 
avanti,  nel  64,  aveva  empito  del  suo  fragore  gioioso  una 
intera  notte  del  carneval  fiorentino. 

«  Notizia  d'una  festa  fatta  la  notte  di  carnasciale,  per 
«  una  dama  la  quale  fu  figliuola  di  Lorenzo  di  messer 
«  Palla  degli  Istrozi.  La  detta  festa  fu  fatta  da  Bartolomeo 
«  Benci,  come  innamorato  di  detta  dama.  »  46  Ve  la  rias- 
sumo, il  più  che  potrò  con  le  parole  stesse  della  Notizia 
contemporanea,  che  sono  una  pittura.  Bartolommeo  Benci 
ha  ordinato,  con  altri  otto  giovani  di  principali  famiglie, 
un'  armeggeria  notturna,  V  ultima  notte  di  carnevale,  in 
onoranza,  prima  alla  dama  sua,  poi,  come  sentirete,  a  cia- 
scheduna delle  otto  respettive  dame  de'  suoi  compagni.  Cia- 
scuno di  essi  otto  è  a  cavallo,  ricchissimamente  forniti  : 
ciascuno  ha  trenta  giovani  intorno  a  sè,  vestiti  alla  pro- 
pria divisa,  con  torchi  in  mano,  e  altri  otto  intorno  alla 
briglia.  Il  Benci  poi,  col  bastone  di  «  Signore  e  Capitano 
«  della  Compagnia  »,  è  «  in  su  'n  uno  cavallo  che  la  natura 
«  nollo  potre'  fare  più  bello  ;  con  fornimento  e  sella  e 


198 


NEL  RINASCIMENTO 


«  briglia  tutto  di  chermisi,  ricamato  di  molte  argenterie 
«  tanto  riccamente  quanto  fare  si  potè  :  e  lui  in  su  detto 
«  cavallo,  con  uno  giubone  di  perle  ricamato  e  gioie,  con 
«  due  alie  alle  spalle,  d'oro  e  più  altri  colori.  E  intorno 
«  al  detto  Signore  era  quindici  gentili  giovani  a  piè  ; 
«  tutti  con  gonnellini  di  raso  chermisi  foderati  d'ermel- 
«  lini,  con  calze  pagonaze  :  a'  quali  esso  Signore  donò  a 
«  ciascuno.  E  oltre  a  questo,  aveva  intorno  detto  Signore 
«  centocinquanta  giovani,  tutti  vestiti  a  una  sua  divisa, 
«  cioè  gonnellini  e  calze  verdi,  con  falconi  nel  petto  e  di 
«  drieto,  d'  ariento,  che  gittavano  penne  per  tutto  el  gon- 
«  nellino  :  e'  quali  centocinquanta  giovani  ciascuno  aveva 
«  uno  torchio  acceso  in  mano.  »  Portatori  e  pifferi  circon- 
dano il  Trionfo  d'Amore,  che  è  alla  testa:  un  Trionfo 
«  alto  braccia  venti,  composto  in  modo  che,  guardandolo, 
«  si  rimaneva  abagliato  :  co'  molti  ìspiritegli  d'amore  con 
«  archi  in  mano  ;  e  in  alcune  parti  l'arme  de'  Benci,  e  in 
«  altri  luoghi  la  divisa  del  padre  di  detta  dama:  co'  mol- 
«  te  campanellette  e  sonagli  d'  ariento,  e  varie  cose.  Era 
«  composto,  detto  Trionfo,  d'  alloro,  mortina,  arcipresso, 
«  abeto  e  scope,  cose  tutte  verdi  e  calde,  apropriate  al- 
«  1'  amore.  E,  per  abreviare,  in  sulla  cima  di  detto  Trionfo 
«  era  un  cuore  sanguinente,  aceso  in  fiamme  di  fuoco,  che 
«  del  continovo  ardevano  ;  con  certi  razi  »  che  a  suo  tempo 
dovevano  esser  lanciati.  Muove  la  brigata  (tutto  ben  com- 
putato, oltre  un  cinquecento  persone)  dalla  Piazza  de'  Pe- 
ruzzi,  dopo  una  lauta  cena  in  casa  di  Bartolommeo,  e 
va  alle  case  degli  Strozzi  da  Santa  Trinità:  due  Benci  e 
due  Strozzi  regolano  a  cavallo  1'  andata.  La  Signoria  ha 
fatto  bandire,  che  nessuno  quella  notte  giri  a  cavallo  per 
la  città,  fuor  di  cotesta  armeggeria  ;  e  che  in  essa  o  a 
cagion  d'essa,  «  se  per  disgrazia  alcuno  fusse  morto,  chi 
«  V  ammazza  sia  sanza  pena  e  sanza  bando  »  :  il  che  è 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ  199 


detto  «  un  obviare  a'  casi  cattivi  che  potrebbero  nascere  ». 
E  così,  «  giunti  a  casa  della  dama,  feciono  la  mostra.  E 
«  apresso,  ciascuno  corse  ritto  in  sulla  sella,  secondo  uso 
«  d'armeggeria,  con  uno  dardo  in  mano,  dorato.  E  dipoi 
«  ancora,  ciascuno  corse  con  una  lancia  busa,  dorata  ;  e 
«  ruppono  a  pie  della  finestra  dov'era  detta  dama.  La 
«  quale  si  mostrava  in  mezo  di  quattro  torchi  acesi,  con 
«  tanta  graziosa  onestà  che  una  Lucrezia  basterebbe.  E 
«  fatto  questo,  el  Trionfo  era  fermo  sulla  piaza,  dirimpetto 
«  alla  finestra  dov'era  detta  dama:  e  al  Signore  fu  ispic- 
«  cate  l'alie  e  gittate  in  sul  Trionfo  ;  e  in  quel  punto,  era 
«  ordinato  che  a  detto  Trionfo  s'apiccassi  el  fuoco  :  e  così 
«  arse,  con  tante  grida  e  suoni  che  insino  alle  stelle  an- 
«  dava  el  romore.  E  i  razi  che  v'erano  su  erano  artificiati  in 
«  modo  che  pareva  che  quegli  ispiritegli  d'amore,  ch'erano 
«  in  su  detto  Trionfo,  co'  Parco  che  gli  avevano  in  mano 
«  gli  saettassono.  E  così  acesi,  per  Paria  volavano  apresso 
«  alla  dama  :  alcuno  n'  andava  in  casa  della  detta  dama, 
«  che  si  istima  glien'  entrassi  alcuno  nel  cuore,  per  com- 
«  passione  del  detto  amante.  E  fatto  questo,  el  detto  Si- 
«  gnore  Amante,  partendosi  con  tutta  la  compagnia,  per 
«  non  volgere  le  spalle  a  detta  dama,  fece  che  sempre 
«  el  cavallo  andava  indrieto,  tanto  che  più  nolla  potè 
«  vedere.  E  partiti  di  quivi,  andorono  a  rompere  le  lancie 
«  e  armeggiare  a  casa  le  Dame  di  ciascuno  de'  suoi  Com- 
«  pagni,  cioè  degli  otto  nominati.  Dipoi  tornorono  tutti 
«  dalla  Dama  del  Signore,  e  feciolle  una  mattinata  co' 
«  molti  suoni  e  gra'  magnificenza  ;  e  questo  si  dice  mat- 
«  tinata,  perch'era  presso  a  dì.  E  dipoi  si  partirono,  e 
«  acompagnorono  el  Signore,  cioè  Bartolomeo  Benci,  a 
«  casa,  nel  modo  e  forma  come  s'erano  partiti  nel  pren- 
«  cipio.  E  '1  detto  Signore  aveva  ordinato  molte  confe- 
«  zioni,  e  fece  tutti  convitare  co'  gra'  magnificenza  ».  A 


200 


NEL  RINASCIMENTO 


chi  poi  rimanesse  la  curiosità  (mi  sia  permesso,  gentili 
ascoltatrici,  supporla),  se  a  que'  nove  armeggiamenti  sotto 
le  finestre  delle  nove  case  abitate  dalle  nove  dame,  corri- 
sposero a  suo  tempo  nove  bei  matrimoni,  rispondo  :  che 
quanto  ad  alcuna  delle  amorose  coppie,  no  certo,  per  la 
ragione  molto  stringente  che  il  cavaliere  aveva  moglie, 
il  che  fa  altresì  lecito  ammettere  che  anche  qualcheduna 
delle  respettive  dame  avesse, per  ulterior respetti vo, marito: 
quanto  a  qualche  altra  coppia,  potrebb'  anch'  essere; 
ma  a  chiarirlo,  bisognerebbe,  come  de'  cavalieri,  avere  i 
nomi  delle  otto  dame  ;  e  questi  la  Notizia,  che  vi  ho 
riassunta,  non  ce  li  dà.  Quanto  poi  alla  coppia  che  più 
forse  vi  preme,  mi  rincresce  dovervi  notificare,  che  la 
Marietta  Strozzi,  nonostante  tutta  quella  bersagliatura  di 
razzi  amorosi  fra  la  quale  le  finì  il  carnevale  del  1464, 
sette  anni  dopo  andava  sposa  (e  già  aveva  seguita  fuor 
di  Firenze  la  madre)  ad  un  Calcagnini  di  Ferrara  ;  e 
l'anno  appresso,  nel  72,  l'aligero,  e  poi  spennacchiato, 
capitano  Bartolommeo  Benci  sposava  la  Lisabetta  Torna- 
buoni,  una  sorella  di  quel  confidente  a  Roma  tra  la  Cla- 
rice Orsini  e  Lorenzo  de'  Medici. 

Molte  dolci  memorie,  del  resto,  dovè  lasciare  la  bella 
Marietta  Strozzi  nella  città  nostra,47  lontano  dalla  quale 
il  padre  suo  esule  (come  per  lungo  tempo,  dopo  il  trionfo 
de'  Medici,  furono,  di  generazione  in  generazione,  gli 
Strozzi)  era  morto  di  ferro,  e  per  l'esilio  di  lui  aveva  dovuto 
pure  starsene  fuori  la  madre,  virtuosissima  e  austera 
donna,  Alessandra  de'  Bardi  :  48  e  in  questa  quasi  orfa- 
nezza, la  fanciulla  si  trovò  forse  più  libera  che  alla  con- 
dizione sua  non  convenisse  :  49  almeno  in  quell'  inverno 
del  64,  nel  quale,  poche  sere  avanti  l'armeggeria,  sentite 
quest'altra  sua  avventura  carnevalesca,  e  che  cosa  era 
possibile  a  farsi,  senza  scandalo,  da  una  giovine  fìoren- 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


201 


tina  in  que'  tempi.  Vi  traduco  (liberamente  anche  questa 
volta)  da  una  lettera,  elegantemente  latina,  di  amichevoli 
confidenze  giovanili  tra  Filippo  Corsini  e  Lorenzo  de'  Me- 
dici :  50  «  ...E  mentre  ti  scrivo,  la  neve  cuopre  quasi  tutta  la 
«  città:  tedio  per  molti  e  cagion  di  starsene;  ma  per  altri 
«  cagione  di  darsi  moto  e  piacere.  Sappi  infatti  che  Lot- 
«  tieri  Neroni,  Priore  Pandolfìni  e  Bartolomeo  Benci,  » 
(daccapo  il  nostro  allegro  Capitano)  «  Cogliamo  il  destro, 
«  hanno  detto,  di  usare  qualche  bel  tratto.  E  subito,  a  due 
«  ore  circa  di  notte,  si  son  presentati  alla  casa  della  Ma- 
«rietta  Strozzi,  seguiti  da  una  gran  moltitudine  accorsa 
«  da  ogni  dove,  per  fare  a  gettarsi  la  neve  con  lei.  Gliene 
«  han  data  la  sua  porzione,  e  hanno  incominciato.  Immor- 
«  tali  Dei,  che  spettacolo  !  e  come  descrivertelo,  Lorenzo 
«  mio,  con  questa  debole  prosa  ?  Gran  pompa  d' innume- 
«  re  voli  fiaccole;  squillar  di  trombe,  dolcezza  di  flauti;  pub- 
«  blico  appassionato  e  plaudente.  E  che  trionfo,  quando  al- 
«  cuno  degli  assalitori  riusciva  a  sparger  di  neve  il  viso, 
«  come  neve  candido,  della  fanciulla!  Ma  che  dico  sparger 
«  di  neve?  un  vero  e  proprio  trarre  al  bersaglio  era  quello, 
«  e  di  tiratori  valentissimi  !  La  Marietta  poi,  così  leggiadra 
«  e  destra  in  quel  giuoco,  bella  come  tutti  sanno,  ne  uscì 
«  con  immenso  onore.  Ma  i  gentili  giovani  non  si  partirono 
«  da  lei,  che  prima  non  le  donassero  molto  nobilmente  per 
«  loro  ricordo.  E  così,  con  grande  contentezza  di  tutti,  il 
«  piacevole  giuoco  ebbe  fine.  »  Un  epigramma  del  Poli- 
ziano (l'ultimo  che  vi  citerò  da  quel  florilegio  aneddotico 
del  Quattrocento  fiorentino  che  sono,  più  assai  che  le  vol- 
gari, le  sue  poesie  greche  e  latine)  dice  così  :  «  Neve  sei,  o 
«  fanciulla,  e  giuochi  con  la  neve.  Giuoca:  ma  deh,  prima 
«  che  la  neve  s'imbratti,  fa'  che  si  sgeli.  »  51  L'erudito,  che 
oggi  legge  questo  complimento  amoroso,  ricorda  i  molti 
altri,  d'  antichi  e  d'  umanisti,  che  sul  medesimo  argomento 


202 


NEL  RINASCIMENTO 


si  contengono  nell'Antologia  latina,  e  l'ha  per  un'imita- 
zione a  freddo  (è  proprio  il  caso  di  dir  così)  dall'  antichità 
classica.  L'aneddoto  che  vi  ho  narrato  mostra,  invece,  che 
questa  almeno  fra  le  tante  imitazioni  umanistiche  aveva 
riscontro  nel  vero  attuale;  ossia,  che  quel  bizzarro  co- 
stume era  spontaneamente  rifiorito,  come  anche  altre  parti 
della  vita  antica,  nell'allegra  democrazia  del  Rinasci- 
mento :  finché  la  inamidata  prammatica  delle  Corti,  la 
Riforma  protestante  correggitrice  e  il  conseguente  reat- 
tivo disciplinamento  della  morale  cattolica,  più  tardi  infine 
la  filosofia  civile  e  la  rivoluzione  bandita  e  guerreggiata 
in  nome  di  principii  universali,  non  ebber  mutata  la  faccia 
del  mondo. 

Ma  finché  quelle  gazzarre,  quelle  feste  davvero  popo- 
lari, que' fantastici  apparati,  que' simboli  abbaglianti,  ebber 
vita,  ne  corteo  di  spose,  né  armeggiamento  per  dame,  nè 
giostra  di  amorosi  cavalieri,  ebbe  mai  tanta  cittadina  so- 
lennità, quanta  uno  sposalizio,  ben  diverso  da  tutti  gli  altri 
d'allora  e  di  poi  :  lo  sposalizio  dell' abbadessa  di  San  Pier 
Maggiore  ;  sposalizio  che  si  ripetè  tante  volte  (salve  ecce- 
zioni) quanti  Vescovi  ebbe  per  secoli  parecchi  la  Firenze  e 
del  Medioevo  e  del  Rinascimento  ed  anche  del  Principato 
Mediceo,  poiché  lo  sposo  della  badessa  era  (honni  soit  qui 
mal  y  pense)  messere  lo  Vescovo. 

Quella  chiesa  e  monastero  di  San  Pier  Maggiore,  che 
furono  delle  maggiori  antichità  sacre  di  Firenze,  se,  come 
pare,  nella  lor  forma  primitiva  risalivano  al  secolo  quarto; 
che  detter  nome  a  una  porta  e  a  un  sestiere  della  città,  abi- 
tato e  maledetto  da  Dante  ;  non  sono  più.  Si  restauravano 
nel  secolo  XI,  e  si  afforzavano  con  addossarli  alle  mura  del 
secondo  cerchio  :  si  abbelliva  la  chiesa,  a  mezzo  il  secolo 
XIV:  si  sconciava,  come  tante  altre,  mediante  le  cappelle 
patrizie  a  marmi  e  stucchi  di  tutti  i  colori,  nei  secoli  del  ba- 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


203 


rocco. E  tutto  oggi  è  sparito.  E  il  tempo,  che  «traveste  l'uomo 
«  e  le  sue  tombe  »,  52  a  malapena  ha  rispettato  nell'Arco  di 
San  Piero  il  nome  (salvo  i  possibili  attentati  onomastici  dei 
moderni  edili)  il  nome  del  titolare.  Quali  rovine, quali  ossa, 
calpestiamo  noi,  passando  da  quell'arco!  Delle  nostre  cono- 
scenze d'oggi,  le  due  belle  Albizzi  si  sono  fatte  polvere  co- 
laggiù  sotto  :  e  si  addormentò  in  pace  con  esse  la  monacella 
grecista,  la  quale,  se  morendo  ancor  ella  giovine,  non  ebbe 
tempo  di  maturarsi,  arcigna  e  rugosa  superiora,  per  quelle 
nozze  episcopali,  potè  bensì  esercitare  la  sua  mondana  eru- 
dizione, ahimè  non  più  sulle  immortali  pagine  d'Omero  e 
di  Sofocle,  ma  sul  grosso  notarile  latino  degli  autentici  pri- 
vilegi di  coteste  mistiche  nozze,  che  risalivano  (dicono  que' 
notari)«  a  tanto  tempo  quanto  è  di  là  da  memoria  d'uomini». 
L'ingresso  del  novello  sposo  della  Chiesa  fiorentina  si  fa- 
ceva ritualmente  dalla  porta  di  San  Pier  Gattolini,  oggi , 
Romana:  due  famiglie,  di  grandi  e  tradizionali  attinenze 
(da  Dante  proverbiate)  con  la  mensa  vescovile,  avevano,  i 
Visdomini  e  i  Tosinghi,  il  privilegio,  siccome  «  vicedomini 
della  sedia  vacante  »,  di  riceverlo  e  accompagnarlo  sino  al 
monastero,  dove,  simbolo  della  Chiesa  fiorentina,  lo  atten- 
deva la  badessa.  Si  celebravano,  a  istanza  d  i  lei,  nella  chi  esa 
le  nozze,  inanellando  il  Vescovo  la  sposa  con  un  ricchis- 
simo anello,  «  un  anello  d'oro  con  uno  zaffiro  »  nelle  nozze 
del  1301  :  e  a  questo  sembra  si  rimanesse,  nel  Rinascimento, 
la  forma  delle  nozze  più  modesta.  Ma  nel  secol  di  Dante,  il 
vescovo  saliva  dalla  chiesa,  a  braccio  dei  visdomini,  sin 
proprio  alla  camera  della  badessa  :  dove  gli  era  offerto  in 
dono  un  letto  suntuosamente  montato;  e  la  camera  per  quel 
giorno,  durante  intere  ventiquattr'ore,  uscendone  lei,  dive- 
niva camera  di  lui,  sin  che,  la  mattina  appresso,  i  soliti 
visdomini  gli  venivano  incontro  col  clero,  e  lo  conducevano 
in  Domo  e  lo  insediavano.  Tutta  Firenze  accorreva  a  quello 


204 


NEL  RINASCIMENTO 


sposalizio.  53  Oltre  le  due  ricordate  famiglie  visdominali, 
altre  ancora,  e  delle  principalissime,  Albizzi,  Pazzi,  Strozzi, 
rivestite  di  privilegi  e  diritti  in  questa  o  quella  parte  del 
cerimoniale,  avevano  da  quello  sposalizio  frequenti  occa- 
sioni di  contestazioni,  di  proteste,  di  gare.  54  Alla  badessa 
rimaneva  il  cavallo  col  quale  era  venuto  il  vescovo:  ai 
Bellagi  un  tempo,  poi  per  eredità  agli  Strozzi  con  gran 
trionfo  di  tutto  il  parentado,  la  sella.  55  La  Chiesa  fioren- 
tina aveva  avuto  il  suo  pontefice,  e  la  città  una  festa  di  più, 
nella  quale  era  toccata  la  sua  parte,  e  che  parte  essenziale! 
alla  donna. 

V. 

Ma  traverso  a  tutte  quelle  ideali  trasformazioni  che 
l'arte  le  apponeva,  e  a  questa  vissuta  poesia  di  festeggia- 
menti e  di  pompe,  quale  fu  poi  nel  segreto  della  vita  reale, 
tra  le  pareti  domestiche,  figliuola  e  sorella,  moglie  e  ma- 
dre, quale,  nella  Firenze  di  quell'età,  fu  la  donna? 

Scoperchiare  i  tetti  delle  case,  e  sorprendere  senz'es- 
sere introdotti  la  gente  che  attende  tranquillamente  a'  fatti 
suoi,  e  peggio  poi  le  signore,  si  è  creduto,  fino  a  pochi 
anni  fa,  un  privilegio  di  quel  personaggio  che  sapete,  le 
Diable  boiteux,  sollevato  da  Renato  Le  Sage  alla  cattedra 
d'uno  de'  più  grandi  e  maligni  professori  di  filosofìa  mo- 
rale che  il  mondo  abbia  avuto.  Fino  a  pochi  anni  fa,  quando 
a  me,  sfogliando  con  paziente  amore  le  carte  dei  Medici 
avanti  il  Principato,  occorse  di  scoprire  un'  anticipazione 
del  Diavolo  zoppo  di  Le  Sage  nella  persona  d'un  corti- 
giano de'  più  cari  a  Lorenzo  e  a'  figliuoli  suoi,  e  che  con 
uno  di  questi,  divenuto  papa  Leone  X,  finì  cardinale  di 
Santa  Chiesa:  l'autore  della  Calandra,  il  Bibbiena;  che 
in  un  Prologo  a  cotesta  sua  famosa  commedia,  rimasto 
inedito  56  anzi  fra  le  cancellature  del  primo  getto,  imma- 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


205 


gina  di  fare  un  giro  da  camera  a  camera  femminili,  in- 
visibile per  forza  d'incanto,  e  mette  al  nudo  una  serie  di 
scenette  bizzarre  che  accadono  in  questa  o  in  quella,  sul 
punto  del  recarsi  le  donne  a  una  veglia  che  si  fa  quella 
sera  in  Firenze.  Rassicuratevi:  io  non  voglio  entrar  terzo 
fra  il  giulivo  Cardinale  e  il  diavolo  ;  se  già  non  vi  pare 
che  sia  ormai  posto  preso  da  messer  Guido  Biagi,  quando 
l'altro  giorno  v'introdusse  con  sì  garbata  erudizione,  e 
così  intimamente,  nelle  segrete  cose  della  vita  privata  dei 
nostri  vecchi.57 

E  qui  cade  un'  avvertenza  e  una  dichiarazione.  Quel 
tanto  che  la  novella  e  la  commedia  fiorentina  del  Quattro- 
cento e  (molto  più  largamente)  del  Cinquecento  potrebber 
dare  al  ritratto  della  donna,  io  credo  contenga  troppa  rae- 
schianza  o  di  classico,  o  di  boccaccevole,  o  di  idealmente 
satirico:  nè  ebbe  quell'età,  come  nel  Sacchetti  ebbero  il  Due 
e  il  Trecento  da  Giano  ai  Ciompi,  un  novelliere  storico.  Io 
non  so  in  verità,  quanto  a  buon  diritto  si  possano  accettare 
anche  solo  come  tipi  della  famiglia  in  un  dato  momento 
della  storia  di  Firenze,  i  personaggi  della  Mandragora  :  ma 
è  poi  certissimo  che  la  buona  Marietta  Corsini  moglie  di 
Niccolò  Machiavelli  nulla  ebbe, povera  donna,  di  simile  con 
quella  alla  quale  egli,  nel  suo  Belfagor,  fa  sposare  il  dia- 
volo, e  poi  ridurlo  a  tale  disperazione,  eh'  e'  se  ne  torna 
a  rotta  di  collo  all'inferno.  58 

E  una  leggenda  di  amor  coniugale  e  materno,  delle  più 
poetiche  e  commoventi,  parrebbe,  se  non  fosse  dramma 
pur  troppo  vero  e  dramma  sanguinoso,  il  fatto  di  Anna- 
lena,  che  lo  stesso  grande  istorico  consacrò  alla  memoria 
de'  posteri  con  parole  di  somma  reverenza.  59  Giunge  un 
messo  alle  case  di  Annalena  Malatesta,  oltrarno,  là  dove 
il  popolo  memore  dice  ancora  «  da  Annalena  »,  e  le  an- 
nunzia :  «  Madonna,  il  marito  vostro  messer  Baldaccio  lo 


206 


NEL  RINASCIMENTO 


hanno  morto  a  ghiado  nel  Palagio  de'  Signori,  e  precipi- 
tato dalla  finestra,  e  mozzagli  la  testa  come  a  traditore  e 
malfattore  ».  Ed  ella,  che  al  venturiero  d'Anghiari,  valo- 
roso e  brutale  come  condottiere  ch'egli  è,  ha  dato,  sposa 
poco  più  che  tredicenne,  il  cuore  e  la  fede,  e  piegata  sul 
suo  petto  di  ferro  l'alterezza  gentilizia  del  sangue  che  le 
scende  nelle  vene  da  Paolo  Malatesta,  —  il  cognato  a  cui 
la  poesia  di  Dante  fa  eterni  l'amore  e  la  pena,  il  bacio 
colpevole  e  l'amplesso  infernale  ;  —  essa,  l'Annalena,  che 
da  quel  Baldaccio  è  già  madre  d'un  bambinello  ;  corre, 
povera  donna,  a'  Signori,  al  magistrato  crudele  che  l'ha 
vedovata,  e  per  quella  creatura  innocente  riesce  a  salvare, 
col  pianto,  da  confisca  i  suoi  beni.  Poi  quel  figliuolo,  il 
suo  Guidantonio,  nel  quale  tutta  la  vita  della  madre  fan- 
ciulla si  era  raccolta,  le  muore  ;  ed  ella,  ancor  giovanis- 
sima, si  trova  sola,  e  già  vissuta,  nel  mondo.  E  allora 
Annalena,  fatta  donna  dal  dolore,  di  quella  sua  casa  in 
lutto  fa  chiostro,  in  quelle  mura  chiude  per  sempre  e  con- 
sacra il  breve  romanzo  della  sua  giovinezza,  le  sue  nozze 
e  la  sua  maternità,  le  amorose  imagini  e  le  micidiali,  i 
ricordi  d'una  culla  e  di  due  bare  ;  nelle  stanze  stesse  dove 
fu  madre,  ritorna  vergine  a  Dio,  e  madre  di  vergini  in- 
vecchia soavemente.  60  Affettuosa  madre,  e  compassione- 
vole agli  splendori  e  alle  lusinghe  del  mondo;  se  uno  degli 
umanisti  celebratori  di  Albiera,  61  proprio  a  lei,  ad  Anna- 
lena  ormai  quasi  cinquantenne,  rivolgeva  una  di  quelle 
elegie  latine,  e  le  chiedeva  la  preghiera  sua  e  delle  sue 
monacelle  per  la  morta  degli  Albizzi,  «  per  la  giovinetta  » 
le  dice  «  che  tu  hai  amato  come  una  tenera  madre  ama 
«  Punico  suo  »:  parole  non  so  dire  se  pietose  o  crudeli, 
che  il  latinista  forse  scandiva  senza  pensarci  su,  ma  che 
dal  cuore  della  vecchia  monaca  avran  fatte  risalire  agli 
occhi  le  lagrime  della  giovine  madre.  Il  monastero  d'An- 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


207 


nalena,  la  quale  morendo  a  sessantaquattr'anni  lo  racco- 
mandava a  Lorenzo  de'  Medici,  fu  sin  da'  suoi  principi i 
tutto  cosa  della  potente  famiglia  :  e  nelle  stanze  abitate 
già  dalla  fondatrice,  dalla  vedova  del  condottiero,  ebbe 
asilo  e  salvezza,  ne'  tempi  grossi  pel  nome  mediceo,  un 
fanciullo  che  doveva  essere  il  principe  di  quelli  armigeri, 
Giovanni  delle  Bande  Nere. 

Ma  se  cerchiamo  la  donna,  a  cui  la  sventura  non  in- 
vidia nè  rapisce  la  famiglia,  la  donna  che  della  famiglia 
è  ornamento  e  conforto,  esempio  e  ispirazione,  forza  e 
provvidenza,  la  donna  di  casa,  la  moglie  e  la  madre  ;  alla 
storia  di  lei  danno  tipi  ideali,  però  in  necessaria  relazione 
con  la  realtà,  come  pel  medioevo  più  alto  i  libri  di  «  reg- 
«  gimento  o  costume  o  castigamento  »  femminili,  62  così 
per  questo  secolo  XV  i  trattati  di  Governo  della  famiglia  : 
o  con  intendimento  piuttosto  civile  e  secolare,  quale  è 
nel  libro  che  si  abbellisce  de'  nomi  di  Agnolo  Pandolfini 
e  di  Leon  Battista  Alberti,  63  e  in  quella  parte  che  è  didat- 
tica delle  care  pagine  di  Vespasiano  cartolaio  ;  64  o  con 
prevalenza  del  sentimento  religioso,  siccome  nella  Cura 
familiare  del  beato  Giovanni  Dominici,  diretta  a  una  va- 
lente gentildonna,  Bartolommea  degli  Alberti.  65  Quel  tipo 
ideale  o,  diciam  meglio,  tradizionale,  e  derivato  dalle  me- 
morie delle  «  buone  e  care  »  delle  «  care  compiute  et 
«  oneste  »  donne,  66  che  tanta  fragranza  di  gentili  virtù 
spargono  nelle  Cronache  domestiche  del  Trecento,  67  Ve- 
spasiano lo  effigiò,  e  anche  con  un  po'  di  retorica  a  suo 
modo  lo  colorì,  tra  le  figure  illustri  dell'età  sua,  in  Ales- 
sandra de'  Bardi,  68  la  moglie  di  Lorenzo  di  messer  Palla 
Strozzi,  e  madre  della  vispa  Manetta.  L'Alessandra  è  ri- 
tratta da  Vespasiano  69  «bellissima  e  venustissima  del 
«  corpo,  quanto  gnuna  n'avesse  la  città  di  Firenze  »  ;  van- 
aggiata  di  statura  tanto,  da  fare  a  meno  delle  «  pianelle  », 


203 


NEL  RINASCIMENTO 


supplemento  prezioso,  pare,  per  altre  fanciulle  men  favo- 
rite di  proporzioni  :  educata  dalla  madre  sua  «  con  ogni 
«  diligenzia  »  (maggiore,  forse  è  da  credere,  che  l'esilio 
del  marito  e  le  altre  vicende  della  famiglia  non  consen- 
tissero poi  a  lei  nell'educazione  di  quella  sua  figliuola) 
dall'  «  amare  e  temere  Iddio  indótta  a  uno  moralissimo 
«  vivere  »:  avvezza  a  «  mai  perdere  tempo  che  ella  non 
«  fusse  occupata  »,  a  «  mai  colle  serve  di  casa  non  par- 
«  lare,  se  non  in  presenza  della  madre  »  ;  e  «  la  prima  a 
«  levarsi  la  mattina  in  casa  esser  lei  »:  ammaestrata  in 
«  tutte  le  cose  s'appartengono  sapere  a  una  donna,  che 
«  abbia  aver  cura  di  famiglia;  e  massime  a  lavorare  d'o- 
«  gni  cosa,  e  di  seta  e  d'altro,  come  s'appartiene  alle 
«  donne  »,  e  «  imparare  tutto  quello  che,  bisognando,  po- 
«  tesse  viverne  »,  e  a  «  saper  fare  ogni  cosa  e  sapere  inse- 
«  gnare  »,  dal  leggere  sino  a  «  ogni  minima  cosa  »  atti- 
nente alle  faccende  domestiche.  «  Rarissime  volte  era  mai 
«  veduta  o  a  uscio  o  a  finestra  »  (ah  Marietta  !),  «  sì  per- 
«  chè  non  se  ne  dilettava,  e  perchè  occupava  il  tempo  in 
«  cose  laudabili.  Menavala  la  madre,  il  più  dei  dì,  la  mat- 
«  tina  a  una  grandissima  ora  a  udire  la  messa,  tutte  col 
«  capo  coperto,  e  col  viso  ch'appena  si  vedevano  ».  Ma 
questa  stessa,  che  comincia  forse  quasi  a  parervi  una  mo- 
nachina di  casa,  fatta  poi  sposa,  e  venendo  a  Firenze  una 
ambasciata  imperiale,  sentite  se  sapeva,  come  le  faccende 
femminili,altrettanto  far  bene  gli  onori,  non  pur  della  casa, 
ma  della  città,  e  d'una  città  che  si  chiamava  Firenze,  la  qua- 
le «  in  questo  tempo  »  dice  il  buon  Vespasiano  «  era  abbon- 
«  dante  e  di  virtù  e  di  ricchezze,  e  la  fama  sua  era  per 
«  tutto  il  mondo  »  ;  città  che  «  a  quelli  ambasciadori  parve 
«  un  altro  mondo,  rispetto  alla  grande  quantità  di  uomini 
«  nobili  e  degni  che  v'erano  in  quel  tempo,  e  non  meno 
«  donne  bellissime  del  corpo  e  non  meno  della  mente  ; 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


209 


«  perchè, sia  detto  con  pace  di  tutte  le  donne  e  terre  d'Italia, 
«  Firenze  in  quel  tempo  aveva  le  più  belle  e  le  più  oneste 
«  donne  fussino  in  Italia,  e  di  loro  per  tutto  il  mondo  n'era 
«  la  fama  ».  E  descrive  un  ballo  che  a  quei  gentiluomini 
dell'  Imperatore  fu  offerto  dalla  Signoria,  in  Piazza,  sopra 
un  palco  dal  lato  del  Palazzo  verso  Condotta,  con  grande 
apparato  di  spalliere,  e  pancali,  e  arazzi,  e  festoni  ;  e  i 
primi  giovani  della  città,  vestiti  tutti  a  un'assisa  di  drappi 
verdi  ricchissimi,  e  calzatura  di  pelle  sino  a'  fianchi  ;  e  le 
fanciulle  e  le  spose,  con  ricche  vesti  accollate  fregiate  di 
perle  e  di  gioie.  Alla  onoranza  di  ciascun  ambasciatore 
deputate  due  dame  ;  che  pel  primo  di  essi  sono  l'Alessandra, 
maritata  in  quello  stesso  anno  (era  il  1432,  ed  ella  n'aveva 
appena  diciotto),  e  una  Francesca  Serristori.  Dopo  il  ballo, 
si  porta  in  giro  la  colezione:  ed  ecco  l'Alessandra  ser- 
vire ella  stessa  gli  ambasciatori,  «  con  una  tovaglina  di 
«  rensa  in  sulla  spalla...,  con  una  ismisurata  gentilezza..., 
«  facendo  riverenza  con  inchini  infìno  in  terra,  naturali 
«  e  non  isf orzati,  che  pareva  che  non  avessi  fatto  mai 
«  altro  ».  Poi,  ballo  di  nuovo  ;  e  infine,  accompagnamento 
degli  ambasciatori  all'albergo,  ciascuno  d'essi  dando  di 
braccio  alle  due  belle  fiorentine,  una  di  qua  e  una  di  là, 
Alessandra  alla  diritta:  e  giunti  alla  porta  dell'albergo, 
«  il  primo  ambasciadore  si  cavò  uno  bellissimo  anello  di 
«  dito,  e  donollo  all'  Alessandra  ;  di  poi  se  ne  cavò  un 
«  altro,  e  donollo  alla  compagna  ».  Dopo  di  che,  «  salu- 
«  tati  le  giovani  e  i  giovani  gli  ambasciadori  »,  furono  le 
giovani  riaccompagnate  alle  case  loro. 

Il  biografo  quattrocentista,  che  sul  declinare  del  secolo 
scriveva  di  questa  e  d'altre  donne  fiorentine  della  gene- 
razione antecedente  (l'Alessandra  morì  nel  65),  non  fini- 
sce mai  di  far  paragoni  tra  esse  e  le  donne  fiorentine 
del  tempo  suo,  deplorando  lo  scadimento  del  costume 

Del  Lungo  14 


210 


NEL  RINASCIMENTO 


e  delle  consuetudini  più  virtuose  e  severe.  In  questi  la- 
menti, un  po'  di  parte  va  fatta  certamente  all'  abito  che 
fu  e  sarà  sempre  di  tutti  i  tempi,  del  rimpiangere,  per 
questo  o  quel  rispetto,  il  passato;  un'altra  poca,  inoltre, 
alla  disposizione  di  Vespasiano  a  trovar  che  ridire  su 
troppe  cose  (figuratevi  che  una  volta  vuole  e  prescrive  70 
che  le  donne  «  imparino  a  non  parlare,  massime  in  chiesa  » 
egli  dice  ;  e  poi,  come  se  fosse  poco,  soggiunge  «  e  in 
«  ogni  altro  luogo  »):  pur  tuttavia,  fatte  queste  eccezioni, 
e  lasciando  lo  scherzo,  io  credo  che  que'  suoi  lamenti, 
specialmente  quando  li  formula,  com'è  spesso,  in  osser- 
vazioni positive,  attengano  a  condizioni  reali  ;  e  propria- 
mente a  quella  mutazione  che  anche  nella  vita  domestica, 
di  cui  la  donna  è  custode  e  gli  atti  suoi  sono  specchio, 
avevano  indotto  le  splendidezze,  a  un  poco  per  volta 
sempre  più  cortigiane,  di  quei  Medici,  la  cui  potenza  at- 
traeva oramai,  volere  o  non  volere,  con  l' interesse  e  la 
fortuna  delle  famiglie,  anche  gli  affetti,  le  speranze,  i 
disegni,  che  più  disposta  e  inchinevole  ad  accogliere,  in 
prò  della  famiglia,  e  fomentare  è  la  donna. 

«  Ricòrdoti  che  chi  sta  co'  Medici  sempre  ha  fatto  bene, 
«  e  co'  Pazzi  el  contradio  ;  che  sempre  sono  disfatti  »  : 
così  scriveva  (e  s'era  solamente  al  1461,  diciassette  anni 
prima  della  sanguinosa  congiura)  un'altra  Alessandra  pur 
maritata  negli  Strozzi,  71  e  che  essa  pure,  come  la  Bardi, 
dagli  esilii  di  quella  famiglia  ebbe  lunghi  dolori  al  suo 
cuore  di  moglie  e  di  madre,  ma  altresì  la  consolazione, 
prima  che  morisse,  di  veder  restituiti  alla  patria,  e  molto 
per  la  efficace  materna  opera  di  lei,  i  figliuoli,  e  il  mag- 
gior d'essi  gettare  alla  grandezza  della  sua  famiglia  quelle 
fondamenta  delle  quali  è  superbo  monumento  il  loro  me- 
raviglioso palazzo:  Alessandra  Mancinghi  negli  Strozzi, 
alla  quale  un  altro  monumento  con  la  pubblicazione  delle 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


211 


sue  Lettere  ai  figliuoli  esuli,  che  io  vorrei  avere  auto- 
rità di  raccomandarvi  e  farvi  care,  o  Signore,  componeva, 
ne'  dì  nostri,  Cesare  Guasti,  erudito  e  scrittore  degno  d'in- 
terpretare que'  dolori,  quelle  consolazioni,  quelle  gran- 
dezze. 72 

Lo  avvicinarsi  ai  Medici  anime  elette  come  quelle 
della  Macinghi  Strozzi,  matrona  del  cui  costume  e  pietà 
avrebber  potuto  compiacersi  la  bontà  di  Antonino  arci- 
vescovo o  la  fierezza  di  Girolamo  Savonarola  (e  a  qual- 
che pratica  durezza,  piuttosto  de'  tempi  che  sua,  conviene, 
ciò  ripensando,  essere  indulgenti),  lo  avvicinarsi,  dico, 
di  tali  anime  e  famiglie  (ne  cito  un'  altra,  i  Rucellai)  ai 
Medici,  mostra  che  l'opera  di  questi  era  stata  non  tanto 
di  corruzione,  quanto  di  acquistare  potenza  fra  i  cittadini, 
prendere  dello  Stato  (è  la  frase  del  Machiavelli,  73  e  del 
tempo)  quanto  a  mano  a  mano  ne  veniva  ad  essi  con- 
cesso, cosicché  la  forza  loro  sormontasse  invincibilmente 
su  tutte  le  altezze,  preponderasse  su  tutte  le  resistenze, 
schiacciasse  quasi  fatalmente  tutto  ciò  che  si  levasse 
contro  di  loro.  «  Co'  Medici,  e  non  co'  Pazzi  !  »  A  quel- 
l'affettuoso ammonimento  materno  risponde  tragicamente, 
a  breve  distanza  d'anni,  nel  maggio  del  78,  un'altra  voce 
di  donna,  anzi  lo  schianto  d'un  cuore,  d'un  cuor  di  figliuola, 
ne'  giorni  che  V  uccisione  di  Giuliano  de'  Medici  e  le 
ferite  di  Lorenzo  erano,  nel  sangue  de'  congiurati  e  di 
chiunque  paresse  averli  comecchessia  favoriti,  vendicati 
come  delitti  contro  la  patria.  La  figliuola  d'  uno  di  costoro, 
giovine  sposa  di  vent'  anni,  Ginevra  di  Piero  Vespucci 
(cognata  della  bella  Simonetta;  e  Piero,  uomo,  elei  resto, 
di  poco  senno,  era  stato  un  tempo  deditissimo  a  Lorenzo, 
e  giostratore  nel  64  in  Santa  Croce  con  lui,  e  armeggia- 
tore  col  Benci  sotto  le  finestre  della  Marietta),  scrive,  la 
Ginevra  a  Lorenzo,  queste  parole  spezzate  dal  pianto,  La 


212 


NEL  RINASCIMENTO 


lettera  è  inedita,  ?4  e  sfuggita  alle  ricerche  e  curiosità 
erudite.  «  Amantissimo  in  luogo  di  buon  padre.  La  ca 
«  gione  di  questi  dolorosi  versi  si  è  perchè  ieri  non  vi 
«  potei  parlare  come  desideravo,  per  potervi  pregare  e 
«  ricordare  Y amore  e  benivoglienza  avete  portata  in  que- 
«  sta  casa,  e  le  parole  e  promesse  fatte  a  me,  e  l'uma- 
«  nità  dimostrami,  quando  mi  chiamasti  sorella:  e  però 
«  vi  priego  vogliate  accettare  e'  mie'  prechi,  e  ogni  amore 
«  e  promesse  rivolgere  in  questo,  e  avere  misericordia  e 
«  compassion  di  noi  tutti.  Vorrei  vi  fussi  di  piacere  con- 
«  siderare  la  condizione  di  mio  padre,  e  specchiarvi  in 
«  me,  e  non  considerare  quello  che  fa  in  ogni  suo  caso, 
«  chè  non  è  solo  in  questo.  E  priegovi  quanto  più  posso, 
«  mi  facciate  questa  grazia  ;  e  questo  si  è,  me  lo  ren- 
«  diate  senza  altro  segno,  e  che  la  penitenzia  di' questo 
«  peccato  sia  quella  che  à  avuta  :  chè  quando  penso,  della 
«  età  che  gli  è  e  poco  sano,  come  è  stato  buon  pezo,  e 
«  ora  di  nuovo,  colla  febbre,  essere  dove  egli  è,  e  avere 
«  e'  ferri  in  pie  ;  che  quando  ci  penso,  mi  scoppia  el  cuore. 
«  Priegovi  abiate  pazienza  se  questi  versi  vi  danno  tedio,  e 
«  priegovi  per  l'apportatore  mi  mandiate  qualche  buona  ri- 
«  sposta;  però  che  chi  misericordia  fa  misericordia  aspetti: 
«  e  priego  Idio  vi  metta  in  cuore,  me  lo  rimandiate  ista- 
«  sera  :  e  se  io  fussi  con  Voi,  tanto  vi  pregherei  me  lo 
«  renderesti  :  e  ora  di  nuovo  ò  inteso  à  avuta  della  fune. 
«  Priegovi  non  ci  vogliate  fare  disperare  più.  Ginevra 
«  isventurata  ». 

Invero,  la  vita  di  quelle  donne,  quale  la  rivelano  e 
P  aureo  volume  del  Guasti  (che,  potendo  essere  a  mano 
di  tutte,  io  mi  son  proposto  di  lasciare  pressoché  intatto 
alla  curiosità  del  cuor  vostro,  Signore  e  Signorine  75)  e 
le  pubblicazioni  che  di  altri  documenti  femminili  si  sono 
venute  facendo,  non  solamente  si  vede  essere  tutta  per 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


213 


la  famiglia;  ma  che  quelle  poderose  famiglie,  Medici, 
Strozzi,  Salviati,  Rucellai,  Guicciardini,  Soderini,  Ridolfì, 
debbono  a  coteste  donne  non  piccola  parte  della  forza  che 
ebbero,  a  fare  quello  che  fecero.  76  II  Savonarola,  che 
sulla  caduta  della  supremazia  Medicea  tentò  costruire 
saldamente  1'  edificio  del  governo  popolare,  senti  quanto 
importasse  al  suo  intendimento  avere  a  ciò  profonde 
basi  nella  famiglia  :  pensò,  come  la  prima  delle  sue  ri- 
forme, la  riforma  del  costume  ;  e  si  rivolse  alle  donne.  E 
non  tanto,  intendo,  alle  mistiche,  quali  erano  una  Visdo- 
mini,  una  Gianfigliazzi,  una  anzi  due  Rucellai  ;  com'  a 
dire  le  Giacobine  di  quello  che  poc'  anzi  ho  chiamato 
Terrore  Piagnone  ;  giacobine,  bensì,  che  poi  finivano  mo- 
nache, anzi  una  di  esse  Beata.  77  Ma  alle  madri  proprio 
di  famiglia,  il  Savonarola  si  rivolgeva  :  78  alle  donne  e 
a'  fanciulli,  che  è  quanto  dire  alle  forze  dell'  affetto  ma- 
terno, si  rivolgeva,  come  a  instrumenti  politici,  con  la 
fede  con  cui  l'avversario  suo  papa  Borgia  si  appoggiava 
alla  spada  e  al  pugnale  del  suo  Valentino.  «  O  donne  e 
«  fanciulli,  la  vostra  riforma  non  è  ancora  vinta.  Dite  da 
«  mia  parte  alla  magnifica  Signoria,  che  questa  non  è 
«cosa  umana  ma  di  Dio;  e  fateli  questa  imbasciata:  che 
«  la  racconcino  se  vi  è  cosa  che  non  stia  bene,  e  che  gli 
«  diano  la  sua  perfezione  ;  e  che  se  non  lo  faranno,  e  si 
«  faranno  beffe  delle  opere  di  Dio  o  le  contradiranno, 
«  che  il  Re  gli  punirà.  E  diteli  che  non  sono  Signori, 
«  ma  ministri  del  Signore  e  del  Re  nostro  Cristo....  A  voi, 
«  padri  e  madri,  dico  :  confìrmate  questa  cosa  a'  vostri 
«  figliuoli,  perchè  non  vi  è  dentro  se  non  buon  vivere. 
«  Altrimenti  Dio  ha  apparecchiato  la  punizione  a  chi  con- 
«  tradirà  alle  cose  sue.  Io  ve  lo  dico  certo,  tenetelo  a 
«  mente.  »  79  II  magnanimo  frate  fu  arso  ;  e  il  profeta, 
smentito  dai  fatti  :  ma  molta  parte  di  quella  generazione 


214 


NEL  RINASCIMÉNTO 


informata  da  lui  rimase  fedele  a  Popolo  e  Libertà,  l'an- 
tico grido  del  Comune  glorioso:  e  que'  fanciulli,  che  nei 
carnevali  de'  Piagnoni  avean  ballato  intorno  al  Brucia- 
mento delle  vanità  (cotesto  bruciamento  altra  cosa  è  ap- 
provarlo, ed  altra  intenderlo  pel  suo  verso  80),  que'  fan- 
ciulli, fatti  uomini,  sostennero  e  combatterono,  dalle  mura 
di  Firenze  assediata,  contro  il  Papa  e  V  Imperatore,  le 
ultime  battaglie  della  libertà  italiana. 

Un1  egual  gagliardia  di  sentimenti  e  di  opere;  un  in- 
tenso sforzo  di  tutte  le  energie  morali,  e  un  cupo  racco- 
glierle e  quasi  appuntarle  alla  vita  pratica,  al  riuscire  ; 
durante  que'  trentacinqu'  anni,  che  intercedono  fra  il  ri- 
volgimento del  1494  e  la  caduta  della  Repubblica  nel  1530, 
animano  del  pari  V  un  campo  e  Y  altro  :  gli  eredi  e  ri- 
vendicatori della  libertà  manomessa;  e  gli  eredi  e  soste- 
nitori delle  splendide  ambizioni  di  chi  la  vuole  ormai 
sopraffatta.  Anche  sulle  manifestazioni  dell'  arte,  e  nella 
elaborazione  del  pensiero,  incombe  il  travaglio  dell'ignoto 
avvenire.  Il  giardino  mediceo  di  San  Marco,  dove  il  Po- 
liziano erudiva  ne'  miti  ellenici  i  pittori  e  gli  scultori,  e 
nella  storia  carlovingia  Luigi  Pulci,  e  il  Ficino  cercava 
in  Platone  conciliazioni  feconde  tra  la  civiltà  pagana  e 
la  fede  di  Cristo,  81  quel  giardino  è  deserto.  Ora  è  il  Ma- 
chiavelli che  nelle  conversazioni  degli  Orti  Oricellari  82 
idealizza  le  togate  figure  di  Roma  antica,  e  ne  entusia- 
sma i  giovani  che  congiureranno  contro  i  Medici,  men- 
tr'  egli  da  quella  grande  nostra  storia  romana  dedurrà 
dottrina  di  Stato,  destinata  a  chi,  in  tristi  tempi  con  tri- 
sti mezzi,  sappia  far  trionfare,  per  la  salvezza  d' Italia, 
un'idea  generosa.  Ma  i  Medici,  ne'  quali  egli  vagheggia 
il  suo  principe,  muoiono  giovani  :  e  sulle  loro  tombe  Mi- 
chelangelo scolpisce  il  Pensiero  doloroso  e  la  Notte.  Ben 
diverso  trionfo,  e  non  generoso,  alla  fortuna  della  loro 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


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famiglia  preparano,  fattone  strumento  le  somme  Chiavi, 
Leon  X  e  Clemente  VII  :  ma  per  tatto  cotesto  periodo, 
di  resistenza  e  di  contrasto,  durante  il  quale  difesa,  ri- 
torni, congiure,  cacciate,  si  alternano,  per  poi  conchiu- 
dersi in  quella  caduta  da  eroi  sulla  quale  irraggia  la  sua 
luce  il  Ferruccio,  la  vita  civile  e  la  domestica  non  sono 
più  ne  possono  essere  il  gaio  vivere,  a  sicura  letizia  in- 
tonato, nel  quale,  da  Cosimo  a  Lorenzo,  Firenze  avea 
sorbito  lentamente  la  dissuetudine  dalla  libertà.  I  carne- 
vali del  magnifico  Lorenzo  vecchio  de'  Medici,  come  lo 
chiamano  i  contemporanei  del  nipote  suo  Lorenzo,  che 
col  ducato  d'Urbino  anticipa  ai  Medici  il  titolo  ond'è  per 
coronarsi  in  Firenze  la  loro  secolar  cupidigia,  quei  carne- 
vali non  tornano  più:  nè  valgono  a  rattizzarli  le  Compa- 
gnie del  Broncone  e  del  Diamante,  nelle  quali,  sotto  le 
imprese  e  i  motti  e  P  auspicio  di  que'  passati  splendori, 
si  raccoglie  a  darsi  piacere  la  gioventù  pallesca.  83  I  tempi 
non  sono  più  quelli,  nè  per  Firenze,  nè  pur  troppo,  dopo 
la  calata  di  Carlo  Vili,  per  tutto  il  resto  d' Italia. 

E  la  donna  ?  Fedele  custode  delle  sue  tradizioni,  in 
cotesta  vita  che  è  divenuta  tutta  una  guerra  guerreg- 
giata di  foschi  interessi,  essa  ha  vegliato  e  veglia  agli 
interessi  del  focolare  :  specialmente  la  madre.  Quando  il 
magnifico  Lorenzo  perdette  la  sua,  «  Ho  perduto  »  scrisse 
«  non  solamente  la  madre,  ma  un  unico  refugio  di  molti 
«  mia  fastidii  e  sollevamento  di  molte  fatiche,  uno  in- 
«  strumento  che  mi  levava  di  molte  fatiche.  »  84  «  Tornate 
«  a  vostra  madre  che  con  tanto  desiderio  vi  aspetta  »  ; 
scriveva  la  Macinghi  Strozzi  :  85  e  ai  figliuoli  esuli  la  voce 
di  quella  valente  vecchia  era  come  la  voce  cara  della 
patria,  della  patria  che  riapriva  loro  le  braccia,  per  tanti 
anni  sì  crudelmente  serrate.  E  così  la  Lucrezia  come 
l'Alessandra  hanno  quasi  con  le  loro  proprie  mani  fatto 


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NEL  RINASCIMENTO 


i  matrimoni  de'  loro  figliuoli  ;  sottoponendo  al  sindacato 
del  loro  occhio  materno,  nelle  possibili  nuoré,  tutto,  dalla 
persona  all'  animo,  ai  costumi,  al  parentado,  alla  dote  :  e 
fra  le  passate  in  rivista  dall'Alessandra  è,  con  non  troppo 
favore,  la  bella  Manetta  delle  armeggerie  e  della  neve.8^ 
Ora  la  Maria  Salviati,  vedova  del  gran  capitano  Giovanni 
delle  Bande  Nere,  attende  alla  futura  grandezza  del  suo 
Cosimo,  che  a  diciott'  anni  improvvisamente  duca  di  Fi- 
renze, saprà,  educato  da  quella  donna  di  alto  animo,  87 
sottomettere  o  schiacciare  i  nemici,  se  anche  si  chiamino 
Filippo  e  Piero  Strozzi,  deludere  o  respingere  le  peri- 
colose ambizioni  de'  partigiani,  se  anche  si  chiamino 
Francesco  Guicciardini.  Al  buon  avviamento,  prima,  poi 
alla  salvezza,  del  suo  sciagurato  figliuolo  Lorenzino  de'Me- 
dici,  si  adopera  inutilmente  la  Maria  Soderini  :  ed  essa 
e  le  figliuole  bellissime,  entrate  negli  Strozzi,  la  Laudo- 
mia  e  la  Maddalena,  e  dagli  Strozzi  entrata  nei  Ridolfi 
la  Maria  figliuola  di  Filippo,  il  gran  gentiluomo  del  se- 
colo, parteciperanno,  con  gli  accorgimenti  animosi  e  le 
ispirazioni  de'  loro-  cuori  di  madre,  di  sorella,  di  moglie, 
all'  affaticarsi  infruttuoso,  non  però  ingeneroso,  de'  fuo- 
rusciti, contro  Pafforzamento  del  principato  mediceo.  88 
Protesterà,  contro  la  violenza  e  il  tradimento  che  lo 
hanno  insediato,  la  figliuola  d'  uno  di  quei  fuorusciti, 
Giulia  di  messer  Salvestro  Aldobrandini  ;  che  nella  corte 
d'  Urbino  richiesta  da  Fabrizio  Maramaldo  di  ballare  con 
lui,  «Levatemivi  dinanzi,  »  gli  risponde  «  voi  che  ammazza- 
«  ste  così  vigliaccamente  jl  Ferruccio  ».  89  Ma  tra  le  vit- 
time del  novello  principe  cadrà  una  gentile  di  quella 
schiera,  Luisa  Strozzi;  sulla  cui  tragedia,  e  su  quella 
che  pochi  anni  appresso  involge  nel  mistero  la  morte 
del  padre  suo  Filippo,  90  aleggiano  sinistramente  le  parole 
dell'  ava  veggente  :  Chi  è  contro  a'  Medici,  sarà  disfatto. 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


217 


Parole,  del  resto,  che  nella  casa  degli  Strozzi  non  ha 
ascoltate  una  Medici  stessa,  la  madre  della  Luisa,  la 
Clarice  moglie  di  Filippo  e  cospiratrice  zelante  alle  for- 
tunose ambizioni  di  lui  ;  anima,  piuttosto  che  di  donna, 
d'  uomo  e  dei  più  fieri  di  quel  fiero  Cinquecento;  la  quale 
ai  giovinetti  bastardi,  nelle  cui  mani,  sotto  i  non  dissimili 
auspiciidi  papa  Clemente,  il  moto  popolare  del  1527  tro- 
va le  redini  della  signoria  medicea,  ha  rinfacciato  la  pas- 
sata grandezza  de'  suoi  antenati,  fondata  sul  favore  del 
popolo  ;  e  in  nome  di  questo,  nel  palagio  de'  Medici,  essa 
una  Medici  autentica,  ha  loro  additata  e  quasi  intimata 
la  via  dell'esilio.  91 

Forti  donne,  alle  quali  può  l'uomo  di  cui  portano  il 
nome  commettere  con  fede  le  faccende  domestiche,  de'  fi- 
gliuoli e  del  patrimonio,  della  casa  e  della  villa:  come 
messer  Luigi  Guicciardini,  mentr'  è  fuori  Commissario  pei 
Medici,  alla  sua  monna  Isabella,  una  massaia  stupenda, 
che  io  mi  onoro  d'aver  rivelata  dalle  sue  lettere  campa- 
gnuole:  92  commettere  e  raccomandare  la  custodia  del  pa- 
lagio, e  il  decoro  della  casata;  che  alle  mani  della  moglie 
di  Pierfrancesco  Borgherini,  madonna  Margherita,  sa- 
ranno sicuri.  93  E  quando  un  Della  Palla,  incettatore  per 
re  Francesco  di  Francia  di  tesori  artistici  dalle  case  della 
nostra  città,  si  presenta  con  mandato  (pur  troppo  1)  dei 
Priori  alla  casa  di  monna  Margherita,  a  mercanteggiare 
una  sua  camera,  meravigliosa  pe'  lavori  di  Iacopo  da  Pon- 
tonaio, quella  davvero  nobilissima  gentildonna  lo  riceve 
così  :  «  Adunque  vuoi  essere  ardito  tu,  Giovambattista,  vi- 
«  lissimo  rigattiere,  mercantuzzo  di  quattro  denari,  di  scon- 
«  ficcare  gli  ornamenti  delle  camere  de'  gentiluomini,  e 
«  questa  città  delle  sue  più  ricche  ed  onorevoli  cose  spo- 
«  gliare,  come  tu  hai  fatto  e  fai  tuttavia  per  abbellirne  le 
«  contrade  straniere  ed  i  nemici  nostri  ?  Io  di  te  non  mi 


218 


NEL  RINASCIMENTO 


«  meraviglio,  uomo  plebeo  e  nimico  della  tua  patria;  ma 
«  dei  magistrati  di  questa  città,  che  ti  comportano  queste 
«  scelerità  abbominevoli.  Questo  letto  che  tu  vai  cercando 
«  per  lo  tuo  particolare  interesse  e  ingordigia  di  danari, 
«  come  che  tu  vada  il  tuo  mal  animo  con  fìnta  pietà  ri- 
«  coprendo,  »  cioè  di  conciliare  a  Firenze  assediata  la  be- 
nevolenza del  Re,  «  è  il  letto  delle  mie  nozze,  per  onor 
«  delle  quali  Salvi  mio  suocero  fece  tutto  questo  magni- 
«  fico  e  regio  apparato,  il  quale  io  riverisco  per  memoria 
«  di  lui  e  per  amore  di  mio  marito,  ed  il  quale  io  intendo 
<"  col  proprio  sangue  e  con  la  stessa  vita  difendere.  Esci 
«  di  questa  casa  con  questi  tuoi  masnadieri,  Giovambat- 
«  tista;  e  va',  di'  a  chi  qua  ti  ha  mandato  comandando  che 
«  queste  cose  si  lievino  dai  luoghi  loro,  che  io  son  quella 
«  che  di  qua  entro  non  voglio  che  si  muova  alcuna  cosa 
«  e  se  essi,  i  quali  credono  a  te  uomo  dappoco  e  vile,  vo- 
«  gliono  il  re  Francesco  di  Francia  presentare,  vadano  e 
«  sì  gli  mandino,  spogliandone  le  proprie  case,  gli  orna- 
«  menti  e'  letti  delle  camere  loro.  E  se  tu  sei  più  tanto 
«  ardito  che  tu  venga  per  ciò  a  questa  casa,  quanto  ri- 
«  spetto  si  debba  da'  tuoi  pari  avere  alle  case  dei  genti- 
«  luomini,  ti  farò  con  tuo  gravissimo  danno  conoscere.  » 
La  conservazione  o,  se  anche  vogliamo,  l'amplificazione 
eli  queste  generose  parole  di  donna  in  una  pagina  del  buon 
Vasari,  mi  pare  debba  riconciliarci  alquanto  con  l'orato- 
ria dei  Cinquecentisti.  Ma  voi,  quando  nel  Palagio  del 
Podestà  passate  innanzi  ad  un  mirabile  cammino  in  pietra 
di  Benedetto  da  Rovezzano,  che  da  una  sala  appunto  delle 
case  che  furono  de'  Borgherini  colà  trasferito,  è  ormai 
assicurato  al  patrimonio  intangibile  della  nazione  italiana, 
siate  superbe,  o  gentildonne  fiorentine,  della  vostra  con- 
cittadina; e  se  mai  occorresse,  ricordatevi  dell'esempio 
ch'ella  vi  ha  dato.  94 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTA 


219 


Che  se  la  Margherita  e  l'Isabella  favoreggiano,  e  la 
Maria  Salviati  Medici  rappresenta  essa  stessa  potente- 
mente, quella  parte  medicea  dalla  quale,  almeno  in  quel 
truce  epilogo  delle  sue  ambizioni,  rifuggono  le  simpatie 
di  noi  tutti  (compreso,  senza  dubbio,  l'apologista  dotto  e 
sagace,  per  la  cui  eloquenza  ha  in  questa  sala  rivissuto 
una  genialissima  ora  di  vita  il  magnifico  Lorenzo  95);  se 
la  Clarice  Medici  Strozzi,  e  le  gentildonne  de'  fuorusciti, 
agitano  in  petto,  insieme  con  altre  passioni  più  nobili, 
gl'interessi  altresì  e  i  rancori  di  ambizioni  raen  della  me- 
dicea fortunate;  non  mancano  poi  alla  libertà  che  muore, 
non  mancano  dal  popolo  che  per  lei  combatte  senz'altra 
ambizione  nè  amore  che  non  sia  essa  stessa  la  libertà, 
le  sue  eroine.  Eroine  anonime,  come  le  dà  la  plebe,  ge- 
nerosa de'  nomi  non  meno  che  del  sangue  (così  non  ne 
fosse  prodiga  anche  a  chi  la  inganna  e  la  sfrutta!);  ano- 
nime, e  nella  veglia  del  malinconico  inverno  de'  caso- 
lari affigurate  in  leggenda.  Tale  la  Lucrezia  Mazzanti  fi- 
glinese,  che  nei  gorghi  del  suo  Arno  cerca  scampo  alle 
brutali  violenze  della  soldataglia  imperiale  e  papale  : 98 
matura  sposa  quarantenne,  ma  che  il  popolo  vuole  resti- 
tuita alla  poesia  dell'intatta  giovinezza,  mentre  alla  no- 
vella Lucrezia  romana  dedicano  il  loro  latino  gli  ultimi 
umanisti  del  Rinascimento,  che  il  Bruto  cesaricida  esal- 
teranno in  Lorenzino  de'  Medici.  97  E  dalle  popolari  me- 
morie, nella  storia  del  tempo  raccolte,  effigiò  moderna- 
mente il  Guerrazzi,  quando  ne'  duri  anni  della  servitù  d'Ita- 
lia volle  essere  l'Omero  della  libertà  fiorentina,  quella  che 
egli  denominò  monna  Ghita  setaiola  in  Borgo  San  Fria- 
no  :  98  «alta  della  persona,  magra,  adusta  dal  sole,  sic- 
«  che  sembrava  di  colore  del  rame;  i  muscoli  del  collo 
«  grossi  e  protuberanti,  le  vene  turgide,  le  labbra  vermi- 
«  glie  e,  comunque  tacessero,  agitate;  le  narici  ansose,  gli 


220 


NEL  RINASCIMENTO 


«  occhi  fulgidissimi,  perpetuamente  volgentisi  da  un  lato 
«  all'  altro  ;  i  contorni  del  volto  squadrati,  la  faccia  os- 
«suta»;  una  Parca  di  Michelangiolo:  la  quale,  vedova 
e  povera,  dà  alla  difesa  della  patria  le  buccole  d'oro  delle 
dónora  maritali,  e  il  figliuolo  unico;  «  il  mio  Ciapo  di 
«  sedici  anni  e  otto  mesi,  perchè  deve  entrare  ne'  dicias- 
«  sette  come  si  arriva  alla  festa  di  San  Zanobi  »  ;  dopo 
fattogli  giurare  sul  Crocifisso  il  giuramento  con  che  la 
Spartana  consegnava  al  figliuolo  lo  scudo:  O  con  questo, 
o  su  questo.  Ultima  espansione  da  cuore  di  madre  popo- 
lana, dell'amor  di  patria  nel  sacrifizio  della  famiglia.  Suc- 
cederanno i  tempi,  ne'  quali  il  popolo  italiano  dovrà  di- 
menticare d'avere  una  patria,  cercar  nelle  gride  (povero 
Renzo!)  il  diritto  d'avere  una  famiglia:  e  agli  oppressi 
dalla  doppia  tirannide,  politica  e  sociale,  non  rimarrà 
altra  voce,  se  non  il  pianto  di  Lucia  che  dice  addio  ai 
suoi  monti.  99 

VI. 

La  libertà  repubblicana  è  caduta:  e  su  quelle  rovine 
han  fatto  le  loro  paci,  la  Chiesa  di  Roma,  che  per  entro 
alla  corruzione  secolare  e  alle  pagane  eleganze  ha  gio- 
cata la  sua  unità,  e  il  sacro  Romano  Impero,  le  cui  idea- 
lità medievali  son  fatte  cosa,  una  brutta  cosa,  nella  greve 
signoria  di  Carlo  V  spagnuolo,  del  monarca  su'  dominii 
del  quale  il  sole  non  tramonta.  Splendori  di  corti,  di  pen- 
siero, e  di  roghi,  illumineranno  l'età  che  incomincia,  della 
quale  il  mio  tema  varca,  sfiorando  le  soglie,  e  destinata 
o  Signore,  alle  Conferenze  del  prossimo  anno.  Nei  sozzi 
e  atroci  drammi  coniugali  dei  duchi  e  granduchi  Medici 
e  de'  loro  cortigiani,  ultima  che  ritragga  dell'antico  «  fem- 
minile »  fiorentino,  bella,  eulta  di  lettere,  esercitata  nella 


E  NEGLI  ULTIMI   ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


221 


poesia,  nella  musica,  nell'uso  di  più  lingue,  del  volgar 
nostro  intendentissima,  gentile  d'animo,  è  l'infelice  Isa- 
bella Medici  Orsini.  100  Altre  gentili  ospita  il  chiostro;  il 
chiostro,  talvolta  cercato  e  invocato,  troppo  più  spesso 
destinato  alla  inconsapevole  innocente  fanciullezza  da 
quelle  tirannidi  gentilizie,  scellerate  e  codarde,  delle  cui 
vittime  la  Geltrude  del  Manzoni  è  vendetta  immortale. 101 
E  nel  chiostro,  da  uno  ad  un  altro  trafugandola  gelosa- 
mente, i  repubblicani  fiorentini  dell'Assedio  avean  custo- 
dita Caterina  de'  Medici  :  come  utile  ostaggio,  speravano; 
e  non  sapevano  di  serbarla  a  ben  altre  fortune.  «  Andate 
«  e  dite  a  que'  miei  padri  e  signori,  che  io  intendo  d'es- 
«  sere  monaca,  e  di  starmi  in  perpetuo  con  queste  mie 
«  reverende  madri  »  ;  mandava  ella  a  dire  alla  Signoria: 102 
l'aspettavano  invece  il  trono  di  Francia,  e  le  guerre  ci- 
vili di  religione,  e  la  Saint- Bar  thélemy. 

Ma  ai  dolci  silenzi  della  meditazione  pietosa  sulle 
umane  colpe  e  sventure,  agli  entusiasmi  verso  Dio  buono, 
ai  terrori  di  Lui  giusto,  era  nata  Caterina  de'  Ricci,  che 
in  San  Vincenzio  di  Prato  si  chiude  giovanissima,  negli 
anni  duranti  i  quali  per  un'altra  di  quel  casato,  la  Ma- 
netta Ricci  Benintendi,  duelli  di  non  degno  amore  inter- 
mezzano le  battaglie  della  libertà,  e  il  nome  d'un' altra 
Ricci,  Cassandra,  è  vituperato  fra  le  tresche  e  nel  san- 
gue. 103  Caterina  nel  chiostro  ricovera  le  ultime  tradizioni 
e  gli  affetti  de'  seguaci  di  frate  Girolamo;  appiè  dell'al- 
tare, sul  quale  ella  un  dì  sarà  santa,  consacra  la  religione 
del  martirio  di  lui  :  e  dal  chiostro,  non  ripudiata  l' umana 
fraternità,  a'  suoi  di  casa  parla,  nelle  Lettere,  parole  di 
pace,  di  conforto,  d'amore  ;  ai  prelati  suoi  superiori,  di 
reprensione  reverente,  ove  occorra;  agli  uomini  che  tra 
le  cure  civili  o  mercantili  si  travagliano,  parole  di  virtù 
operosa  e  che  si  affisa  nell'alto;  di  giustizia,  ai  principi; 


222 


NEL  RINASCIMENTO 


di  miti  e  caritatevoli  affetti,  alle  donne;  e  delle  due  che 
furono  le  mogli  di  Francesco  de'  Medici,  ama  Giovanna 
d'Austria  infelice,  prega  e  fa  pregare  Dio  per  Bianca  Cap- 
pello. 

Nè  con  P  infoscarsi,  sempre  più  cupo,  de'  tempi,  col  sem- 
pre più  gravemente  incombere  sulla  libertà  politica  e  del 
pensiero  la  domestica  e  la  straniera  tirannide,  manca  nei 
chiostri,  alla  pietà  verso  chi  rimane  nel  mondo,  il  cuor 
della  donna:  o  l'abbiano  esse  lasciato,  o  esso  il  mondo 
le  abbia  allontanate  da  sè,  quelle  buone  sentono  e  fanno 
suoi  i  dolori  della  famiglia  alla  quale  appartennero.  Sulla 
collina  d'Arcetri  si  raccoglie  a  morire,  quasi  prigioniero, 
il  grande  liberatore  del  pensiero  moderno,  Galileo:  ma 
presso  alla  villa  del  Gioiello,  che  oggi  nel  suo  nome  ci 
è  sacra,  vegliano  su  lui,  dal  convento  di  San  Matteo,  l'af- 
fetto e  la  preghiera  d'  una  santa  creatura,  che  data  a  lui 
dall'amore,  egli  è  forse  colpevole  di  avere,  sin  dalle  fasce, 
destinata  all'espiazione  ;  della  sua  Virginia,  che  egli  ha 
voluto  sia  suor  Celeste:  ed  ora  ella  viene  a  lui,  non  po- 
tendo di  persona,  con  le  Lettere  nelle  quali  quella  cara 
anima  è  sopravvissuta  anche  a  noi  : 104  e  si  accuora  dei 
suoi  dolori,  e  trepida  delle  sue  malattie  ;  e  si  prostra  re- 
verente al  suo  divino  intelletto  che  «  penetra  i  cieli  »;  e 
in  una  rosa,  che  gli  manda  nel  cuor  dell'inverno,  vuole 
intravegga,  di  là  dal  «  breve  e  oscuro  inverno  della  vita 
«  presente,  la  primavera  dell'eternità  »  ;  e  s'addossa  ella  le 
penitenze  spirituali  impostegli  dal  Sant'Ufìzio;  e  al  rice- 
vere un  suo  libro,  o  al  sapere  di  onoranze  resegli,  esulta; 
e  vorrebb'essere  «  in  una  carcere  assai  più  stretta  di  quella 
«  in  che  si  trova  »  per  far  libero  lui;  nè  le  duole  di  esser 
monaca,  se  non  quando  sente  ch'egli  è  malato,  per  non 
potere  assisterlo;  e  dovendo  come  le  altre  monache  sce- 
gliere fra  i  Santi  il  Santo  «  suo  devoto  »,  non  altri  sa  sce- 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


223 


gliere,  con  sublime  profanità  di  figliuola,  che  il  padre  suo, 
il  padre  che  prega  Dio  le  sia  conservato,  «  perchè  dopo 
«  di  lui  non  mi  resta  altro  bene  nel  mondo  ».  E  quando  co- 
testo martirio  di  amor  filiale  incarcerato  ha  il  suo  ter- 
mine, e  a  trentatrè  anni  ella  muore,  il  povero  glorioso 
vecchio  sentirà  spezzato  il  più  caro  vincolo  che  ancora 

10  congiungesse  col  mondo;  più  dura  e  crudele  gli  pesa 
ora  la  guerra  indegna  che  in  lui  è  fatta  ai  diritti  e  al- 
l' avvenire  dell'  umanità  :  e  di  lì  a  breve,  cieco,  infermo, 
degnato  di  concessioni  umilianti  come  a  colpevole  ravve- 
duto, fattagli  elemosina  di  licenze  e  di  permessi  come  a 
tollerato  dai  potenti  della  terra,  egli  che  ha  rivelato  i  mi- 
steri del  cielo,  nel  presentire  la  morte,  «  Mi  sento  »  esclama 
«  mi  sento  continuamente  chiamare  dalla  mia  diletta  fì- 
«  gliuola  !  ».  Nè  so  se  la  donna  abbia  mai  scritta  nella  pro- 
pria storia  una  pagina  che  valga  cotesto  grido  paterno, 
uscito  dal  cuore  di  Galileo. 

VII. 

Le  libertà  repubblicane  caddero,  e  successero  i  tempi 
infausti  della  servitù:  ma  al  terzo  secolo  da  quella  caduta 

11  sepolcro  si  è  dischiuso,  e  la  libertà  d'Italia  risuscitò  da 
morte.  E  la  donna  italiana,  così  da  Firenze  come  da  ogni 
altra  città  e  villaggio  e  borgata  della  patria  che  è  nostra, 
ha  dato  a  quel  risorgimento  i  dolori  del  sacrifìcio  e  del 
martirio,  le  ansietà  delle  trepidanti  speranze,  il  pensiero 
e  il  lavoro  degli  uomini  eh'  ella  ha  amato  e  ispirato,  la 
vita  propria,  il  sangue  de'  suoi  figliuoli  :  da  Eleonora  Fon- 
seca  a  Teresa  Confalonieri,  dalla  madre  dei  Ruffini  alla 
madre  dei  Cairoli:  all'Italia  han  dato  il  fior  dell'ingegno, 
la  Guacci,  la  Turrisi  Colonna,  la  Ferrucci,  la  Brenzoni, 
la  Paladini,  la  Percoto,  la  Milli,  la  Mancini,  la  Fusinato. 105 


224 


NEL  RINASCIMENTO 


0  madri  toscane,  o  spose,  o  sorelle,  o  figliuole,  che  da  Cin- 
tatone e  Montanara  alla  rivendicazione  di  Roma  le  sante 
battaglie  della  libertà  orbarono  de' vostri  cari;  o  gentil- 
donne animose,  o  buone  popolane,  della  nostra  Firenze  ; 
la  tradizione  con  le  forti  donne  dell'antica  nostra  istoria 
è  per  voi  ricongiunta. 

Nè  più  tardi  d'ieri,  da  una  collina  le  cui  vigne  e  gli 
uliveti  ombreggiavano  una  tomba  recente,  è  disceso  un 
feretro,  che  da  quella  tomba  trasferiva,  così  volendo  la 
nazione,  in  Santa  Croce,  e  restituiva  al  sepolcro  degli  avi 
suoi,  de'  Priori  e  Gonfalonieri  della  nostra  Repubblica,  la 
salma  di  Ubaldino  Peruzzi,  nella  cui  persona,  il  27  aprile 
di  trentadue  anni  fa,  Palazzo  Vecchio  tornò  al  suo  antico 
signore,  il  Popolo  fiorentino.  Pia  custode  di  quella  tomba 
gloriosamente  vuota,  è  rimasta,  una  Donna:1*)6  che  tanto 
seppe,  tanto  potè,  nei  pensieri  e  negli  affetti  di  lui;  che 
lo  animò,  lo  aiutò  alle  onorate  fatiche,  ne'  dubbi  lo  con- 
sigliò, gli  confortò  i  patimenti,  gli  consolò  le  ingiustizie, 
gli  allietò  i  trionfi,  Storia,  che  in  tutti  i  paesi  civili,  in 
tutte  le  età,  è  la  storia  vostra,  o  Signore;  che  compendia 

1  diritti  e  i  doveri  vostri  verso  le  due  grandi  non  distrug- 
gigli società,  delle  quali  voi  siete  l'anima  immortale:  la 
famiglia  e  la  patria. 


NOTE 


1  Ricordi  storici  de1  Rinuccini;  Firenze,  1840  ;  pag.  cxxi-xxii.  Pei  par- 
ticolari delle  feste  di  San  Giovanni  al  tempo  della  Repubblica,  vedi 
Cesare  Guasti,  Le  feste  di  San  Giovanni  Batista  in  Firenze  ;  Firenze, 
Loescher  e  Bocca,  1884. 

2  Nella  VIIa  fra  le  Elegiae  del  Poliziano,  a  pag.  238-248  delle  sue 
Poesie  latine  e  greche  pubblicate  per  mia  cura  ;  Firenze,  G.  Barbè- 
ra, 1867. 

3  Vedi  nel  cit.  volume  delle  Poesie  latine  del  Poliziano,  a  pag.  145-147. 

4  Di  Bartolommeo  Scala,  l'epitaffio  in  nome  del  padre  di  lei  ;  che 
riferii,  con  altra  epigrafe,  nel  cit.  volume  polizianesco  a  pag.  145. 
Di  Naldo  Naldi,  Eulogium  in  Albieram  Albiliam  morientem,  ad  Sismun- 
dum  Stupham  eius  sponsum,  e  una  sequela  di  epitaffi.  Di  Ugolino  Ve- 
rini, in  Albieram.  Di  Alessandro  Bracci,  Epigrammata  in  Albieram  Masi 
Albitii  filiam,  puellam  formosissimam,  immatura  morte  peremptam.  E  ade- 
spoti, più  altri  epitaffi,  epigrammi,  ec.  E  poi  in  prosa,  epistole  consola- 
torie allo  sposo,  di  Marsilio  Ficino,  di  Carlo  Marsuppini,....  Da  farne, 
insomma,  un  volume,  se  meritasse  la  pena,  compulsando  i  codici  Lau- 
renziani  (sulla  scorta  del  Catalogus  del  Bandini),  e  un  Corsiniano  582, 
e  i  Carmina  illustrium  poetar um  italorum  (Florentiae,  1719-1726). 

Nel  Catasto  fiorentino  del  1470  {San  Giovanni,  Chiave,  c.  199)  questa 
è  la  «  portata  »  di  «  Maso  di  Luca  di  messer  Maso,  malsano,  di  anni 
«42:  madonna  Caterina  sua  donna,  gravida,  d'anni  30;  Luca  suo  fi- 
«  gliuolo,  d'anni  14;  Albera  sua  figlinola;  Maria  sua  figliuola;  Danora 
«  sua  figliuola  ;  Bartolomea  sua  figliuola  ;  Lisabetta  sua  figliuola  ; 
«  Giovanna  sua  figliuola  ».  E  nel  Libro  dei  morti  dal  1457  al  1501  : 
«  L'Albiera  di  Tommaso  di  Luca  degli  Albizi,  riposta  in  San  Piero 
«  Maggiore,  a  dì  15  di  luglio  1473  ».  (Archivio  fiorentino  di  Stato). 

3  Quel  giovanile  matrimonio  è  registrato  nel  Catasto  fiorentino 
del  1469-70  (Santa  Maria  Novella,  Unicorno,  II,  c.  213)  :  «  Marco  di  Piero 
«  di  Giuliano  Vespucci,  d'età  d'anni  XVI.  Simonetta  di  messer  Gua- 
«  sparri  Catani  sua  donna,  d'anni  XVI  ».  Taluno  ha  dubitato  dell'età 
di  questo  marito  :  ma  il  confronto  con  altre  portate  ai  Catasti  (del 
58,  dell'80,  del  95)  comprova  che  Marco  Vespucci  era  proprio  nato 

Del  Lungo  15 


226 


NEL  RINASCIMENTO 


nel  1453.  Dalla  Simonetta  non  apparisce  aver  avuto  figliuoli  ;  sì  dalla 
seconda  moglie,  che  fu  nel  1478  Costanza  Capponi. 

6  Vivebam,  fato  sum  rapta  Albi  era  ;  coniux 

Sismundus  vitam  reddidit  en  iterum  : 
Nam  faciem  et  claram  caelato  marmore  formanti, 
Ingenium  et  mores  Carmine,  restituit. 

7  Sui  ritratti  della  Simonetta,  non  che  sulla  interpetrazione  della 
Primavera  del  Botticelli,  vennero  riassunte  autorevolmente  le  diverse 
e  disputate  opinioni  da  I.  B.  Supino,  Sandro  Botticelli  (Firenze,  Ali- 
nari-Seeber,  1900),  pag.  31-37,  69-82.  Cfr.  anche  E.  Muntz,  Histoire  de 
V  Art  pendant  la  Renaissance,  II  (Italie,  Uàge  d'or),  pag.  636-38,  611  ;  Pa- 
ris, 1891. 

8  I  soliti  epitaffi,  come  per  l'Albiera,  ed  epigrammi  latini  :  di  Piero 
Dovizi  da  Bibbiena,  di  Tommaso  Baldinotti  pistoiese,  di  Francesco 
Borsellini,  nel  cit.  codice  Corsiniano.  E  poi  :  una  Elegia  di  Bernardo 
Pulci  fiorentino,  della  morte  della  diva  Simonetta,  a  Iuliano  de'  Medici; 
e  dello  stesso  Bernardo  un  sonetto  petrarchevole,  La  diva  Simonetta 
a  Iulian  dtf  Medici  ;  e  di  un  veronese  Francesco  Nursio  Timideo,  pur 
terzine  elegiache  intitolate  latinamente  Carmen  austerum  in  funere 
Symonettae  Vespucciae  florentinae,  ad  illustrissimum  Alphonsum  Calabriae 
ducem  :  da  vedere  nello  scritto  di  A.  Neri,  La  Simonetta,  nel  Giornale 
storico  della  letteratura  italiana  ;  voi.  V,  1885,  pag.  131-147,  riassunto  nel- 
l' Illustrazione  Italiana,  n.°  13  del  1886. 

9  Vedi  La  Giostra  di  Giuliano,  nel  mio  libro  Florentia  (Firenze, 
Barbèra,  1897),  a  pag.  391-393. 

10  «  In  Simonettam  »,  a  pag.  149-130  della  cit.  mia  edizione  delle 
Poesie  latine  e  greche.  Quello  nel  quale  «  Iulii  est  sententia  a  me  ver- 
sibus  inclusa  »  dice  così  : 

Aspice  ut  exiguo  capiatur  marmore  quicquid 

mortali  possit  a  superis  tribui. 
Hic  Simonetta  iacet,  cuius  mortalia  cuncta 

concipere  immensum  non  poterant  animum  : 
quam  neque  mors  potuit  visa  exterrere,  Deumque 

mox  petiit  cui  se  nympha  dedit  moriens. 

1 1  Vedi  Alcune  prose  di  Lorenzo  de'  Medici  per  dichiarazione  e  storia 
de1  suoi  Sonetti  e  delle  Canzoni,  nel  volumetto  (Firenze,  Barbèra,  1859) 
delle  Poesie  di  L.  de'M.  per  tura  di  Gr.  Carducci  ;  a  pag.  35  e  segg. 

12  Carte  Medicee  avanti  il  principato  (nell'Archivio  fiorentino  di 
Stato),  filza  xxxiii  :  lettere  da  Firenze  di  Piero  Vespucci,  suocero 
della  Simonetta,  al  magnifico  Lorenzo  a  Pisa,  che  gli  aveva  mandato 
il  suo  proprio  medico. 

18  aprile  1476  —  ....  La  Simonetta  si  sta  quasi  nelli 
medesimi  termini  che  quando  Voi  partisti,  et  poco  v'è  di 
meglioramento.  Attendevisi  et  per  maestro  Stefano  et  per 
ogni  homo  cum  diligenzia,  et  così  sempre  si  farà.... 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


227 


20  aprile.  —  ....  Pochi  dì  fa  vi  scrissi  e  avvisa' vi  del 
male  di  Simonetta  ;  el  quale,  per  grazia  di  Dio,  e  per  virtù 
di  maestro  Stefano  mediante  Voi,  è  alquanto  meglio,  chè 
à  meno  febre  e  meno  rimessione,  ed  à  meno  afanno  del 
petto,  mangia  meglio  e  dorme  meglio  :  e  per  quanto  di- 
cano e'  medici,  el  male  suo  sarà  lungo,  e  pochi  rimedi 
ocorre  fare,  se  none  buono  governo.  E  sendo  stato  ca- 
gione di  questo  bene,  tutti  noi  e  sua  madre,  che  è  a  Piom- 
bino, asai  vi  ringrazia  e  ubrigati  vi  siamo  della  dimo- 
strazione avete  fatto  di  questo  suo  male  ;  e  non  volendo 
peccare  nella  ingratitudine  verso  el  maestro,  di  nollo  te- 
nere qui  quanto  potrebe  durare  el  male,  e  anche  nonn  è 
molto  neciesario,  e  anche  perchè  non  potremo  sodisfare 
con  pagamento  tale  obrigo  per  la  imposibilità  nostra  ;  e 
per  tanto  vi  priego  mandiate  per  detto  maestro  Stefano, 
e  avisate  quello  se  gli  à  a  dare,  che  venerdì  santo  venne. 
E  noi  senpre  siamo  presti  a  fare  ogni  cosa  dove  richiede 
el  debito  nostro,  e  masime  avendo  riguardo  a  conservare 
ogni  vostro  onore,  come  questo  e  ogni  altro.  Aspetterò  da 
voi  aviso,  e  tanto  seguiremo.... 

26  aprile.  —  Magnifìce  ac  prestantissime  vir,  compa- 
ter honorandissime  ec.  Scripsivi  nelli  giorni  passati  del 
melioramento  della  Simonetta,  el  quale  invero  non  ha 
perseverato  come  io  credetti  et  come  saria  stato  nostro 
desiderio.  Questa  notte  sono  stati  alla  disputa  maestro 
Stephano  et  maestro  Moyse,  di  darle  una  medicina  ;  la 
quale  concluseno  doverseli  dare,  et  così  le  hanno  data. 
Non  si  pò  ancora  comprendere  che  fructo  farà  :  Dio  voglia 
che  facci  quanto  desideriamo!  Et  perchè  altra  volta  io*vi 
scripsi  della  incomodità  mia  circa  alla  mercè  et  salario 
di  maestro  Stefano,  et  da  voi  non  ho  risposta  alcuna, 
non  m'  è  parso  pigliare  partito  alcuno  ;  et  ancora  per  otto 
giorni  lo  stare  suo  mi  piace,  chè  pure  in  questo  termine 
si  doverà  vedere  quello  debba  sequire  :  benché  non  limito 
detto  termine,  se  non  cum  conditione  che  la  intenzione 
vostra  sia  così;  di  che  mi  sarà  caro  due  versi  di  risposta 
di  vostro  parere.  Questi  medici  sono  del  male  suo  di- 
scordi :  maestro  Stephano  dice,  epsa  non  essere  nè  etica 
nè  tisica,  et  maestro  Moyse  tiene  el  contrario  :  non  so 
chi  meglio  sene  vede.  Racconciandomi  alla  M.  V.  Floren- 
tiae,  xxij  aprelis  mcccclxxvi.  M.tie  V.  quicquid  est  Petrus 
Vespuccius  eques. 

13  Sforza  Bottini  ;  Firenze,  27  aprile  1476  (Carle  medicee  av.  il 
princ.,  cit.  filza  xxxiii). 

14  Stanze  per  la  Giostra;  II,  33. 


228 


NEL  RINASCIMENTO 


15  Cfr.  nota  10. 

16  Dum  pulchra  effertur  nigro  Simonetta  pheretro, 

blandus  et  exanimi  spirat  in  ore  lepos, 
nactus  Amor  tempus  quo  non  sibi  turba  caveret, 

iecit  ab  occlusis  mille  faces  oculis. 
Mille  animos  cepit.... 

17  Stirpe  fui,  forma,  natoque,  opibusque,  viroque 

felix,  ingenio,  moribus  atque  animo. 
Sed  cum  alter  partus  iam  nuptae  ageretur  et  annus, 

heu  !  nondum  nata  cum  sobole  interii. 
Tristius  ut  caderem,  tantum  mihi  Parca  honorum 
ostendit  potius  perfida  quam  tribuit. 

Ioannae  Albitiae  uxori  incomparabili 
Laurentius  Tornabonus 
Pos.  B.  M. 
Poesie  lat.  gr.  cit.  pag.  154-155. 

18  Quanta  pietà,  su  que'  cinque  decapitati  ma  in  particolare  sul  gio- 
vine Lorenzo,  in  questa  linea  di  diario  contemporaneo!  :  «  ....  de'  quali 
«  ne  'ncrebbe  a  tutto  el  popolo....  E  féciogli  morire  la  notte  mede- 
«  sima,  che  non  fu  senza  lacrime  di  me,  quando  vidi  passare  a'  Tor- 
«  naquinci,  in  una  bara,  quel  giovanetto  Lorenzo,  inanzi  dì  poco  ». 
Diario  fiorentino  di  Luca  Landucci,  ed.  Del  Badia;  Firenze,  Sansoni, 
1883  ;  pag.  156-57. 

19  Due  sono  le  medaglie  in  onore  di  Giovanna.  Identico  in  ambe- 
due il  ritratto,  scrittovi  in  giro,  «  Ioanna  Albiza  uxor  Laurentii  de 
Tornabonis  »  :  e  alla  figurazione  dell'un  rovescio,  «  Castitas.  Pulchri- 
tudo.  Amor  »  ;  dell'altro,  «  Virginis  os  habitumque  gerens  et  virginis 
arma  ».  Vedi  a  pag.  412-43  dello  scritto  di  E.  Ridolfi,  cit.  nella  se- 
guente nota. 

20  Non  Ginevra  Benci,  ma  Giovanna  Tornabuoni.  Vedi  Enrico  Ri- 
dolfi,  Giovanna  Tornabuoni  e  Ginevra  de1  Benci  nel  coro  di  S.  Maria 
Novella  in  Firenze;  nell'Archìvio  Storico  Italiano  Ser.  V,  to.  VI,  an. 
1890;  pag.  418  segg. 

21  Lo  ebbero  i  Pandolfìni,  per  eredità  dai  Tornabuoni,  nel  loro 
palazzo  di  Via  San  Gallo,  sino  a  quasi  un  cent'anni  fa  ;  ora  è  in  In- 
ghilterra:  vedi  a  pag.  441-49  del  cit.  scritto  di  E.  Ridolfi.  Il  quale 
alla  descrizione  della  tavola  del  Ghirlandaio  soggiunge  :  «  Dietro  la 
«  persona  vedevasi  appeso  alla  parete  un  filo  di  coralli  ad  uso  di 
«  collana,  sotto  il  quale  in  una  cartelletta  il  seguente  distico,  che 
«  per  la  grazia  sua  potrebbe  ben  essere  dettato  dal  Poliziano....  Ars 
«  ulinam  mores  anìmumque  effìngere  posset  !  Pulchrior  in  terris  nulla  ta- 
«  bella  foret.  1488.  » 

22  Affreschi  della  villa  Lemmi,  scoperti  nel  1882.  Vedi  il  cit.  scritto 
di  . E.  Ridolfi,  pag.  439-42;  e  I.  B.  Supino,  Sandro  Botticelli,  pag.  92-96  ; 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


229 


e  Cavalcaseli^  e  Crowe,  Storia  della,  pittura  in  Italia  (Firenze,  Succ.  Le 
Monnier),  VI,  1894,  pag.  258-262. 

23  «  An.  mcccclxxxx,  quo  pulcherrima  civitas,  opibus  victoriis  ar- 
«  tibus  aedifìciisque  nobilis,  copia  salubritate  pace  perfruebatur.  » 
Vedi  a  pag.  169  delle  cit.  Poesìe  lat.  gr. 

24  I  particolari  della  descrizione  che  segue  sono  forniti  dall' Am- 
mirato, riferito  nel  cit.  scritto  di  E.  Ridolfi,  pag.  438-39. 

25  Vedi,  nel  mio  cit.  volume  delle  Poesie  latine  e  greche  la  dedica- 
toria della  llla  fra  le  Sylvae  :  Ambra,  in  poetae  Homeri  enarratone 
pronunliata  ;  mcccclxxxv  :  pag.  333-335  :  ed  ivi,  dalle  Epistolae  pur  del 
Poliziano,  riferito  ciò  che  risguarda  Lorenzo  Tornabuoni. 

26  Antonia  di  Francesco  Giannotti  fu  moglie  a  Bernardo  Pulci, 
fratello  di  Luca  e  di  Luigi.  Scrisse  le  Rappresentazioni  sacre  di  Santa 
Guglielma,  Santa  Dominila,  il  Figliuol  prodigo,  San  Francesco.  Vedi  A. 
D'Ancona,  Origini  del  teatro  italiano  ;  Torino,  Loescher,  1891  ;  I,  268-69  : 
e  F.  Flamini,  La  vita  e  le  liriche  di  Bernardo  Pulci  nel  periodico  II  Pro- 
pugnatore, Nuova  serie,  voi.  I  (1888),  pag.  224-25. 

27  Su  madonna  Lucrezia  vedi  Lucrezia  Tornabuoni  donna  di  Piero 
di  Cosimo  de'  Medici,  Studio  di  G.  Levantini-Pieroni  :  Firenze,  Succes- 
sori Le  Monnier,  1888  :  e  Le  Laudi  di  Lucrezia  de'  Medici  per  cura  di 
Guglielmo  Volpi;  Pistoia,  1900.  A  lei  a  Careggi  scriveva  da  Fiesole, 
nell'estate  del  79,  il  Poliziano  (a  pag.  72  del  cit.  mio  volume  di  Prose 
volgari  e  Poesie  latine  ecc.):  «  Madonna  Lucrezia,  o  vero  Lucrezia,  »  cioè 
la  nipotina  «  aveva  apparato  a  mente  tutta  la  Lucrezia  »  cioè  «  laude 
«  e  sonetti  e  ternarii  »  della  nonna.  In  alcun  altro  di  que'documenti 
della  vita  domestica  medicea,  è  nominata  fanciullescamente  «  Lu- 
crezia »  quella  che  al  Varchi  (Stor.  fior.,  VI,  xxxix)  doveva  parere  «  la 
«  più  degna  e  la  più  venerabile  matrona,  che  forse  giammai  per  nes- 
«  sun  tempo  in  alcuna  città  si  trovasse  ».  Ed  enumera  poi  tutte  le 
sue  attinenze  di  sangue  e  di  parentela  ;  il  che  mostra  com'e'sentis- 
sero  la  parte  pur  della  donna  nella  storia  civile:  «  figliuola  di  Lorenzo 
«  de' Medici,  sorella  carnale  di  papa  Leone,  cugina  di  Clemente,  zia 
«  d' Ippolito  cardinale  de'  Medici  e  di  Lorenzo  duca  d'  Urbino,  moglie 
«  di  Iacopo  e  madre  di  Giovanni  Salviati  cardinale,  suocera  del  si- 
«  gnor  Giovanni  [delle  Bande  Nere],  avola  materna  del  duca  Cosimo  ». 

Delle  letterine  scritte  dai  bambini  di  casa  Medici,  e  delle  materne 
della  Clarice  moglie  di  Lorenzo,  con  altri  documenti  domestici,  si 
potrebbe  fare  un  bel  mazzolino,  chi  lo  legasse  poi  Con  garbo.  Io  rac- 
colsi (per  nozze  Bemporad-Vita  ;  Firenze,  1887;  le  Letterine  d'un  barn- 
bino  alunno  di  messer  Angelo  Ambrogini  Poliziano,  cioè  Piero  de'Me- 
dici.  Aggiungi  :  Nonna,  Mamma  e  Nipotina.  Lettere  femminili  di  casa 
Medici  (1477-1479)  ;  Firenze,  Civelli,  1892.  E  Affetti  di  famiglia  nel  Quat- 
trocento, Spigolature  di  Guglielmo  Volpi  ;  Firenze,  1891,  estr.  da  Vita 
Nuova,  II,  50. 


230 


NEL  RINASCIMENTO 


28  Vedi  I.  Burckhardt,  La  civiltà  del  secolo  del  Rinascimento  in  Italia, 
trad.  da  D.  Valbusa  ;  Firenze,  Sansoni,  1876  ;  II,  166-69  :  e  G.  Voigt, 
Il  Risorgimento  dell'antichità  classica,  trad.  da  D.  Valbusa  ;  Firenze,  San- 
soni, 1888-97  ;  I,  439-40,  589  :  e  Vittorio  Rossi,  Il  Quattrocento  ;  Milano, 
Vallardi  ;  pag.  41-42.  E  a  pag.  291  del  mio  libro  Florentia  ;  Firenze, 
Barbèra,  1897. 

29  Così  ne  scriveva  al  magnifico  Lorenzo,  da  Venezia  il  20  giu- 
gno 1491  :  «  Ilem,  visitai  iersera  quella  Cassandra  Fedele  litterata,  e 
«  salutai  ec.  per  vostra  parte.  E  cosa,  Lorenzo,  mirabile,  nè  meno 
«  in  vulgare  che  in  latino  :  discretissima,  et  meis  oculis  etiam  bella. 
«  Partì'  mi  stupito....  Verrà  un  dì  in  ogni  modo  a  Firenze  a  vedervi  ; 
«  sicché  apparecchiatevi  a  farli  onore.  »  A  pag.  81-82  delle  Prose  vol- 
gari ec.  da  me  pubblicate. 

30  Vedi  nel  mio  cit.  volume  polizianesco  di  Poesie  lat.  e  gr.,  a 
pag.  199-204,  214,  215  ;  e  V.  Rossi,  Il  Quattrocento  ;  Milano,  Vallardi  ; 
pag.  275. 

31  Vedi  nel  cit.  volume  gli  epigrammi  In  Mabilium  (contro  il  Ma- 
rullo),  pag.  131-140:  e  a  pag.  273-74  l'ode  in  Bartholomaeum  Scalam. 

32  La  prima  delle  tre,  .Eleonora  Nencini.  Le  altre  due  :  Maddalena 
Marliani  Bignami  di  Milano,  e  Cornelia  Rossi  Martinetti  di  Bologna. 
Neil'  Inno  secondo  dei  Frammenti  del  Carme  Le  Grazie. 

33  per  l'Ambra,  vedi  nel  cit.  volume  la  IIIa  delle  Sylvae,  intitolata 
Ambra,  con  allusione  alla  villa  medicea  del  Poggio  a  Caiano  ;  e  fra  i 
poemetti  di  Lorenzo  (ed.  Carducci,  pag.  261-277)  quello  pure  intitolato 
Ambra.  Del  Boccaccio  poi  vedi  il  Ninfale  fiesolano,  i  cui  protagonisti, 
Affrico  e  Mensola,  finiscono  tragicamente  ne'  due  ruscelli  così  an- 
c'  oggi  chiamati. 

34  La  pietosa  storia  di  questa  sposa  giovinetta  (puella  ;  nel  senso 
generico  di  donna  giovine  :  come  anche  fanciulla,  vedi  il  quinto  Vo- 
cabolario della  Crusca),  di  nome  «  Alba  »  o  «  Albiera  »,  ma  non  sap- 
piamo di  chi  figliuola  nè  a  chi  moglie,  morta  appena  a  vent'anni,  è 
diluita  negli  slombati  distici  dei  due  umanisti  fiorentini  e  medicei, 
Naldo  Naldi  e  Ugolino  Verini. 

Canta  il  Verino  (Cod.  Laurent.  XXXIX,  xlii,  c.  27-28): 
De  Albera  quella  quae  sub  porticu  attrita  est. 
Tarn  dira  heu  miseri s  fati  mortalibus  instat 
sors  ?  heu  quam  magnum  porticus  ausa  nefas  ! 


Porti cus  annoso  ligno  subfulta  vigebat, 
quod  carie  attrivit  longa  senecta  malo. 

Rusticus  hic  imbrem  atque  aestus  vitare  solebat 
nam  tusca  liane  quarlus  signat  ab  urbe  lapis. 

Venerat  huc  multis  comitata  Albera  puellis, 
infoelixque  illic  dum  manet  illa  perit. 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


231 


E  poi  : 


Portious  ingentem  traxit  collapsa  ruinam  : 
pignora  dum  protegit,  concidit  ipsa  parens  ; 

occidit,  et  caro  vitam  servavit  alumno, 
carior  et  nati  quam  sua  vita  fuit. 

Quid  lachrymae,  quid  vota,  pii  valuere  mariti? 
quid  quod  eras  Scalae  vatis  amica  tui  ? 

Epìtapìiium  Alberae  puellae 


Vix  me  bisdenos  numerantem,  portious,  annos, 

dum  ruit,  elysias  compulit  ire  domos. 
Alberae  fuerat  nomen  mihi,  lector  amice  : 
ne  pigeat  tumulo  collachrymare  meo. 
E  Naldo  Naldi  (Cod.  Laurent.  XXXV,  xxxiv),  che  viva  l'affligge 
con  ismaniosi  elegiaci  (c.  4-6,  7-9,  11,  18-20),  nè  può  saperla  andata  in 
campagna  a  bagnarsi  senza  restarne  in  timore,  che,  mentre  le  fa- 
ranno corteggio  le  ninfe  aquatiche,  non  le  abbiano  a  dar  noia  quelli 
sguaiati  de'  Satiri  silvestri,  canta  egli  pure  V 

Eulogìum  in  Album  unorientem 
Vos  igitur  mortis  causas  praebetis  acerbae  ; 
estis  et  exitio,  rura,  molesta  gravi. 


Nam  dum  rura  colit,  prima  est  abrepta  iuventa, 
dum  ruit  in  tenerum  trabs  inimica  caput. 

Quid  labor  heu  fuerat,  fugeret  dum  cara  puella, 
labentem  murum  substinuisse  Lares  ? 


Nam  dum  forte  cupis  nimia  pie  tate  puellum 

pellere  ab  extremis,  Alba  benigna,  malis, 
occidis  infelix,  fato  moritura  severo, 

dum  cadit  in  tenerum  dira  ruina  caput. 
Heu  quis  tunc  matri,  cernenti  talia,  sensus, 

qualis  in  exangui  corpore  vita  fuit, 
candida  cum  natae  morientia  viderat  ora, 

ferre  nec  extremo  tempore  posset  opem  ? 
Et  nisi  quod  subito  stupuit  devicta  dolore, 

in  medio  linquens  languida  membra  solo, 
non  potuit  tanto  cernens  superesse  dolori, 

sed  fuit  in  natae  morte  casura,  parens. 


Nona  dies  aderat,  crudeli  funere  rapta 
cum  iacuit  gelido  cara  puella  thoro, 

cum  venit  absentis  miseras  ad  coniugis  aures, 
uxorem  fato  succubuisse  gravi. 


232 


NEL  RINASCIMENTO 


Ut  rediit  tandem,  rumore  accitus  amaro, 

sensit  et  in  tristi  condita  busta  solo, 
arserat  impatiens  uxoris  membra  pudicae 

visendi  subito,  qualiacunque  forent. 
Instabant  cuncti  graviter  ne  vellet  amici 

flaccida  iam  longa  membra  videre  mora  : 
attamen  e  nigro  promatur  ut  illa  sepulchro, 

vicerunt  miseri  vota  dolenda  viri. 
Ergo  ubi  dimotus,  qui  cygnea  colla  tegebat, 

atque  palam,  gelidus,  fecerat  illa  lapis, 
quali  a  viventis  patuerunt  ora  puellae, 

candida  nec  turpi  commaculata  situ. 


An  quoque  te  livor  carpit,  Venus  aurea,  divam, 

et  premit  invidia  pectora  sancta  gravi  ? 
Sic  est  :  heu  carae  nocuit  pia  forma  puellae, 
invidia  superas  nec  caruisse  deas. 
33  Decameron,  Introduzione. 

36  Non  disdico  quanto  scrissi.  E  bensì  vero,  che  nel  medioevo,  e 
suoi  strascichi,  la  carità  pubblica  parve  quasi  respingere  da  sè  la 
pietà  femminile,  relegata,  spesso  crudelmente,  nei  chiostri.  Nella  pe- 
ste del  1630  e  33  in  Firenze,  l'uso  che  gli  Ufficiali  della  Sanità  facevano 
delle  donne  era  di  «  rinchiuderle  »,  cioè  vietar  loro  d'  uscire  di  casa, 
salvo  che  potessero  andare  in  carrozza  loro  propria.  E  una  di  esse, 
che  anche  era  una  brava  donna,  se  ne  sfogava  nientemeno  che  con 
Galileo  :  «  Qua  si  fa  la  quarantena  per  noi  altre  povere  donne,  per  la 
«  quale  sono  passati  già  venti  giorni  ;  e  questa  mattina  è  andato  il 
«  terzo  bando  per  altri  dieci  giorni,  con  speranza  che  S.  Giovanni  ci 
«  scarceri  e  dia  libertà  ;  ma  purché  giovi  :  e  sia  fatta  la  volontà  del 
«  Signore  ».  Lettera  de'  14  maggio  1633  ;  la  2507  nel  Carteggio  gali- 
leiano (Edizione  nazionale,  to.  XV,  1904,  pag.  122)  :  cfr.  i  n.  2477,  2479, 
2503,  2511,  2534. 

37  Nel  Saggio  di  Rime  di  buoni  autori  ec.  ;  Firenze,  1825. 

38  Delle  bellezze  delle  donne,  Discorsi  due  ;  nel  secondo  de'  quali  si 
legge  :  «  Ma  ditemi  il  vero:  non  vi  par  egli  che  questa  nostra  dipin- 
«  tura  {della  perfetta  bellezza  d*  una  donna)  sia  riuscita,  nella  mente 
«  vostra,  più  bella  con  quattro  di  voi,  che  la  famigerata  Elena  di 
«  Zeusi  con  cinque  Crotoniate  ?  E  questo  è  un  fortissimo  argomento, 
«  che  a  Prato  sono  oggi  molto  più  belle  le  donne,  ch'elle  non  erano 
«  in  Grecia  anticamente  ».  Del  resto,  al  trattato  umanistico  del  Fi- 
renzuola avevano  preceduto,  intorno  a  quel  leggiadro  argomento,  le 
graziose  goffaggini  medievali,  di  forma  tra  il  popolano  e  il  dottri- 
nale. Vedi,  per  esempio  :  El  costume  de  le  donne,  con  un  Capitolo  de  le 
xxxiii  bellezze  (pèr  cura  di  S.  Morpurgo);  Firenze,  Libreria  Dante,  1889. 
Della  sede  e  scena  dei  dialoghi  Firenzoliani  dove  oggi  il  Collegio 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


233 


Cicognini,  vedi  Cesare  Guasti,  Memorie  di  Giuseppe  Silvestri;  Prato, 
1871;  II,  5-6. 

39  Purg.  xiv,  109-10  ;  Inf.  xxxi,  17. 

40  Vedi,  per  quanto  qui  riferisco  sulla  Giostra  del  magnifico  Loren- 
zo, le  indicazioni  contenute  a  pag.  407-408  del  cit.  mio  libro  Florentia. 

41  Mi  piace  riferire  (parte  della  prima,  e  della  seconda  l' intero) 
le  due  lettere  di  Francesco  Tornabuoni  al  magnifico  Lorenzo,  dei  4 
e  degli  11  gennaio  1169  (le  pubblicai  per  nozze  Levi-Bondì  :  La  fidan- 
zata di  Lorenzo  de'  Medici  ;  Firenze,  Landi,  1897). 

....  E'non  manca  mai  giorno,  che  io  non  sia  a  vedere 
la  vostra  madonna  Clarice,  che  mi  fa  impazare  ;  che  ogni 
giorno  me  ne  pare  meglio  :  lei  bella,  e  piena  di  tutti  i  buon 
costumi,  e  à  uno  spirito  mirabile  ;  e  sono  circa  viij  giorni 
che  l'à  cominciato  a  imparare  a  ballare,  c'ogni  giorno  à 
imparato  un  ballo  :  che  non  li  è  prima  mostro,  che  l'à 
imparato.  Maestro  Agnolo  l'avea  pregata  che  la  dovessi 
scrivervi  di  suo'  mano,  e  per  niente  non  lo  volea  fare:  io  Pò 
tanto  pregata,  che  per  amore  mio  disse  essere  contenta 
farlo  ;  ma  ben  mi  disse  che  voi  dimostravi  essere  molto 
occupato  in  questa  giostra,  chè  dapoi  è  venuto  Donnino 
non  à  avuto  vostre  lettere.  Poi  che  voi  non  la  potete  vi- 
citare  con  la  persona,  fatelo  almanco  con  lettere  spesso, 
chè  gliene  date  gran  consolazione.  E  in  effetto,  voi  avete 
la  più  digna  compagna  d' Italia.... 

X.°  Al  nome  di  Dio,  adì  xj  di  febraio  1468  (stil  fior.). 

Magnifice  vir  et  maior  honorandissime.  Questo  dì  c'è 
suto  lettere  di  Giovanni  Tornabuoni,  come  avevi  fatto  la 
giostra,  e  n'era  uscito  sano  e  con  grandissimo  onore  V.  M. 
La  qual  cosa  subito  ebbi  intesa,  l'andai  a  dire  a  la  vostra 
madonna  Clarice,  e  li  portai  una  lettera  di  Giovanni,  che 
non  vi  potrei  dire  la  consolazione  n'ebbe  :  che  sono  iiij 
giorni  non  s'è  rallegrata  se  none  oggi,  perchè  stava  con- 
tinovamente  in  sospetto  di  V.  M.  per  rispetto  de  la  giostra; 
e  ancora  à  avuto  un  poco  di  doglia  di  testa,  e  subito  in- 
tese questa  nuova  li  passò  la  doglia,  e  sta  tutta  allegra. 
E  di  madonna  Madalena  non  vi  dico  nulla,  chè  sarebbe 
impossibile  a  dirlo  con  quanta  consolazione  e  allegreza  sta, 
e  solo  li  resta  avere  una  consolazione  :  e  questo  ène,  che 
voi  vegniate  fin  qua  questa  quaresima,  chè  dice  che  vuole 
che  voi  vegiate  la  vostra  mercanzia  avanti  l'abiate  a  casa  : 
la  quale  ogni  giorno  migliora.  In  questa  fia  una  lettera 
sua.  Madonna  Clarice  non  à  voluto  scrivere,  e  ami  detto 
che  io  vi  scriva  per  suo'  parte  che  v'à  da  dire  un  gran- 


234 


NEL  RINASCIMENTO 


dissimo  segreto,  e  die  non  si  fida  di  persona,  nè  lo  vuol 
fare  per  lettera  perchè  dubita  non  ne  fussi  fatto  mal 
servigio  :  e  in  effetto,  vi  chiama  a  più  potere,  e  dice,  ora 
s'è  fatto  la  giostra,  non  arete  più  scusa  da  arecare.  E 
a  V.  M.  si  raccomanda,  e  vi  priega  la  raccomandiate  al 
magnifico  Piero  e  a  madonna  Contessina  e  a  madonna  Lu- 
crezia e  a  la  Bianca  e  a  la  Nannina  e  a  Giuliano.  Ieri  levai 
panno  pagonazo  di  Londra  per  una  gonna  a  la  romanesca, 
perchè  questa  quaresima  vuol  Madonna  che  la  vadia  a  la 
romanesca,  che  credo  non  istarà  punto  male,  e  vuole  an- 
dar vicitando  tutti  questi  perdoni,  pregando  Iddio  per  voi. 

Per  questa  terra  non  si  fa  altro  che  dire  de  la  gran 
magnificenza  avete  fatto,  e  massimo  de  la  persona,  che  si 
dice  vi  siate  aoperato  tanto  degnamente  quanto  sia  pos- 
sibile di  dire,  e  che  giamai  fu  paladino  facessi  quello  a 
fatto  V.  Magnificenza,  che  ciascheduno  se  n'è  ralegrato 
grandemente,  e  massimo  li  amici  vostri.  Messere  Giovan- 
francesco  figliolo  del  Marchese  di  Mantova  si  raccomanda 
a  V.  M.,  e  per  Dio  se  n'è  molto  rallegrato  e  avutone  gran- 
dissima consolazione,  confermandovisi  sempre  parato  ai 
piaceri  di  V.  M. 

Per  questa  non  m'accade  a  dire,  se  non  che  sempre  mi 
raccomando  a  V.  M.,  che  l'altissimo  Iddio  di  male  guardi 
e  la  conservi  in  felicità. 

Vostro  Francesco  di  Filippo  Tornabuoni  in  Roma. 

La  fidanzata  scriveva  a  Lorenzo  il  28  gennaio  :  e  ne  rispetto  la 
grafia,  che  è  ben  diversa  in  altre  lettere  della  Clarice  dopo  fattasi 
fiorentina  : 

Magnifico  consorte,  recommandatione  etc.  Ho  nauta 
una  vostra  lettera,  e  inteso  quanto  scrivete.  Che  a  Voi 
sia  cara  la  mia  lettera  me  piace,  corno  a  collei  che  sem- 
pre desidera  fare  cosa  che  ve  sia  grata.  Et  più  dite,  che 
avete  poco  scritto  :  remagno  contenta  a  tanto  quanto  vi 
piace,  governandome  sempre  in  bona  speranza.  Madonna 
mia  matre  ve  benedice.  Piacive  recomandarme  a  vostru  et 
mio  patre,  a  vostra  e  mia  matre,  e  a  quelli  altri  che  v^ 
pare.  Sempre  me  recomando  a  Voi.  .V  Roma,  die  xxviii 
gennaio  1469.  Vostra  Clarice  de  Ursinis. 

E  il  25  febbraio,  dopo  che  Lorenzo  stesso  le  aveva  scritto  della 
giostra,  rispondeva  : 

Magnifico  consorte,  recommandatione  etc.  Ho  auta 
una  vostra  lettera,  la  quale  a  mi  è  molto  grata,  dove  mi 
avisate  de  la  giostra,  che  havete  hauto  l'onore.  A  mi  mol- 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


235 


lo  mi  piacce  che  sia  sodi  sfato  l'animo  vostro  in  quelo  che 
v'  è  sì  a  piacere  ;  et  se  le  horationi  mia  sonno  hesaudite 
in  questo,  me  è  caro,  corno  a  culei  che  desidera  fare  cosa 
che  ve  sii  a  piaccere.  Pregovi  me  recommandate  a  mio 
patre  Piero,  a  mia  matre  Lucretia,  et  a  madonna  Contis- 
sina,  et  tucti  l'altri  che  ve  pare.  Io  mi  recommando  a 
Voi.  Non  altro.  In  Roma,  die  xxv  febr.  1469.  Vostra  Cla- 
rice de  Ursinis. 

Caratteristico  de'  costumi,  non  meno  che  squisito  per  pittura  dal 
vero,  è  quanto,  due  anni  prima,  aveva  scritto  da  Roma,  nel  marzo 
del  67,  madonna  Lucrezia  al  marito  Piero  de'  Medici,  dopo  aver 
messo  gli  occhi  sulla  Clarice  come  buon  partito  pel  loro  figliuolo. 
Così  le  due  letterine  della  fidanzata,  come  questa  della  Tornabuoni. 
le  pubblicò  Cesare  Guasti  (Tre  lettere  di  Lucrezia  Tornabuoni  a  Piero 
de1  Medici  ed  altre  lettere,  ec.)  per  nozze  Uguccioni-Del  Turco  ;  Fireuze, 
tip.  Le  Monnier,  1859. 

....  Giovedì  mattina,  andando  a  San  Piero,  mi  riscon- 
trai in  madonna  Maddalena  Orsina,  sorella  del  Cardinale, 
la  quale  avea  seco  suo'  figliuola,  d'  età  d'anni  15  in  16.  Era 
vestita  alla  romana,  co  '1  lenzuolo  ;  la  quale  mi  parve,  in 
quello  abito,  molta  bella,  bianca  e  grande  :  ma  perchè  la 
fanciulla  pure  era  coperta,  non  la  potè'  vedere  a  mio  mo- 
do. Accadde  ieri  che  andai  a  vicitare  il  prefato  monsi- 
gnor Orsino,  il  quale  era  in  casa  la  prefata  suo'  sorella, 
che  entra  in  nella  sua  ;  quando,  fatto  per  tuo'  parte  con 
suo'  Signoria  le  debite  vicitazioni,  vi  sopraggiunse  la  pre- 
fata suo'  sorella  colla  detta  fanciulla  ;  la  quale  era  in  una 
gonna  istretta  alla  romana,  e  sanza  lenzuolo  :  e  stemoci 
gran  pezzo  a  ragionare  ;  e  io  posi  ben  ment'  a  detta  fan- 
ciulla. La  quale,  come  dico,  è  di  ricipiente  grandezza,  e 
bianca,  et  à  sì  dolce  maniera,  non  però  sì  gentile  come 
le  nostre;  ma  è  di  gran  modesta,  e  da  ridulla  presto  a'no- 
stri  costumi.  Il  capo  non  à  biondo,  perchè  non  se  n'  à 
di  qua  (cioè,  a  Roma  non  son  comuni  le  bionde,  che  erano  le 
più  pregiate  di  bellezza)  :  pendono  i  suoi  capegli  in  rosso,  e 
n'  à  assai.  La  faccia  del  viso  pende  un  po'  tondetta  ;  ma 
non  mi  dispiace.  La  gola  è  isvelta  confacientemente,  ma 
mi  pare  un  po'  sotiletta  o,  a  dir  meglio,  gentiletta.  Il 
petto  non  potemo  vedere,  perchè  usano  ire  tutte  turate  ; 
ma  mostra  di  buona  qualità.  Va  col  capo  non  ardita  come 
le  nostre,  ma  pare  lo  porti  un  po'  innanzi  :  e  questo  mi 
stimo  proceda  perchè  si  vergogniava  ;  chè  in  lei  non  vego 
segnio  alcuno,  se  non  per  lo  star  vergogniosa.  La  mano  à 
lunga  e  isvelta.  E  tutto  racolto,  giudichiamo  la  fanciulla 


236 


NEL  RINASCIMENTO 


assai  più  che  comunale  ;  ma  non  da  comparalla  alla  Ma- 
ria, Lucrezia  e  Bianca  {loro  figliuole).  Lorenzo  lui  mede- 
simo 1'  à  vista  :  e  quanto  esso  se  ne  contenti,  tu  lo  potrai 
intendere.  Io  giudicherò  che  tutto  che  tu  et  lui  ditirmi- 
nerete  sia  ben  fatto,  e  me  n'  accorderò.  Lassiamne  Idio 
pigliar  il  meglio  partito....  Tua  Lucrezia. 

E  in  altro  foglio  di  sua  mano  soggiungeva  : 

Come  ti  dico  per  letera  di  mano  di  Giovanni  (Tor- 
nabuoni,  suo  fratello),  noi  abiàno  vista  la  fanciulla,  con 
buono  modo  e  sanza  dimostrazione  ;  e  quando  la  cosa  non- 
n'  abia  avere  effetto,  non  ci  si  metterà  nulla  del  tuo,  eh  è 
nallo  ragionamento  s'  è  avuto.  La  fanciulla  à  dua  buone 
parti,  eh*  è  grande  e  biancha  :  non  à  uno  bello  viso,  nè 
rusticho  ;  à  buona  persona.  Lorenzo  V  ha  veduta  :  intendi 
da  lui  se  la  li  piace  ;  chè  ci  è  tante  altre  parti,  che  s'ella 
soddisfacessi  a  lui,  ci  potremo  contentare.  El  nome  suo  è 
Clarice.  Lucretia  tua. 

42  Delle  nozze  di  Lorenzo  de'  Medici  con  Clarice  Orsini  nel  1469  ;  In- 
formazione di  Piero  Parenti  fiorentino  :  Firenze,  tip.  Bencini,  1870. 

43  Vedi  nel  mio  libro  Florentia,  a  pag.  212  e  307. 

44  Vedi  la  XXIIIa  delle  lettere  del  Poliziano,  da  me  date  nelle 
sue  Prose  volgari. 

45  Vedi  Un  cappellano  mediceo,  a  pag.  422  e  segg.  del  mio  Florentia. 

46  Nota  dell' arrneggeria  fatta  da  Bartolommeo  Benci  alla  Mariella  degli 
Strozzi  il  14  di  febbraio  1464  in  Firenze-,  Firenze,  tip. Galileiana,  1876: 
pubblicata,  per  nozze  Paoli-Martelli,  da  A.  Gherardi  con  lettera  de- 
dicatoria illustrativa. 

47  «  Ritrasse  di  naturale  »  scrive  di  Desiderio  da  Settignano  il 
Vasari  (IV,  228)  «  la  testa  della  Marietta  degli  Strozzi  ;  la  quale  es- 
«  sendo  bellissima,  gli  riuscì  molto  eccellente  »  :  e  dal  Boschetto  de- 
gli Strozzi,  fuor  di  Porta  S.  Frediano,  è  oggi  nel  loro  palazzo  in  città. 
Altri  ha  creduto  riconoscerla  in  un  busto,  pure  strozziano,  che  ènei 
Museo  di  Berlino.  «  Ad  Laurentium  Strozam  de  Mariettae  sororis 
«  laudibus  »  sono  distici  del  solito  eulogista  mediceo  Naldo  Naldi, 
nel  codice  Laurenziano  XXXV,  xxxiv,  c.  15-17. 

48  Fra  le  Vile  di  contemporanei  scritte  da  Vespasiano  da  Bisticci, 
è  anche  quella  dell'Alessandra  Bardi  Strozzi  :  ma  vedi  di  lei  anche 
nell'aureo  libro  di  Cesare  Guasti  sull'  altra  degna  donna  entrata 
nell'  altro  ramo  della  grande  famiglia,  Alessandra  Macinghi  negli 
Strozzi  :  Lettere  di  una  gentildonna  fiorentina  del  secolo  XV  ai  figliuoli 
esuli  ;  Firenze,  Sansoni,  1877  ;  pag.  xii-xv. 

49  Nel  cit.  carteggio  domestico  pubblicato  dal  Guasti,  si  può  ve- 
dere (pag.  589-90,  594-90)  com'  era  giudicata  la  Marietta,  quando  si 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


237 


trattò  di  farne  la  moglie  d'uno  de'figliuoli  dell'Alessandra,  Lorenzo. 
A  questo  Lorenzo,  che  n'  era  innamorato  fino  a  dare  per  certo  che 
o  lei  o  nessuna,  il  fratello  maggiore  Filippo  scriveva  nel  69:  «  Con- 
«  fessoti  che  sia  da  mettere  per  bella  fanciulla,  o  vuoi  dire  donna,  e 
«  che  ha  buona  dota  :  ma  in  opposito  mi  pare  vi  siano  tante  parti, 
«che  pesono  assai  più  che  le  buone.  Di  prima  faccia,  a  chi  lo  sen- 
«  tira  parrà  che  noi  vi  manchiamo  di  riputazione,  perchè  la  mer- 
«  catanzia  non  va,  tanto  è  soprastata  e  suta  percossa  »  (allude  a  trat- 
tative d'altri  matrimoni)  «  e  costì  e  altrove  ;  e  1'  essere  trasandata 
«  di  tempo,  e  sanza  padre  e  sanza  madre,  »  (era  morta  nel  65)  «  e  fuori 
«  di  casa  sua,  essendo  bella,  non  sarebbe  gran  fatto  che  ci  fussi  qual- 
«  che  macchia.  Poi  penso,  ec.  » 

50  E  del  febbraio  64,  a  Lorenzo,  giovine  di  diciott'  anni,  a  Pisa, 
nell'Archivio  fiorentino  di  Stato,  Carte  Strozzi  Uguccioni,  filza  cui, 
a  c.  72.  Questo  e  qualche  altro  po'  del  latino  che,  leggendo  alle  si- 
gnore, tradussi,  non  disdice  forse  all'  argomento  umanistico....  nè 
ormai  a  leggitrici  parecchie,  che  vengon  sapendo  di  latino  più  di  ta- 
luni laureati. 

....  ea  ad  te  scribam,  quae  neque  ab  amicitia  nostra 
aliena  sunt,  simulque  in  legendo  tibi  aliquam  voluptatem 
possint  afferre.  Cum  enim  haec  scribebam,  nix  totam  pene 
urbem  oppleverat  :  quam  aliis  taedio  atque  languori,  aliis 
exercitio  atque  voluptati,  fuisse  scias  ;  sed  in  primis  in- 
credibili voluptati  fuit  Laucterio  Neronio,  Priori  Pandol- 
fino  et  Bartholomeo  Bencio,  spectatissimis  sane  nostrae 
civitatis  hominibus.  Hi  enim,  hac  oblata  rerum  opportu- 
nitate,  in  id  convenerunt,  ut  aliquid  memoria  dignum  ede- 
rent.  Quapropter,  circiter  secundam  horam  noctis,  ante 
aedes  Strozzae  puellae,  cum  summa  hominum  frequentia, 
nam  ad  id  undique  populus  confluxerant,  se  obtulerunt, 
scilicet  parati  et  simul  iacere  atque  recipere  quasi  ad 
invicem  multano,  nivem.  Partiti  igitur  sunt  cum  puella  ni- 
vem.  Quod  spectaculum,  Dii  immortales  !  nam  prò  digni- 
tate,  et  innumerorum  funalium  luminibus,  et  tubarum 
clangore  atque  tibiarum  suavitate,  exornatum  erat.  Hic 
autem  vereor  ne  mea  inculta  oratione  assequi  possim  quid 
ea  nocte  meis  oculis  conspicatus  sum.  Quid  enim  dicam  de 
variis  circumastantium  studiis  ?  quid  de  multorum  ap- 
plausu?  Liceat  haec  brevi  ter  perstringere,  mi  Laurenti, 
cum  assequi  nostris  verbis  nequeamus.  Quisque  enim  ilio- 
rum  aliquid  egregium  se  adeptum  putabat,  si  nive  niveae 
puellae  faciem  conspersisset,  adeo  ut  facile  diceres,  liane 
totam  rem  non  nivis  ludum  fuisse,  sed  potius  sagittato- 
rum  certamen  ad  scopon,  tanta  gloria  pugnabant  !  Ipsa 
vero  puella  ita  se  gessit,  ob  summam,  quae  in  illa  est, 


238 


NEL  RINASCIMENTO 


ludendi  venustatem  atque  dexteritatem,  non  dicam  ob 
pulchritudinem  quae  satis  omnibus  innotescit,  ut  probata 
ab  omnibus  atque  commendata  discederet.  Adolescentes 
vero  ii,  qui  tam  liberaliter  luserant,  nullo  pacto  prius, 
quin  digno  munere  eam  afficerent,  discedendum  putarunt. 
Itaque  discessum  est,  ut  unusquisque  sibi  accumulatissime 
satisfecisse  videretur...  » 
81        Nix  ipsa  es  virgo,  et  nive  ludis.  Lude  ;  sed  ante 
quam  pereat  candor,  fac  rigor  ut  pereat. 
A  pag.  143  delle  cit.  Poesie  lai.  e  gr.  Vedi  ivi  da  me  indicati  altri 
consimili  ghiribizzi  nivali.  Del  resto  si  hanno,  de'  giuochi  di  neve, 
anche  riscontri  medievali  popolari.  Nei  Sonetti  di  Folgore  da  San 
Gimignano  (Le  Rime  ec.  ;  Bologna,  1880  ;  pag.  5)  per  la  Brigata  spen- 
dereccia senese,  uno  de'  divertimenti  invernali  dev'esser  di 
uscir  di  fora  alcuna  volta  il  giorno, 
gittando  della  neve  bella  e  bianca 
a  le  donzelle  che  staran  dattorno. 
E  uno  dei  Canli  carnascialeschi  fiorentini  (Firenze,  1559;  pag.  61),  dei 
tempi  appunto  della  Marietta,   è  il  Canto  della  neve,  gentilissima 
cosa,  come  bastano  questi  versi  a  mostrare  : 

Chi  vuol  con  questa  neve  trastullarsi, 
o  belle  donne,  ei  non  è  tempo  a  starsi. 
La  bella  neve,  donne,  oggi  v'  invita  : 
1'  è  oggi  bianca,  e  doman  fia  fuggita  ; 
e  così  fa  la  vostra  età  fiorita  : 
che  tosto  è  vecchia  ;  e  poi  bisogna  starsi. 
52  Foscolo,  Sepolcri,  vv.  20-22. 

h"  Delle  nozze  episcopali  fiorentine  ebbi  a  far  cenno  nella  prima 
di  queste  monografie,  a  pag.  28.  Sono  descritte  in  un  frammento  di 
Cronaca  del  1342,  pubblicato  dietro  a  quella  domestica  di  Donato 
Velluti,  da  D.  M.  Manni  (Firenze,  1731),  che  alcune  pagine  della  sua 
prefazione  al  libro  spende  su  questo  argomento,  riferendone  autorità 
di  scrittori  e  di  documenti.  Dal  latino  notarile  di  quei  documenti  e 
di  altri,  concernenti  il  matrimonio  della  badessa  di  San  Piero,  si  at- 
teggiano pittorescamente  costumi  e  figure  di  coteste  età  singolari. 

In  quelle  nozze  del  1342,  il  vescovo  novello  viene  (così  descrivono 
memorie  d'un  Libro  della  famiglia  Visdomini,  riferite  dal  Manni) 
viene  da  Porta  Romana.  Gli  vanno  incontro  «  con  tube  e  cennamelle 
e  altra  sorta  strumenti  »  il  Potestà  e  il  Capitano  con  tutti  i  loro  ca- 
valieri e  giudici,  e  grande  popolo  dietro  :  così  pure,  tutti  i  canonici 
e  il  clero  e  le  fraterie,  processionalmente.  Alla  porta  i  Visdomini  e 
i  Tosinghi  (le  quali  due  famiglie  sono  i  «  visdomini  »  del  vescovato 
fiorentino,  i  proverbiati  da  Dante  [Parad.  XVI,  112-114]  del  «  farsi 
grassi  »  in  sede  vacante)  scendono  da  cavallo,  e  «  con  serto  e  ghir- 
lande in  capo  »  aspettano    1  vescovo.  All'arrivo  di  lui,  che  viene, 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ  239 


«  parato  pontificalmente  con  mitra  e  piviale  »,  e  passa  a  cavallo  la 
porta,  quattro  dei  suddetti  visdomini  lo  ricevono  sotto  un  palio  di 
drappo  dorato  retto  su  quattro  bigordi  o  aste  da  giostra  :  altri  due, 
in  ufficio  di  «  addestratori  »,  prendono  il  freno  del  cavallo.  E  così, 
da  Porta  Romana  la  comitiva  giunge  a  San  Pier  Maggiore.  Scende  il 
vescovo  da  cavallo  :  e  i  visdomini  «  lo  ricevono  nelle  loro  braccia, 
e  con  esso  vanno  all'altare  »  ;  e  poi,  mentr'  e'  si  para,  «  sempre  lo 
tengono  fra  le  braccia»,  aiutandolo  a  vestirsi,  e  «vanno  con  esso 
fino  alla  camera,  e  dentro  la  camera,  della  badessa  ».  Ivi  il  vescovo 
trova  «  un  bellissimo  letto  che  la  badessa  ha  fatto  fare  per  lui  »,  e 
in  quello  si  riposa  a  piacer  suo.  Poi  esce  di  camera,  e  viene  nel  chio- 
stro, dove  si  fa  il  banchetto.  Il  cavallo  del  vescovo  resta  alla  badessa. 
Il  giorno  dipoi  tornano  i  visdomini  alla  camera  dov'  è  rimasto  il  ve- 
scovo ;  e  al  solito  inghirlandati  lo  accompagnano  in  chiesa  all'al- 
tare e  lo  insediano  solennemente  :  poi  viene  il  clero,  vengono  i  re- 
ligiosi, e  lo  conducono,  scalzo,  da  San  Piero  a  Santa  Reparata,  dove 
prende  possesso. 

Centoventuno  anni  dopo,  il  27  agosto  1473,  il  vescovo  (anzi  al- 
lora 1'  arcivescovo)  arriva  a  San  Piero,  siede  pontificalmente  ;  la 
badessa  gli  s'  inginocchia  dinanzi,  supplicandolo  di  «essere  da  lui 
spiritualmente  sposata  »;  egli  «  con  ilare  faccia  »  le  dà  l'anello:  un  Al- 
bizzi  ha  il  privilegio  di  tenere  il  dito  della  sposa  nell'  inanellamento. 
Della  camera,  del  letto,  della  notte  nuziale,  1'  istrumento  notarile 
non  dice  nulla. 

Le  nozze  episcopali  in  San  Piero  le  aveva  anche  Pistoia  :  vedi 

V  ingresso  in  Pistoia  del  vescovo  Matteo  Diamanti,  e  il  suo  sposalizio  con 
la  badessa  di  San  Piero  il  30  maggio  1400  ;  Descrizione  di  un  contempo- 
raneo ;  pubblicata  da  C.  Gigliotti  (Camaiore,  1898)  per  nozze  Rosta- 
gno-Cavazza. 

54  Nelle  nozze  del  13)1,  lo  stesso  notaro  che  si  roga  dell'anello, 
ha  testé  ricevuto  una  protesta  del  sindaco  e  procuratore  del  mona- 
stero, con  riserva  di  diritti  ec,  perchè  al  pranzo  nuziale  in  San  Piero 
sono  stati  ammessi,  e  delle  due  famiglie  visdominali  e  de'  canonici, 
più  di  quelli  che  soli  n'  avevano  il  diritto.  La  cerimonia  del  1383  è 
accompagnata  da  tumulti  e  proteste,  e  seguita  da  un  lodo  di  giuri- 
speriti. 

83  Di  questa  sella,  «  anzi  sella  e  freno  »,  vedi  le  lettere  XIVa  e  XVIa 
della  Macinghi  Strozzi,  e  relative  annotazioni  del  Guasti.  Ne'  tempi 
dell'Alessandra  pare  che  la  cerimonia  andasse  un  po'  in  disuso  :  ma 
non  mancano  testimonianze  del  secolo  successivo.  Una  elucubrano 
su  tale  argomento,  di  Dionisio  Lippi  pievano  di  Castelfiorentino,  ha 
occasione  dall'ingresso  del  1567. 

Queste  mie  noterelle  53,  54,  55,  si  appoggiano  a  documenti  del- 
l'Archivio notarile,  o  contenuti  nel  cosi  detto  Bullettone  o  Libro  dei 
visdomini,  che  si  conserva  nell'Archivio  arcivescovile  di  Firenze. 


240 


NEL  RINASCIMENTO 


56  Ora  da  me  pubblicato  in  Florenlia,  pag.  357  e  segg. 
87  Nella  conferenza  che  ebbi  occasione  di  indicare  a  pag.  56,  nota  10 
38  Vedi  P.  Villari,  Niccolò  Machiavelli  e  i  suoi  tempi  ;  I,  393  ;  III, 
194-196. 

59  «  E  restata  Annalena  priva  del  figliuolo  e  del  marito,  non  volle 
«  più  con  altro  uomo  accompagnarsi  ;  e  fatto  delle  sue  case  un  mu- 
«  nistero,  con  molte  nobili  donne  che  con  lei  convennero  si  rinchiuse, 
«  dove  santamente  visse  e  morì.  La  cui  memoria,  per  il  munistero 
«  creato  e  nomato  da  lei,  come  al  presente  vive,  così  viverà  sempre  ». 
Istorie  fiorentine,  VI,  vii. 

60  Vedi  G.  Zippel,  Le  monache  d' Annalena  e  il  Savonarola  ;  nel  fase, 
di  ottobre  1901  della  Rivista  d'Italia. 

61  11  solito  Naldo  Naldi  :  Ad  Annalenam  feminam  castissimam  (Co- 
dice Laurenziano  XXXV,  xxxiv): 

Surge,  liber  ;  nigram  tristis  nunc  indue  vestem 

atque  Annae  casta  sacella  pete. 


Quae  surgunt  fesulis  ....  suffulta  columnis 

candida  tempia  petes  spirituamque  domum. 


Annalenam  ....  visas 


Vestales  spectabis  in  ordine  castas, 

fundentes  sacras  in  sua  vota  preces. 
E  dopo  avere  fatto  piangere  e  disperarsi,  nel  cenobio  d' Annalena, 
quella  sua  poesia  poveraccia,  soggiunge  : 

 non  est  minor  ille  supremum, 

sit  quamvis  sapiens,  quem  capit  Anna  dolor. 
Dicitur  haec  etiam  lachrymas  fudisse  pudicas 

Albitiae  fato  virginis  acta  gravi. 
Nec  mirum  :  sic  Anna  piam  dilexit  alumnam, 
pignora  sola  velut  anxia  mater  amat. 
E  conchiude  che,  tra  la  pia  Annalena  e  la  poesia  di  esso  Naldo, 
faranno  a  gara,  per  l'Albiera,  l'Annalena  di  pregare,  e  la  poesia  di 
cantare,  per  farla  star  meglio  di  là  e  di  qua. 

62  Come  quello  eh'  ebbi  altra  occasione  di  citare  (pag.  232,  nota  38), 
pubblicato  da  S.  Morpurgo,  El  Costume  de  le  donne  ec.  Per  tutta  una 
letteratura  medievale,  italiana  e  francese,  di  «  castigamenti  »  o  «  reggi- 
menti »  domestici  o  femminili,  alla  quale  esso  appartiene,  vedi  la 
recensione  fattane  da  E.  Gorra,  nel  Giornale  storico  della  letteratura 
italiana;  XIV,  269  segg. 

63  Quello  che  fu  lungamente  conosciuto  per  Trattato  del  Governo 
della  famiglia  di  Agnolo  Pandolfini,  dialogizzante  in  esso  co'  figliuoli 
e  nipoti,  è  oggi  restituito,  come  libro  terzo,  all'opera  Della  famiglia 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


241 


di  Leon  Battista  Alberti  :  e  ciò  specialmente  dopo  il  bel  libro  di  Gi- 
rolamo Mancini,  Vita  di  L.  B.  Alberti;  Firenze,  Sansoni,  1882. 

64  Vite  di  uomini  illustri  del  secolo  XV  ;  ediz.  L.  Frati,  Bologna, 
1892-93.  Al  tema  nostro  più  strettamente  attiene  la  parte  che  il 
buon  Vespasiano  assegnò  alle  Donne  illustri,  scrivendo  distesamente 
la  Vita  dell'Alessandra  Bardi  negli  Strozzi,  e  incominciando  il  Li- 
bro, biografico  insieme  e  didattico,  delle  lode  e  commendazione  delle 
donne,  mandato  a  madonna  Maria  donna  di  Pierfllippo  Pandolfini:  nella 
citata  edizione,  111,  pagg.  245  segg.  Non  dissimilmente  ispirata,  seb- 
bene in  tutt'altre  circostanze  di  vita  civile,  apparisce  una  Defensione 
delle  donne  (Bologna,  Romagnoli,  1876)  di  anonimo,  uomo  di  chiesa, 
di  dicitura  piuttosto  toscana,  ma  che  scriveva  in  Mantova  pur  in 
quella  seconda  metà  del  Quattrocento.  Non  appartengono,  o  ben  poco, 
al  tema  di  questo  mio  libro,  ma  pure  si  congiungono  comecchessia 
a  quella  foggia  di  scritture,  le  Difese  delle  donne,  la  Nobiltà  delle  donne, 
e  simili  altre  compilazioni  cinquecentistiche,  sulle  quali  vedi  la  dotta 
bibliografia  di  Salvatore  Bongi,  Annali  di  Gabriel  Giolito  de1  Ferrari 
(Roma,  1890-97\  I,  246-49. 

E  qui  anche  ritorna  (cfr.  nota  38)  il  nome  del  leggiadro  monaco 
Firenzuola,  coi  Ragionamenti  d'amore  premessi  alle  Novelle,  e  prece- 
duti dalla  Epistola  in  lode  delle  donne  a  m esser  Claudio  Tolomei,  sen- 
tenziatore  che  le  donne  siano  «  persone,  alle  quali  più  si  converrebbe 
«  cercare  quante  matasse  facci an  mestieri  a  riempire  una  tela,  che 
«  entrare  per  le  scuole  de'  filosofanti  ».  Ma  la  filosofia  del  Firenzuola 
era,  invero,  troppo  più  femminile  che  monastica.  E  così  quando  messer 
Giovanni  Boccacci  esalta  (Corbaccio,  pag.  57-58)  i  colloqui  spirituali 
con  le  Muse,  quanto  potrem  noi  credergli  ch'ei  li  preferisse  daddovero 
a  quelli  con  le  donne  di  questo  mondo  ?  sebbene  e'metta  a  carico  di 
queste  la  trivialità  de'  loro  discorsi  :  «  e  quanta  cenere  si  voglia  a 
«  cuocere  una  matassa  d'accia,  e  se  il  lino  viterbese  è  più  sottile  che 
«  '1  romagnuolo,  e  se  troppo  abbia  il  forno  la  fornaia  scaldato,  e  la 
«  fante  lasciato  meno  il  pane  levitare,  o  che  da  provveder  sia  donde 
«  vegnano  delle  granate  che  la  casa  si  spazzi,  o  quel  ch'abbia  fatto 
«  la  notte  passata  monna  cotale  e  monna  altrettale,  e  quanti  pater- 
«  nostri  ell'abbia  detti  al  predicare,  e  s'egli  è  il  meglio  alla  cotale 
«  roba  mutar  le  gale  o  lasciarle  stare....  »  :  il  che  tutto,  o  quasi  tutto, 
non  guasta  a  noi  1'  «  ideale  nella  realtà  »  della  donna  di  casa  del 
buon  tempo  antico  e  di  tutti  i  tempi. 

65  Regola  del  governo  di  cura  familiare,  compilata  dal  beato  Giovanni 
Dominici  fiorentino  de*  Frati  Predicatori;  ediz.  Salvi,  Firenze  1860. 

66  Affettuoso  abituai  modo  di  ricordarle,  che  già  rilevai  a  pag.  64, 
nota  96. 

M  Alle  già  fino  dal  Settecento  date  a  stampa,  di  Donato  Velluti, 
di  Giovanni  Morelli,  di  Bonaccorso  Pitti,  altre  oggi  e  Croniche  do- 
mestiche e  Ricordanze  si  potrebbero  aggiungere:  incominciando  dal 


Del  Lungo 


16 


242 


NEL  RINASCIMENTO 


ristampare,  con  migliori  cure,  quelle  tre,  e  restituendole  a  quel  loro 
vero  titolo,  di  Croniche  domestiche,  che  è  quanto  dire  presentandole 
per  ciò  che  veramente  esse  sono. 

68  Vedi  qui  a  pag.  64,  nota  95.  Anche  il  Burckhardt  (op.  cit.,  Il,  167) 
attribuisce  tale  significato  e  valore  alla  biografia  della  Bardi  scritta 
da  Vespasiano. 

69  Nella  cit.  ediz.,  a  pagg.  257,  258,  259,  263,  266,  267,  268. 

70  «  «.  la  seconda  regola  »  (di  due,  date  da  San  Paolo)  «  della  quale 
«eli' hanno  grandissimo  bisogno,  è  questo,  ch'elle  imparino,  e  mas- 
«  sime  in  chiesa,  a  non  parlare.  E  io  vi  aggiungo,  e  in  ogni  altro 
«  luogo;  perchè  con  questo  mezzo  del  parlare  favellano  molti  mali...  » 
Proemio  alla  Vita  di  Alessandra  Bardi,  pag.  256. 

71  Nella  XXVIa  delle  già  citate  Lettere,  pag.  256. 

72  Lettere  di  una  gentildonna  fiorentina  del  secolo  XV  ai  figliuoli  esuli, 
pubblicate  da  Cesare  Guasti;  Firenze,  Sansoni,  1877. 

73  Istorie  fiorentine  ;  IV,  xvi. 

74  Archivio  fiorentino  di  Stato  ;  Carte  Medicee  avanti  il  principato, 
XXII,  347.  Era  la  Ginevra  moglie,  da  due  anni,  di  Bernardo  Barto- 
lini  Salimbeni. 

75  Mi  è  caro  ricordare  come  una  fra  le  gentili  che  mi  ascoltavano, 
pubblicasse  tre  anni  dipoi  pagine  nelle  quali  Cesare  Guasti  avrebbe 
potuto  riconoscere  non  infruttuosa  la  dedica  da  lui  preposta  al  suo 
libro:  «  Alle  donne  italiane  —  le  quali  prego  —  leggano  questo  volume  — 
«col  cuore».  Il  libretto  di  quella  gentile  s'intitola:  Giulia  Fran- 
ceschini,  Le  Lettere  di  Alessandra  Macinghi  Strozzi;  Firenze,  Stab.  tip. 
fiorentino,  1895. 

76  Delle  Donne  di  casa  Medici  avanti  il  principato  (Contessina,  Lu- 
crezia, Clarice,  Alfonsina,  Maria  Salviati)  ha  raccolto  le  memorie, 
dall'edito  e  dall'inedito,  una  studiosa  alunna  dell'Istituto  Supe- 
riore fiorentino  di  Magistero  femminile,  signorina  Berta  Felice  ;  ed 
io  benauguro  della  non  lontana  pubblicazione.  —  La  Macinghi  Strozzi 
è  rivissuta  nel  libro  del  Guasti.  —  Di  Maria  Salviati  nei  Medici,  di 
Maria  Soderini  nei  Medici,  di  Maria  Strozzi  nei  Eidolfi,  vedi  qui  ap- 
presso, note  87,  88.  —  Nella  Isabella  Guicciardini  effigio  io,  in  questo 
stesso  libro,  Una  madre  famiglia  del  Cinquecento.  —  Ne'  Rucellai,  famiglia 
di  gran  valentuomini  in  quell'  età  di  transito  da  repubblica  a  prin- 
cipato, e  fra  questo  e  quella  ondeggiante,  entrò  la  Nannina  Medici 
sorella  del  magnifico  Lorenzo,  moglie  di  Bernardo  uom  di  stato  e 
umanista  ;  e  seguaci  fervorose  pur  vi  ebbe  il  Savonarola  (vedi  appresso 
nota  77). 

77  Vedi  P.  Villari,  La  storia  di  G.  Savonarola  ;  II,  cxcu.  E  ne'  Do- 
cumenti e  Sludi  intorno  a  G.  Savonarola  per  cura  di  A.  Gherardi  (Firenze, 
Sansoni,  1887,  a  pag.  216)  si  legge  che  all'  invito  per  la  prova  del  fuoco, 
a  provar  vera,  contro  le  scomuniche,  la  dottrina  del  Frate,  erano 
«tanti  che  desiderano  entrare  in  questo  fuoco,  che  è  uno  stupore, 


È  NEGLI   ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


243 


«  così  secolari  come  religiosi,  come  femine  et  giovanetti.  In  modo, 
«  che  invitando  iermattina  in  pubblico  fra  Domenico  a  questo,  si  le- 
«  vorono  a  un  tratto  molte  donne  gridando  :  Io,  Io....  » 

Una  di  coteste  donne  è  credibile  fosse  la  «  diletta  in  Cristo  so- 
rella, ancilla  del  Nostro  Signore  »,  alla  quale,  senza  ne  apparisca  al- 
tramente il  nome,  fra  Domenico  Bonvicini,  il  più  animoso  dei  seguaci 
del  Savonarola  e  uno  de'  due  suoi  compagni  di  rogo,  scriveva  : 

Sorella  mia  in  Christo  domino  dulcissima.  Le  nostre 
cose  sono  da  Dio  :  et  se  Voi  starete  umile,  e  non  le  co- 
municherete con  molti,  ne  le  direte  se  non  forzata  o  per 
grande  utilità,  pregando  il  Signore  che  non  vi  lasci  in- 
gannare ;  se  farete,  dico,  queste  tre  cose,  non  vi  si  mesco- 
lerà mai  alcuno  errore,  e  cresceranno  in  magior  lume  e 
grazia.  Dunque  pregate  Dio  che  mi  mandi  uno  demonio 
come  egli  ha  mandato  a  Voi;  ciò  è  di  quella  ragione  spi- 
rito, della  quale  ragione  avete  Voi;  perchè  io  vorrei  essere 
spiritato  come  siete  Voi.  De',  fate  d'essere  exaudita.  Oh 
quanta  cecità  della  Chiesa  nel  tempo  presente  !  poi  che 
e'  ministri  di  quella  non  sanno  discernere  tra  la  luce  e  le 
tenebre  qual  differenza  sia,  cioè  tra  '1  pazzo  e  lo  spiritato  ; 
e  tra  lo  spiritato  di  Dio  spirito  santo,  e  lo  spiritato  del 
demonio  spirito  maligno.  Ma  io  mi  credo  che  la  passione 
e  disordinata  affezione,  e  poca  allegrezza  del  bene  e  della 
grazia  del  fratello,  faccia  a  molti  dire  quel  che  per  nes- 
suno modo  essi  non  credono.  E  basti.... 
Guido  Biagi,  Spigolature  savonaroliane  (per  nozze  Rostagno-Cavazza  : 
Firenze,  1898),  a  pag.  9-10.  E  probabile  che  costei  fosse  monna  Barto- 
lomea  Gianfìgliazzi  ;  «  la  quale  avea  sue  divozioni  e  sua  spiriti,  se- 
«  condo  diceva  »  ;  così  il  Savonarola  nel  processo  (Villari,  loc.  cit.); 
«  ma  »  soggiunge  «  a  questa  non  prestava  molta  fede,   perchè  li  pa- 
«  reva  pazza.  » 

Le  due  Rucellai  savonaroliane  furono  una  Cammilla,  venuta  dai 
Bartolini  Davanzi,  e  una  Marietta  entrata  negli  Albizzi  (vedi  L.  Pas- 
serini, Genealogia  e  Storia  della  famiglia  Rucellai;  Firenze,  1861;  pagg. 
130-131).  La  Cammilla,  scioltasi  dalla  vita  coniugale  (prima  an- 
nuente, poi  renuente,  il  marito),  si  fece  terziaria  domenicana  col  nome 
di  suor  Lucia  ;  e  nel  Diario  sacro  ec.  fiorentino,  ch'ebbi  occasione  di 
citare  a  pag.  59,  è  sotto  il  28  ottobre  :  «  Beata  Lucia  Bartolini  Rucel- 
lai domenicana  ».  Se  di  tempra  giacobina  fosse  costei,  lo  mostra  una 
pagina  del  Processo  savonaroliano  (Villari,  II,  clxj'v,  ccxxvij),  che  si 
riferisce  al  truce  episodio  (vedi  sopra,  nota  18)  della  condanna  e  de- 
capitazione dei  cinque  Medicei  nel  97  :  «  Filippo  Arrigucci,  che  allora 
«  era  de'Signori,  voleva  gittare  dalle  finestre  del  Palazzo  Bernardo 
«  del  Nero,  che  era  allora  Gonfalonieri  di  Iustizia  :  e  in  quel  tempo 
«  il  ditto  Filippo  mandò  a  dimandare  madonna  Camilla  de'  Rucellai 


244 


NEL  RINASCIMENTO 


«  quello  si  aveva  a  fare  allora  ;  e  lei  gli  mandò  a  rispondere  che  lei 
«  aveva  avuto  in  revelazione,  che  gittassero  dalle  finestre  Bernardo 
«  del  Nero....  ». 

78  Vedi  fra  i  citati  Documenti  e  studi  del  Gherardi,  come  scriva, 
il  25  maggio  1495,  una  Guglielmina  della  Stufa  al  marito  Luigi  Com- 
missario per  la  Repubblica  in  Arezzo:  «Fra  Girolamo,  stamani,  ci 
«  à  rafermo  el  bene  che  noi  avemo  avere  che  non  mancherà  per  nulla, 
«  ma  che  prima  abbiamo  avere  del  male  ;  e  perchè  el  male  sia  meno, 
«  ci  ha  detto  faciamo  quaresima  da  qui  a  lo  Spirito  Santo,  e  stiamo 
«  in  orazione  ;  e  che  non  dubita  che  messer  Domenedio  è  piatoso, 
«  che  ci  alegerirà  le  nostre  fatiche  che  avemo  avere.  Sì  che  qua 
«  ognuno  stimo  la  farà.  El  simile  devereste  far  Voi,  a  ciò  che  Dio 
«  ci  liberasse  da  tanti  affanni  e  tribulazione  che  si  trova  questa  città 
«  e,  per  dire  meglio,  tuto  el  mondo  ». 

Ma  singolare  documento  savonaroliano  e  femminile  è  la  Let- 
tera di  una  Monaca  a  fra  Jeronimo  Savonarola,  pubblicata  (per  nozze 
Carnesecchi-Bini  ;  Firenze,  1898;  da  Guido  Biagi  ;  dove  è  sollecitata 
«  la  riforma  delle  donne  »  quasi  con  senso  di  gelosia,  che  il  rifor- 
matore si  occupi  meno  di  loro,  che  «  degli  uomini  e  de'  fanciulli  ». 

Debitores  sumus  non  carni,  ut  secundum  cameni  vivamus. 
Si  enim  secundum  carnem  vixeritis,  moriemini  :  si  autem  spi- 
ritu  facta  carnis  morlificaveritis,  vivetis.  Ad  Romanos,  8  c°. 

Essendo  noi,  reverendissimo  in  Christo  Yhesu  padre 
diletto,  debitori  non  alla  carne,[ma  per  mortificare  le 
opere  della  carne  collo  spirito  e  vivere;  e  questo  deside- 
rando moltissime  persone,  e  maxime  le  fanciulle,  le  quali 
zelanti  e  fervide  che  l'onore  di  Dio  in  loro  sia  magnificato, 
avuto  più  volte  da  Voi  predicando  consiglio  e  documenti 
si  debbino  reformare  ad  uno  onesto  e  semplice  vivere,  e 
con  ardente  caritate  e  mirabile  fervore  eccitate  a  fare  la 
reforma:  pare  a  loro  che,  poi  eccitasti  et  a  reformare  co- 
minciasti li  uomini  et  i  fanciulli,  delle  donne  non  vi  cu- 
riate. E  benché  siàno  manco  degne,  non  è  però  che  da 
Dio  non  siàno  molto  amate,  poi  che  di  donna  volse  na- 
scere, e  la  Chiesa  dice  :  Intercede  prò  devoto  femineo  sexu. 
Le  quali  vorrebbono,  per  zelo  di  iustizia,  fussi  pregato 
notificare  e  pubblicare  questa  reforma,  acciò  possino  el 
desiderio  nel  quale  si  ritruovono  perficere.  E  sapete  non 
essere  manco  virtute  il  conservare  lo  acquistato,  che  il 
congregare  :  immo,  più  ;  come  dice  Jovanni  Cassiano  nelle 
sue  Collazioni.  Et  avendo  voi  assai  tempo  laborato  e  ben 
seminato,  è  necessario  provedere  non  venisse  lo  inimico 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


245 


omo  per  seminare  la  zinzania;  e  maxime  che  viene  il  tempo 
della  state,  e  le  fanciulle  di  nuovo  si  rivestono  :  vorrebon 
sapere  che  foggia  e  forma  abbino  a  fare.  Sapete  che  '1  senso 
tira  :  se  non  provedete  con  questa  reforma,  transcorre- 
ranno in  troppa  dilazione.  Sì  che,  per  caritate,  siate  con- 
tento più  presto  potete  manifestarla.  Non  altro.  Christo 
Yhesu  sempre  sia  in  vostra  guardia.  La  nostra  sorella  et 
io,  vostre  sempre  spiritual  figliuole,  vi  preghiamo  nelle 
vostre  orazione  di  noi  facciate  memoria  ;  e  così  tutta  la 
casa  nostra  è  al  vostro  comando.  Addì  2  di  maggio,  l'anno 
di  salute  mcccclxxxxvi. 

Per  la  Vostra  in  Christo  spiritual  figliuola  Margarita 
di  Martino. 

79  Predica  dei  15  maggio  1496;  a  c.  42-13  dell'edizione  di  Venezia,  1540. 

80  Vedi  Villari,  op.  cit.,  I,  505-511  ;  II,  95.  In  una  Canzona  (da  me 
ripubblicata  ;  Firenze,  1864)  d'un  Piagnone  pel  Bruciamento  delle  vanità 
nel  carnevale  del  1498,  la  quale  al  Tommaseo  (Dizionario  estetico,  pag.  910  ; 
parve  palinodia  insieme  e  parodia  dei  canti  carnascialeschi  Medicei, 
fra  le  cose  che  il  fiorentino  piagnone  dice  a  Carnevale,  mentre 
questi  si  accinge  a  tramutarsi  da  Firenze,  convertita  cristiana,  a 
Roma  curiale  e  pagana,  è  anche  : 

Le  tue  donne  vane  e  stolte 
sonsi  mai  contra  te  volte, 
che  l'avevi  fatte  erede  ? 

E  Carnasciale  risponde  : 

Ciascun  m'ha  per  derelitto  ; 
fin  le  donne  m'  hanno  afflitto, 
rinegando  la  mia  fede. 

81  Vedi  in  iscorcio  quelle  e  altre  figure  in  Mecenate  e  Cliente  me- 
dicei, a  pag.  206  segg.  del  cit.  mio  libro  Florentia. 

82  P.  Villari,  Niccolò  Machiavelli  e  i  suoi  tempi;  III,  44  segg.,  77, 136  segg. 

83  Vedi  Carnasciale  postumo,  &  pag.  412-421  del  mio  cit.  Florentia  ;  e 
Repubblica  medicea,  a  pag.  113-149  delle  mie  Conferenze  fiorentine  (Milano, 
Cogliati,  1901). 

84  A  pag.  68-69  del  cit.  Studio  di  G.  Levantini- Pieroni  su  Lucrezia 
Tornabuoni. 

83  Lettera  LIXa,  de'  15  novembre  1465,  a  pag.  517:  «  ....  l'angiolo  Raf- 
«  faello,  ....  come  guardò  Tubbiuzzo  da  pericoli  e  da  inganni,  e  poi  lo 
«  rimenò  al  padre  e  alla  madre,  ....  così  rimeni  voi  a  vostra  madre, 
«  che  con  tanto  disiderio  v'aspetta  ». 

8,ì  Vedi  sopra,  a  pag.  236-37,  nota  49. 


246 


NEL  RINASCIMENTO 


87  Anche  questa  madre  fiorentina  ci  fu  rivelata  da  Cesare  Guasti, 
quando  illustrò  coi  documenti  Alcuni  fatti  della  prima  giovinezza  di 
Cosimo  I  de*  Medici  (ora  negli  Scritti  storici,  voi.  I  delle  Opere,  apagg.  91 
segg.).  Vedi  poi  L.  A.  Ferrai,  Cosimo  de*  Medici  duca  di  Firenze  ;  Bologna, 
Zanichelli,  1882:  Pierre  Gauthiez,  Jean  des  Bandes  Noires  ;  Paris,  1901. 

88  Anche  in  quel  dramma  finale  della  libertà  fiorentina,  la  parte 
che,  madre  e  sorella,  figliuola  e  nuora,  ha  la  donna,  accennata  già  pur 
negli  storici  contemporanei,  emerge  oggi  e  rileva  dalle  belle  monogra- 
fìe di  L.  A.  Ferrai,  Lorenzino  de*  Medici  e  la  società  cortigiana  del  Cinque- 
cento, Milano,  Hoepli,  1891;  e  di  Pierre  Gauthiez,  Lorenzaccio,  Parrs,  1904. 

89  Questo  Aneddoto  della  corte  d*  Urbino  fu,  con  parole  degne  e  della 
donna  e  della  patria,  tratto  fuori  dagli  Opuscoli  di  Scipione  Ammirato, 
e  ravvivato,  da  Pietro  Giordani;  Opere,  ed.  Gussalli,  Vili,  136-37. 

90  Le  due  tragedie  strozziane  sono  state  modernamente  riprodotte, 
in  un  dramma,  il  Filippo  Strozzi  del  Niccolini,  e  in  un  romanzo  (qual 
ei  si  sia)  di  Giovanni  Rosini,  la  Luisa  Strozzi.  Su  «  la  fine  della  Luisa 
«  Strozzi,  involta  ancor  oggi  in  profondo  mistero,  senza  speranza  di 
«  squarciare  il  fitto  velo  che  la  ricopre  »,  vedi  L.  A.  Ferrai,  op.  cit. 
pag.  116-49. 

91  Clarice,  figliuola  di  Piero  del  magnifico  Lorenzo  de'  Medici  e 
dell'Alfonsina  Orsini,  rinnovava  il  nome  della  nonna.  «  Altiera  e  ani- 
«  mosa  donna  »  la  ritrae  il  Varchi  (Stor.  fior.  III,  v),  che  alla  vigilia 
della  cacciata  Medicea  del  Ì527,  va  in  lettiga,  «  come  cagionevole  » 
ch'ella  era  (e  morì  l'anno  dopo)  al  palagio  dei  Medici;  e  rinfaccia  ai 
due  giovinastri,  Ippolito  e  Alessandro,  che  ivi  rappresentano  inde- 
gnamente quel  gran  nome,  come  e  quanto  «  i  modi  che  essi  hanno 
«  tenuti  e  tengono  siano  dissimili  a  quelli  che  hanno  tenuti  L  loro 
«  maggiori  »  ;  e  che  «  i  suoi  antenati  avevano  tanto  potuto  in  Firenze, 
«  quanto  aveva  conceduto  il  popolo  ;  e  alla  volontà  di  quello  ave- 
«  vano  ceduto,  andandosene  ;  e  essendo  richiamati  dalla  volontà  di 
«  quello,  erano  altre  volte  ritornati  :  e  così  giudicava  che  fusse  da 
«  fare  al  presente  ». 

Col  nome  di  Clarice  Medici  Strozzi  è  frale  Rime  diverse  di  alcune 
nobilissime  donne,  raccolte  da  L.  Domenichi  (Lucca,  1559),  questo  madri- 
gale patriottico  a  Firenze  : 

Flora,  ninfa  superba, 

che  di  Diana  sprezzi 

l'arco  le  reti  le  fontane  e  l'erba, 

non  viver  tanto  in  vezzi  ; 

chè,  a  te  stessa  increscendo, 

cangi  la  propria  forma  in  strani  lezj. 

Già,  se  il  vero  io  comprendo, 

poco  stimi  i  pastor  che  t'  ebber  cara, 

poco  la  libertà  c'ognuno  apprezza  : 


E  NEGLI  ULTIMI  ANNI  DELLA  LIBERTÀ 


247 


tal  che,  la  tua  bellezza 

pigliando  nova  forma,  or  non  più  rara 

sarai,  nè  altrui  sì  cara. 

Di  ciò  mi  doglio,  e  il  mio  dolor  sia  vano, 

che  l'amaro  tuo  fin  non  è  lontano. 

Madrigale  che  ne  ricorda  un  altro,  nel  quale  pur  sotto  imagine 
di  donna  amorosa,  ma  con  ben  altro  vigor  di  linee  e  profondità  di 
sentimento,  Michelangiolo  Buonarroti  raffigura,  com'è  il  titolo  appo- 
stogli dal  Guasti  editore  delle  sue  Rime  (Firenze,  F.  Le  Monnier,  1863), 
«  Fiorenza  e  gli  esuli  fiorentini  ».  Versi  che  in  sè  hanno  alcun  che 
di  sacro  mistero,  da  ricordare,  dell'immortale  artefice,  le  Lauren- 
ziane  figurazioni  dell'  agonia  della  patria. 

(Gli  esuli  fiorentini  alla  Patria) 

Per  molti,  donna,  anzi  per  mille  amanti 

creata  fusti,  e  d'angelica  forma. 

Or  par  che  'n  ciel  si  dorma, 

s'un  sol  s'apropia  quel  ch'è  dato  a  tanti. 

Ritorna  a'  nostri  pianti 

il  sol  degli  occhi  tuoi,  che  par  che  schivi 

chi  del  suo  dono  in  tal  miseria  è  nato. 

{La  Patria  agli  esuli). 

Deh  !  non  turbate  i  vostri  desir  santi  : 
chè  chi  di  me  par  che  vi  spògli  e  privi, 
col  gran  timor  non  gode  il  gran  peccato. 
Chè  degli  amanti  è  men  felice  stato 
quello,  ove  '1  gran  desir  gran  copia  afìrena, 
ch'una  miseria  di  speranza  piena. 

92  Di  villa,  Lettere  di  Isabella  Guicciardini  al  marito  Luigi  negli  anni 
1535  e  1542.  Per  nozze  Guicciardini-Martelli.  Firenze,  Succ.  Le  Mon- 
nier, 1883.  Vedi  in  questo  volume  qui  appresso. 

93  Vasari,  Vite,    XI,  268. 

94  Ripeto,  dopo  alquanti  anni,  queste  parole,  con  la  speranza  al- 
tresì che  il  Governo,  ammaestrato  da  dolorose  esperienze,  cooperi 
efficacemente,  mediante  provvedimenti  degni  dell'  onor  nazionale, 
alla  buona  volontà  e  al  sentimento  gentilizio  delle  nostre  antiche 
famiglie. 

95  Lorenzo  il  Magnifico,  Conferenza  d1  Ernesto  Masi  ;  fra  quelle  su  La 
vita  italiana  nel  Rinascimento  ;  Milano,  Treves,  1893. 

tì0  Varchi,  Stor.  fior.,  X,  xxvn.  All'  Incisa  di  Valdarno,  un  marmo 


248 


NEL  RINASCIMENTO  EC. 


ricorda:  1529.  Lucrezia  de'  Ma  zzanti  \  donna  cV  alto  cuore  \  plebea  | 
dagli  amplessi  aborrendo  \  dì  soldato  alla  patria  nemico  \  inviolata  \  qui 
nell'Arno  \  annegossi  nè  a  lei  \  maggiore  dell'  altra  Lucrezia  \  i  tempi 
consentirono  un  Bruto  \  e  la  Repubblica  fiorentina  \  periva.  1 1  Questa 
memoria  \  dopo  309  anni  \  Antonio  Brucalassi  |  poneva,  Egisto  Sarri, 
pittore  del  cui  nome  Figline  si  onora,  raffigurava,  con  fedeltà  sto- 
rica, nelle  belle  matronali  forme  di  popolana  nobilissima  quel  fem- 
minile eroismo,  in  un  quadro  che  si  conserva  presso  il  cav.  Giovanni 
Magherini  Graziani.  Il  capitolo  VI  dell'Asseto  di  Firenze  del  Guer- 
razzi è  intitolato  «  Lucrezia  Mazzanti  ». 

97  Varchi,  Stor.  fior.,  XV,  xxiii.  Della  iscrizione  latina  di  esso  Var- 
chi per  la  «  Lucrezia  etrusca,  »  vedi  nell' Assedio  del  Guerrazzi  la 
Nota  al  cit.  cap.  VI. 

98  Nel  cap.  VII  dell'Assedio,  immaginando  e  colorendo  di  suo  so- 
pr'  un  accenno  di  Iacopo  Nardi,  Istorie  di  Firenze,  Vili,  lv. 

99  Promessi  sposi,  cap.  Vili. 

100  Isabella  Orsini  duchessa  di  Bracciano,  Racconto  di  F.  D.  Guerrazzi. 

101  Nei  capitoli  IX  e  X  dei  Promessi  Sposi. 

102  Nardi,  Istorie  di  Firenze;  IX,  i. 

103  Le  Lettere  spirituali  e  familiari  di  S.  Caterina  de'  Ricci  per  cura 
di  C.  Guasti  (Prato,  1861),  e  quelle  alla  Famiglia  per  cura  di  A.  Ghe- 
rardi  (Firenze,  1890),  hanno  avvivato  i  lineamenti  umani  di  questa 
donna  fiorentina  del  buon  tempo  antico,  inalzata  agli  onori  della  san- 
tità. Delle  altre,  ben  diverse,  due  Eicci  fa  cenno  il  Guasti  a  pag.  vi 
del  Proemio  al  suo  libro.  E  da  Mariella  deJ  Ricci,  ovvero  Firenze  al  tempo 
deW  Assedio,  s'  intitola  un  coacervato  di  romanzesco  e  di  erudizione, 
di  A.  Ademollo  e  L.  Passerini  ;  Firenze,  1811  e  1845. 

104  yedi  il  Dei  libro  di  Antonio  Favaro,  Galileo  Galilei  e  Suor  Maria 
Celeste;  Firenze,  Barbèra,  1891. 

105  Sulla  tomba  di  Maria  Alinda  Brunamonti  Bonacci,  è  oggi  pio 
doveroso  ufficio  aggiungere  anche  il  suo  nome. 

106  Emilia  Peruzzi  nata  Toscanelli  :  anche  lei  passata!  Vedi  E.  De 
Amicis,  Un  salotto  fiorentino  del  secolo  scorso  ;  Firenze,  G.  Barbèra,  1902 
Nella  cappella  domestica  della  Torre  all'Antella  essa  fece  scrivere  : 
Dal  9  Settembre  1891,  |  XLI°  anniversario  delle  nostre  nozze  felici,  \ 
al  27  aprile  1892,  '\  che  Firenze  memore  ti  richiese  nella  sua  Santa  Croce,  \ 
posasti  qui  presso  la  madre  \  alla  pia  ombra  del  sacrario  domestico,  \ 
o  mio  Ubaldino.  1 1  Ma  se  disgiunte  nelV  estrema  quiete  le  ossa,  \  la  con- 
corde anima  d'  Emilia  tua  \  tornerà  a  te  in  quell'angelico  tempio  |  che 
solo  amore  e  luce  ha  per  confine.  Ma  anche  la  lapide,  che  ora  in  quella 
cappella  cuopre  le  ossa  di  Lei,  aspetta  d'  essere  sollevata  ;  e  il  sepol- 
cro gentilizio  di  Santa  Croce  V  attende. 


UNA  MADREFAMIGLIA 
DEL  CINQUECENTO 

(ISABELLA  SACCHETTI  GUICCIARDINI) 


I. 


Firenze,  5  luglio  1535. 

Carissimo  Luigi,  Ho  aute  dua  vostre  :  alle  quali  rispon- 
derò brevissimo,  perchè  sono  occupata,  chè  domattina,  a 
Dio  piaccendo,  andiamo  a  buona  ora  in  villa:  e  sono  so- 
prastata per  conto  della  Simona1  ...  E  così  andréno  a 
Popiano'2  col  nome  di  Dio,  che  gli  piaccia  darci  grazia  vi 
stiano  sani.  E  di  là  come  potrò  vi  scriverrò;  e  come  arò 
ordinato  le  cose  più  necessarie,  vi  manderò  el  garzone  colie 
cose  chiedete:  e  bisognerà  rimandarlo  presto,  per  atten- 
dere alle  faccende.  E  se  manderete  un  altro  buono  asino, 


1  Loro  figliuola,  indisposta  di  salute.  Era  1'  ultima  di  sei.  Gli  al- 
tri :  Margherita,  maritata  ne'  Tornabuoni  (1519),  poi  (1533)  ne'  Bini  ; 
Piero,  morto  giovinetto  nel  27  ;  Guglielmetta  e  Lorenzo,  morti  fan- 
ciulli nel  1509;  e  messer  Niccolò,  legista  assai  riputato  e  lettore  poi 
nello  Studio  Pisano,  senatore  nel  1554,  oratore  a  papa  Paolo  IV,  com- 
missario ducale  a  Pisa,  dove  morì  nel  57. 

2  «  Poppiano  o  Popiano  nella  Val  di  Pesa,  castellare  con  villa 
«  signorile  e  chiesa  parrocchiale....  Ebbe  antica  signoria  in  cotesto 
«  luogo  di  Poppiano  la  patrizia  famiglia  fiorentina  de'  Guicciardini, 
«  alla  quale  tuttora  appartiene  la  ròcca  ridotta  ad  uso  di  villa,  con 
«  vari  poderi  intorno,  oltre  il  giuspatronato  della  chiesa  parrocchiale 
«di  Poppiano.»  Così  il  Repetti  {Dizionario  geogr.  fis.  stor,  della  To- 
scana), il  quale  accenna  inoltre  alla  tradizione,  raccolta  dal  Verino 
nel  suo  poema  genealogico,  che  i  Guicciardini  siano  «  originari  di 
«  cotesto  Poppiano  »;  e  ricorda  che  lassù  pure,  in  una  fattoria  dello 
Spedale  degl'Innocenti,  villeggiò  don  Vincenzio  Borghini. 


252 


UNA  MADREF  AMIGLI  A 


eondurò  biada  in  Firenze  e  delle  altre  cose,  el  più  si  po- 
trà,, pel  verno. 

Non  altro.  A  voi  mi  raccomando.  Cristo  vi  guardi.  Addì 
5  di  luglio  1535. 

Isabella  in  Firenze. 

La  brigata  di  Messere1  dice  vuole  venga  sabato  a  otto. 

(Fuori)  Al  magnifico  signore 
Comessario  d'Arezo 
Luigi  Guicciardini  consorte  onorando 

in  Arezo. 

IL 

Poppiano,  6  agosto  1535. 

yhs 

Carissimo  Luigi,  Ho  auta  con  piacere  la  vostra  de'  29 
del  passato,  che  troppo  mi  pareva  essere  istata  sanza  vo- 
stre lettere.  La  stanza  2  qui  è  bella  e  piaceci  ;  ma  ci  sono 
caldi  grandissimi,  e  col  sole  non  si  può  uscire  di  casa  e 
poca  via  andare,  che  non  si  sudi  forte. 

El  grano  è  inbucato  la  maggior  parte,  chè  cominciava 
a  riscaldare.  Del  venderlo,  se  n'  è  mandato  el  saggio  a  Fi- 
renze, e  farassi  quanto  iscrivete  :  a  Dio  piaccia  se  ne  pigli 
el  migliore  partito,  che  non  mi  pare  punto  la  nostra  usanza. 


1  Nel  carteggio  domestico  di  Luigi  è,  col  titolo  di  messere,  che  si 
dava  propriamente  ai  dottori  in  legge,  indicato  egualmente  e  il  fra- 
tello Francesco,  il  grande  storico  e  statista,  e  (come  qui)  il  figliuolo 
Niccolò.  La  brigala,  intendi  la  famiglia  di  lui,  che  dal  1526  aveva  in 
moglie  la  Caterina  di  Lorenzo  Iacopi.  Vedi  a  pag.  256. 

2  lo  stare,  il  soggiorno. 


DEL  CINQUECENTO 


253 


Degli  asini,  userò  colle  parole  diligenzia  sieno  ben  governi, 
e  con  più  destreza  potrò  m'ingegnerò  che  loro  e  '1  garzone 
perdino  poco  tempo,  e  con  some  che  si  mantenghino.  1  Le 
stoviglie  di  legno  saranno  utile,  se  ne  provederete  qual- 
cuna, per  le  volte  2  di  qui  e  di  Firenze  :  arche,  3  per  ora  ci 
è  abastanza. 

Parmi  discorriate  bene  di  pensare  prima  alla  Simona 
che  a  nessuna  dell'altre  faccende  :  e  pensate  che  io  non  ho 
altro  desiderio  che  vederla,  a'  dì  vostri  e  mia,  assettata  dove 
ella  ha  a  stare,  e  a  Dio  piaccia  aiutarcela  porre  in  luogo  ne 
siamo  consolati.  4  Se  dopo  questa  faccenda  ci  avanzerà 
tenpo  e  denari,  non  ci  mancherà  che  farne.  5 


1  con  some  discrete,  non  troppo  gravi,  per  modo  che  le  bestie 
non  si  strapazzino. 

2  cantine. 

3  casse  di  legno,  specialmente  da  riporvi  grano  o  altre  biade. 
Nel  qual  senso,  non  bene  rilevato  dai  vocabolari,  hanno  arca  il  Boc- 
caccio (IV,  x),  l'Ottimo,  e  in  locuzione  figurata  Dante  (Parad.,  xn,  120  ; 
xxm,  131). 

4  Quell' affettuosissimo  della  Beatrice  dantesca  (/n/1.,  n,  69)  «L'aiu- 
«  ta  sì  eh'  io  ne  sia  consolata  »,  suona  in  bocca  di  altre  donne 
fiorentine  :  la  Nostra  qui,  e  d'un  secolo  innanzi  l'Alessandra  Macin- 
ghi  negli  Strozzi  {Lettere  a'  figliuoli  pubblicate  da  C.  Guasti,  pag.  72)  : 
«  Prego  Iddio  gli  dia  tal  virtù  e  grazia,  ch'io  ne  sia  consolata  »  ;  e 
anch'essa  parlando  di  figliuoli,  consolazione  suprema,  davvero,  o 
tormento. 

5  Del  maritare  la  Simona  così  scriveva,  pur  di  que'  giorni  (15  set- 
tembre 12  da  Arezzo),  Luigi  al  figliuolo  Niccolò  :  «  Circa  alla  Si- 
«  mona  non  dirò  altro,  se  non  che  sono  molto  inclinato  a  Bernardo 
«  Vettori  ;  perchè  altri  non  truovo  che  mi  piacci  tanto  per  ogni 
«  conto  quanto  lui.  Quello  de'  Ridolfi  debbe  avere  el  capo  a  gran 
«  dota,  più  che  non  doverrebbe  essendo  molto  ricco.  Se  fussi  vivo 
«  Pier  Francesco  Ridolfi,  l'arei  fatto  tentar  da  lui,  perchè  era  amico 
«  di  Lionardo  suo  avolo  :  non  ci  essendo,  bisogna  pensare  ad  altri 
«  mezzi.  Credo  che  l'essere  mio  costì  gioverebbe  :  pure  lo  star  qui 
«  non  doverrebbe  nuocere.  La  importanza  è  risolversi,  e  non  guar- 
«  dare  in  300  scudi  più  per  acconciarla  bene,  essendo  1'  ultima.  Però 
«  va'  disegnando  di  qualcuno  spicciolato  e  non  così  nominato,  pur- 
«  chè  sia  ricco,  non  ignobile,  et  abbi  cervello  :  chè  essendo  tu  costì, 


254 


UNA  MADREFAMIGLIA 


Pensate  che  delle  cose  che  io  conoscerò  che  sieno  utile, 
che  io  le  ricorderò  a'  lavoratori  ;  ma  posso  poco  andare 
veggenio,  rispetto  a'  caldi  :  e  pensate  che  la  vecchiaia  fa 
el  debito  suo.  Di  questa  settimana  che  viene,  vedrò  se  io 
potrò  avere  uno,  e  comincerò  a  fare  rassettare  qualcuna  di 
queste  cosette  de'  viottoli  e  '1  vivaio. 

La  Simona  dice  vi  scriverrà.  Gli  occhi  sua  non  sono  ben 
guariti  :  la  mattina  sono  rossi  e  grossi  più  che  l'ordinario 
negli  orli  loro  ;  e  tutto  istimo  venga  da  superfruità  e  su- 
perchio  di  sangue  mal  purgato. 

De1  pesci  non  si  è  presi  co1  ritrosi,  1  perchè  mi  paiono 
questi  lavoratori  tanto  infaccendati  da  sera  e  mattina,  che 
io  non  ho  volsuto  affaticargli.  Come  aranno  finito  rasset- 
tare queste  aie,  facciano  pensiero  votare  el  lavatoio  e  farlo 
rimondare,  e  pigliare  e'  pesci  più  grossi,  e  rimetterenvi 
e' piccini,  perchè  infatti,  come  dite  voi,  portono  pericolo.  2 
E  venerdì  mattina  passato  mi  parve  avessino  una  mala  bu- 
rasca,  e  non  ho  potuto  sapere  da  quello  si  venga.  La  mat- 
tina a  buona  ora  v'  andò  una  delle  nostre  serve,  e  trovòne 
fuori  della  fonte,  e  assai  alle  prode  che  si  lasciavono  pi- 
gliare e  andavano  boccheggiando  per  la  acqua.  AndaVi  io 
a  vedergli,  e  parvemi  vi  fussi  di  be1  pesci  :  pigliamone  circa 
a  dua  libbre,  che  furono  buoni.  Feci  molto  rimore,  e  di- 
mandai e'  lavoratori,  e  pareva  che  tutti  si  maravigliassino  ; 


«  e  parlandone  con  Piero  Bini,  non  potrà  essere  non  troviate,  delli 
«  due  sopradetti  e  quello  de'  Nerli,  chi  sia  a  proposito.  »  Ella  sposò 
poi,  come  vedremo,  Pierantonio  di  Pierfrancesco  de'  Nobili,  uno 
spicciolato,  ossia  d'una  di  quelle  minori  famiglie  che  Luigi  e  gli  al- 
tri, al  pari  di  lui,  appartenenti  a  famiglie,  come  dicevano,  grosse  o 
di  consorteria,  guardavano  d'alto  in  basso  (cfr.  F.  Guicciardini. 
Opere  inedite  ;  III,  130,  239). 

1  Cestella  da  pescare,  della  quale  vedi  la  Crusca,  che  però  ne  ha 
solo  un  esempio  del  Burchiello. 

2  risicano  d'esser  presi  da  altri. 


DEL  CINQUECENTO 


255 


e  dicevono  che  pel  caldo  fanno  alcuna  volta  così,  per  esser 
assai  materia  al  fondo  del  lavatoio,  e  nel  lavarvi  temono: 
che  forse  potrebbe  essere  ;  e  se  ogni  volta  vi  si  lavassi 
avenissi  così,  lo  crederrei  ;  ma  non  hanno  più  fatto  così, 
nè  prima  nè  poi. 

Piero  dice  che  de'  pistacchi  se  n'  appiccò  uno  :  de'  pini 
n'  andò  uno  in  su,  e  poi  fu  roso  da  un  baco  :  e1  fighi  e'  pe- 
schi dice  istanno  bene. 

Credo  certissimo  che  la  stanza  mia  costì  i  v'are'  fatto 
avanzare  qualche  iscudo  più  ;  se  non  altro  la  spesa  di  qua: 
chè  tenere  la  casa  aperta  come  bisogna  non  si  può  fare 
senza  ispesa,  come  vedrete.  E  la  iscusa  della  casa  costì 
accetto  per  averlo  inteso  da  altri  :  benché,  secondo  nf  è 
stato  detto,  v' è  stato  più  brigata  che  non  siano  noi.  Per- 
tanto che  io  me  lo  reco  per  una  vostra  buona  usanza:  chè 
siate  istato  in  luoghi  capacissimi,  di  casa  e  d'  ogni  altra 
cosa,  èssene  istato  el  simile.  Possomi  dolere  in  questo  caso 
della  natura  e  della  fortuna  :  e  prima  della  natura,  che 
non  mi  fece  con  quelle  parte  a  voi  sufficiente  ;  2  e  poi  della 
fortuna,  acozarci  insieme.  Or  sia  come  si  voglia:  tutto  à 
fatto  Idio,  e  a  lui  piaccia  sia  con  salute  della  anima  vostra 
e  mia.  Chè  a  poco  altro  che  alla  Simona  e  questo,  penso  : 
chè  oramai  mi  veggo  presso  al  tempo  del  rendere  e1  conti 
di  questo  viaggio  presso  a  finito. 


1  il  venire  io  e  la  famiglia  a  stare  con  voi  costì  in  Arezzo.  Dove 
Luigi  era  Commissario. 

2  con  tali  qualità  che  fossero  sufficienti,  adequate,  ai  vostri  me- 
riti. Lo  dicevano  volentieri  di  spose.  Così  la  Strozzi,  descrivendo  le 
bellezze  della  figliuola  fidanzata  (pag.  6)  :  «  ....  in  verità  non  ce  n'  è 
«  un'altra  a  Firenze  fatta  come  lei,  ed  ha  tutte  le  parti  ».  Dove  l'edi- 
tore di  quelle  Lettere,  che  l'hanno  anche  altrove,  cita  in  raffronto 
ciò  che  della  futura  nuora  scriveva  (vedi  in  questo  mio  libro,  a  pag. 
236)  Lucrezia  Tornabuoni  ne'Medici  :  «  La  fanciulla  à  dua  buone  parti, 
«  eh'  è  grande  e  bianca....  » 


256 


UNA  MADRE  FAMIGLIA 


Bisogna  lasciare  passare  questi  terribili  caldi,  e  intanto 
sarà  Anito  rassettare  questi  grani,  che  domani  si  misurerà 
T  utimo  i  grano  ;  e  parmi  sarà  questo  d'Andrea  circa  12  o 
13  moggia.  Per  la  prima  vi  potrò  dare  lo  'ntero  di  tutto. 

Ora  bisognerà  pensare  alla  vendemia.  Bisogna  ricerchiare 
qualche  tino  ;  e  racconciarci  le  botte  dello  aceto  che  ce  1'  ò 
trovato  tutto  guasto,  no  so  quello  s'è  volsuto  dire  ;  e  fare 
segare  quel  ciriegio,  che  benché  molte  volte  l'abbi  ordi- 
nato non  s'  è  fatto.  Vedrò  ora  condurre  e  ordinare  queste 
faccende,  se  io  potrò  ;  ma  dubito  che  la  partita  mia  non 
impedisca  :  perchè  l'ordinare  e  non  ci  essere,  non  riesce  ; 
e  se  io  avessi  visto  e  pensato  a  tante  cose  che  io  ci  veggo 
da  fare,  non  so  se  io  m'  avessi  ordinata  questa  gita.  2  Veggo 
che  voi  n'  avete  voglia,  e  non  vorrei  iscontentarvene  ;  e  se 
io  dovessi  lasciare  ogni  cosa  andare  in  perdizione,  e  voi 
diliberiate  che  io  venga,  lo  farò  :  e  non  potrò  passarvi  15  dì 
che  io  non  ritorni  qui,  chè  ci  lascerò  molte  cose.  Ciò  che 
mi  dà  più  noia  che  altro,  si  è  che  io  non  ci  ò  una  serva 
da  lasciarci,  di  tenpo,  3  per  15  giorni.  Messere  non  mi  pare 
vogli  ci  rimanga  la  Caterina,  e  lei  non  ci  vuole  rimanere, 
perchè  gli  parrebbe  esser  troppa  sola  quando  non  ci  fussi 
Messere.  4  Andrànose,  se  io  vengo,  tutti,  prima  mi  parta 
di  qua.  La  Simona  di  Messere5  gli  parve  troppo  caldo, 
e  per  ancora  non  ci  è  venuta,  e  non  penso  altrimenti 
ci  venga  nè  qui  ne  costì.  Di  mettere  qui  uno  per  queste 


1  ultimo;  nè  altramente  ano' oggi  in  contado. 

2  se  io  avrei  fissata  questa  gita  ad  Arezzo  (per  fargli  una  visita). 

3  attempata.  Confronta  a  pag.  263  e  271  :  le  «  persone  di  tempo  ». 

4  II  figliuolo  Niccolò  e  la  Caterina  lacopi  sua  moglie  :  vedi  la 
nota  a  pag.  252. 

8  Cioè  una  delle  tre  figliuole  di  messer  Francesco  1'  istorico,  ma- 
ritata a  Piero  Capponi.  Aggiunse  di  messere  (confronta  la  cit.  nota) 
nell'  interlinea.  Ambedue  i  fratelli  avevano  rinnovato  in  una  figliuola 
il  nome  della  propria  madre,  Simona  di  Bongianni  Gianfigliazzi. 


DEL  CINQUECENTO 


257 


faccende  che  ci  occorreranno,  non  veggo  persona  a  pro- 
posito. 

Del  cacio  s'  è  condotto  el  migliore,  cioè  el  primaticcio, 
in  Firenze  :  quello  mi  trovo  qui  non  è  molto  bello.  Arei 
caro  sapere  quante  coppie  ne  vorresti,  1  e  così  indigrosso 
quante  libbre,  che  lo  iscierò  del  meglio. 

Io  non  pensavo  più  a  quel  male,  perchè  non  ne  dicevi 
più  nulla  ....  E  secondo  mi  disse  maestro  Lionardo,  2 
non  sono  da  darsene  pensiero. 

Duolmi  abbiate  tante  brighe  co'  servidori.  È  cosa  fasti- 
diosa, e  non  siate  solo  ;  chè  è  così  per  tutto.  Bisogna  alle 
volte  soportare  qualche  cosa.  Dipoi  avesti  Ottaviano,  mi 
pare  senpre  abbiate  auto  che  fare  ;  faceva  così  in  casa  :  ha 
una  mala  lingua,  e  comettitore  di  scandoli,  e  bestiale,  e 
sanza  pensare  a  nulla.  Siano  tutti  pieni  di  difetti  :  bisogna 
soportarsi  V  un  V  altro,  tanto  che  ci  morréno. 

Ho  fatto  l'ambasciata  vostra  a'  lavoratori.  E'  fighi  non 
hanno  pidocchi  :  so' ispenti.  E' melaranci  sotto  la  grotta  ve 
n'  è  parecchi  che  anno  messo  :  quegli  de'  nocciuoli  v'è  2, 
gli  altri  sono  secchi  :  hogli  fatti  alcuna  volta  anaffiare. 

Io  non  dirò  per  questa  altro.  A  voi  mi  raccomando.  Cri- 
sto vi  guardi.  Addì  6  d'agosto  1535. 

Isabella  a  Popiano. 

(Fuori)   Al  magnifico  signore 

Cornessario  cPArezo 
Luigi  Guicciardini  consorte  onorando 

in  Arezo. 

1  Oggi  si  farebbe  a  forme  :  ma  di  que'  secoli,  anche  la  Strozzi  ha 
«  quattro  coppie  di  marzolini  »  ;  e  il  Firenzuola,  «  una  coppia  di  que- 
«  sto  cacio  »;  e  nelle  lettere  di  Michelangiolo,  «Io  ho  avuto  i  ravig- 
«  giuoli,  cioè  sei  coppie  ». 

2  Uno  de'  molti  medici  co'  quali  monna  Isabella  si  consigliava. 
Confronta  le  lettere  III  e  V. 


Del  Lungo 


17 


258 


UNA  MADREFAMIGLIA 


UT. 

Poppiano,  30  novembre  1542. 

yhs 

Carissimo  Luigi,  Ho  auto  tre  vostre  ;  una  de'  7,  e  de'  13 
e  18:  risponderò  a  tutte  le  cose  mi  paranno  di  più  inpor- 
tanza. 

E  prima,  quanto  a'  vini,  n'  è  istato  qui  poco  per  tutto. 
Da  Ripalto  e  '1  Mulino  non  potetti  averne  più,  per  la  causa 
vi  scrissi  allora;  e  V  uno  e  V  altro  sono  molto  poveri. 
Apaionmi  legate  persone  ;  1  e  parmi  che  Giovanni  abbi  po- 
co el  capo  a  starvi  :  e  pochi  giorni  sono  mi  disse  che 
non  era  el  bisogno  suo  el  podere,  che  dura  assai  fatica,  e 
per  esseré  in  sulla  strada  patisce  assai  danni  da'  pecorai  ; 
e  che  mi  voleva  aiutare  trovare  lavoratore,  io  gli  aiutassi 
trovar  podere.  Io  gli  risposi  non  m'impacciavo  d'allogare, 
e  che  gli  aspettassi  voi.  Dissemi  che  ve  lo  iscrivessi,  acciò 
che  a  bell'agio  potessi  assettarvi.  Dissi  non  ve  lo  iscriver- 
ai, perchè  ora  non  era  tempo.  Non  V  ò  poi  rivisto. 

Quelle  vite  mostravano  meglio  che  altrove.  Non  so  poi 
come  s1  andassi.  Usossi  la  possibile  diligenzia. 

Rileggete  la  mia  lettera,  e  vedrete  che  io  vi  dissi  che 
alla  botte  del  vecchio  erono  iscoppiato  e1  cerchi.  E  così 
T  avessi  io  venduto  tutto,  che  ne  serbai  tanto  che  io  pen- 
savo, e  mi  riusciva,  averne  per  insino  a  Pasqua  e  dipoi  ; 


1  persone  (i  contadini  di  que'  due  poderi)  da  non  sapersi  trarre 
d'impaccio,  di  poca  conchiusione,  poco  svelte.  E  in  una  lettera  del 
Machiavelli  a  Francesco  Guicciardini,  parlandogli  di  uomo  tardo  a 
risolversi,  irresoluto  :  «  Io  non  mancai  dimostrargli  che  quelli  ri- 
«  spetti  erano  vani,...  e  combatte'lo  un  pezzo  ;  tanto  che  se  egli  non 
«  fosse  un  uomo  un  poco  legato,  io  ci  arei  drento  una  grande  spe- 
ranza ». 


DEL  CINQUECENTO 


259 


ci  avevo  una  bottina  di  stretto,  che  V  avevo  disegnato  per 
la  serva  per  insino  a  vebraio,  e  restavamene  12  barili.  Ma 
sorte  volse,  che  iscoppiò  1'  utimo  cerchio  della  botte,  e  la 
mattina  si  trovò  tutto  in  terra.  Pensate  se  mi  dolfe  ;  chè 
era  buono,  e  aronne  a  ricomperare  qualche  poco,  e  del 
vecchio  ho  compero  qualche  fiasco,  e  alcuna  volta  n'ò  da 
Firenze. 

Dispiacemi  assai,  vi  stiate  con  tanto  disagio  e  fastidio 
quanto  mi  scrivete.  Bisogna  facciate  come  iscrivete  che  io 
faccia  io  :  pigliarsi  queste  faccende  per  piacere, 1  e  non  si 
straccare  el  manco  sia  possibile,  e  isperare  nel  tempo  che 
vola.  E  per  tutto  dove  uomo  si  truova,  in  questo  mondo  è 
iscontenti  ;  e  maximo  neli'  età  nostra,  2  che  ogni  cosa  c'in- 
fastidisce. El  tutto  istà,  ci  riposiàno  nella  futura  vita. 

Delle  legne  pel  forno  non  ho  ancora  fatto  tagliare,  ri- 
spetto a  questi  tenpi,  che  mai  ci  è  fatto  altro  che  piovere 
poi  tanto  tempo  ;  e  sonci  tante  triste  vie,  che  non  si  pos- 
son  condure.  Somi  servita  di  quelle  erono  intorno  a'  Casini, 
e  della  sanza  che  non  ho  seco  poco  obrigo,  e  la  quercie 
della  strada,  con  qualche  altre  cose  secche  ;  tanto  ci  an- 
diàn  vivendo  comodamente.  Non  ho  fatto  bucati,  nè  atteso 
a  inbiancare  accia  come  soglio.  Se  '1  tenpo  istessi  qualche 
dì,  che  si  potessi,  farei  tagliare  come  mi  scrivete. 

L'olio  rinviliò  lunedì  passato  soldi  20,  come  da  Messere 
penso  arete  inteso,  chè  a  lui  ne  scrivo.  Secondo  che  io  in- 
tendo, oggi  per  la  acqua  non  s'  è  passata  la  Pesa  ;  e  penso 


1  Sentenza,  nientemeno  che  di  Tacito  :  ma  1'  Isabella,  che  la  ri- 
pete a  pag.  271,  l'aveva  probabilmente  imparata  dal  figliuolo  dottore  : 
vedi  la  lettera  di  Ini  a  pag.  267.  «  Negotia  prò  solatiis  accipiens  », 
ha  il  grande  Annalista  (IV,  xn)  :  e  il  nostro  Davanzati,  «  pigliandosi 
«  per  conforto  i  negozi  »  ;  tutt'  altro  che  preferibile,  mi  pare,  alla 
inconsapevole  traduzione  della  sua  concittadina. 

2  da  vecchi. 


260 


UNA  MADREFA MIGLIA 


non  vi  sia  istato  mercato,  i  Bisognerebbe  che  voi  dicessi, 
Coni1  è  al  tal  pregio,  datelo  :  perchè  varia  per  mercato  as- 
sai, e  passa  2  mercati  prima  se  n'abbi  la  risposta.  Al  fat- 
toiano2ho  detto  quanto  iscrivete;  e  quando  el  tenpo  ser- 
virà, 3  non  mancherà  di  quello  potrà  :  chè  non  è  mai  rimaso 
libero  di  quella  mano,  e  ispesso  gli  dà  gran  noia.  Al  Tozo 
parlai  de'  pali  :  dissemi  che  fra  un  mese  vedrebbe  prò  ve- 
dergli. La  gora  e'  pescaiuoli  dal  Mulino  si  fornì  a'  21  dei 
presente  :  4  è  poi  venuto  due  piene  :  diconmi  à  provato  be- 
nissimo quello  s'è  fatto.  Ma,  secondo  m' è  detto,  quel  mu- 
gnaio è  tanto  dappoco,  che  io  dubito  non  vi  mantenga  quel 
luogo  :  perchè  ispesso  bisogna  rassettar  la  gora  ;  e  non  fa 
nulla.  Voi  arete  inteso  quanto  sia  parso  a  Bastiano  da  En- 
poli  da  fare,  circa  ai  vivaio  e  la  fossa. 

Circa  al  portarsi  e'  lavoratori  meco,  non  me  ne  posso  per 
insino  a  ora  dolere  più  che  F  anno  passato.  E  de'  porci  anno 
conperati  3  per  uno:  Piero  à  ispeso  31  lire,  e' Casini  35; 
sono  maggiori  e  da  farsi  più  grossi,  a  detto  di  questi  con- 
tadini. 5  Le  vostre  inbasciate  ho  tutte  fatte  loro,  circa  le 


1  a  San  Casciano. 

2  Colui  che  dirige  i  lavori  del  fattoio,  ossia  del  luogo  dove  si  fa 
l'olio. 

3  quando  sarà  il  tempo  opportuno,  quando  ne  sarà  il  tempo,  a 
suo  tempo.  Quest'  uso  del  verbo  servire,  che  ricorre  anche  nella  pa- 
gina seguente  e  a  pag.  274  in  nota,  è  nuovo  ai  Vocabolari  :  vivo  an- 
c'  oggi  nel  contado. 

4  Gora  è  propriamente  Un  canale  pel  quale  si  deriva  1'  acqua 
de'  fiumi  o  torrenti,  trattenuta  e  sollevata  mediante  pescaie,  e  se  ne 
rivolge  il  corso  ad  uso  di  mulini  od  altro  simile.  I  pescaiuoli  poi 
sono  Piccole  pescaie  costruite  attraverso  alla  gora,  per  trattenere 
le  acque  di  essa  e  così  impedire  le  corrosioni  dell'alveo  e  de'  cigli. 
Qui  si  parla  (vedi  anche  a  pag.  272)  delle  acque  del  torrente  Virginio 
o  Vergigno,  sulla  cui  destra  sorge  Poppiano  ;  e  ne  aveva  scritto  a 
Luigi  anche  messer  Niccolò,  appunto  dieci  giorni  innanzi,  da  Firen- 
ze :  «  Al  Vergigno  s'  è  acconcio  la  gora  e  quasi  el  resto.  » 

5  di  questa  gente  del  contado.  I  contadini  proprio  del  podere,  sino 


DEL  CINQUECENTO 


261 


fosse  e  T  altre  cose  m'  avete  iscritto  :  e  tutto  mi  dicon  fare, 
e  pare  che  loro  desiderino  partirsi  vostro  amico.  Delle  ghian- 
de ci  è  poche  per  tutto  :  e  quella  1  dal  Mal  fastello,  che 
suole  esser,  quando  n'  è  assai,  coperta  la  terra,  non  ve  n'ò 
mai  viste  un  centinaio;  e  così  quella  da'  capperi.  Vagliono 
un  grosso  lo  staio,  e  meglio.  Io  ho  conperato  un  porcellino, 
che  m'  è  costo  lire  9  e  soldi  12,  per  amazarlo  questo  car- 
novale, chi  ci  sarà.  Chè  m'  è  tocco  di  molte  mele  tanto  cat- 
tive, che  non  sono  da  cavarne  nulla  ;  chè  sono  istate  tanto 
disutile  e  istrane,  che  non  sono  se  non  per  dare  a'  porci  : 
e  penso  che  le  consumi,  con  parecchi  istaia  di  ghiande  che  io 
ci  avevo.  E  penso  sia  la  carne  per  insalar  qui  ;  e  per  in  Fi-' 
renze  potrete  provedere  voi,  se  costà  sarà  buono  insalare. 

E1  tetti  bisognava  farli  acconciare  d'agosto.  Poi  che  io  ci 
sono,  fatta  fu  la  vendemia,  mai  ci  è  fatto  altro  che  piovere  ; 
e  non  s'  è  ancora  potuto  fare  s'  acconcino,  come  el  tenpo 
serve.  2  Gli  usci  non  ho  fatto  acconciare.  Nel  prencipio  che 
io  ci  fu',  non  potetti  avere  legnaiuolo  ;  e  poi  m1  è  parso  e'  dì 
piccoli  e  male  opere,  3  chè  bisognava  condurci  legnaiuolo  da 
Castelfiorentini  o  da  Firenze.  E  bisognerebbe  fare  queste 


ai  tempi  dell'  Isabella  si  chiamavano,  e  così  ella  fa  quivi  stesso  e  in 
altri  luoghi  di  queste  lettere,  lavoratori  (vedi  la  Crusca,  Va  impres- 
sione). 

1  quercia,  sottintendi.  Mal  fastello  è,  come  altri  di  sopra,  nome 
di  luogo  in  que'  loro  possessi  ;  e  consimile  indicazione  è  pure  la  se- 
guente, da'  capperi.  Noterò  poi  qui  che  io  stampo  ghiande,  sebbene  la 
penna,  facile  del  resto  a  trascorrere,  dell'  Isabella  abbia  chiande  ; 
e  lo  stesso  dico  di  pacherà,  casto,  domata,  e  cosiffatti.  Ho  rispettato 
altre  sue  grafìe,  dissuete  ma  che  hanno  ragion  d'essere. 

2  secondo  che  il  tempo  sia  opportuno  a  ciò,  per  quanto  il  tempo 
lo  permetta.  Confronta  a  pag.  260. 

3  i  giorni  corti  ;  e  perciò  le  opere,  ossia  il  lavoro  d'una  giornata, 
scarso  e  mal  adeguato  alla  mercede.  Così  nell'Agricoltura  del  Cre- 
scenzio (I,  xiii)  il  padrone  «  fa  ragione  col  villano,  ovvero  castaido, 
«  delle  opere  e  de'  dì  »  :  schietta  frase,  che  ricorda  Esiodo. 


262 


UNA  MADREFA  MIGLIA 


panche,  uno  usoio  alla  corte  grande,  tutte  queste  finestre 
inpannate,  e  molte  altre  cose,  volendoci  abitare  come  le 
persone  :  1  e  per  sì  piccola  cosa  2  non  è  parso  porti  la 
spesa  condurci  un  maestro,  in  questi  tempi  istrani.  Se  sa- 
réno  questa  istate  sani,  e  si  vegga  poterci  i stare  in  pace,  si 
potrà  allora  condurci  un  buon  maestro,  e  a  tutto  dare  opera  ; 
e  ora  avere  pazienzia,  come  s'  è  fatto  quest'  altre  volte. 

Voi  mi  dite  mandarmi  iscritto  di  questi  debitori,  che  di- 
cono anno  avere  ;  che  Tarò  caro  :  però  non  vo'  pagare,  se 
voi  non  mi  dite  che  abbino  avere.  Quel  di  Vanozzo,  in- 
tendo dice  non  esser  pagato  della  vite  s'  ebbe  da  lui  ;  da 
Benedetto  Canbi  intendo  avesti  non  so  che  trave  che  non 
s'  è  pagata,  adoperossi  alla  Casina  ;  Meo  Giorli  dice  v'aiutò 
non  so  che  opere,  che  non  fu  pagato:  pertanto  arò  caro 
rivediate  tutto,  se  potete  ;  e  quanto  più  presto,  meglio,  ac- 
ciò possi  i spedire  tutte  queste  faccende. 

Sapete  che  quando  ci  venne  cotesto  medico,  che  voi  eri 
qui,  che  io  vi  dissi  m'  era  parso  uomo  di  buona  qualità  :  e 
parmi  esser  certa  che  avendo  e'  medici  nel  prèncipio  ca- 
vato sangue  a  Messere,  gli  arebbe  giovato  assai,  perchè 
l'orine  sua  erono  rosse  e  torbide,  e  '1  viso  rosso  assai,  e 
massimo  come  mangiava.  Maestro  Marcantonio  istette  so- 
speso e  non  volse.  E'  mia  accidenti  non  accade  vi  dica,  per- 
chè gli  sapete  a  punto.  El  lattovaro  m'  à  fatto  pigliare 
maestro  Giovanbatista,  si  chiama  mitridato  istenperato 
nella  malvagia.  Me  V  ò  trovato  buono  el  purgarmi  :  3  ben- 
ché nel  pigliare  isciloppi  e  medicine,  pareva  mi  nocessi 
per  allora;   discostandomi  poi  dalle  purgazione,  ho  visto 


1  Cioè,  con  agio.  Arguta  frase,  per  ciò  che  sottintende:  ma  non 
credo  che  la  gentildonna  facesse  pivi  che  pigliarla  dal  popolo. 

2  coni'  è  la  sola  acconciatura  degli  usci. 

3  mi  ha  fatto  bene  quando  mi  sono  purgata,  quando  mi  è  occorso 
prender  purganti.  Forse  al  purgarmi  o  in  el  purgarmi. 


DEL  CINQUECENTO 


263 


m'erono  istate  buone.  El  mitridato  ho  usato  la  vernata  ;  la 
state  no. 

Quanto  alla  vostra  de'  12,  non  accade  dirvi  altro,  se  non 
ei  grano  è  cavato  della  buca  iscema  e  istà  bene  :  e  T  ò  tutto 
fatto  vagliare,  e  porre  in  camera  della  casina,  disperse  el 
vecchio  e  nuovo.  Se  voi  volete  si  venda,  avisate.  Del  vecchio 
s'  arebbe  33  soldi,  del  nuovo  35.  Del  vecchio  ve  n'  è  qualche 
poco  dei  bucato  :  parmi  che  ei  vagliarlo  gli  abbi  giovato  ;  par 
meglio  assai.  Francesco  Caradori  non  ho  visto  se  non  una 
volta  poi  ci  sono.  La  comessione  de'  pali  detti  al  Tozo,  come 
mi  dicesti  ;  e  promisse  provedergli.  E'  vini  bianchi  si  sono 
mutati  all'ordinario,  e  la  vernaccia  è  quasi  chiara  :  non  mi 
pare  molto  buona  quest'anno  ;  fu  anno  assai  migliore.  El 
greco  credo  sarà  buono  :  non  è  ancor  chiaro. 

Se  Cavalcante 1  ci  verrà,  V  arò  caro,  per  intendere  di 
vostro  essere  :  benché,  per  quanto  a  questa  mi  scrivete, 
resto  coir  animo  posato,  e  di  nuovo  da  Messere  intendo 
esser  seguitato  ei  miglioramento  ;  tanto  che  io  penso  siate 
al  tutto  libero  :  e  così  piaccia  a  Dio.  Vero  è  che  e'tenpi  sono 
contrarii  a  riaersi,  e  maximo  le  persone  di  tenpo  ;  e  come 
dite,  penso  vi  paia  fare  adagio  :  che  è  ragionevole.  2 

Quando  Messere  vorrà  dalle  monache  quello  mi  scrivete, 
farò  quanto  bisognerà.  Non  posso  pensare  chi  vi  s'abbi  in- 
pedito  che  voi  non  abbiate  di  questa  faccenda  fatto  a  vostro 
modo,  s*  era  di  tanto  utile  quanto  voi  mi  scrivete. 

Ebbi  la  vostra  de'  18  pel  garzone  andava  a  San  Casciano  ; 
che  mi  fu  di  piacere  assai,  per  intendere  el  vostro  migliora- 
mento esser  seguitato  tanto,  che  vi  pare  esser  quasi  ritor- 
nato nel  vostro  solito  essere.  Le  cose  mi  ricordate  m'  inge- 


1  Cavalcante  Cavalcanti,  tutto  cosa  di  Luigi  e  della  famiglia.  È 
ricordato  frequentemente  nelle  loro  lettere. 

2  cosa  naturale,  e  perciò  da  non  isgomentarsene. 


264 


UNA  MADREFAMIGLIA 


gnerò  tutte  exequire,  quelle  potrò.  Ho  dipoi  una  altra  vostra 
de' diciotto,  che  mostra  partirsi  Cavalcante  a  dì  19  :  el  che 
penso  pel  tenpo  contrario  non  si  partissi  ;  perchè  non  in- 
tendo sia  arrivato. 

fii  vivaio  e  la  fossa  non  si  sono  cominciati,  rispetto 
a'  tenpi  e  Topenione  di  Bastiano  da  Enpoli,  come  da  Mes- 
sere e  da  lui  penso  arete  inteso.  A'  lavoratori  ho  fatto  tutte 
le  'nbasciate  vostre,  delle  fosse  aperte,  e  delle  ulive  si 
rassettino  e  guardino  gli  ulivi  ;  ma  ci  è  istato  tanti  tenpi 
molli  e  rovinosi,  che  non  si  sono  per  ancora  tocchi  ulive  nè 
guatati  e1  pedali  per  córre  o  ricórre.  Oggi,  che  siano  al- 
l' utimo  del  mese,  ci  è  bellissimo  tenpo,  e  trae  buon  vento  : 
se  reggerà,  si  vedrà  ;  ma  non  ci  ò  fede,  chè  siamo  presso 
all'  utimo  della  luna. 1  Se  la  luna  nuova  tornassi  con  que- 
sto tenpo,  mi  parebbe  d'  averci  buona  isperanza  :  e  andando 
dicenbre  e  gennaio  di  buon  tenpo,  si  seminerebbe  dimolte 
cose  ;  e  forse  che  e'  pregi  del  grano  e  biade  non  farebbono 
altro.  Qui  ho  auto  qualche  chiesta  del  grano,  e  a  questi 
tenpi  se  ne  sare'  venduto  qualche  staio  :  el  che  non  ho  fatto, 
perchè  e  Messere  e  Gregorio  mi  consigliorono  si  stessi 
qualche  mercato  a  vedere  ;  e  così  s'  è  fatto.  Arò  caro  in- 
tendere Topenione  vostro  2  el  più  presto  sia  possibile,  per- 
chè siàno  presso  a  Pasqua,  e  apressasi  el  tenpo  da  partirsi 
di  qui.  Delle  fave  s'  è  venduto  e  Vendesi  qualche  istaio  ; 


1  Grande  osservatrice  delle  fasi  lunari  era  l' Isabella,  sì  per  le 
faccende  della  villa  e  sì  pel  governo  della  salute.  In  altra  sua  let- 
tera, da  Poppiano,  al  figliuolo  :  «  ...  Ècci  istato  2  giorni  tenpo  terri- 
ne bile  di  vento  e  freddo.  Vedréno  tenpo  lascerà  questa  quintade- 
«  cima  (luna  piena),  e  come  tratterà  me,  e  piglieréno  qualche  partito 
«  el  quale  migliore  ci  parrà.  » 

2  Opinione  di  gen.  masc.  (nè  l' Isabella  ha  mai  altramente)  fu 
comune  agli  antichi,  massime  nell'  uso  del  popolo.  Il  quale  in  la  opi- 
nione, pronunziato  come  si  suole  V opinione,  frantendeva  l'art,  masc. 
lo  ;  e  taluna  di  consimili  confusioni  fra  articolo  e  prima  sillaba  del 
nome  mantiene  ancor  oggi,  specialmente  nel  contado. 


DEL  CINQUECENTO 


265 


che  cominciai  a  darle  a  soldi  22,  e  ora  V  ò  vendute  29,  ma 
poche  staia. 

Ser  Antonio  i  vi  bisogna  avere  per  iscusato,  perchè  à 
una  infermità  tanto  crudele,  che  ne  increscerebbe  alle  pie- 
tre ;  e  ispesso  si  sente  gridare  non  altrimenti  si  facci  una 
donna  sopra  parto  ;  è  iscuro  e  tanto  tribolato,  che  ispesso 
chiama  la  morte.  Getta  per  quelle  vie  dell'orina  tanto  san- 
gue, che,  secondo  mi  dice  la  sorella,  va  ispesso  per  insino 
al  saccone.  Alcuna  volta  dice  messa,  e  va  per  casa  ;  non 
se  gli  vede  febre.  Dice  essersi  fatto  cercare,  2  e  che  gli 
è  detto  non  pietra  ma  una  fìstola  in  quelle  parte  ;  ed  è 
possibile  viva  in  questo  martoro  qualche  poco  di  tenpo.  Idio 
gli  dia  pazienzia  e  forteza  a  soportare  tanta  tribulazione 
nella  quale  e'  mi  pare  sia. 

Io  non  vo'  dirvi  per  questa  altro,  chè  ci  ò  iscritto  su 
più  giorni.  Rincrescemi  pure  questo  tanto  iscrivere,  e  a 
Messere,  e  la  Simona,  3  e  opere,  e  grani  ;  *  tanto  che  le  mia 
faccenduze  mi  vanno  in  disordine,  e  me  ne  istracco  troppo. 
Pertanto  abbiatemi  per  iscusato,  se  io  non  vi  scrivo  ispesso, 
come  forse  vorresti  e  io  ancor  vorrei  :  ma  non  posso  tanto. 
A  voi  mi  raccomando.  Cristo  vi  guardi.  Addì  30  di  noven- 
bre  1542. 

Isabella  a  Poppiano. 

(Fuori)   Al  magnifico  Comessario  di  Castracaro 

Luigi  Guicciardini  consorte  onorando 
in  Castracaro. 


1  II  prete  di  Poppiano,  che  faceva  anche  gli  affari  del  suo  «  ono- 
«  rando  patrone  »,  come  si  ha  da  una  lettera  che  gli  scriveva  il  28 
di  ottobre  di  quello  stesso  anno.  Vedi  anche  qui,  a  pag.  269. 

2  visitare. 

3  La  figliuola,  la  quale  si  era  maritata  a  Pierantonio  de'  Nobili. 
k  e  segnare  giornate  d'opranti,  e  partite  di  grano. 


266 


UNA  MADRE  FA  MIGLI  A 


IV. 

Poppiano,  12  e  13  dicembre  1542. 

yhs 

Carissimo  Luigi,  Ho  auta  una  vostra  de'  23  del  passato, 
e  una  de'  5  del  presente;  e  in  questa  risponderò  all'una  e 
all'  altra  quanto  occorrerà. 

E  prima,  quanto  alla  prima,  abbiano  da  ringraziare  Idio 
siate  riuscito  a  bene  e  assai  presto  della  malattia  mi  con- 
tate avere  auta,  che  non  pare  fussi  di  piccola  inportanza.  * 


1  Di  ciò  gli  scriveva  anche  la  figliuola  Simona  :  «  yhs.  Carissimo 
«  e  onorando  padre  ec.  Non  risposi  alla  vostra  de'  30  di  settenbre, 
«  chè  lasciai  sopperire  a  Pierantonio,  che  allora  so  vi  rispose  lui  ;  e 
«  dipoi  non  v' ò  iscritto  per  non  vi  infastidire,  chè,  tra  el  male  avete 
<  auto  e  V  altre  faccende  penso  che  v'abiate,  avevi  brighe  troppe. 
«  Quanto  sia  istato  el  dispiacere  abbi  auto  del  male  vostro,  credo 
«  che  apresso  ve  lo  possiate  pensare,  e  massimo  essendovi  tanto  di- 
«  scosto,  che  con  altro  che  co  l'orazione  vi  potevo  aiutare  ;  e  pensate 
«  che  a  questo  non  mancai  di  farne  nè  di  farne  fare  :  chè  subito  che 
«  intesi  el  male  vostro,  mandai  a  parecchi  monasteri  a  far  fare  ora- 
«  zione  per  voi,  e  fra  l'altre  alle  monache  degli  Angioli,  che  so  ne 
«  fanno  continuamente  e  con  più  amore  che  l'altre,  perchè  v'ànno 
«  più  obrigo  ;  che  n'ebbono  ancora  loro  dispiacere  e  grande.  Pure 
«  ora  per  la  grazia  d'  Iddio  intendo  voi  stare  benissimo,  che  a  Dio 
«  piaccia  mantenervi  sano  lungo  tempo,  acciò  ci  possiamo  rivedere 
«  e  godere,  el  tenpo  che  ci  abbiano  a  stare,  in  pace  e  con  allegreza, 
«  che  a  me  pare  mil'  anni  che  voi  torniate  ;  e  così  madonna  Isabella, 
«  che  è  ancora  in  villa  e  non  so  quando  si  voglia  tornare,  che  que- 
«  st'  anno  v'  à  'uta  una  cattiva  stanza,  rispetto  al  tanto  piovere  che 
«  à  fatto  :  pure  ora  da  4  dì  in  qua  s'  è  un  poco  diritto  el  tenpo,  e 
«  non  doverebbe  ora  indugiar  troppo  a  tornare,  perchè,  di  questo 
«  tenpo,  non  dura.  Non  dirò  per  questa  altro,  salvo  che  a  voi  del  con- 
«  tinuo  mi  raccomando,  e  così  Pierantonio,  che  stiamo  tutti  bene  : 
«  a  Dio  piaccia  mantenerci,  e  così  voi  ;  e  'ngegnatevi  di  riguardarvi 
«  da  tutte  le  cose  sapete  vi  nuocono,  acciò  vi  mantegniate  sano.  Nè 
«  altro.  A  voi  di  nuovo  mi  raccomando.  Cristo  di  mal  vi  guardi.  Di 
«  Firenze,  il  giorno  3  di  dicenbre  1542.  Vostra  figliuola  Simona.  » 


DEL  CINQUECENTO 


267 


Idio  senpre  ne  sia  ringraziato.  Dell'orazione  per  voi,  non  si 
manca  ;  pure  che  Idio  T  accetti  :  bisogna  1'  aiuto  vostro,  e 
sanza  quello  credo  che  altro  poco  vaglia  etc. 

Circa  la  gora  e'  pescaiuoli,  non  vi  sono  istata  e  non 
posso  dirvi  a  punto  dove  si  sieno.  1  Solo  vi  dirò  che  io 
mandai  per  quel  mugnaio  da  Castelflorentini,  che  ispesso 
veniva  in  Firenze  a  voi,  che  à  nome  Michele  e  chiamasi 
Ispina  d'oro  sopranome,  e  parmi  persona  molto  pratica  con 
questi  fiumi  e  dassai  persona  ;  e  lui  dette  el  disegno  della 


Messer  Niccolò  poi  gliene  aveva  filosofato  in  questa  forma,  che  lo 
ritrae  mirabilmente  con  tutta  quella  dottorevolezza  che  i  contem- 
poranei gli  attribuiscono  :  «  ....  Quanto  al  male,  dice  maestro  Mar- 
cantonio (chè  maestro  Giovanni  Batista  non  è  ancora  tornato)  che 
«  del  polso  non  tegnate  molto  conto,  perchè  Galeno  ne'  vecchi  non 
«  ne  tiene  conto  alcuno  ;  e  dell'  altre  cose  vi  andiate  regolando  più 
«  con  la  buona  vita  che  con  le  medicine.  Et  a  me  pare  savio  consi- 
«  glio,  rispetto  all'  età  vostra  et  a  quella  del  medico  che  vi  consiglia; 
«  che  non  vorrei  facessi  sperienzia  su'  casi  vostri  del  cervello  suo  : 
«  e  fìdomi  più  su  la  prudenzia  vostra  che  su  la  dottrina  sua,  chè 
«  uno  medico  ha  bisogno  di  experienzia  e  prudenzia  oltra  la  scien- 
«  zia.  Ma  di  questo  non  dirò  altro,  se  non  che  il  tedio  dell'animo  e 
«  del  corpo  el  pigliare  le  faccende  per  piacere  ve  lo  caverà  assai,  e 
«  sopra  tutto  el  leggere  qualche  cosa  sacra,  che  a  me  a  cotesto  di- 
«  fetto  ha  sempre  molto  giovato,  e  maxime  la  Bibbia.  E  Cornelio 
«  Tacito  dice  di  Tiberio,  quod  summebat  solatium  a  negocììs.  Pur  che  non 
«  abbiate  troppa  voglia  di  ringiovanire  con  e'  rimedi,  che  da  el  lapide 
«  in  fuora  tutti  vi  invecchieranno.  E  se  avete  Marco  Tullio  de  se- 
«  nectute,  leggetelo  ;  chè  mi  dilettò  assai,  leggendolo  fanciullo,  et  a 
«.  voi  credo  piacerà  e  diletterà  assai,  ma  ingegnatevi  intenderlo  bene. 
«  Quanto  alle  cose  di  villa....  »  E  qui  viene  alla  materia  della  quale 
si  dilettava  tanto  madonna  Isabella,  e  poi  alle  cose  pubbliche,  in- 
torno alle  quali  padre  e  figliuolo  hanno  un  carteggio  da  dirsi  ve- 
ramente prezioso  per  la  storia  di  quelli  anni.  Non  però,  che  prima 
di  finire  la  lettera  (la  quale  è  de'  20  novembre  42  da  Firenze),  non 
afferri  altre  occasioni  di  sentenziare  e  citare  :  «  ....  chè  nemo  dal 
«  quod  non  habet,  e  come  dice  la  Canzona  di  Daniel,  Ogni  animai  fa  si- 
«mil  creatura....  »  ;  la  quale  ultima  sentenza,  a  chiunque  ella  appar- 
tenga, doveva  far  paternamente  compiacere  di  sì  profusa  dottrina 
il  magnifico  Commissario, 
1  Vedi  a  pag.  260. 


UNA  MADREFAM1GLIA 


gora  e  de'  pescaiuoli  :  disse  che  per  quest'  anno  non  si 
pensassi  facessi  danno  ;  e  per  due  o  tre  piene,  sono  venute 
poi,  anno  retto  bene,  e  dicono  che  anno  fruttato  bene,  e  ri- 
parato al  danno  che  pareva  volessi  far  l'acqua.  Vero  è  che 
Bongianni  l  v'  andò,  e  disse  gli  sare'  parso  da  farne  un  al- 
tro nel  mezo  di  dua  vi  sono  fatti:  e  dipoi  ebbi  la  vostra 
de'  5  del  presente  gliene  parlai,  parendomi  desiderassi  voi 
che  se  ne  facessi  un  altro  ;  e  forse  che  lui  ve  n'  aveva 
iscritto  ;  e  a  lui  pare  che  per  ora  non  sia  da  fare  altro  e 
istare  a  vedere  una  altra  piena.  Sono  testé  V  acque  molto 
girate,  e'  dì  minori  di  tutto  Tanno,  2  ed  è  da  fare  simili  la- 
vori per  necessità.  Quei  maestro  da  Enpoli  v'andò,  e  aprovò 
quello  vi  V  era  fatto  esser  a  proposito,  e  non  ragionò  vi 
bisognassi  altro.  Io  non  vi  sono  istata,  chè  sono  istate  le 
vie  tanto  triste,  e  troppo  lunga  a  me  a  farla  a  piede.  Ispesi 
6  ducati  d'oro  d'opere  e  ferri  e  per  tutto  quello  bisognò  : 
e  prima  in  dua  volte  ispesi  12  lire,  che  fu  tutto  gittato 
via;  e  non  si  può  errare,  avere  in  simil  lavori  parere  da 
chi  a  pratica  di  quello  che  altrui  à  di  bisogno.  3  Questo  mu- 
gnaio è  molto  debolino  d'  animo  d'  ingegno  e  di  cervello  e 


1  Cognato  dell'  Isabella,  e  quello  tra  i  fratelli  Guicciardini,  che 
tutto  attendeva  alle  cure  domestiche.  Non  ebbe  moglie.  Fra  le  sue 
lettere,  che  molte  sono  anch'  esse  villerecce  e  assai  belle  [ed  io 
ne  ho  poi  pubblicate  col  titolo  di  Lettere  d'un  campagnuolo  fiorentino],  se 
ne  hanno  di  que'  medesimi  giorni  da  Poppiano,  a  Luigi  e  a  Niccolò. 

2  «  ....  e  eravamo  nel  più  basso  tempo  dell'  anno  »  Dino  Compa- 
gni, II,  x.  Vedi  la  lettera  precedente,  a  pag.  261. 

3  Identica  locuzione  in  uno  degli  antenati  dell'Isabella  (Franco 
Sacchetti,  nov.  ccxiv)  :  «  E  non  si  può  errare,  che  V  uomo  in  questa 
«vita  faccia  col  suo  e  lasci  stare  l'altrui».  Noi  oggi,  con  simile  in- 
tendimento, diciamo,  non  si  sbaglia  ;  in  costrutto  con  V  infinito,  me- 
diante la  prep.  a,  come  V  Isabella  (che  ve  la  sottintende),  e  altrove 
(nov.  clxxxvii)  lo  stesso  Franco  :  «  E  però  non  si  può  mai  errare  a 
«  porsi  nel  luogo  del  compagno,  e  fare  la  ragion  sua  come  la  sua 
«propria;  e  così  facendo,  rade  volte,  vivendo,  incontra  all'uomo  al- 
«  tro  che  bene  ». 


DEL  CINQUECENTO 


269 


di  persona  :  e  bisognerebbe  tenervi  uno  che  sempre  rasset- 
tassi ora  le  pale  e  ora  e'  marmi  ;  e  non  so  come  vi  si  paghe- 
rà, chè  m'  è  detto  è  poverissimo.  Io  farò  seco  quello  potrò. 

Circa  el  grano  della  buca  piena,  sono  forse  15  giorni  che 
io  la  feci  aprire,  e  cavossene  tanto  che  v'  entrò  Pieretto  e 
nuli' altro  :  cercossi  tutto  intorno  intorno  la  paglia,  trovossi 
asciutta;  e  andossi  colle  canne  per  insino  al  fondo,  e  per 
tutto  si  trovò  asciutto.  E  così  lo  tenni  3  o  4  giorni,  e  ricer- 
cossi  di  nuovo  ;  e  trovandolo  asciutto  per  tutto,  rimessesi  el 
cavato,  e  riturossi,  e  così  s'  è.  Quel  della  buca  ìscema  si  cavò, 
e  tutto  lo  feci  vagliare,  ed  è  in  sul  palco  della  camera  della 
casina.  Venduto  non  se  n'  è,  perchè  non  ho  auto  bisogno  di 
denari,  e  perchè  e'  non  ci  pareva  perdessi  istando  qualche 
poco  a  vedere  :  arebbesene  32  e  33  soldi.  Delle  fave  ho  ven- 
dute qualche  istaio,  e  così  se  ne  vende,  22  soldi  28  e  26. 

Sapete  che  io  vi  scrissi  che  Francesco  di  ser  Cione  non 
poteva  darvi  denari,  e  che  vi  darebbe  terra  :  rileggete  la 
mia  prima  lettera.  Dal  Fogna  ebbi  lire  6  ;  da  Gregorio  ho 
auto  lire  87  ;  lire  27  ebbi  da  sei»  Antonio  che  gli  aveva  ri- 
scossi da  Francesco  di  ser  Cione,  e  '1  resto  mi  disse  quanto 
di  sopra  è  detto. 

E'  vini  bianghi  stanno  bene  :  el  maggior  male  ci  sia  è 
che  sono  pochi,  e  non  buoni  come  sogliono.  A' lavoratori 
ho  fatto  Tanbasciata  vostra:  dicono,  gli  aquai  e  ogni  altra 
cosa  istar  bene,  e  che  anno  cura  e'  bestiami  no  paschino 
dove  dite.  Attendono  a  ricórre  1'  ulive  ;  e  da  Sant'Andrea 
in  qua  ci  è  istato  assai  buoni  tenpi  :  prima  ci  era  acqua, 
nebbia  e  umido,  come  iscrivete  esser  costà. 

E'  lavoratori  nuovi  ci  vennono  per  San  Simone,  che  ci 
era  Messere.  Dipoi  non  ci  è  venuto  quel  de'  Lotti;  quel  di 
Pieretto  ci  è  istato  2  volte,  e  V  utima  fu  per  Sa'  Niccolò  ; 
che  mi  dissono  fasciorono  e'  piantoni,  perchè  non  temessino 
el  freddo  :  dopo  la  vendemia  seminorono  certe  biade  usano 


270 


UNA  MADREFAMIGLIA 


in  que'  tenpi,  che  è  vena  :  ora  attendono  all'ulive.  De'  po- 
deri vecchi  per  ancora  non  ci  fanno  altro.  Delle  pere  ci  fu 
poche  :  toccòmene  2  bigoncie,  vendute  che  furono  le  co- 
sime.  1  Feci  conto  essermi  tocco,  di  tutte  le  frutte,  lire  34 
e  soldi  10.  Delle  mele  m*  è  tocche  circa  40  bigoncie  ;  ma 
sono  tanto  triste  e  brutte,  che  se  ne  caverà  poco  :  honne 
vendute  un  monticello  a  soldi  8  la  bigoncia;  non  Pò  an- 
cora misurate.  Del  mugnaio,  cercando,  forse  si  troverebbe 
qualche  cosa  ;  ma  non  vorrei  entrare  in  queste  ragione  fac- 
cende, non  ci  sendo  voi  :  e  così  ho  detto  a  Giovanni  da  Ri- 
palto.  Del  lavoratore  che  torna  dove  Piero,  mi  pare  un  bel 
promettitore,  e  fassi  di  buono  animo  a  far  bene  ogni  cosa  : 
se  riuscirà  a  fatti,  andrà  bene;  e  a  questo  voi  ci  sarete,  a 
Dio  piaccendo  :  se  riuscirà,  n'arò  piacere  assai.  Questo 
de' Lotti  parla  poco,  e  poche  volte  io  l'ò  visto:  par  sensata 
persona.  Bisogna  giudicare  alla  giornata  ;  come  dice  el  pro- 
verbio, Non  ti  conosco  se  io  non  ti  maneggio  :  e  puossi  male 
vedere  se  non  si  pruova.  Delle  ulive  ci  è  poche  ;  el  fattoia- 
no  pensa  ci  sia  un  trenta  barili  d'olio  in  questi  2  poderi. 
A  ser  Antonio  feci  l'anbasciata  vostra,  che  l'ebbe  cara  : 
vive,  el  poverino,  co  molto  tormento.  Se  ci  capiterà  Fran- 
cesco Caradori,  gli  dirò  quanto  iscrivete  :  non  l'ò  visto  se 
non  un  tratto,  poi  ci  sono. 

Quanto  alla  vostra  de"  5,  m'  è  istato  grato  lo  intendere 
siate  dello  stomaco  e  de  altre  vostre  indisposizione  quasi 
al  tutto  rettificato  ;  che  n'ò  auto  piacere.  A  Dio  piaccia 
conservarvi,  e  voi  sappiatevi  riguardare.  Cavalcante  non 
ho  visto,  benché  io  abbi  inteso  sia  istato  15  giorni  in  Fi- 
renze :  pensate  se  io  l'arei  visto  volentieri  !  Parmi  che  vi 


Sorta  di  pera  autunnale. 


DEL  CINQUECENTO 


271 


rincresca  molto  le  faccende  e  la  stanza,  1  che  v'andasti  così 
con  fastidio  e  malvolentieri,  e  penso  v'abbi  a  rincrescere 
tutto  questo  tenpo  :  ma  vorrei  che  voi  facessi  come  voi 
dite  a  me  che  io  facci  io,  che  voi  vi  pigliassi  coteste  fac- 
cende per  piacere.  Pensate  voi  che  io  abbi  un  gran  con- 
tento e  ispasso,  trovarmi  qui  co  due  fanticelle,  e  poco  al- 
tri rivedere  e  con  altri  parlare,  e  '1  più  del  tempo  iscri- 
vere, e  pagare  opere,  e  vendere,  e  tener  conti  ?  e  tutte 
queste  faccende  rincrescono  alle  persone  di  tenpo.  Bisogna 
in  questo  mondo,  chi  ci  vuole  avere  contenti,  pigliarsi  pia- 
cere delle  cose  che  dispiacciano,  altrimenti  si  starebbe  sen- 
pre  in  tormento  ;  e  pensare  che '1  ienpo  vola,  chè  siamo 
già  al  terzo  di  questo  camino.  Io  vo  ispesso  a  vedere  ser 
Antonio;  e  quando  io  lo  veggo  in  quelle  pene,  mi  pare  es- 
sere una  signora,  pensando  che  posso  dormire  e  mangiare 
e  avere  qualche  riposo.  Pertanto,  quando  siano  a  questo, 
ringraziano  Idio. 

La  terra  della  fossa  tutta  seminorono  e'  lavoratori,  come 
lo  dissi  loro  :  el  bottino  non  si  rienpie  per  esser  seminato 
sopra  la  terra  l'aveva  a  rienpiere  ;  e  se  io  l'avessi  a  fare, 
vi  porrei  qualche  cosa  in  quella  buca  :  e  volendo  voi  pure 
che  la  fossa  si  facci,  bisognerà  lasciare  ire  el  grano.  La 
fonte  getta  dimolta  acqua,  quasi  a  bocca  d'un  mezo  barile, 
e  '1  lavatoio  senpre  trabocca,  e  pare  istrano  esser  tanto 
basso,  per  esservi  assai  acqua  ;  e  '1  vivaio  si  mantiene  pie- 
no :  credo  che  meglio  si  raccorrebbe  la  vena  della  acqua, 
quando  non  fussi  tanta  dovizia. 

Quando  Bongianni  farà  fare  la  buca  iscrivete,  pagarò 
l'opere.  E'  pali  non  si  sono  auti  :  el  Tozo  mi  disse  gli  pro- 


1  1'  uffizio  e  la  dimora,  in  Castrocaro  di  Romagna  dov'era  Com- 
missario. 


272 


XJNA  MADREFAMIGLIA 


vederebbe,  ma  che  non  si  tagliono  per  insino  a  gienaio  ;  e 
così  intendo  dal  fattore  di  Cavalcante,  che  n'àa  provedere, 
per  Bongianni.  Io  non  ho  conperato  legne,  e  ho  fatto  fare 
di  queste  pel  podere,  e  quando  si  tagliò  pe'  pali  di  Vergi- 
gnio  1  certi  resti,  e  pel  forno  quelle  mi  scrivesti,  e  non 
patisco  :  chè  el  tenpo  è  in  modo,  si  può  ire  a  torno.  Del 
vino,  ho  fatto  venire  da  Firenze  di  quel  di  Paterno,  che 
era  bonissimo,  e  alcuna  volta  n'ò  conperato  aMontagnana: 
e  ingegnerommi  patire  manco  che  io  potrò. 

E  per  questa  non  voglio  dirvi  altro;  chè  è  tardi,  e  an- 
cora ho  a  cenare.  A  voi  mi  raccomando.  El  Signore  sano 
vi  conservi.  Addì  12  di  dicenbre  1542. 

Isabella  a  Poppiano. 

La  stima  de'  porci  venduti  si  scontrò  con  quella  manda- 
sti. Per  la  vostra  de'  7  di  novenbre,  mi  dite  mandarmi, 
come  vi  sentivi  meglio,  e'  conti  di  questi  che  dicono  avere 
aver  da  voi  :  che  è  questo  di  Vanozo  per  conto  della  vite  ; 
e  intendo  avete  a  pagare  un  legno  s'ebbe  da  Benedetto 
Canbi,  che  si  misse  nella  casina  ;  Meo  Giorli  dice  gli  avete 
a  pagare  una  opera  ;  el  fabro  dice  gli  avete  a  pagare  2  lib- 
bre d'aguti  e  certo  vino  dette  alla  Maria,  che  è  un  pezoio 
pensavo  l'avessi  pagato.  Arei  caro  intendere  da  voi  se  tutti 
questi  anno  avere  quanto  vi  scrivo  :  sono  piccola  cosa,  e 
a  tutti  sodisfarò,  chè  penso  sieno  tutte  cose  dimenticate  : 
e  chi  à  avere  la  pensa  forse  altrimenti  ;  e  non  è  bene.  Per- 
tanto arei  caro,  el  più  presto  potete  me  ne  dessi  notizia  : 
perchè  oramai  sare'  tempo  di  ritornare  in  Firenze  ;  chè 
siano  a  Pasqua,  e  le  faccende  sono  presso  a  finite.  Per  di 
qui  sabato  saranno  finito  e'  tetti  ;  che  erono  condotti  in 


1  11  torrente,  del  quale  vedi  a  pag.  260  in  nota. 


DEL  CINQUECENTO 


273 


modo,  mi  costerà  3  ducati  o  meglio  questo  lavoro,  tra  cal- 
cina, tegoli  e  mezane,  e  opere  ;  ma  staranno  bene.  Ser  An- 
tonio è  istato  da  domenica  in  qua  un  po'  meglio,  e  istamani 
à  detto  messa  ;  e  raccomandasi  a  voi. 
A'  13  ho  fatta  questa  agiunta. 

(Fuori)   Al  magnifico  signore 

Comessario  di  Castracaro 
Luigi  Guicciardini  consorte  onorando 
in  Castracaro. 

V. 

Firenze,  9  gennaio  1543. 

yhs 

Carissimo  Luigi,  Ho  aute  3  vostre,  che  non  risponderò 
per  ora  a  quelle.  Solo  vi  dirò  come  domani  sarà  otto  giorni 
che  io  tornai  da  Popiano:  e  là  su  mi  governai,  co  riposo 
e  buona  vita,  con  pollo  pesto  e  istillato  ;  e  migliorai  tanto 
che  parve  a  Messere  e  a  Bongianni  che  io  ne  venissi,  pen- 
sando se  l'accidente  mi  fussi  ritornato,  sarei  istato  in  pig- 
gior  grado. 1  E  se  ser  Antonio  fussi  istato  sano,  o  vi  fussi 


1  Questo  suo  male,  che  in  altre  lettere  chiama  «  l'accidente  gran- 
de »,  o  «  quel  mal  grande  »,  e  che  ogni  tanto  l'assaliva  con  maggior  vio- 
lenza che«  que'piccoli  »,  le  aveva  disturbato  gli  ultimi  giorni  di  villa. 
Sentiamolo  da  alcune  delle  lettere  che  ne  scriveva,  fra  il  19  e  il  25  di- 
cembre, al  figliuolo  Niccolò  in  Firenze  :  «  yhs.  Carissimo  figliuolo,  Ieri 
«  vi  scrissi  di  mio  essere:  dipoi  mi  so'  istata  all'  usato,  eistòmi  volen- 
«  tieri  nel  letto  calda;  se  io  mi  lievo,  mi  sento  le  ganbe  debole  ;  e'polsi 
«  s'alterano,  e  non  potrei  istar  troppo  levata;  mangio  bene  e  non  dor- 
«  mo  male.  Da  domenica  in  qua  non  ho  auto  accidente  d'  inportanza, 
«  salvo  che  in  questo  levarmi;  chè  se  io  istessi  alla  dura,  dubito  non 
c  venissi  :  e  qualche  volta  mi  sento,  come  altre  volte  ho  fatto,  certo 


Del  Lungo 


18 


274 


UNA  MADREFAMIGLIA 


istato  un  altro  buon  religioso  apresso,  mi  mettevo  a  ristio 
ancora  per  qualche  giorno  :  ma  non  vi  esendo,  mi  lasciai 


«  freddo  nel  capo  tra  l'osso  e  '1  cervello.  Io  pensavo  esser  oggi  gua- 
«  rita,  e  potere  fare  le  mie  faccende  :  e  in  fatti  e'  non  mi  riesce.  Non 
«  so  come  farò  ;  non  posso  indovinare  quello  s'abbi  a  essere  :  o  in- 
«  drieto  o  inanzi.  Ma  quando  io  penso  esser  ne'  62  anni,  mi  fa  pensare 
«  a  più  cose.  Qui  è  istato  oggi  untenpo  terribile,  e  '1  maggior  vento 
«  mi  paia  mai  averci  sentito,  e  rotti  tegoli  enbrici  e  rovinato  e 
«  iscomesso  ciò  che  in  15  giorni  s'era  assettato  ;  e  bisognerà  da  capo 
«  rifarsi.  El  fattoiano  mi  dice  che  parendovi  da  dare  l'olio  per  uno 
«  ducato,  crede  arebbe  uno  che  lo  torre'  tutto  ;  benché  a  San  Casciano 
«  non  valse  tanto  :  domani  s'  intenderà  quello  che  farà.  Non  dirò  al- 
«  tro.  A  voi  mi  raccomando,  e  pregate  Idio  per  me.  El  Signore  sano 
«  voi  conservi.  Addì  22  di  dicenbre  1542.  Isabella  a  Poppiano.  (Fuori; 
«  Egregio  dottore  messer  Niccolò  Guicciardini  figliuolo  carissimo, 
«  in  Firenze).  »  E  due  giorni  dipoi  :  «  yhs.  Carissimo  figliuolo,  Ebbi 
«  la  vostra,  e  per  quella  mi  dite  che  bisognando  verrete  voi,  la  Ca- 
«  terina,  la  Simona  :  e  lo  credo,  e  sonne  certa,  e  tutti  vi  ringrazio, 
«  e  bisognando  vi  si  farà  intendere.  Dammi  noia  alcuna  volta  que- 
«  sto  battito  al  cuore,  e  qualche  triemito  ;  e  se  non  fussi  questo 
«freddo,  mi  starei  alcuna  volta  levata.  Se  accadrà  cosa  che  inporti, 
«  vi  si  farà  intendere,  se  non  fussi  qualche  cosa  istrana  che  l'uomo 
«  non  pensassi  ;  io  non  so  indovinare.  Penso,  se  '1  tenpo  mi  serve, 
c  venirne  presto,  e  farassi  un  poco  di  senprice  cataletto,  chè  la  let- 
ti tina  non  sono  usa  ;  e  forse  potrei  migliorare  di  sorte  torrei  la 
c  mula....  »  E  in  poscritta,  non  dimenticando  mai  la  masserizia  : 
«  Voi  non  avete  risposto  dello  olio.  »  Se  non  che  la  famiglia,  inquie- 
ta, insisteva  perch'  ella  si  rimettesse  in  città.  E  la  buona  massaia, 
che  pure  aveva  scritto  <  ....  istommi  così  tristerella,  e  pensate  che 
«  del  tornare  io  me  ne  istruggo,  e  ch'io  vorrei  esser  costì  »,  a  quelle 
insistenze,  mezza  scorruccita,  replicava:  «  yhs.  Carissimo  figliuolo  etc. 
«  È  vero  che  ieri  e  oggi  mi  sono  istata  comodamente,  come  vi  scris- 
«  si,  e  non  bisognava  pigliassi  briga  venire  ;  perchè  bisognando  che 
«  io  me  ne  venissi,  ci  è  Bongianni  e  Cavalcante  che  tutto  potrebbono 
«  ordinare  ;  e  benché  voi  vegnate  domani,  mi  sarà  tranbusto  e  non 
«  piccolo,  esser  a  ordine  giovedì.  E  pensate  che  questo  avere  ogni  dì 
«  a  pensare  a  nuova  fantasia  e  iscrivere,  non  mi  giova  niente.  Io  farò 
«  quello  potrò,  e  Idio  m'aiuti  :  di  venire  o  non  venire,  la  rimetto  in 
«  voi.  Sono  tenpi  freddi,  e  voi  non  siate  molto  gagliardo  ;  non  vor- 
«  rei  avessi  disagio  e  malassi  :  chè  infatti  inporta  più  e'  casi  vostri 
«  che  el  mio.  Io  non  posso  sapere  se  '1  miglioramento  s'andrà  inanzi 
«  o  indrieto,  perchè  di  sana  vedete  come  mi  fa  :  e  pensate  che  io 


DEL  CINQUECENTO 


275 


consigliare.  E  pensate  che  el  travaglio  del  partire,  e  la 
mutazione  della  aria,  e  molte  visitazione,  mi  parse  fer- 
massi el  miglioramento.  E  istommi  così  trista  per  camera, 
come  molte  volte  m'avete  vista,  con  deboleza  di  capo,  oc- 
cupazione di  cuore  (e  non  ci  è  ordine  lo  possi  con  nulla 
vincere),  debilità  di  matrice  ;  che  el  corpo  la  ganba  e  '1 
cuore,  tutto  questo  lato  manco,  mi  sento  travagliato  ;  con 
poco  gusto  del  cibo  :  el  vino  mi  piace,  e  assai  ne  piglio 
conforto;  e  sono  buoni,  come  da  Cavalcante  intenderete, 
che  tutti  di  villa  e  di  Firenze  gli  ha  asaggiati,  Manghi  e 
vermigli.  E  quando  lui  arrivò  a  Poppiano,  istavo  bene,  e 
meglio  m'ero  sentita  che  io  fussi  istata  un  pezo,  come  da 
lui  intenderete  ;  tanto  che  io  ispesso  pensavo  che  le  natura 
facessi  in  questa  età  suo  isforzo:  caminavo  legiermente,  e 
dormivo  benissimo  e  mangiavo,  e  così  ogni  altra  mia  ope- 
razione, assai  meglio  che  l'anno  passato.  La  sera  che  Caval- 
cante arrivò,  la  mattina  tutta  cominciai  andar  sozopra.  Vero 
è  che  el  tenpo  si  mutò,  e  féssi  freddo  grande  ;  e  benché  io 
avessi  de'  panni,  io  sentivo  assai  al  capo  e  tutta  la  persona. 

Mandai  per  maestro  Giovanbatista  per  dirgli  e'  mia  di- 
fetti :  e  quando  ci  venne,  disse  volermi  vedere  cor  un  poco 
d'  agio,  ohè  aveva  faccenda  ;  per  allora  non  volse  badare, 
chè  aveva  faccenda  :  non  V  ò  poi  visto,  e  non  me  ne  sono 
curata,  per  tanto  istia  posata  qualche  dì,  che  possi  me- 


«  arei  più  caro  esser  malata  costì  che  qui  :  ma  poi  che  la  mia  sorte 
«  vuole  così,  bisogna  pigliare  que'  partiti  che  altri  pensa  sieno  me- 
«  glio,  sanza  tanto  tribolarsi.  Io  non  vo'  più  tanto  iscrivere  e  leg- 
«  gere,  e  fate  di  me  quel  che  vi  pare  ;  chè  un  sano,  faccendo  a  que- 
«  sto  modo,  amalerebbe.  Non  altro.  Cristo  vi  guardi.  Addì  25  di  di- 
«  cenbre  1542.  Isabella  a  Poppiano.  »  Ma  il  corruccio  della  massaia 
si  sente,  dalla  lettera  al  marito,  avei*  presto  ceduto  il  luogo  all'  af- 
fetto materno,  riconoscente  verso  le  premure  e  le  apprensioni  del 
suo  caro  Messere  e  delle  giovani  spose,  che  1'  avean  rivoluta  in  Fi- 
renze. 


276 


UNA  MADREFA MIGLIA 


glio  giudicare  e'  mia  difetti.  Farò  che  ci  verrà  :  e  se  vedete 
costì  el  vostro  medico,  intendete  da  lui  quello  gliene  pare. 
E  così  doverresti  parlargli  per  conto  della  Simona  e  di  Pie- 
rantonio  ;  chè  T  ò  trovata  sì  grassa,  che  vi  so  dire  F  aequa 
della  Porretta  non  la  disecca.  Pierantonio  si  sta  come  si 
suole.... 

Voi  mi  dite  v'avisi  quello  vale  la  carne  ;  che  n'  ò  parlato 
con  Cecco  dalle  porte  :  dicemi  costerà  lire  10  {^  a  tòrla  dal 
beccaio.  Pertanto  che  a  me  parebbe  ne  insalassi  costì  4  pe- 
ze  più  che  so  ne  insalerete  per  voi,  valendo  quello  m'a- 
vete iscritto.  Mi  pare  migliore  ispesa  far  così  :  per  in  villa 
s' insalerà  quel  porcello  conperai,  che  sarà  150  libbre  o 
circa. 

El  grano  vecchio  non  se  n'  è  venduto,  e  non  se  ne  tro- 
verrà  più  che  24  e  25  soldi  lo  staio,  perchè  ogni  cosa  è 
rinviliate.  L'olio  Messere  n'  à  venduto  20  barili,  lire  7 
soldi  2. 

Non  dirò  per  questa  altro.  A  voi  mi  raccomando.  Cristo 
vi  guardi  e  sano  vi  conservi.  Addì  9  di  gennaio  1542.  i 

Isabella  in  Firenze. 

Ritenuta  2  per  insino  a  stasera,  che  ho  auta  la  vostra 
degli  otto,  che  m'  è  istata  gratissima  :  duolmi  solo  lo  inten- 
dere abbiate  auto  iscesa  3  già  2  notte.  Avisate  ispesso  come 
istate.  Da  Cavalcante  intenderete  di  mio  essere.  E  la  Simona 
e  la  Caterina  4  ci  sono  istate  da  poi  tornai.  Io  non  insalerò 


1  Di  stile  fiorentino. 

2  Ciò  che  segue  è  in  foglio  a  parte  o,  come  dicevano,  polizzino. 

3  costipazione,  infreddatura,  reuma  :  e  dicevano  scesa,  perchè  si 
credeva  che  il  catarro  scendesse  dal  capo  nelle  altre  membra. 

4  La  figliuola  e  la  nuora. 


DEL  CINQUECENTO 


277 


qui  carne,  come  da  Cavalcante  intenderete  ;  e  così  del  ta- 
gliare le  legne  a  Poppiano  :  e  darete  aviso  di  quello  vi 
paia  da  fare  e  quando.  Non  dirò  altro.  Attendete  a  riguar- 
darvi, e  così  farò  io.  Idio  ci  dia  grazia  ci  rivegiàno  sani. 


(Fuori)   Al  magnifico  signore 

Comessario  di  Castracaro 
Luigi  Guicciardini  consorte  onorando 
in  Castracaro. 


XXI  NOVEMBRE  MDCCCLXXXIII. 
PER  LE  NOZZE 
DI 

Annetta  de'  conti  Guicciardini 
col  nobil  g  iovane 
Carlo  Martelli. 


A  chi  ha  letto  queste  pagine  di  carteggio  familiare 
così  schiettamente  donnesche,  si  urbanamente  fiorentine, 
con  tal  semplicità  assennate,  con  tanta  dignità  affettuose, 
se  non  dove  un  po'  di  malinconia  talvolta  le  annebbia, 
chiedo  di  poter  comunicare  alcuno  de'  pensieri  che  a  me, 
cavandole  dagli  originali, 1  si  aggiravano  per  la  mente. 
E  prima  lo  chiedo  a  Lei,  gentile  Annetta,  che  non  isde- 
gnerà  riporre  questo  libretto  fra  i  preziosi  ricordi  della 
casa  donde  esce,  figliuola  e  sorella  dilettissima,  per  ador- 
nare del  suo  ingenuo  sorriso,  allegrare,  del  suo  tenero  af- 
fetto, confortare  della  sua  mite  e  serena  bontà,  la  nuova 
famiglia,  che  alla  sposa  desiderata  apre  festeggiante  le 
braccia.  Le  memorie  della  casa  sono  sacre  ad  ogni  animo 
bennato  :  e  il  lustro  del  nome,  la  nobiltà  dei  natali,  ne 
impongono  più  gelosa  la  custodia,  quando  esse  non  sono 
patrimonio  solamente  domestico  ma  cittadino.  Pio  culto, 
pel  quale  da  secolo  a  secolo  le  tradizioni  si  rannodano, 
gli  esempi  rinverdiscono,  e  si  avvicinano  in  certo  modo 
e  congiungono  gli  spiriti.  Nè  con  altri  intendimenti  io  ho 


1  Nelle  Carte  Strozziane  del  R.  Archivio  di  Stato  in  Firenze.  Ve- 
dine P  Inventario,  pubblicato  per  cura  della  R.  Soprintendenza  degli 
Archivi  Toscani. 


280 


UNA   MADREF  AMIGLI  A 


quasi  chiamata  partecipe  alla  gioia  delle  sue  nozze  que- 
sta onoranda  matrona  dei  Guicciardini,  moglie  di  Luigi, 
cognata  di  quel  Francesco  il  quale  fra  le  glorie  italiane 
è  delle  maggiori  e  che  per  volger  d'età  non  tramontano. 

E  pensavo,  trascrivendo  per  Lei  queste  lettere,  quanto 
la  Isabella  ritragga  in  atto  di  queir  ideale  di  donna,  che 
ne'  loro  libri  di  governo  familiare  delinearono  i  nostri 
buoni  antichi.  I  quali,  «  avendo  sopra  tutte  le  cose  per 
«  la  più  gioconda  il  far  bene  i  fatti  propri  »  (diciamolo 
con  le  parole  dell'aurea  fra  quelle  scritture),  ma  non  per 
essi  dimenticando  il  dovere  di  «  attendere  e  servire  alle 
«  cose  pubbliche  »,  volevano  ripartiti  acconciamente  i  ca- 
richi e  le  incombenze,  e  lodavano  «  chi  alla  donna  sua 
«  lascia  il  governo  della  casa  e  delle  cose  minori,  e  per 
«  sè  ritiene  ogni  faccenda  virile  e  debita  agli  uomini  »  ; 
di  guisa  che  «  l'uomo  rechi  a  casa,  la  donna  serbi  e  di- 
«  fenda  le  cose  e  sè  stessa  con  timore  e  sospezione;  l'uomo 
«  difenda  la  casa  la  donna  e  i  suoi  e  la  patria,  non  se- 
«  dendo,  ma  esercitando  l'anima  e  il  corpo,  con  virtù  con 
«  sudore  e  con  sangue.  »  Così  madonna  Isabella,  pel  marito 
Commissario  in  Arezzo,  in  Romagna,  in  Pisa,  in  Pistoia, 
curava  le  faccende  domestiche  ;  e  gliene  scriveva  di  villa 
queste  lettere,  che  tanto  è  a  dolere  non  ci  siano  rimaste 
in  maggior  numero,  quant'  è  certo  che  il  marito,  uomo 
di  poco  facil  contentatura,  le  aveva  carissime.  «  Quando 
«  sarai  stata  qualche  dì  a  Poppiano,  scrivimi  come  vi 
«  stanno  le  cose,  »  leggiamo  in  una  sua  «  ....  e  se  la  fra- 
«  sconaia  posta  questo  anno  mette  bene,  et  e'  capperi  et 
«  e'  nocciuoli  posti  questo  anno,  ....  e  come  mostrono  li 
«  ulivi  e  le  vite....  ».  Ed  ella  medesima  a  lui  :  «  Abbiatemi 
«  per  iscusato,  se  io  non  vi  scrivo  ispesso,  come  forse 
«  vorresti  e  io  ancor  vorrei....  ». 

Intendo  le  difformità  che  i  mutati  tempi  pongono  tra 


DEL  CINQUECENTO 


281 


il  vivere,  anche  domestico,  di  ora  e  di  allora  :  leggi,  co- 
stumanze, istituzioni,  dissimili  ;  differenza  di  sentimenti, 
impressioni,  affetti  ;  relazioni  sociali  altramente  determi- 
nate ;  civiltà  che  dell'invecchiamento  ha  le  migliorie  e  le 
magagne  ;  agi  alla  vita  procacciati  dalle  gloriose  vittorie 
dell'  umano  ingegno  sulla  natura  ;  animi,  e  corpi  diversa- 
mente temperati  :  nè  Ella  certamente  ritornerebbe  oggi 
di  villa  in  città,  nel  modo  che  all'  ava  sua,  ancoraché  di 
salute  mal  ferma  e  di  età  inoltrata,  pareva  non  disadatto, 
cioè  «  sulla  mula  »,  lasciando  stare  la  lettiga  come  mor- 
bidezza troppo  squisita.  Nonostante  tuttociò,  sia  lecito  a 
noi  poveri  studiatori  di  carte  antiche,  vagheggianti  a  lume 
di  lucerna  gli  splendori  di  quelle  età,  credere  che  anche 
nel  pratico  della  vita,  fatta  pur  ragione  di  quante  diver- 
sità ed  eccezioni  si  vogliano,  le  memorie  de'  nostri  vec- 
chi possano  utilmente  risuscitarsi  ;  che  possa  qualche 
volta  una  gentildonna  del  secolo  decimonono  rammentarsi 
opportunamente  di  ciò  che  facevano  e  come  facevano 
quelle  che  hanno  portato  il  suo  nome  tre  o  quattrocen- 
to anni  fa.  Al  qual  proposito  mi  sembra  che  in  queste 
pubblicazioni  nuziali  dall'antico,  delle  quali  è  ormai  in- 
valsa la  lodevole  usanza,  sarebbe  gentil  cosa  si  preferis- 
sero scritture,  non  dirò  sempre  di  donne,  ma  che  abbiano 
comecchessia  del  domestico  :  lettura  più  da  sposi  ;  e  con- 
tributo alla  storia,  sì  de'  fatti  e  sì  delle  parole,  non  meno 
importante  di  qualsivoglia  altro. 

Nei  fatti  chi  prendesse  occasione  d'entrare  dal  carteg- 
gio di  Luigi  Guicciardini,  troppe  cose  avrebbe  a  mano  ;  e 
lungo  anche  sol  l'accennarle.  Quella  famiglia,  de'  cinque 
figliuoli  di  messer  Piero, 1  aspetta  uno  studio,  e  darebbe 


1  Vedi  nella  seguente  pagina  l'Alberetto,  che  non  sarà  inoppor- 
tuno alla  migliore  intelligenza  delle  Lettere  di  madonna  Isabella. 


282 


UNA  MADREFA MIGLIA 


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DEL  CINQUECENTO 


283 


materia  importante  a  un  volume  :  e  della  vita  di  Fran- 
cesco e  degli  atti  suoi  temo  non  si  darà  con  sicurezza  un 
giudizio  compiuto,  se  prima  non  si  faccia,  poiché  lo  pos- 
siamo, un  tal  libro.  Il  quale  mostrerebbe  in  che  modo  e 
per  quali  vie,  entro  agli  animi  di  alcuni  cittadini,  e  de'  più 
valenti,  l'amore  della  libertà  e  della  patria  e  della  roba 
si  contemperassero  nella  devozione  alla  fortuna,  dilunga 
mano  preparata  e  quasi  casa  per  casa,  de'  discendenti  di 
Cosimo  e  Lorenzo  de'  Medici  ;  e  darebbe  delle  ambizioni, 
che  ci  paiono  oggi  pressoché  parricide,  non  di  messer 
Francesco  Guicciardini  solamente  ma  anche  di  altri  al- 
trettanto famosi,  le  ragioni  di  fatto,  se  non  la  morale  giu- 
stificazione. Di  quel  libro  personaggio  principale  sarebbe 
Luigi;  e  documenti  importantissimi,  le  lettere  fra  lui  e 
il  figliuolo  messer  Niccolò,  nel  quale  la  famiglia  presu- 
meva rinnovare  (secondochè  parve  ai  contemporanei)  con 
la  dignità  di  dottore  la  grandezza  dello  zio  Francesco  : 
ma  da  questa  era  Luigi,  almanco  per  certe  qualità,  un 
po'  meno  lontano.  Fiero  uomo  Luigi  Guicciardini  ;  ed  ebbe 
occasione  di  dimostrarlo  :  con  lode  di  valore  e  di  fer- 
mezza, quando  si  trovò  Gonfaloniere  di  Giustizia  nel- 
V  aprile  del  27  a  reggere  la  città  che  si  rivoltava  contro 
i  Medici  ;  con  biasimo  di  crudeltà,  quando  Commissario 
mediceo  a  Pisa  nel  30,  ricevuta  la  città  dal  suo  prede- 
cessore per  la  Repubblica,  fece  lui  morire  fra'  tormenti. 
Nè  quelle  sue  lettere,  che  sono  a  stampa,  scritte  al  fra- 
tello dopo  caduta  la  libertà,  discordano  datali  atti;  come 
la  descrizione,  eh'  ei  volle  dedicata  a  Cosimo  duca,  del 
Sacco  di  Roma  lo  chiarisce  avverso  a  quella  prepotenza 
straniera  o,  come  dicevano,  di  barbari,  della  quale  i  Me- 
dici avrebber  voluto,  e  fu  impossibile,  non  aver  a  valersi 
nell'assoggettamento  della  patria.  Ma  sarebbero  da  cer- 
care i  suoi  dialoghi  e  trattati  ;  che  ne  scrisse  e  di  poli- 


284 


UNA  MADREFAMIGLIA 


tici  (in  alcuno  de'  quali  pare  intendesse  vendicarsi  del 
Machiavello,  che  P  avea  figurato,  tra  gli  altri  medicei, 
nell'Asino  d'oro),  e  di  altro  argomento  intitolandoli  dagli 
Scacchi.  «  Luigi  se  ne  stava  in  villa,  »  scrive  al  Varchi 
il  Busini,  dandogli  notizie  della  cittadinanza  nel  27  ai 
tempi  della  libertà,  «  dove  compose  gli  Scacchi,  aggua- 
«  gliando  quel  giuoco  a  un  buon  padre  di  famiglia  »  :  ma 
in  effetto  cotesto  trattato  (che  si  conserva  fra  i  mano- 
scritti Magliabechiani),  dedicato  a  sua  Eccellenza  esso 
pure,  è  una  «comparazione  degli  Scacchi  all'Arte  mili- 
«  tare  »  ;  e  mi  par  da  rincrescerne,  e  da  desiderare  che  il 
Busini  non  avesse  sbagliato  nell'attribuire  a  Luigi  ciò 
eh'  e'  credette,  al  vedere,  cosa  da  lui  :  perchè,  invero,  lassù 
in  villa,  cioè  a  Poppiano,  nel  vecchio  riparo  de'  suoi  mag- 
giori, con  la  valente  sua  donna,  erano  luogo  e  compa- 
gnia adattissimi  a  scriver  bene  di  quella  materia  familia- 
re, come  dimostrano  le  Lettere  che  io  oggi  do  in  luce. 

Alle  quali  ogni  discreto  concederà  volentieri  il  pregio 
delle  parole  :  e  parole  vuol  dire  cose  parecchie  e  impor- 
tanti. Perocché  la  parola,  o  la  congegni  il  magistero  d'uno 
scrittore  o  nel  vivo  de'  fatti  si  atteggi  spontanea,  ha,  come 
testimonianza  storica,  tanto  grande  valore  morale,  quanto 
forse  nessun  altro  de'  segni  con  che  all'  uomo  è  dato  figu- 
rare il  pensiero  e  l'affetto  :  massime  se  di  secoli,  come 
a  noi  i  tre  primi  della  nostra  cultura,  durante  i  quali  lo 
scrivere,  sì  meditato  e  sì  usuale,  esemplava  dalla  con- 
suetudine de'  parlanti  tuttavia  incorrotta  le  schiette  e 
native  proprietà  dell'  idioma.  Non  so  se  cento,  od  anche 
meno,  anni  più  tardi  ci  occorrerebbe  in  lettere  di  donna 
fiorentina  una  così  graziosa  pittura  villereccia,  come  in 
queste  di  madonna  Isabella,  nè  con  tanto  senso  del  vero. 
Leggendole,  noi  la  vediam  proprio,  quell'accigliata  mas- 
saia, tra  le  fantesche  e  i  lavoratori,  e  i  mugnai,  e  i  mae- 


DEL  CINQUECENTO 


285 


stri  muratori,  e  i  fattori,  e  gli  opranti,  assegnare,  distri- 
buire, pagare,  registrar  partite,  riveder  conti,  conferire 
col  cognato  Bongianni,  che  di  que'  fratelli  era  come  chi 
dicesse  il  castaido  ;  poi  scrivere  un  po'  per  giorno,  tra 
l'una  faccenda  e  P  altra,  le  sue  lunghe  e  particolareg- 
giate lettere  al  marito,  e  riferirgli,  e  dimandare,  e  ram- 
mentare, e  suggerire,  e  proporre  :  e  il  grano,  e  il  vivaio, 
e  la  gora,  e  la  vendemmia,  e  il  vino  e  l'olio,  e  il  forno 
e  le  legna,  e  il  mercato  a  San  Casciano,  e  le  bestie  da 
soma  col  garzon  che  le  mena,  e  le  provviste  invernali 
compresovi  un  porcellino  per  insalare,  e  i  lavori  alla  casa 
e  alle  fosse  e  al  mulino  ;  e  poi  le  ragioni  eli  chi  dee  dare 
e  chi  avere,  e'  contadini  che  lasciano  i  poderi  e  i  nuovi 
che  vi  tornano,  e  chi  son  eglino,  e  i  discorsi  con  loro  che 
par  di  esserci  presenti;  e  poi  confortare  il  povero  prete 
di  Poppiano,  afflitto  da  malattia  disperata  ;  e  tribolarsi 
con  le  fanti,  pur  raccomandando  al  marito  d'  aver  egli 
pazienza  co'  servitori  ;  e  dietro  a  tutto  questo,  «  le  sue 
faccenduzze  »,  che  teme  per  tanto  lavorìo  e  tanto  scrivere 
debbano  «  andarle  in  disordine  ».  Ma  elPera  donna  da  ri- 
parare a  tutto,  e  da  avanzarle  tempo  e  lena  per  pensare 
e  alla  figliuola  sua  Simona,  prima  da  maritare  e  maritar 
bene,  in  modo  da  «  esserne  consolati  »,  poi  allogata  e  da 
doverle  mandar  le  nuove  e  riceverne  ;  e  al  suo  messer 
Niccolò,  i  cui  fatti  le  importano,  alla  madre,  più  di  ogni 
altra  cosa  del  mondo  ;  e  al  marito,  cui  consiglia  della 
salute,  o  ammonisce  di  cose  più  alte,  o  lo  rimbrotta  che 
in  quelle  sue  commessene  non  gli  piaccia  portarla  seco 
e  far  una  casa  sola,  come  e'  farebbe  (dice  amaramente) 
se  gli  fosse  toccata  moglie  più  degna  ;  ma  in  quella  stessa 
lettera  non  crede  poter  lasciar  la  villa  e  le  «  molte  cose  » 
nemmeno  per  una  visita  promessagli  di  quindici  giorni, 
salvo  che  improprio  egli  voglia  così,  chè  allora  verrà, 


^86 


UNA  M A DREFA MIGLIA 


anche  se  «  dovessi  lasciare  ogni  cosa  andare  in  perdi- 
zione ». 

La  vena  del  malumore  trapela  spesso  da  queste  let- 
tere, «  essendo  lei  di  natura  »  scriveva  Luigi  al  figliuolo 
«  che  si  accuora  assai  le  cose  che  non  li  vanno  per  el 
«  verso  »  ;  ed  ella  stessa  al  marito,  «  Pensate  che  io  non 
«  posso  istare  coll'animo  in  pace,  chè  sapete  che  io  penso 
«  sempre  al  peggio  »  ;  e  in  quasi  tutte  essa  fa  un  lungo 
discorrere  de'  suoi  malori  :  ma  come  quelli  non  le  impe- 
dirono di  arrivar  presso  agli  ottanta  (nata  de'  Sacchetti 
nel  1480,  morì,  dopo  una  vedovanza  di  otto  anni,  e  due 
dopo  al  figliuolo,  nel  1559),  così  quella  sua  natura  al- 
quanto rubesta  e  inquieta  e  crucciosa  non  la  faceva  sdare 
nè  rimetter  punto  della  operosità  di  madrefamigiia  e  mas- 
saia. Del  resto  le  lettere  di  Luigi  mostrano  che  1'  auste- 
rità de'  loro  caratteri  non  impediva  l'amore.  «  Benché  sia 
«  vero  »  le  scriveva  una  volta  dalla  Romagna  «  che  io  sia 
«  qui  chiamato  da  ogniuno  Signore,  e  che  ciascuno  mi 
«  stia  inanzi  senza  nulla  in  capo,  e  che  abbi  quelli  ser- 
«  vidori  voglio,  e  che  secondo  el  paese  non  mi  manchi 
«  le  cose  ragionevole,  nondimeno  hai  a  tenere  per  certo, 
«  che  infiniti  dispiaceri  ci  ho  avuti  d'animo  per  le  cose  di 
<  costì  e  qui,  e  che  non  ci  ho  una  ora  di  riposo  o  con- 
«  solazione  alcuna,  chè  non  che  altro  chi  ordinariamente 
«  conversa  meco  non  mi  satisfa  ;  e  che  arei  più  senza 
«  comparazione  piacere  potere  vedere  le  cose  mie,  te  e 
«  la  brigata,  e  parlare  alli  amici  mia,  e  vedere  le  cose  di 
«  villa,  che  queste  signorie  e  sberrettate,  et  altre  cose  ci 
«  sono  qua  e  che  ci  posso  avere.  Però  mi  pare  mille  anni 
«  ogni  ora,  potere  venire  costì  per  8  giorni  almeno.  »  E 
altra  volta,  che  ella  da  buona  moglie  e  madre  si  sgo- 
mentava di  certe  grosse  spese  domestiche,  così  egli,  an- 
che allora  Commissario,  piacevolmente  e  con  affettuosa 


DEL  CINQUECENTO 


287 


confidenza  la  rassicurava:  «  Circa  alle  spese  grande  ab- 
«  biamo  avuto  questo  anno,  e  per  l'advenire  aréno  an- 
«  cora,  per  finire  le  muraglie  e  fornire  le  case,  è  veris- 
«  simo  ;  e  se  non  fussi  questa  sorte  abbiamo  avuto,  ncn 
«  aremmo  potuto  reggere  a  cosa  alcuna,  non  che  fare 
«tutto;  che  penso  si  finirà  ogni  cosa  e  fornirà  le  case 
«  bene,  e  si  porrà  da  canto  qualche  danaio,  e  più  somma 
«  non  pensi,  per  le  cose  che  potessino  accadere  :  e  se 
«  non  ho  trovato  qui  una  cavetta  d'oro,  come  scrivi,  ci 
«  ho  trovato  una  certa  vena  che  getta  in  modo  dolce- 
«  mente  che  col  tempo  comparisce  ;  e  sta'  di  buona  vo- 
«  glia,  che  a  tutto  si  riparerà  facilmente....  Stanimi  un 
«  tratto  allegra,  e  pensa  che  questa  volta  siamo  usciti 
«  del  fango,  e  resteremo  in  modo  che  non  ci  potremo  do- 
«  lere  della  sorte  ;  perchè  le  cose  ragionevole  non  ci 
«  mancheranno,  e  presumi  che  questa  vena  che  getta 
«  sopperirà  a  tutto.  A  iddio  piaccia  possiamo  goderci  in- 
«  sieme  lo  stato  nostro,  e  che  noi  siamo  sani.  »  E  tutto 
il  carteggio  di  Luigi  con  la  sua  «  carissima  Isabella  »,  o 
dove  parla  di  lei,  è  improntato  di  affetto  e  stima  e  fidu- 
cia e  reverenza  grandi,  con  bizzarra  mescolanza  di  al- 
tro, come  per  esempio  le  superstizioni  astrologiche  ;  se- 
condo le  quali  e'  le  designa  e  prescrive  i  giorni  e  le  ore 
a  punti  di  luna  e  di  stelle,  per  andare  o  stare,  partire  o 
tornare,  e  perfino  sgomberare  stanze,  votar  la  cantino, 
far  manipolare  medicamenti  dallo  speziale. 

Alcuni  tratti  di  queste  lettere  di  madonna  Isabella  ri- 
cordano la  più  viva  e  fiorita  lingua  de'  comici  e  novel- 
lieri di  quel  secolo  ;  in  altri  potrebbe  il  lessicografo 
abbellirsi  di  voci  e  locuzioni  specialmente  attinenti  a  cose 
di  villa  ;  ve  n'  ha  infine  che  ci  offrono  pensieri  e  senti- 
menti espressi  con  singolare  potenza.  La  discendente  dai 
collaterali  di  Franco  Sacchetti,  la  cognata  di  Francesco 


288 


UNA  MADREFAMIGLIA 


Guicciardini,  non  fa  torto  al  suo  sangue  nè  al  suo  pa- 
rentado. 

Quel  mugnaio  dappoco,  che  non  ispira  punta  fiducia 
alla  giudiziosa  signora,  ci  par  di  vederlo  :  «  molto  debo- 
«  lino  d'  animo,  d' ingegno,  e  di  cervello,  e  di  persona  »  : 
dove  ciò  che  un  valga,  e  per  le  facoltà  morali  e  per  le 
intellettive  e  per  le  animali  e  per  le  fisiche,  è  annove- 
rato e  distinto  a  capello,  con  proprietà  inappuntabile. 
Piena  di  gentilezza,  ed  espressa  come  meglio  non  si  po- 
trebbe, è  questa  sentenza  (da  altra  lettera,  di  quelle  che 
lascio  inedite)  sul  correr  troppo  a  credere,  massime  se 
vi  si  mescola  P  apprensione  per  coloro  che  ci  son  cari  : 
«  Sempre  si  dice  e  pensa  più  che  non  è  ;  e  chi  sente  e 
«  teme  non  può  fare  non  gli  dispiaccia  ».  E  in  un'  altra, 
più  da  giovane,  del  1517  :  «  Sapete  che  la  mia  condizione 
«  è,  sempre  pensare  a  quello  che  io  non  vorrei  » .  E  prima 
aveva  detto  che  contro  tali  apprensioni  ricorreva  alla 
«  orazione  »  :  ma  «  el  timore  era  maggiore,  perchè  mi 
«  pareva  meritare  ogni  male  »  ;  con  finir  poi  a  ricono- 
scere, lietamente  e  grata,  «  esser  Iddio  più  misericordioso 
«  che  giusto.  »  È  parlante  il  ritratto  di  quel  servitore  che 
dà  tanta  briga  al  magnifico  Commissario  in  Arezzo  : 
«  faceva  così  in  casa  :  ha  una  mala  lingua,  e  commetti- 
«  tore  di  scandali,  e  bestiale,  e  senza  pensare  a  nulla  »  : 
e  qui  P  Isabella,  senza  dicerto  volerlo,  danteggia  garba- 
tamente (vedi  Inf.  xxviii,  35)  ;  cioè  attinge  anche  questa 
volta  (confronta  a  pag.  253)  dalle  medesime  sorgenti  po- 
polari donde  il  Divino  Poeta  ;  come  altrove  gli  rivendica 
una  desinenza  dalla  tirannia  della  rima  (vedi  In/.,  xxxm, 
120),  quando  ripetutamente  scrive  «  fighi  »  e  non  «  fichi  ». 
Rivendicazione  più  compiuta  che  non  quella  filologica 
del  Nannucci  (Nomi,  pag.  64),  il  quale  di  altre  desinenze 
in  igo  per  ico  adduce  esempi,  ma  non  proprio  di  figo.  (E 


DEL  CINQUECENTO 


289 


nelle  lettere  del  cognato  Bongianni,  grego  ;  e  qui  a  pag.2G9, 
275,  bianghi:  bianchi,  invece,  a  pag.  263).  E  que'  suoi  conta- 
dini ?  F  uno  «  un  bel  promettitore,  e  fassi  di  buono  animo 
«  a  far  bene  ogni  cosa  :  se  riuscirà  a  fatti,  andrà  bene  »  (e 
soggiunge  modestamente,  «  a  questo  voi  ci  sarete,  a  Dio 
«  piacendo  »)  ;  l'altro  «  parla  poco,  par  sensata  persona  ». 
E  d' ambedue  poi  si  rimette  alla  più  antica  sapienza  del 
mondo:  «Bisogna  giudicare  alla  giornata;  come  dice  il 
«  proverbio,  Nor  .i  conosco  se  io  non  ti  maneggio  ;  e 
«  puossi  male  vedere  se  non  si  pruova.  »  Così  dov'ella 
descrive  il  vivaio  de'  pesci,  toccatole  non  sa  da  chi  :  e 
alle  sue  grida  e  «  molto  rimore  »,  i  lavoratori  «  pareva 
«  che  tutti  si  maravigliassino  »,  e  le  dicono  ragioni,  ma 
non  la  persuadono.  E  dov'  ella  è  tutta  dolente  per  la 
«  botte  del  vecchio  »  che  s'è  sfasciata:  così  «  l'avess'ella 
«  venduto  tutto  1  chè  pensava,  e  le  riusciva,  averne  per 
«  insino  a  Pasqua  e  dipoi,  e  era  buono,  e  aranne  a  ri- 
«  comperare....  ».  E  dove  al  marito  ritrae  sè  medesima 
malaticcia,  «  così  trista  per  camera,  come  molte  volte 
«  m'avete  vista  »;  e  in  altra  lettera,  delle  inedite,  «  e  cosi 
«  per  casa  mi  sto  tristerella  »  :  quando  poi  a  scrivere  dei 
malanni  propri  o  degli  altrui  la  si  mette  a  distesa,  ne  fa 
relazioni  da  disgradarne  il  Redi. 

Ma  l'animo  suo  e  la  parola  sanno,  quand'  ella  vuole, 
levarsi  in  alto  :  anzi  è  osservabile,  non  meno  del  conti- 
nuo inframezzare  alle  cure  materiali  i  pensieri  e  gli  af- 
fetti della  famiglia,  il  temperare  che  ella  fa  talvolta  al- 
cuna di  quelle  sue  uscite  un  po'  acrimoniose  con  un 
quasi  correttivo  morale.  Così  a  quel  sinistro  ritratto  del 
servitore  Ottaviano  soggiunge  subito  :  «  Siamo  tutti  pieni 
«  di  difetti  ;  bisogna  sopportarsi  l'un  l'altro,  tanto  che  ci 
«  morremo  ».  Di  quel  eh' eli' è  malcontenta,  se  ne  conforta 
sperando  meglio  da  Dio  ;  «  a  Dio  piaccia  se  ne  pigli  il 

Del  Lungo  J9 


290 


UNA  M A DREFA MIGLIA 


«  migliore  partito,  che  non  mi  pare  punto  la  nostra 
«  usanza  »  ;  da  Dio,  nel  cui  nome  tutte  le  sue  lettere  in- 
cominciano e  finiscono.  E  il  sentimento  di  Dio  e  del  do- 
vere e  della  morte  e  del?  eterno  empie  di  sè  e  annobi- 
lisce questi  altri  tratti  :  «  Or  sia  come  si  voglia  :  tutto  a 
«  fatto  Iddio,  e  a  lui  piaccia  sia  con  salute  dell'  anima 
«  vostra  e  mia.  Che  a  poco  altro  che  alla  Simona  e  que- 
«  sto  penso  :  che  ormai  mi  veggo  presso  al  tempo  di 
«  rendere  e'  conti  di  questo  viaggio  presso  a  finito....  — 
«  Bisogna  facciate  come  iscrivete  che  io  faccia  io  :  pi- 
«  gliarsi  queste  faccende  per  piacere,  e  non  si  straccare 
«  el  manco  sia  possibile,  e  isperare  nel  tempo  che  vola. 
«  E  per  tutto  dove  uomo  si  truova,  in  questo  mondo  è 
«  iscontenti  ;  e  massimo  nell'  età  nostra,  che  ogni  cosa 
«  e'  infastidisce.  El  tutto  istà,  ci  riposiamo  nella  futura 
«  vita....  —  Dell'orazione  per  voi,  non  si  manca;  pure  che 
«  Iddio  Faccetti  :  bisogna  l'aiuto  vostro,  e  sanza  quello 
«  credo  che  altro  poco  vaglia....  —  Vorrei  che  voi  facessi 
«  come  voi  dite  a  me  che  io  facci  io,  che  voi  vi  pigliassi 
«  coteste  faccende  per  piacere....  Bisogna  in  questo  mon- 
«  do,  chi  ci  vuole  avere  contenti,  pigliarsi  piacere  delle 
«  cose  che  dispiacciono,  altrimenti  si  starebbe  sempre  in 
«  tormento  ;  e  pensare  che  '1  tempo  vola....  ».  E  in  una  delle 
inedite,  al  marito  Commissario  in  Pistoia  nel  37  per  le 
stragi  intestine  di  Cancellieri  e  Panciatichi  :  «  A  Dio  piac- 
«  eia  por  fine  a  tante  discordie  e  tribulazioni,  che  sono 
«  causa  de'  pericoli  successi.  Confortovi  istiate  isvegliato 
«  con  cotesti  cervegli,  e  pensare  a  tutto  quello  possi  na- 
«  scere  ;  e  considerate  donde  sono  nate  tante  loro  an- 
«  gustie  ;  e  sopra  tutto  raccomandarsi  a  Dio,  che  ci  mo- 
«  stri  el  lume  e  la  via,  che  mi  pare  siamo  in  tempi  da 
«  avere  bisogno  dell'  aiuto  suo.  »  Ma  l'aiuto  di  Dio  quei 
valenti  uomini  e  donne,  nell'atto  che  V  invocavano,  se  ne 


291 


facevano  degni  menando  attorno  gagliardamente  le  ma- 
ni :  «  col  suo  aiuto  aiutarci,  »  sono  pur  parole  della  Isa- 
bella «  e  i sperare  in  lui  ». 

Tale  la  gentildonna  dei  Guicciardini,  il  cui  nome,  le 
cui  ricordanze,  mi  parvero  buon  auspicio  alle  nozze  di  Lei, 
Annetta  gentile.  Nomi  e  ricordanze  di  generazione  in 
generazione  si  mutano  e  si  rinnovano  :  ma  eh'  e'  non  pas- 
sino com'ombra  e  fumo,  e  se  ne  conservi  la  tradizione  e 
Pesempio,  questa  è  la  religione  della  famiglia.  Degli  Dei 
falsi  e  bugiardi,  i  Lari  e  Penati  sono  i  soli  che  soprav- 
vivono :  pietà  di  figliuoli  e  di  nepoti  alimenta  di  soavi 
aromi,  conforta  di  aure  avvivatrici,  la  sacra  fiamma  di 
questo  mito  immortale. 

San  Donato  in  Collina,  nell'ottobre  del  1&83. 


UN'ALTRA  LETTERA 

DELLA 

ALESSANDRA  MA  CINGHI  STROZZI 


Questa  lettera  (dall'originale  autografo,  nell'Archivio 
fiorentino  di  Stato,  Carte  Strozzi  Uguccioni,  filza  249)  fu 
pubblicata  per  mia  cura  in  Nozze  Strozzi-Corsini  (14 
aprile  1890  :  edizione  di  CCC  esemplari,  col  facsimile  della 
lettera  ;  Firenze,  tip.  Carnesecchi),  e  ripubblicata  in  Nozze 
Guasti-Boccardi  (25  aprile  1892:  edizione  di  C  esemplari; 
Firenze, tip.  Carnesecchi).  All'edizione  del  1890  premessi 
il  cenno  che  qui  riproduco  : 

«  Cesare  Guasti  trascrisse,  sfuggitagli,  e  noi  sulla  sua 
trascrizione  confrontata  all'originale  esempliamo,  questa 
Lettera  da  soggiungersi  alla  seconda  fra  le  settantadue 
che  della  Alessandra  Macinghi  negli  Strozzi  egli  pubblicò 
nel  1877  ;  libro  ormai  noto  e  caro  agli  studiosi  e  ad  ogni 
anima  gentile. 1  E  che  sia  questa  una  delle  più  belle,  ba- 
sti eh'  ella  è  una  delle  più  materne  ;  e  perciò  di  ottimo 
auspicio  la  sua  pubblicazione  nelle  nozze  di  discendenti 
da  quello  che  il  Guasti  chiamava  «  il  più  storico  ramo 
degli  Strozzi  », 2  e  dava  giusto  merito  alla  veneranda 
gentildonna  di  averlo  ella  conservato  a  Firenze,  oppo- 
nendo contro  le  partigiane  proscrizioni  la  costanza  pa- 
ziente di  madre,  e  quella  virtù  soave  a  un  tempo  e  ga- 
gliarda, per  la  quale,  a'  giorni  tristi,  più  tenace  nelP  a- 


1  Più  volte  citato  e  indicato  in  questo  mio  libro.  Alessandra  Macin- 
ghi negli  Strozzi.  Lettere  di  ima  gentildonna  fiorentina  del  secolo  XV  ai  fi- 
gliuoli  esuli,  pubblicate  da  Cesare  Guasti.  In  Firenze,  G.  C.  Sansoni  edi- 
tore, 1877. 

2  A  pag.  ix  del  Proemio. 


296 


un'altra  lettera 


nimo  femminile  è,  come  la  fede  nel  meglio,  così  la  spe- 
ranza. 

Di  tali  sentimenti  e  virtù  anche  questa  lettera  è  docu- 
mento nobilissimo  :  i  personaggi  della  quale,  Filippo,  a 
cui  è  diretta,  e  Lorenzo  primo  e  secondo  geniti  della  va- 
lente vedova,  e  Matteo  garzoncello  che  presto,  poveretta  !, 
doveva  morirle,  e  Niccolò  Strozzi  cugino  del  padre  loro 
e  che  di  padre  adempiva  le  parti,  e  Iacopo  fratello  di 
Niccolò,  e  la  Caterina  maritata  a  Marco  Parenti,  e  la 
Alessandra  che  fu  poi  a  Giovanni  Bonsi,  chi  voglia  co- 
noscerli anzi  come  vive  persone  conversarli,  cerchi  il 
libro  al  quale  ci  pare  aver  qui  dato  breve,  ma  assai  ac- 
cettevole, appendice. 

La  lettera  a  cui  questa  vien  dietro  è  quivi  stesso  indi- 
cata, «  A  dì  4  di  questo  ti  scrissi  »;  e  così  alcune  cose  qui 
accennate  ricevono  luce  da  quella  o  dalle  illustrazioni 
che  il  Guasti  vi  appose.  Aggiungemmo,  com'  egli  fece  a 
tutto  il  volume,  qualche  noterella  dichiarativa.  » 

A  Filippo  degli  Strozzi,  in  Napoli. 

Al  nome  di  Dio.  A  dì  8  di  novenbre  1448.  1 
A  dì  6  di  questo  ehi  una  tua  de'  dì  16  del  passato,  alla 
quale  farò  per  questa  risposta. 

Tu  mi  di'  de'  fatti  di  Matteo,  come  t'  ha  scritto  una  let- 
tera di  nostro  istato  :  ed  è  vero  ;  e  stiano  ancora  peggio  che 
non  dicie.  Iddio  lodato  di  tutto.  E  dell'  aver  mostro  la  let- 
tera a  Nicolò,  a'  fatto  bene  :  però  che  lo  stato  nostro  è 
noto  alli  strani,  ben  debb'  esser  noto  a  quegli  che  ci  sono 
parenti  e  continovamente  ci  aiutano:  chè  Nicolò  non  à 
ora  a  dimostrare  la  buona  volontà  inverso  di  voi,  chè  sen- 


Ricevuta  il  28  dì  novembre. 


DELL'ALESSANDRA   MACINGHI  STROZZI 


297 


pre  è  stato  di  buon  animo  a  farvi  del  bene  ;  ed  èciene  di 
te  tale  isperienza,  che  ne  so'  chiara;  e  tu  più  di  me  ne 
deb'  essere  chiaro.  Tu  di'  che,  veduto  che  qua  Matteo,  sì 
per  amore  1  della  morìa,  che  porta  pericolo  a  starci,  e  sì 
perchè  e'  perde  tenpo  e  non  fa  nulla,  Nicolò  è  contento  2 

10  mandi  costà,  e  eh'  io  lo  metta  in  punto.  Egli  è  vero  che 
qua  è  cominciato  la  morìa,  e  chi  à  'vuto  d'  andare  in  villa 
se  n'  è  ito  ;  e  ancora  pelle  ville  n'  è  morti,  e  quasi  per  tutto 

11  contado  ne  muore  quand7  uno  e  quand'un  altro;  e  la  bri- 
gata si  sta  per  ancora  in  villa  ;  e  credo,  non  faciendoci  al- 
trimenti danno,  che  torneranno  ora  a  Firenze.  Istimasi  che 
questo  verno  non  farà  troppo  danno,  ma  che  a  primavera 
comincierà  a  fare  il  fracasso  :  che  Idio  ci  aiuti  !  e  Matteo 
m' à  sentito  dire  che,  sendoci  morìa,  non  ò  danari  da 
partirmi  :  ed  è  vero.  Io  non  so  come  io  me  lo  mandassi, 
chè  è  piccolo,  ancora  à  bisogno  del  mio  governo,  ed  io 
non  so  come  mi  vivessi  ;  che  di  cinque  figliuoli,  rimanessi 
con  una,  cioè  l'Alesandra,  che  ogni  ora  aspetto  maritalla: 
che  il  più  possa  istar  meco  non  sono  du'  anni;  che  quando 
vi  penso,  n'  ò  un  gran  dolore,  di  rimanere  così  sola.  E 
dicoti  che  a  questi  dì  andò  Matteo  in  villa  di  Marco,  e  stet- 
te vi  se'  dì,  eh1  io  non  credetti  tanto  vivere  eh'  e'  tornassi  ; 
e  non  avevo  chi  mi  faciessi  un  servigio  ;  che  mi  pareva 
esere  inpacciata  sanza  lui,  poi  3  mi  scrive  tutte  le  let- 
tere. Da  altra  parte,  ebbe  in  questa  state  un  gran  male,  e 
credetti  che  morissi  :  ma  il  buon  governo  lo  scanpò.  E 
ragionando  col  maestro  4  dell'  andar  di  fuori,  mi  disse  :  Voi 
l'avete  poco  caro,  se  lo  mandate  ;  però  eh'  egli  è  di  gien- 


1  per  cagione. 

2  desidera,  ha  caro. 
8  poiché. 

4  col  medico. 


298 


un'  altra  lettera 


tile  conpressione  ;  1  e  se  avessi  un  male  fuor  del  vostro 
governo,  2  sì  mancherebbe  :  sicché,  se  F  avete  caro,  nollo 
partite  sì  tosto  da  voi.  E  per  questo,  e  perch'  io  me  ne 
vego  bisogno,  me  n'  uscì  il  pensiero.  È  vero  che,  or  fa 
un  anno,  n'  avevo  voglia  :  ma  avevo  ancora  la  Caterina  in 
casa,  che  non  mi  pareva  eser  sì  sola.  Ma  poi  senti'  come 
Lorenzo  si  portava  tristamente,  3  e  che  d'amendue  avevo 
avuto  tanto  dolore,  che  sendo  morti  no  n'arei  avuto  mag- 
giore eh'  F  ò,  tra  una  cosa  e  F  altra,  diliberai  non  ne  man- 
dar più  fuori,  se  grande  bisogno  non  vi  era:  e  Pò  detto 
co  Marco  e  con  Antonio  degli  Strozi.  Amendue  mi  dicono 
per  ora  nollo  mandi  :  ma  se  pure  a  primavera  ci  sarà  la 
morìa  grande,  come  si  stima,  esendo  migliorata  a  Siena  e 
per  tutto  il  camino  per  ensino  a  Roma,  lo  potre'  mandare  : 
chè  sarebbe  pazzia  la  mia  a  mandallo  ora,  chè  ora  siano 
nel  verno  ;  chè  diliberando  mandarlo,  nollo  metterei  per 
via:  sicché  per  ora  non  vi  porre  pensiero.  So  F  meglio  di 
niuno  il  bisogno  vostro  ;  e  che  se  voi  non  ve  ne  guada- 
gniate, non  bisogna  istare  a  fidanza  d'altro.  Io  per  me  m'in- 
gegnerò, per  ogni  modo  e  masserizia,  di  mantenervi  .questo 
poco  eh'  F  ò,  se  '1  Comune  non  me  lo  toglie  ;  chè  non 
posso  più  difendermi.  Idio  sia  quello  che  m' aiuti  ;  e  a  voi 
dia  virtù  e  santa,  come  disidero. 

Del  lino,  istarò  a  tua  fidanza;  4  e  se  me  lo  mandi,  man- 
dami drentovi  libbre  10  di  mandorle  per  la  quaresima;  che 
verranno  bene  nella  balla  del  lino.  Chiegotele  perchè  sento 
costà  n'è  buono  mercato,  e  qua  son  care.  Fa'  di  mandar- 
mele, chè  so  è  poca  ispesa. 

Di  Marco,  t'  aviso  eh'  è  buon  giovane,  e  molto  bene  tie- 


1  complessione. 

2  fuori  della  vostra  custodia  ;  senz'essere  custodito  da  voi. 
8  non  stava  bene  di  salute  ;  era  malato» 

4  mi  rimetterò  a  quanto  tu  sia  per  fare. 


DELL'ALESSANDRA  MACINGHI   STROZZI  299 


ne  la  Caterina,  e  tutti  se  ne  porta  bene, 1  e  molto  me  ne 
contento  ;  chè  è  di  buona  virtù  ;  ma  à  troppa  gravezza, 
chè  a  da  undici  fiorini.  Tutto  a  pagato  per  ensino  a  qui , 
e  se  non  peggiora,  ne  sono  molto  contenta  di  lui  :  che  Idio 
gli  dia  della  suo'  grazia.  La  Caterina  non  è  per  ancora 
grossa  ;  che  al  tenporale  che  è,  Yb  molto  caro  :  2  ma  istà 
magra  della  persona,  che  somiglia  suo  padre.  Idio  la  fac- 
cia pur  sana. 

A  dì  4  di  questo  ti  scrissi  :  manda'  la  sotto  lettere3  di 
Marco  ;  e  perchè  il  fante  si  partì  prima  eh'  io  non  credetti; 
credo  V  arai  a  un'otta  con  questa.  E  per  quella  ti  scrissi 
della  casetta  di  Nicolò  Popoleschi,  che  s'  è  venduta  a  Do- 
nato Ruciellai,  che  ci  è  a  confini,  cioè  in  sulla  corte,  che 
per  verun  modo  non  si  vole  lasciare  uscire  di  mano.  Fi- 
lippo, rispondi  presto,  chè  lo  voglio  iscrivere  a  Iacopo  a 
Bruggia. 

Nè  altro  per  questa.  Idio  di  male  ti  guardi.  Per  la  tua 
Allesandra  fu  di  Mateo  degli  Strozi  in  Firenze. 

Fa' d'esser  ubidente  a  Nicolò,  e  di  fare  il  debito  tuo 
inverso  di  lui,  e  d'  eser  conosciente  del  bene  che  vi  fa. 
Chè  se  cosi  farai,  anco  io  viverò  contenta.  Che  Idio  per 
sua  misericordia  te  ne  dia  grazia.  A  questi  dì  iscrisse  Mat- 
teo una  lettera  a  Lorenzo  a  Vignone. 


1  e  si  porta  bene  con  tutti. 

2  Cioè  che  non  sia  incinta,  essendo  tempo  di  morìa. 

3  acchiusa  in  lettere. 


INDICE 


Nei  primi  secoli  del  Comune  Pag.  1 

Note   55 

Da  Dante  al  Boccaccio   67 

Note  .   95 

Beatrice  nella  vita  e  nella  poesia  del  secolo  xm    .  .105 

Note   149 

La  donna  ispiratrice   157 

Note   171 

Nel  rinascimento  e  negli  ultimi  anni  della  libertà  .    .  173 

Note   225 

Una  mad refamiglia  del  Cinquecento   249 

Un'altra  lettera  dell'Alessandra  Macinghi  Strozzi    .    .  293 


.  ERRATACORRIGE 


46  Lionora;  88         correggi   Lionora;  (& 
50  di  messer  Folco        »         di  Folco 
57  di  Manetto  »         di  messer  Manetto 

59  nota  41  —  La  data  de'  «  17  ottobre,  a  pag.  105  » 
<ie\YElenco  di  L.  Santoni,  è  erronea.  La  vera  è 
«  17  dicembre,  a  pag.  128  »  del  medesimo  Elenco; 
dove  anche  altre  cose,  oltre  quel  doppione,  sa- 
rebbero da  raddirizzare. 
132  si  volle  correggi   sì  voile 

149  Dell'antico  »         9  Dell'  antico 

154  Nei  sonetti  »         74  Nei  sonetti 

211  vendicati  »  vendicate 

224  trioni!,  Storia  »         trionfi.  Storia 


V 


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